Moscato d’Asti 2007, Bera Vittorio e Figli

Da uve Moscato Bianco “di Canelli” piantate su un suolo (5 ettari lavorati in biologico) originato dal disfacimento di marne calcaree di sedimentazione marina, con una densità di 5200 ceppi per ettaro ed una resa di 50 hl, nasce questo Moscato di gran razza non chiarificato e che subisce leggere filtrazioni. Il colore è un giallo paglierino brillante e luminosissimo, vivo, di affascinante timbro, che esprime note olfattive che sì, rimandano al moscato, ma che si arricchiscono di sfumature d’agrumi, sensazioni di fiori bianchi, di miele, di pesca bianca. Al palato ha grande struttura e notevole presenza di zuccheri, ma grazie alla superba acidità, e alla sapidità di matrice minerale la beva è compulsiva. “A secchi”. Supersonics.

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Bosco Caldaia 2004, Antica Masseria Venditti

Ci troviamo nella zona di Castelvenere, nel territorio della Doc Solopaca, lì dove è ubicata l’Antica Masseria Venditti, vignaioli dal 1595. Il vigneto, un tempo Bosco riservato alla caccia detto della Caldaia, è coltivato secondo i dettami dell’agricoltura biologica. La sua esposizione è a sud-sud-est, la migliore che vi sia, ad un’altitudine di 160, 170 metri. Le viti, impiantate nel 1980, sono circa 2500 per ettaro, e rendono mediamente per ceppo dai 4 ai 6 kg d’uva. La bottiglia numero 1395 delle 3985 prodotte in quest’annata, da uve aglianico, montepulciano e piedirosso affinate in solo acciaio (i vini dell’azienda – tutti – non vedono alcun tipo di legno), è di un rosso rubino con evidenti ed accentuati riflessi di colori cardinalizi purpurei. Al naso si esibisce, con poderosa vigoria, esprimendo un giovane e rigoglioso frutto (more), che sovrasta abbozzi speziati. La bevuta è grassa, piena, polputa, sentori di tabacco biondo e pepe nero accompagnano la suadente dolcezza, il succoso incedere godurioso sorretti da una buona acidità. Riesce ad unire semplicità di beva e complessità, franchezza dei profumi e nitidezza degli aromi senza addivenire a vino celebrale, ma esprimendosi per quello che vuole (e deve) essere. Semplicemente un gran bel bicchiere di vino: e di vini così, vorrei che la mia tavola fosse sempre fornita. Non c’è nulla da fare, ogni volta che lo bevo, mi vengono sempre in mente immagini di giornate di sole primaverili (pare finalmente stia arrivando), prati verdi, picnic in compagnia di amici (e amiche), casomai accompagnati dalle favoleggianti note dei concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach.

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Calligramme (Chenin blanc) 2006, Domaine de Bellivière, Jasnières

Non ho ancora avuto modo di poter fare un secondo e più meditato assaggio (azienda non distribuita in Italia), per cui quelle che seguono sono solo sommarie, ma positive (se non di più) impressioni di un veloce incontro avvenuto in quel di Sarego, Vicenza, durante la manifestazione Vinnatur. Ho avuto modo di saggiare quattro dei bianchi prodotti da Chenin Blanc di quest’azienda – l’Effraie ‘06 dalla denominazione Coteaux du Loir da giovani vigne e il Vieilles Vignes Eparses ’06, proveniente dalla stessa denominazione ma prodotta da piante vecchie tra i 50 e gli 80 anni d’età; il Les Rosiers ’06 da giovani vigne nella denominazione Jasnierès ed appunto il Calligramme – traendone un gran piacere. Prodotto da viti vecchie oltre i 50 anni, il Calligramme ha una resa massima per ettaro di 35 ettolitri, ed è fermentato in botte. Può, a mio parere, essere l’equilibrio tra chi ricerca tanta materia prima, e chi, invece, preferisce vini più verticali espressione soprattutto del territorio: le radici delle vigne affondano nelle profondità delle argille a silex provenienti dalla decomposizione della roccia madre calcarea. Il colore è un giallo paglierino abbastanza carico, al naso, come ho scritto, è “cicciuto”, tanta materia prima in primo piano, fresca, fragrante e succosa adornata da sensazioni floreali, senza che si avvertano disturbanti nuances del legno. Al palato, invece, si esprime su una netta quanto affascinante mineralità, una nerboruta acidità ripulente, ed una giusta sapidità che rendono il sorso asciutto e secco, pronto per nuovi incontri di amorose corrispondenze etiliche. Da annotarsi sul taccuino, e andarlo a cercare. Nina Simone.

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Chardonnay Les Varrons 2004, Domaine (Julien) Labet, Côtes de Jura

La storia è andata più o meno così. Franco Ziliani, siamo nell’aprile del 2006, intima a Cimmino (Fabio) di saggiare i prodotti di questo Domaine dicendogli: “ti sembrerà di ciucciare i sassi!”. Due anni dopo, Cimmino, mi intima di bere i vini di questo Domaine, e di non farmi scappare l’occasione. È così che mi ritrovo - nello splendido scenario della settecentesca Villa da Porto Zordan detta La Favorita, a Sarego, Vicenza - alle dieci di un mattino innanzi ad un giovanotto smilzo dai lunghi capelli biondicci raccolti in una coda, un folletto i cui occhi ridanciani non smettono mai di fermarsi e sprizzare giovialità, che sorridendo cerca di raccontare, ad uno che non spiccica una parola di francese, dei suoi vini. Già, i suoi vini. L’azienda è composta da una famiglia di viticoltori, divisa in due cantine (Domaine Labet e Julien Labet): stesso stile, stessa idea del vino, ma a ciascuno le loro cuvèes e il loro terroirs. L’equipe, come recita la descrizione dell’azienda, è composta da “Alain, Josie, Romain, Charline e, appunto, Julien Labet, talvolta da qualche salariato, amico di passaggio, girovago del mondo magnifico e poeti della dive bouteille”; non si usano pesticidi, né concimi. Molte delle viti di Chardonnay sono ultracentenarie, in questo caso hanno 65 anni d’età, inutile dire, che come ho scritto in apertura citando Ziliani, qui è il terroir a fare la differenza nell’immensa purezza di una mineralità cristallina. Ho saggiato tutti i bianchi, Chardonnay e Savagnin in purezza o combinati sapientemente, dal Vin jaune al Vin de paille, ed erano tutti superbamente buoni. Questo si è presentato di un affascinante color oro, brillante e luminoso; al naso a zaffate intense: frutta matura e piena, sensazioni balsamiche di menta e canfora, note boisè di un legno ben dosato, erbe aromatiche e spezie. Al palato una trascinante mineralità ed acidità, una pienezza del sorso che al centro bocca si ampliava magnificamente: orizzontale e verticale. E, finita la bottiglia, non rimane altro da fare che alzarsi di scatto e gridare: vive la France!!! Per rifarsi, Paolo Conte canta Bartali….che ai francesi le balle ancora gli girano.

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L’insostenibile leggerezza dell’essere (giornalista)

Ripensavo al commento che Roberto Giuliani, direttore della rivista on-line Lavinium (premio Veronelli 2007 per la categoria “miglior sito di enogastronomia”) ha scritto al mio post “Brunellopoli, tra apparire ed essere”. Soprattutto - in riferimento a Franco Ziliani che lamentava l’atteggiamento dei produttori ilcinesi, avvertendo un senso di isolamento - quel passo che recita così: “Aggiungi che le ripercussioni per chi scrive sono a volte pesanti, si chiudono porte, il tam tam passa da un luogo all'altro e rischi di trovarti in poco tempo senza riuscire a lavorare, o quantomeno ad avere ridotte le opportunità.
Interessante non vi pare?
E se a qualcuno potrà sembrare esagerato, beh, qui, potrà trovare raccontata un’interessante favola che ha per protagonista un neo-giornalista pubblicista, tale Fagiolo Pippino, e le sue avventure nel mondo dello star system enogastronomico. Ovviamente, ero a conoscenza di quell’episodio, così come ne conosco tanti altri di simili, ma è inutile star qui a fare un elenco di situazioni inventate, con eventuali coincidenze con persone o fatti puramente casuali. Nel frattempo il mondo dello Show-business enogastronomico va avanti ed il Gambero Rosso organizza una mega cena (180 euro) alla Città del Gusto di Roma con lo Chef Annie Feolde (Enoteca Pinchiorri) e i grandi vini di Casa Banfi. Quello stesso Pinchiorri che sarà ospite a Napoli a Vitigno Italia, manifestazione che si terrà a maggio e sul cui sito mi sono imbattuto ieri, dove tra i nomi degli espositori presenti ho notato lo stesso Banfi accompagnato, proprio per non farsi mancare nulla, dai Marchesi Frescobaldi. Interessante scelta per quello che si professa come “Il Salone del Vitigno Autoctono e Tradizionale Italiano” (la cosa è più divertente di una puntata dei Simpson).
Certo, poi uno può pensare alla scritta che campeggia all’entrata del nuovo Museo (Newseum) del giornalismo di Washington: “La stampa libera è la pietra angolare della democrazia”…
Ed a proposito di giornalismo e democrazia, coincidenza vuole che oggi sia il giorno del Vaffanculo Day two, e che il comico genovese proponga: abolizione dell’ordine dei giornalisti, la cancellazione dei contributi pubblici all’editoria, e l’abolizione della legge Gasparri. Beh, fate voi…
Io, sommessamente, vorrei solo ricordare che la nostra è (dovrebbe essere) una democrazia rappresentativa con il popolo sovrano, tant’è che tutti sappiamo quanto hanno inciso le centinaia di migliaia di firme raccolte al Primo V-day, o quelle a sostegno del referendum per l’abolizione dell’attuale legge elettorale. Popolo Sovrano? Azz…
Ma che c’importa, per quanto ci riguarda il rutilante mondo dell’enogastronomia va avanti tra cene, eventi e grandi fiere, tra nani e ballerine, tra Miss e v.i.p., tra uffici stampa e disciplinari che cambiano, tra copertine patinate e guide, e noi che imbastiremo nuove polemiche sui 5 grappoli o sui 3 bicchieri, tra situazioni puramente inventate con eventuali coincidenze con persone o fatti puramente casuali. Nel frattempo, quindi, tra una favola ed una fiction, non mi rimane che abbinare il tutto al celebre intervallo rai (riveduto e corretto)…chiedendomi, ricordando il titolo di un racconto di Raymon Carver e mutuandolo: costoro, di cosa parlano quando parlano di vino?

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Galea 1997 (Tocai in prevalenza), I Clivi

Non è stato facile scegliere di quale vino scrivere tra quelli che ho avuto la fortuna di saggiare e di sentirmi raccontare da Mario Zanusso. Belli, bellissimi, tutti. Dal Brazan, Tocai in prevalenza da una vigna nel Collio Goriziano, al Verduzzo, fino alla Malvasia e al Galea da una vigna nei Colli Orientali del Friuli, Tocai in prevalenza che ho bevuto in diverse annate (oltre questa, ’04 e ’99). Ho scelto di parlarvi di questo, per la sua chiarezza e trasparenza, per la nitidezza espressiva, per aver mostrato la capacità che questi vini hanno nel saper invecchiare. Da vecchie viti, dai 40 ad oltre 60 anni di età, è vinificato “rigorosamente” in bianco in solo acciaio dove svolge la fermentazione ad opera di lieviti indigeni e la susseguente “fermentazione” malolattica. Matura sui propri fondi, chiarificato per decantazione e non filtrato. Agli occhi mi si presenta vivo, limpido, direi esuberante nel suo giallo dorato, il naso è di quelli di una nobile decadenza ove si avvertono sentori di pelle conciata, in cui la scarnificazione del frutto tira fuori il territorio con sensazioni minerali, muschiate, ma anche spezie orientali, anice stellato, menta. Al palato la beva è trascinante, rinfrancante e rinfrescante, di rara finezza ed eccellenza, di grande nerbo acido e sapido. Di michelangiolesca bellezza, da abbinare ad uno storico video che ritrae Hendrix con i Rolling Stones.

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Malvasia Istriana 2006, Az. Agricola Klabjan

Ci troviamo sul litorale Istro-Sloveno, nella vallata dell’Osp, a 5 km di distanza dal golfo di Trieste. La vallata, circondata da un lato dalle prime colline istriane e dalle loro “terre bianche”, dall’altro dal Carso e dalla sua parete calcarea di roccia su terre rosse, gode di un particolare microclima mediterraneo caratterizzato da una ventilazione notevole. L’azienda produce una serie di etichette, tra cui questa malvasia istriana, che vengono suddivise in etichette bianche, affinate in solo acciaio e immesse al commercio più velocemente, e nere, che prevedono una macerazione più lunga sulle bucce, affinamento in legno ed anche costi più sostenuti. Ma è stata proprio l’etichetta bianca che mi ha colpito maggiormente. Allo sguardo si presenta di un vivacissimo color giallo paglierino impreziosito da fulminei quanto accattivanti riflessi verdolini. Al naso sprizza gioiosi profumi floreali e fruttati accompagnati da sentori di erbe aromatiche. Al palato, in un’intrigante antitesi si rivela asciutto, secco, roccioso, caratterizzato da questa mineralità calcarea e dalla acidità nerboruta. Chiude lungo. Chapeau. Carlos Santana.

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Terralba (tocai) 2003, Castello di Lispida

Da uve Tocai in prevalenza, fermentate con lieviti indigeni in tini di legno aperti senza controllo della temperatura, macerato sulle bucce per un mese ed affinato in botti di legno di rovere da 30 – 50 hl, non filtrato, questo vino si presenta di un colore accattivante e profondo, un giallo che sfocia nel ramato che presenta tenui ma vividi riflessi rosati ed aranciati. Al naso è pieno ed intenso nei suoi profumi di frutta candita, miele, vaniglia e accenni di erbe aromatiche. Al palato l’intensità percepita al naso che mi faceva temere un vino troppo imponente, è sferzata da una giusta acidità, che lo rende fresco e invitante, e impreziosita da accenni minerali. Da assaggiare sicuramente. Joe Cocker canta i Beatles, accompagnato dalla chitarra di Brian May dei Queen e dalla batteria di Phil Collins.

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Nero d'Avola Siccagno 2006, Arianna Occhipinti

Arianna Occhipinti è una giovane produttrice siciliana (poco più che ventenne) che produce nella zona del Cerasuolo di Vittoria, nello splendido scenario dei Monti Iblei, in contrada Fossa di Lupo e Piraino, due vini, questo e il godurioso Frappato. La produzione è di natura biodinamica, non si utilizzano prodotti di sintesi e chimici, nè in vigna, nè in cantina. Il Siccagno affina in botti di rovere francese da 600 litri di quarto passaggio, e parte in barrique di terzo passaggio, e si presenta di un color purpureo carico con intensi riflessi violacei. Al naso è cangiante nell'esprimere sentori di frutto maturo: lampone, ciliegia marasca, ribes, prugna che si fondono con sentori animali, di cuoio, poi un caleidoscopio di spezie ed erbe aromatiche che vanno da accenni di chiodi di garofano, al pepe bianco, all'origano fino alla noce moscata. La beva risulta appagante grazie al frutto che lo rende immediato, con l'acidità che pulisce il palato dopo la deglutizione e la lunga persistenza. Meraviglioso. I vini somigliano a chi li fa, e questo ha tutta la solarità, la fierezza e l'immediatezza della sua produttrice. Tosto, come Arianna, da abbinare a Janis Joplin.

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Brunellopoli, tra apparire ed essere

Oramai tutti gli appassionati ne avranno avuta notizia. Forse un po’ confusa, ma qualcosa ne sapranno. Non voglio entrare nel merito (quale merito?), per adesso si tratta di indiscrezioni (tra l’altro neanche smentite), di fughe di notizie uscite da un’indagine ancora in corso. Ho l’abitudine (che poco appartiene a noi italiani) di avere fiducia nella magistratura e quindi attendo quello che sarà poi il responso, ne prenderò atto tra qualche decennio (forse ne prenderanno atto i miei figli), ma qualche considerazione da fare c’è.
Riassunto delle puntate precedenti
La cosa è semplice semplice: pare siano state riscontrate irregolarità nei vini (e tra i vigneti) di alcune aziende, tra l’altro anche nomi importanti e storici, che avrebbero aggiunto vitigni non permessi dal disciplinare (che prevede l’utilizzo esclusivo in purezza del sangiovese grosso) nel proprio Brunello di Montalcino (merlot e cabernet). Questo è quanto.
Considerazioni

Innanzitutto registro lo sconforto e l’abbandono avvertito da “Don Chisciotte Ziliani”, il primo a svelare dell’affaire, ma mi permetto un’osservazione e un invito: un giornalista dovrebbe scrivere per amore della verità e per i suoi lettori (io tra i suoi tantissimi). Capisco le sue parole, ma lo invito a proseguire. Scritto questo, il punto credo stia tutto qui. Nella voglia diffusa che io avverto, tra giornalisti ed operatori del settore (figuriamoci i produttori), nel loro atteggiamento “pompieresco”, di voler minimizzare, se non addirittura tacitare, la notizia. Ora, ripeto, non entrerò nel merito, non spetta a me, ma ho alcune considerazioni da fare e delle domande da porre. Perché si fa un gran parlare di cambiamento di disciplinari, definiti troppo rigidi? (ieri notte sconsolato ho ascoltato le parole di Andrea Muccioli patron di San Patrignano che più o meno parlava di ciò, bah….). Semplice, signori miei, per vendere, nulla più. Per quanto ognuno di noi sia mosso da passione, sia un romantico idealista bevitore di vini, ciò che a tutti i produttori interessa, è vendere, e c’è chi pur di vendere se ne frega di disciplinari e quant’altro. Ma perché il Brunello non si vendeva comunque? Più o meno. Il primo mercato al mondo è quello Nord-americano, dove riviste come Wine-spectator e Wine-advocat (di quel fenomeno di Parker) hanno un’influenza da non sottovalutare. Mi chiedo, ma perché un americano dovrebbe dire a me (e figuriamoci ad un toscano) cosa è o cosa dovrebbe essere un Brunello di Montalcino? Beh, questo lo ignoro. I gusti cambiano, è storia, dirà qualcuno. Cosa su cui tra l’altro c’è poco da discutere, ma se il Brunello di Montalcino era buono così com’era, che c’entra con i gusti che cambiano? E poi di qual gusto parliamo? Vedete, al di là di ipotesi che forse non sono dimostrabili, e che cioè le due principali riviste americane e del mondo abbiano lo scopo di imporre un determinato gusto (che è palesemente ben diverso dal nostro) per avvantaggiare i vini del proprio paese, mi chiedo, ma se agli americani non piaceva il gusto del Brunello così com’era, e ci volevano più merlot o cabernet, non potevano accontentarsi dei supertuscan di cui abbondiamo? Ora, sono ben consapevole del fatto che il vino viene prodotto per essere venduto, e pur non condividendole, posso capire se un enologo o un produttore adduce motivazioni che riconducono a discorsi del genere. Ma ad un giornalista o un comunicatore del vino, del mercato che gli frega? Il mercato esiste in quanto tale con le sue regole, le sue leggi (e le sue distorsioni), un giornalista dovrebbe limitarsi a raccontare ciò che è, o sbaglio? Ciò che è, e che mi spaventa, è quel fenomeno che viene chiamato acculturazione. Ciò che mi spaventa è l’omologazione del gusto e del pensiero perché il mercato questo ha deciso (più che il mercato e le persone che lo compongono, io credo che ciò esista per i produttori biechi che vogliono fare cassa). Il mercato è sì, un’entità reale, ma allo stesso tempo è qualcosa di astratto, fatto di milioni di persone e di svariati gusti. I disciplinari (giusti o sbagliati) esistono per preservare la qualità di un prodotto, così come il suo sapore ed il suo gusto o no?

Ipotetico discorso con un produttore di Brunello di Montalicino
M: Mi scusi, ma al di là di tutto, ne faccio un discorso prettamente commerciale, ma a voi non conviene insistere nella diversità, su un qualcosa di unico e irripetibile come può essere il Brunello di Montalcino?
P: Si ma richiederebbe troppo tempo far capire ciò che è il Brunello di Montalcino, e poi non è detto che possa piacere a tutti, lì invece (Stati uniti d’america, n.d.i.), vogliono un certo tipo di vino.
M: Sì, d’accordo, ma sul lungo termine siete destinati a perdere, prenda un bel merlot australiano, quelli con i prezzi vi stracciano….
P: Si sbaglia, noi ci abbiamo il Brand.
M: Sarebbe?
P: Vuole mettere il nome altisonante di un principe o conte toscano, e poi quello del Brunello di Montalcino?
M: Svuotato di ogni significato però?
P: E che ci frega, vende benissimo.

La differenza tra apparire ed essere.

Ciò che mi spaventa è che un giorno i miei figli sapranno che i tali produttori avevano sì commesso un illecito, ma il reato è caduto in prescrizione, e berranno, ahimè, vini tutti uguali (un unico vino, quindi). Signori, questo è il mondo in cui viviamo, quello delle apparenze, dove forse un bel (per modo di dire) giorno, Brunello di Montalcino sarà solo un bel nome (o Brand) e nulla più. O sbaglio?
De Gregori, non a caso questa canzone, metafora del fallimento e della perdita dei sogni di un'intera generazione.

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Soave Castelcerino 2006, Visco e Filippi

Delle tante interpretazioni della Garganega di questa azienda a conduzione familiare, che imbottiglia ogni singolo cru (le cui origini pedologiche si differenziano andando dalle rocce basaltiche a quelle calcaree regalando prodotti interessanti e particolari) fino ad arrivare ad interpretazioni da vendemmia tardiva e passita, ho scelto questo loro prodotto base che in una buona enoteca pagherete tra i sette e gli otto euro. I vigneti di provenienza sono esposti a sud, sud-est, la maggior parte delle viti hanno un’età di oltre 45 anni e la natura del terreno è di origine vulcanica con i tipici sassi basaltici che affiorano. Il vino sosta per vari mesi sui lieviti di fermentazione, viene decantato senza filtrazione sgrossante, e si presenta allo sguardo vestito di un giallo paglierino brillante con interessanti nuances verdoline che ne rivelano la giovane età. Al naso è fragrante, franco, floreale e fruttato, fine nei suoi profumi semplici ma ben distinti. Al palato è contraddistinto da una vena minerale e sapida, e spinto da una fresca acidità che rende dissetante e appagante la beva. Chiude secco lasciando una persistente scia. Non a caso, Soave. Aspettando la primavera che agognamo, e sognando l’estate, Vivaldi.

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Nude 2004 (Aglianico d'Irpinia), Cantina Giardino

Solo tremila bottiglie per quest’espressione di aglianico d’Irpinia (da viti vecchie, alcune delle quali hanno più d’ottant’anni) dell’enologo Antonio di Gruttola (gli altri aglianico della cantina sono il Drogone e il Fole) fermentato con lieviti indigeni in contenitori di legno e acciaio, affinato prima in barrique (15 mesi), poi in acciaio e vetro, non chiarificato e né filtrato, che si presenta di un colore rubino-porpora ben carico. Al naso esprime – senza cadere nella banalità e “omologazione” delle sensazioni da lieviti indigeni – un ventaglio di profumi che va dai piccoli frutti rossi, alle spezie, alle sensazioni balsamiche, ai classici sentori derivanti dai piccoli legni che sì, sono bene integrati, ma non del tutto assorbiti dal vino che abbisogna ancora di un po’ di tempo per trovare l’equilibrio perfetto. Al palato la beva è appagante grazie alla bella mineralità e la nerboruta acidità: l’estratto è sicuramente importante, ma il vino non è di quelli "ipermarmellatosi" e stucchevoli, anzi. Il tannino è ancora leggermente astringente. Bel vino (ma anche gli altri, bianchi compresi) che nel tempo troverà la sua perfetta dimensione. I vini dell’azienda costano mediamente qualcosa in più rispetto ai concorrenti della denominazione, ma meritano. Tosti, da abbinare ai miei giovanili ascolti: Iron Maiden.

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Chambertin Grand Cru 2004, Rossignol-Trapet

Scrivere di determinati vini come questo può risultare difficile. A qualcuno potrebbe sembrare la semplice ostentazione di un assaggio da parte di chi scrive. Ma non posso certo esimermi dal raccontare con onestà ciò che ho bevuto e l’esperienza e l’emozioni che ne ho tratto, soprattutto quando istruttive e capaci di scaturire determinate osservazioni. Leviamoci subito il pensiero, qualora riusciste a trovare questa bottiglia in una buona enoteca la pagherete tra i 110 e i 130 euro. Detto questo, ne vale la pena? Discorso spinoso. Io, per quanto mi riguarda, posso dirvi che per catturare l’essenza di un pinot nero di Borgogna, per riuscire ad apprezzarne l’eleganza, le infinite sfumature, il carattere deciso ed allo stesso tempo il suo tono suadente, la nitidezza e la franchezza dei profumi al naso e degli aromi al palato, per godere del suo continuo evolvere e divenire negli ampi orizzonti che è capace di mostrarti anche in un’annata come questa (figuriamoci bersi un 2005), vi tocca sborsare certe cifre, puntare dritti su un grand cru come questo e su un produttore, sì conosciuto, ma in un certo senso ancora di nicchia come Rossignol-Trapet. Ho avuto la possibilità di partecipare ad una doppia sessione di assaggi di Pinot Nero provenienti dalla Borgogna di diverse denominazioni (Pommard, Volnay, Gevrey Chambertin, ecc ecc.), dove la bottiglia più economica viaggiava sui trenta euro, vini apprezzabili sì, ma quando si arrivava a questo non ce n’era per nessuno, e se piazzavi nuovamente il naso nei precedenti, sembravano rozzi, grezzi, zaffate di profumi buttati lì alla rinfusa come quando si apre un cassettone chiuso da vent’anni dimenticato in soffitta. Il colore era un rubino concentrato dai riflessi vividi e dalla trama suadente che faceva presagire un succosità che avrei ritrovato al palato. Al naso viaggiava tra toni floreali e di frutto di mora e lampone, toni affumicati del legno ben integrato, sensazioni balsamiche, erbe aromatiche, una precisa e netta vena minerale, il tutto affiorava e riaffiorava con franchezza e netta precisione. Al palato era caldo nel suo ingresso, delicato e suadente per procedere poi in progressione mostrando tutta l’eleganza e la femminilità, la grazia che un tal vino può offrire unendola allo stesso tempo ad un carattere deciso con l’acidità ben presente, ed i toni minerali che si erano avvertiti al naso che in perfetta corrispondenza ritrovavi al palato. Il tannino levigato ed elegante pur mostrandosi ancora non domo del tutto mi faceva presagire per questo vino una lunga vita innanzi. Borgogna e Pinot nero vuol dire esaltazione del terroir, vuol dire mille sfaccettature, vuol dire la bellezza dell’unicità. Dopo di ché non rimane che ascoltare Bach interpretato dagli Swingle Singers.

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Carica l'asino, Carussin

L’azienda di Bruna Ferro e Luigi è sicuramente specializzata nella produzione di Barbera d’Asti. La nascita di questo vino è peculiare, e se volete fortunosa: nel 2005 i due titolari acquistano una parcella di terreno in regione Valle Asinari, ove la precedente proprietaria, un’arzilla 83enne, aveva impiantato tempo addietro barbatelle di Carica L’asino. Con il saldo del 20% di Cortese questo vino si esprime su una mineralità di rara purezza, cristallina e sassosa, che al palato si sposerà con un’accentuata sapidità ed un’ottima acidità che renderà il sorso vibrante e dissetante. L’equilibrio complessivo è spiazzante, cosi come l’appagamento finale, nonostante ci si trovi innanzi ad un vino pronto e semplice, da consumarsi senza starci troppo su a pensare nel giro di pochi anni. Da abbinare alla semplicità e all’ironia di questa canzone di Fred Buscaglione. Stesso swing e stile.

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Antello delle Murge 2005, Cristiano Guttarolo

Molti conosceranno il primitivo di Manduria e più in generale quello salentino, questo invece proviene da Gioia del Colle e delle tre versioni che Cristiano Guttarolo, giovane salernitano, produce (acciaio, legno, anfora), è quello che affina in barrique. Il colore è purpureo (il vino non viene filtrato) e al naso sviluppa il suo incedere inizialmente su odori floreali, note di mineralità rocciosa, note animali, un legno ben integrato che appena appena si avverte con toni affumicati e di incenso. Al palato il sorso è pieno, mai stancante perchè qui non c'è frutto cotto o surmaturo, anzi, sentori di frutto si avvertiranno solo dopo un po' ed in massima parte per via retrolfattiva, l'acidità è ben presente ed il tannino elegante. Scende facile facile nonostante il grado alcolico si fermi a 14%. Godurioso ed elegante. Yael Naim.

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Non voto!

Da quando ne ho scoperto l’esistenza, leggendo la raccolta della rubrica Le Stanze, i dialoghi di Indro Montanelli con i suoi lettori sul Corriere della Sera, ho sentito di appartenervi senza alcun dubbio. Di far parte di quella schiera di Apoti (quelli che non la bevono) che Giuseppe Prezzolini, che coniò il termine, aveva pensato di riunire in una congregazione. Oramai da anni sono iscritto a quella società, e da anni ho deciso, di volta in volta, amministrative o politiche che fossero, di non dare il mio voto a nessuno. Non sempre. Qualche volta, turandomi il naso, sono riuscito a trovare, fosse anche l’ultimo secondo utile, una motivazione che mi spingesse sin dentro l’urna ad esercitare il mio diritto a farmi rappresentare dando la mia preferenza. Ogni volta, passati un po’ di anni, mi sono ritrovato con quella sensazione che tutti, anche in situazioni ben diverse, abbiamo provato: m’han fregato di nuovo. Stavolta, pare non mi riesca. Sono stanco, nauseato, stufo. Di noi italiani innanzitutto: incapaci di mostrare una seppur minima traccia di dignità, di spina dorsale, la totale mancanza della capacità di prendere coscienza di ciò che siamo (o che dovremmo essere). Oppure la mia è solo una vana illusione, e noi non siamo altro ciò che la classe dirigente che riusciamo a produrre e che ci (vi) rappresenta. Sono stufo della nostra tolleranza. Della tolleranza dei miei concittadini che vivono in uno stato di continua emergenza rifiuti che si protrae da quattordici anni, senza batter ciglio, senza esser riusciti a ribellarsi allo status quo, senza essersi resi conto della totale mancanza di dignità in cui ci si è trovati a vivere. Tolleranza che vedo ovunque. Sono stanco e stufo della promiscuità. Sono stanco e stufo che parole come merito in Italia siano praticamente cancellate dal vocabolario e private del loro significato. Sono stanco dei Baroni, del sistema (che esiste non solo nell’accezione che Roberto Saviano ha registrato e denunciato nel suo libro Gomorra), dei vari sistemi che fanno parte della nostro quotidiano e a cui dobbiamo volenti o nolenti scontrarci: sono stanco della parola compromesso. Sono stanco del continuo ricatto morale e pratico con cui dobbiamo avere a che fare giorno per giorno. Sono stanco di chi gestisce il potere al solo scopo di acuirlo. Sono stanco del nepotismo, dei portaborse e dei leccaculo. Sono stufo che il vocabolo Politica sia stato privato del suo significato più alto e nobile. Sono stanco di ascoltare parole come public relations o sistema, che tradotte significano tu dai una cosa a me, ed io una a te. Sono stanco dei “giornalisti” asserviti al potere, e degli editori (oggi poco più che palazzinari) che ricattano quei pochi e veri giornalisti che vi sono in circolazione. Sono stanco di chi vota il meno peggio e di chi vota contro sua emittenza o il pericolo bolscevico. Sono stufo di chi fa proclami, di chi si riempie la bocca solo di belle parole, dei paladini, degli eroi e dei rivoluzionari, sono stufo di pensare che nel nostro paese il ruolo di denuncia sia dato ad un comico. Sono stufo di assistere all’incapacità di incazzarsi e indignarsi. Sono stufo di pensare che ciascuno di noi non aspiri a qualcosa di più, a pretendere di più, da se stessi e da chi (chi?) ci deve rappresentare. Sono stufo (e parecchio intristito) di pensare che nonostante non abbia compiuto trent’anni debba scrivere di queste cose ed in questi termini. Non voto, e per chi pensa si tratti di una scelta passiva, rispondo: no, è volere di più, non volersi accontentare. È un inizio. Gaber.

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Campo Rombolo Montecucco 2005, Le Calle

Montecucco, What is this? Un piccolo borgo dell'entroterra grossetano, una zona ampia, prevalentemente collinare. Una zona da me poco conosciuta, e verso cui è nata un’istintiva curiosità dopo aver saggiato i prodotti di questa azienda, trovando in questa definizione del Pardini e nella sua cifra stilistica un vestito che calza a pennello: C'è una tendenza benemerita - in quei vini- all'equilibrio, uno sforzo continuo teso al riconoscimento varietale e territoriale, ad una cifra stilistica epurata da ostentazioni e forzature, fatta di chiaroscuri, freschezza, eleganza, terrosità, generosità, intuitiva appartenenza, da cui davvero sta spuntando fuori una impronta territoriale di elettiva purezza. Beh, c’è poco altro da aggiungere, parliamo del loro prodotto base, in una buona enoteca lo si trova a sette, otto euro al massimo, da uve sangiovese e un piccolo saldo del 10% di ciliegiolo. Non vi è da ricercare abissi o picchi di complessità, ma riconoscergli l’estrema schiettezza, la scorrevolezza della beva, la fierezza nell’ostentare il suo “sangiovesismo” fatto di sapori fruttati d’amarena e floreali di viola; la spinta acida ne facilità il sorso, il tannino è elegante, e il vino si eleva nella sua purezza espressiva e territoriale. Piccoli grandi vini (e zone) crescono. Grazie a Dio. Hedonism, Skunk Anansie.

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Terrazze Retiche Il Pettirosso 1997, Arturo Pelizzatti Perego (Ar.pe.pe.)

Ero stato invitato da Isabella Pelizzatti Perego alla degustazione verticale del Grumello riserva Buon Consiglio che si sarebbe tenuta l’ultimo giorno del Vinitaly, viaggio nel tempo guidato da Marco Gatti co-autore con Paolo Massobrio del neonato blog Bar-babietola. Purtroppo, avendo l’aereo di ritorno per Napoli (due ore di ritardo, a saperlo, sigh!!!!) ho dovuto declinare. Ma il minimo che potessi fare era andarla a trovare in fiera, innanzitutto per salutarla finalmente di persona, e poi per ringraziarla del pensiero. Venivo da Villa Boschi, dall’incontro coi i vignaioli “dissidenti” dei Vini Veri capeggiati da Baldo Cappellano e lo scontro con la fiera e il Vinitaly è stato sicuramente traumatico. Ressa, folle ondeggianti, stand con effetti speciali, castelli, glamour, pailette, Miss Italia, Miss Padania, mi stanco. I pochi vini che riesco a saggiare si cuociono sotto riflettori potenti (per la cronaca parlo di alcuni Barolo e qualche Vigna Rionda, sigh al quadrato!!!), si salvano giusto alcuni bianchi tenuti in frigo. Passo dal padiglione Campania per salutare qualche amico, vedo il mondo al contrario di Gae Aulenti insieme a Sandro Sangiorgi, ed entrambi pensiamo sia meglio glissare (o stendere un velo pietoso), poi finalmente a fine serata vado da Isabella. Ma che bella persona, timida e piena di entusiasmo allo stesso tempo, di una lucidità incredibile quando parla della cecità dei piccoli politicanti, di una tenerezza e dolcezza toccanti quando si commuove parlando del padre. È in compagnia di Amy, una ragazza americana che adora i suoi vini, in seguito ci raggiungeranno i due titolari dell’enoteca Uve e Forme di Roma. Parliamo e saggiamo i suoi vini e mi trovo innanzi questo. Il colore nel cuore è il ricordo di un rubino che tende al granato degradando mano a mano in un’unghia tersa e luminosa di riflessi aranciati. Al naso è caldo, sapido, teso e nervoso, il frutto ancora croccante si accompagna a sentori floreali, poi, sottobosco e spezie. Il tutto è sempre un sussurro, un’eleganza che ti accompagna anche al palato: petroso, sapido, di un'acidità che pulisce il palato e chiede inesorabilmente un altro sorso. Peccato, la bottiglia è finita. Che bel vino, che grande persona. Govinda (protettore della terra) dei Kula Shaker.

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Pian del Ciampolo 1995, Montevertine

Parliamo dell’etichetta “base” dell’azienda Montevertine (tanto per capirci: Le Pergole Torte) vecchia di tredici anni, e che costa intorno i dieci, dodici euro. Questo basterebbe per inginocchiarsi ringraziando iddio o far partire una ola. Al naso inizialmente pareva avesse un filo d’ossidazione, lasciandolo aprire nel bicchiere, ho capito invece che si trattava di una zaffata d’alcool che si ricomponeva per mostrami un bouquet complesso e variegato e di indescrivibile bellezza: frutto di ciliegia, fiori secchi, cuoio e pelle, una bella mineralità, erbe e spezie. Al palato mostrava una bevibilità che definirei compulsiva grazie ad un’acidità ben presente, un tannino elegante, ma leggermente amarognolo nella chiusura. Standing ovation. Kasabian.

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Pommard (Pinot nero) 2004, Domaine Fanny Sabre

Si tratta di una piacevole scoperta fatta durante la manifestazione Vini Veri (associazione di un manipolo di dissidenti vignaioli capeggiati da Baldo Cappellano) tenutasi a Villa Boschi a Verona. Appena incontrato e saggiato, sono corso giù al piano terra ove si trovava l’enoteca per comprarne qualche bottiglia. La sera stessa ne ho stappata una (2004, appunto) in compagnia dell’amico Tommaso Luongo delegato di Napoli dell’Associazione Italiana Sommelier ed una decina di suoi colleghi divertendomi ad osservarne le reazioni interdette e spaesate innanzi a questo vino sicuramente di non facile approccio. Il Domaine Sabre (Fanny è la giovane proprietaria), di recente formazione (anche su internet, cercando, ne ho trovato minime tracce), ha dimensioni ridotte: appena quattro ettari, lavorati senza prodotti di sintesi. Le vinificazioni avvengono in totale assenza di solforosa, con l’uso esclusivo di lieviti selvaggi, perseguendo l’obiettivo di realizzare vini che assecondino integralmente la natura. Il colore denso, (immagino non venga effettuata filtrazione, se non minima) è un rubino. Al naso subito pervade con intensi odori stallatici e animali, il famoso sentore di merde de poule (d’intensità tale da non provocare, almeno per il sottoscritto, alcun fastidio), che poi svanirà virando su evidenti ed intriganti odori minerali e ferrosi, di spezie quali il rabarbaro e la china che riportano la mente a liquori come il Fernet Branca o come osservato da Tommaso Luongo alla Ferrochina Bisleri. Aprendosi nel bicchiere evidenzia poi odori di frutto di lampone e ciliegia sotto spirito e sensazioni floreali in un equilibrio agrodolce. Al palato è corrente, tannino elegante e grande spinta acida. Il limite (piccolo piccolo) che sul lungo termine di una cena manchi di una certa dinamicità olfattiva, ma si tratta pur sempre di un generico Pommard AOC dal costo invitante (purtroppo in Italia non è distribuito, ma valeva la pena raccontarlo perchè come ho recentemente scritto, non bisogna far altro che cercare: di vini ed esperienze così, in giro, ce ne sono a bizzeffe). Lo abbino sicuramente ai 99 Posse, ricordando il ritornello ed alcune parole di questa loro canzone…. No tu non credere a chi / promette miracoli/ parla di money money/ soltanto money money… No no tu non credere a chi/ parla di marketing/ quando parla dei sogni e delle tue passioni…Non mi avrete mai/ come volete voi, no, non mi avrete mai/ come volete voi !!!

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Barolo Otin Fiorin - piè franco da uve neb(b)iolo di varietà michet - 2003, Teobaldo Cappellano

Baldo Cappellano è di quegli uomini che solo a guardarli capisci che hanno cose da dire che ad ascoltarle imparerai. Comunque. E neanche ci ho parlato. Uno sguardo tra la folla, un sorriso, nulla più. Un omone di due metri che se ne va girando con un Toscanello tra i denti con passo tranquillo, misurato, così come la sua voce e le indicazioni che dispensa con parsimonia agli altri con sorriso bonario, mentre il figlio, Augusto, è lì dietro il banchetto a mescere vino e parole. Sono di ritorno da Verona, da due giorni intensi di assaggi, tra Villa Boschi e i Vini Veri, Villa Favorita e Vinnatur, e ovviamente Vinitaly (un veloce passaggio), e il primo ricordo, il primo appunto veloce è per questo vino e questa persona che spero vivamente di rincontrare nel corso degli anni e della vita. Il suo Barolo da viti post-fillossera a piede franco impiantate una trentina d’anni fa nel mitico vigneto Gabutti si presenta di un rosso vivace che danza tra il rubino scarico ed evoluzioni granato. Al naso evidenzia intriganti sfumature roccioso-minerali, note di fiori e respiri balsamici, non appare per nulla stanco come mi aspettavo vista l’annata e lo dimostra soprattutto al palato, dove l’acidità è marcata (e di quelli che scendono che è un piacere accompagnando il pasto) e il tannino aggressivo, ma elegante. Riporto ciò che lui ha scritto sulla retroetichetta: “A chi di guide si interessa: nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Così fece, ma non solo, sul libro Italian Nobile Wines scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica. Non ho cambiato idea, interesso una fascia ristretta di amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l'anno, credo nella libera informazione, positiva o negativa essa sia. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca se stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d'esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre Natura, non è stato premiato.
E' un sogno? Permettetemelo”. Richard Wagner.

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Fiano di Avellino 2004, Ciro Picariello

Ultimo post prima della tre giorni che mi vedrà impegnato a Verona in etilici assaggi tra Vinitaly e, soprattutto, manifestazioni alternative nella speranza di potervi successivamente raccontare qualche piccolo grande vino scoperto. Il vino di oggi è un Fiano a cui sono particolarmente legato: scoperto da un amico (Fabio "Pippo Baudo" Cimmino) proprio in una passata edizione del Vinitaly, fui tra primi a poterlo bere e, di conseguenza, a farlo bere. Ciro e la moglie sono nel tempo diventati degli amici con cui spesso ci si incontra e si parla di vino (del loro e degli altri) con una schiettezza ed una genuinità che appartiene loro e si rispecchia nel loro Fiano. Due le vigne da cui provengono le uve: una sita a Summonte, l’altra a Montefredane, due zone altamente vocate per la produzione di Fiano (a Summonte ad esempio trovate Marsella, a Montefredane, Villa Diamante, Vadiaperti e Pietracupa). Quest’annata d’esordio vede però le uve provenire solo ed esclusivamente dal vigneto di Summonte. Il colore è un giallo oro brillante e luminoso, sicuramente invitante, subito si è spinti ad avvicinare il naso al calice che trasmette profumi di erbe aromatiche, zaffate minerali, sensazioni d’agrumi. Al palato è pieno, di corpo, una bella acidità ed un’ottima mineralità accompagnano il sorso in un equilibrio stupefacente visto l’alcool che viaggia a 14 %. Piccola perla. Badly Drawn Boy.

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Nero d'Avola 2004, Morgante

Credo sia meglio chiarirsi subito. Sono tra quelli che considera il vino qualcosa in più di una semplice bevanda edonistica. Ciò che cerco in un vino è innanzitutto personalità, qualcosa che mi racconti del vitigno, della terra ove è prodotto, privilegiando la sua naturalezza espressiva ed esecutiva (tipicità è termine spinoso). Ciò detto, poi, viene la piacevolezza. Questa premessa per due motivi: il primo è che personalmente non impazzisco per il Nero d’Avola. Il secondo è che di Nero d’Avola ne ho bevuti talmente tanti senza capirci un gran che del vitigno e di presunti caratteri varietali da attribuirgli (provate a saggiare quelli di Arianna Occhipinti, I Gulfi, che so Firriato e Donnafugata e vedete se riuscite a trovare un minimo comun denominatore). Aggiungo che il celebratissimo enologo di questa azienda (Cotarella) non è tra quelli che faccia vini per cui impazzisco, ma – perché per le persone oneste ed equilibrate di mente (più o meno) un ma c’è sempre – a questo vino che si presenta di un rosso rubino cupo luminoso, che a zaffate fa emergere profumi di frutti di ribes e mirtillo e leggere note di spezie, che al palato è ben calibrato nel tannino, nella componente acida e minerale, e che costa euro 6,50 cosa caspita dovrei chiedere di più? Visto le innumerevoli declinazioni del vitigno a cui facevo riferimento e visto il prezzo di questo vino non rimane che ballare sulle note dei Bee Gees in un Medley dal film Saturday Night Fever.

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Donnaluna Aglianico del Cilento 2007, Viticoltori De Conciliis

Bere un aglianico giovane e goderne pienamente risulta spesso impresa assai difficile. A meno che non vi spostiate nel Cilento. Le condizioni climatiche e la composizione dei terreni, ed ovviamente un buon manico, vi permettono, come in questo caso, soprattutto se pensiamo all’estate torrida che fu quella scorsa (e in questo vino l’alcool si ferma a soli 13%), di stappare con buona sicurezza vini giovani da questo vitigno rallegrandovi per quel che berrete. Bruno De Conciliis (ricordo tra gli altri produttori Maffini e Rotolo) ci regala questo vino di veste purpurea, concentrato, luminoso e dai riflessi rubini interessanti. Al naso a zaffate si fanno largo frutti di bosco, fragola e un profluvio di spezie (talune riconducibili ai legni d’affinamento). Al palato risulta compiuto, godibile nella sua componente acida che ci spinge al sorso ripetuto e nel tannino già risolto. In onore della passione jazzistica di Bruno, Thelonious Monk.

Errata corrige: L’addetto stampa dei Viticoltori De Conciliis (Adele Chiagano) mi comunica che il Donnaluna aglianico non vede legno in affinamento, ma bensì solo acciaio e susseguente vetro. Di conseguenza, le spezie che io avevo attribuito a ipotetici legni, sono corredo esclusivo dei vitigni impiegati (il vino vede un saldo del 10 % di Primitivo).

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