Ristorante Casal di Gioia, estro e qualità a Km 0

Tappa obbligata per chi approda in terra sannita è il ristorante Casal di Gioia, alle porte di Amorosi, piccolo centro in provincia di Benevento a pochi passi dal fiume Calore.
Ricavato da un vecchio casolare degli inizi del ‘900 il ristorante, aperto da maggio 2002, è gestito dalla famiglia Di Gioia: Carmine in sala e Giuseppe in cucina, coadiuvati dalla presenza instancabile della mamma e della giovane Elena Mancini dedita ai pani e ai dolci.
Giuseppe, lo chef, è una persona di grande esperienza, la sua umiltà va a cavallo con una grande passione e professionalità fatta di conoscenze e di esperienze maturate sul campo dalla tenera età di tredici anni quando lascia la famiglia per approdare in Nord Italia a Tarvisio. Da allora comincia per lui un excursus lavorativo che lo vede in giro per l’Italia, da Napoli ad Heinz Beck a Capri al ristorante dell’Hotel La Palma, prima di approdare nel suo territorio d’origine. La cucina di Casal di Gioia è una cucina prettamente territoriale, in stretto legame con i piatti della tradizione interpretati in chiave moderna: cotture sottovuoto e a bassa temperatura sostituiscono per alcuni piatti tecniche di cottura più tradizionali, mantenendo intatti i sapori e le proprietà organolettiche di materie prime già di altissima qualità.

Uno dei piatti che ci ha stupito,infatti, nella recente visita in occasione del secondo festival delle Piccole Vigne a Castelvenere, è stata proprio la trilogia di agnello: tre parti dello stesso agnello in due cotture diverse, alla griglia per la costina, e sottovuoto con cottura in forno per 18 ore a 60 gradi per il cosciotto e lo spallotto. La carne era tenerissima, frutto sicuramente di una materia prima pregevole (agnello proveniente da Santa Croce del Sannio) ma coadiuvata dalla scelta di cottura che ne ha mantenuto integre le sue caratteristiche originali. Giuseppe è un grande conoscitore del suo territorio, il suo punto di forza è proprio una costante ricerca che lo porta alla scoperta delle realtà che lo circondano: il suo tempo libero lo passa tra stalle e uliveti, per toccare con mano e scegliere il prodotto che più lo soddisfa. Ottimi i funghi che accompagnavano la costina di agnello, porcini arrivati al ristorante da Bocca della Selva appena una mezzoretta prima di essere serviti, a crudo solo con olio e sale, come le saporite patate di Cusano che accompagnavano invece il cosciotto. Interessante anche il primo piatto: ravioli con farcia di pomodoro guardiolo, una cultivar antica che ha le sembianze del pomodoro ciliegino, ma un po’ più quadrato. Sbollentato, scavato e leggermente addensato diventa una leggerissima farcia, che sostituisce ciò che solitamente rappresenta il condimento del raviolo, accompagnato invece da un delicato pesto di ortiche e scaglie di formaggio di Alta Mangiuria, affinato ad Alife nel Casertano.


Grande attenzione e cura nella scelta dei formaggi quindi per i quali c’è una vera e propria carta, ma anche per gli oli extravergine di oliva, questi davvero a chilometro zero e scelti in base alle cultivar e alle spremiture che più si adattano ai suoi piatti. Un bonus per i pani, rigorosamente con lievito madre, periodicamente rinfrescato. Chiusura d’eccellenza con i dolci, tra cui spiccavano un cremoso al cioccolato – cioccolato fondente al 75% e una piccola percentuale di cioccolato bianco con all’interno more appena colte che ne contrastavano l’amaro, su un biscotto di arachidi che lasciava in bocca una sottilissima scia di sapidità – e la tartellette ai fichi su una delicatissima crema di noci.
In sala troverete sempre ad accogliervi il fratello Carmine che si occupa personalmente della cantina e la mamma.
Il ristorante propone tre menù tutti a prezzi competitivi: il menù della tradizione con piatti rigorosamente locali a 23 €; il menù degustazione a 25€ e il menù alla carta sui 35 €.

Ristorante Casal di Gioia
Via Calore, 228 – Amorosi (BN)
0824 970416
Giorno di chiusura, Martedì
La Domenica aperto solo a cena su prenotazione

www.casaldigioia.it

Adele Chiagano

posted by Mauro Erro @ 13:28, ,


Ca’ Nova, Ghemme 2005

Durante le fasi finali degli assaggi della nuova Guida ai vini Slowine, mi sono imbattuto in questo vino rimanendone piacevolmente colpito. Delle varie zone dell’Alto Piemonte (Gattinara, Lessona, Bramaterra, Boca, Fara, Sizzano e Gattinara), tutte capaci di tirar fuori nebbiolo di grandissima piacevolezza, di eccelso livello estetico e qualitativo, la zona di Ghemme è forse quella meno “reclamizzata” negli ultimi anni, anche se, spesso, foriera per il consumatore di grosse sorprese estremamente piacevoli. Questo un esempio.
Prima di entrare nel merito di questo prodotto è giusto fare una premessa sul terroir che caratterizza l’Alto Piemonte e nello specifico il territorio di Ghemme che si differenzia sostanzialmente da quello di Langa manifestandosi poi, anche, nel calice.
Innanzitutto il clima, molto spesso più rigido nella fase finale della maturazione delle uve e con minore luminosità (qui si raccoglie mediamente più tardi rispetto a Barolo e Barbaresco) con una maggiore escursione termica tra giorno e notte e con la piovosità che supera sovente i 1000 mm l’anno. Le morene poi (Fara, Sizzano e Ghemme), così come il resto dell’Alto Piemonte, sono terreni acidi (a differenza della langa alcalina), talvolta al limite della coltivabilità.
Il risultato sono vini con un potenziale di acido malico maggiore, vini salati, minerali e soventemente meno alcolici e carnosi di quelli langaroli.
L’azienda Ca’ Nova è una nuova realtà nata nel 1996 grazie all’impegno di Giada Codecasa che abbandona a Milano la carriera di avvocato per dedicarsi completamente alla vigna. Seguiti in cantina da Dante Scaglione (avete presente i vini d Mr. Giacosa?), il Ghemme ha visto la luce per la prima volta nel 2003. Si tratta di una vigna ancor giovane (due ettari piantati nel 2000, ed altri 4 nel 2003) che sarà, però, secondo me capace di tirar fuori grandi vini. È questo ne è l’esempio.
Affinato in botti da 25 e 50 hl di rovere francese, questo Ghemme ha una naso ancor giovane e stratificato, terroso, con nuance balsamiche ad ampliare il quadro olfattivo donandogli leggiadria e dinamica. Il palato è serrato, succoso e teso, facile a bersi nonostante la ancor giovane età.
Ne sentiremo parlare.
Chiusura vecchia maniera con questo meraviglioso pezzo.

Ca’ Nova, Bogogno (No)
9 ettari vitati circa
Produzione Totale 60.000 bottiglie
Produzione Ghemme 6.500 Bottiglie circa
Prezzo in enoteca medio 23 euro
www.cascinacanova.it

Foto: Antonio Canova: Amore e Psiche

posted by Mauro Erro @ 11:51, ,


Wine Experience: il filo di Arianna

Se incontri anche solo per caso lo sguardo di una come Arianna Occhipinti prima ancora di sapere che cosa faccia nella vita ci scommetteresti che lo saprà far sicuramente bene. Uno sguardo acceso, carico di energia vitale, solare e mediterraneo con quegli occhioni bruni, profondi e vispi e, perchè no, quel pizzico di malizia che non guasta. Nel momento stesso in cui, a breve giro, viene a sapere che, di mestiere (e, soprattutto, per passione), fa il vino allora non puoi che immaginare che i suoi vini siano giusto appunto come lei. Sia ben chiaro, potrebbe non avere nulla a che fare con i vini naturali, biodinamici o veri che dir si voglia (e le perdoniamo, perfino, quelle arroganti triple AAA), ma è proprio quel suo sguardo che è già di per sè una garanzia. E quando scopri che i suoi vini a quel mondo e a quel modo di sentire appartengono non per diritto ma per scelta non ti fa meraviglia. E' la conferma che aspettavi. Poi ci parli ed ecco una ragazza, pardon una donna, con le idee assolutamente chiare, determinata ed autonoma, preparata ed indipendente, coraggiosa. E nonostante tanta fierezza, tipicamente siciliana, il suo sguardo non perde alcunchè di quella sua fragile dolcezza iniziale. I suoi vini rispecchiano la sua sensibilità. Il Frappato è leggiadro, vibrante, invitante quasi al punto da farsi bere con la cannuccia... Vabbè, adesso, non esageriamo... ma se d'estate non riuscite proprio a rinunciare a bere in rosso allora riponetene una bottiglia in frigo, pronta all'occorrenza, e tiratela fuori una mezz'oretta prima di sedervi a tavola. Così ho fatto io. Un frutto integro, polposo e maturo, succoso ed umorale attraverserà il vostro cavo orale lasciando una scia sapida e prodiga di freschezza. Siccagno, invece, è il suo nebbiolo d'Avola... Sì avete letto bene: nessun errore o refuso. Non che Arianna sia impazzita e le sia venuto in mente di piantare il nobile vitigno piemontese in terra sicula. Ma di certo quel che non può sfuggire all'assaggio è l'ispirazione dichiaratamente langarola. Il suo nero d'Avola nulla ha a che spartire con quelle scialbe interpretazioni -mimitazioni che hanno invaso ristoranti e wine bar di mezz'Italia, al bicchiere e non. Austero, ben stratificato, complesso ed intrigante, ricco di sfumature e nervosismo acido, quello di Arianna ingannerebbe anche il naso più esperto.
Se nella mitologia greca fu Dionisio (Bacco per i romani) a consolare l'Arianna abbandonata da Teseo con una meravigliosa corona d'oro forse che oggi sia arrivata un'altra Arianna decisa a ricompensarlo trasformando in un nettare davvero divino il frutto a lui più caro?!

Fabio Cimmino

posted by Mauro Erro @ 07:18, ,


Riflessioni sotto l'ombrellone: da Montalcino a Cirò, il paese degli italioti

Sarà che talvolta ricordo di avere i miei giovani 32 anni – già, un tempo a quell’età si era sposati, con un pargoletto ed un mutuo, oggi si è gggiovani o bamboccioni nella peggiore delle declinazioni – e la vena individualistica comune alla mia generazione mi pulsa alle parole associazioni, società o gruppi. Non vi dico quando sento pronunciare o leggo il termine Consorzi la mia pressione arteriosa a quale livello possa innalzarsi.
Si, Consorzi.
Complice il rilassamento agostano e le letture sprofondo nella malinconia dei ricordi.
Montalcino, Brunellopoli, L’Espresso. Ci si mette Soldera, il produttore di Montalcino, che rilascia un’intervista a Gian Luca Mazzella per il Fatto Quotidiano. Come non fosse bastata l’elezione di Ezio Rivella, fondatore e amministratore per 22 anni della Castello Banfi, tra le aziende indagate in riferimento allo scandalo Brunellopoli, a Presidente del Consorzio di Montalcino, il provocatore Gianfranco afferma che la critica in Italia è quasi del tutto inesistente.
Già Carlo Macchi, in un raro lampo di vero giornalismo nel nostro orizzonte, ci si era messo con una lunga intervista al Cavaliere, mostrando il machismo abbondante dei nostri tempi: l’assoluta mancanza di pudore, qualità appartenente sovente al gentil sesso e a cui noi maschietti dovremmo aspirare.
Il tutto rimbalza sulle pagine di Intravino.
Ripesco un mio vecchio pezzo, ottobre 2008, all’epoca dello scandalo. Pareva di vivere momenti decisivi, di svolta, erano i tempi dell’appello di Sangiorgi e Marco Arturi sull’identità del vino Italiano.
E come è andata a finire a due anni e più dallo scandalo, mi chiedo.

Nulla, larga parte degli operatori conosce poche informazioni, spesso frammentarie e contrastanti. I consumatori neanche a parlarne. Vino sequestrato in teoria e venduto in alcuni supermercati nella pratica, vino non più sequestrato, vigne dove non ci devono essere, uve dove non dovrebbero essere, nessun rinviato a giudizio, nessuna prova, si sa, ma non si dice o non si sa o si sa male.
Produttori sfuggenti.
Nel frattempo in cui la stampa specializzata italiana in un gioco di raro equilibrismo, tenendo conto dei numerosi interessi in gioco e certo non aiutata dalla sua debolezza economica – nessuno se ne abbia a male, è una semplice questione di numeri: copie e lettori; non rimane che aggrapparci alle speranzose parole per adesso – ponderava soluzioni, proponeva aggiustamenti cercando di non scontentare nessuno: brunello superiore, brunello da sole uve sangiovese, controetichetta, collare o almanacco delle vigne di Montalcino in allegato alle bottiglie, i produttori di Montalcino – memori della congiura dei Pazzi – si mettevano d’accordo.
Sottotraccia.
L’unico che tentava di tenerci aggiornati era Franco Ziliani, ma le sue missive, purtroppo, apparivano mano a mano che il tempo passava litanie che accompagnavano il morto.
Il massimo che abbiamo saputo fare dalla copertina Velenitaly dell’Espresso e lo scandalo Brunellopoli è la formulazione di un paradosso di Epimenide: l’Oscar del Vino premio speciale – trasmesso sulla tv di stato – alla Castello Banfi.
Ed alla fine Ezio Rivella diventa presidente del consorzio e ci dice che l’80% dei vini di Montalcino non era (non è?) fatta da sole uve sangiovese come vuole il disciplinare.
Ecco, penso, ciò che ha saputo fare una giovane critica inconsapevolmente complice che aderisce all’assioma dell’ultimo libro del mio concittadino regista Paolo Sorrentino: hanno tutti ragione.
No, non hanno tutti ragione.
E Rivella non c’entra quasi nulla, adesso. Basterebbe pensare alle parole scritte da Jeremy Parzen per capire che Rivella è sempre stato più americano che italiano. Sornione, spavaldo, con il petto in fuori tossisce le sue convinzioni con sorriso beffardo, sbeffeggiando, talvolta paternamente, colleghi e giornalisti. Gli basterebbe un cappello da cowboy e gli stivali a punta per somigliare ad un George W. Bush qualsiasi.
Fa quasi sorridere suscitando impensabili simpatie nella sua schiettezza Rivella l’ammerricano.
Quello che c’è da chiedersi è dove sono i produttori che sdegnati gridavano al sangiovese in purezza tout court. I duri e puri.
Quelli che, nella lingua italiana, si definiscono anch’essi complici di questo stato di cose.
Silenzio assoluto, ovviamente.

Da qui a Cirò, il passo è breve visto che lì si “discute” del cambio di disciplinare in questi tempi ed io vorrei sapere come andrà a finire, che so, da qui ad un paio d’anni. Ah certo, parliamo di una zona ai più sconosciuta, economicamente depressa anche se la coltivazione della vite è forma di sostentamento di numerose famiglie e manca loro, ovviamente, l’appeal di una zona come Montalcino. Ma c’è un aspetto sottovalutato di cui bisogna interessarsi lasciando ad altri i titoli ad effetto, i finti scoop e gli aspetti giudiziali a chi deve occuparsene: la dispersione di sapere, di cultura, la rinuncia alla preservazione ed allo sfruttamento di un patrimonio inestimabile fatto di vitigni ancora sconosciuti o vecchie piante di gaglioppo a favore di merlot, cabernet sauvignon, inzolia o sylvaner (sì, non avete letto male, sylvaner) e chardonnay inseguendo non si sa quale vecchia moda.
Quindi niente gaglioppo in purezza, che in alcune vette espressive fa mirabilie – d’altronde basterebbe ricordarsi le quintalate d’uva che negli anni ’60 (o le cisterne di vino poi) partivano per il nord destinate a rinomate zone –, per aggiungervi un 20% di vitigni altri. Ultimi rumors vedrebbero gli incriminati merlot e cabernet sauvignon relegati ad un solo 10%, mentre godono di maggiore considerazione montepulciano, barbera ed altri sino al 20.
Perché?
E soprattutto chi vuole questo cambiamento?
Le grandi aziende?
Non si capisce. Si rincorrono voci, sussurri, talvolta contrastanti: “gli Ippolito sarebbero divisi”, “i Senatore a favore”.
E Iuzzolini? I Malena? La San Francesco dei Montresor? Librandi che fa? Ah, già, Librandi è fuori dal Consorzio. Librandi ha dalla sua il brand.
Sì, ma perché?
Altre voci: “dopo i vari scandali e scandaletti si cerca di mettere la copertina. Qui cabernet e merlot non è certo da oggi che ci sono nei vigneti. E in passato nei vini…”.
Pare che tra i promotori del cambio del disciplinare ci sia Gaetano Cianciaruso, presidente del consorzio nonché a capo di Enotria, la cooperativa che raggruppa tanti agricoltori associati e 150 ettari di vigna per un milione di bottiglie prodotte.
Pare.
Frasi sospese.
O silenzio con l’unica lodevole eccezione di Francesco De Franco che dall’alto delle sue due vendemmie e delle diecimila bottiglie di vino prodotte, coinvolgendo altri piccoli produttori, tenta di destare in noi un minimo d’attenzione al problema.
Già, perché alla fine questo non è un pezzo di cronaca, perché i fatti mancano.
Come sempre.
Queste sono solo divagazioni.
Ed è questo il punto, la mancanza di trasparenza.
Eppure, non parliamo di decidere l’esito di un condannato a morte, né tantomeno discutiamo di una condanna all’ergastolo, ma del cambiamento di un disciplinare vitivinicolo di denominazione. Ognuno potrebbe esporre le proprie idee in pubblico e cercare di far valere le proprie ragioni.
So che i calabresi ci tengono in particolar modo a mostrare un aspetto della loro indole, l’accanimento a perseguire il silenzio, a nascondersi, a far sì che ci si dimentichi di loro; che la Calabria sia un buco nero su una cartina geografica, ma è in Italia che qualsiasi cosa deve essere strisciante, un complotto anche quando non ve n’è motivo.
Aumma aumma e un occhiolino a suggello dell’accordo.
Machiavellici ad oltranza.

E ricordarsi del consumatore?

P.S. Mi sarebbe piaciuto concludere queste riflessioni scrivendo in attesa di una cortese smentita. Dovrò contentarmi – eufemismo per ne sarei lietissimo – che i vari operatori citati, i produttori in particolar modo, intervenissero per chiarirci un po’ le idee.

posted by Mauro Erro @ 14:35, ,


Venerdì 27 Agosto, le Piccole vigne a Castelvenere


Ci siamo, questo il piccolo trailer che presenta i protagonisti del Festival delle Piccole Vigne che sarà ospitato nuovamente alla Festa del vino di Castelvenere giunta alla sua trentatreesima edizione, venerdì prossimo 27 agosto.
Molti sono stati protagonisti con i loro vini in quest'ultimo anno, coccolati e apprezzati dalla critica, altri, sono sicuro, lo diverranno.
Con il patrocinio di Luciano Pignataro wine blog, Slowine Campania e grazie alla Provinicia di Benevento, il Comune di Castelvenere e la sua Pro Loco, quest'anno il programma sarà dettagliato.

Alle 18 s'inizia con il Palio della Barbera contadina, degustando con il gruppo Slowine di Campania, Basilicata e Calabria: chi si prenoterà (Pasquale Carlo 3297333423) potrà scoprire i segreti di questo vitigno ancora semisconosciuto che, nonostante l'omonimia, nulla ha a che vedere con il vitigno Barbera così come lo si conosce. Un vitigno semiaromatico, questo, che merita davvero ulteriori approfondimenti.
Alle 20 si aprono i banchi d'assaggio; questi i produttori: Ciro Picariello e Luigi Sarno di Cantina del Barone con i loro Fiano di Avellino, Luigi Tecce e il suo Taurasi, i Greco (e non solo) di Cantina Bambinuto e Cantina dei Monaci, Giovanni Ascione e il suo Pallagrello nero al debutto, il primitivo di Gioia del Colle di Pasquale Petrera, quello casertano di Antonio Papa. Ed ancora i vini cilentani di Tenuta del Fasanella, quelli Flegrei di Contrada Salandra e La Sibilla, il Cirò di Francesco De Franco e il Faro messinese di Giovanni Scarfone alias Bonavita. E dulcis in fundo, Salvatore Magnoni, già protagonista su queste pagine con il suo "the bottle", che presenterà la nuova annata del suo aglianico.

E sarà proprio Salvatore Magnoni il protagonista della novità di quest'anno.
Sì, dalle 23, fin quando si vuole, si apre il Piccole Vigne Music Fest con Salvatore alla consolle per ballare e stare insieme.

Bene, non mi rimane altro che dirvi: vi aspetto.

posted by Mauro Erro @ 10:00, ,


Se n'è andata Lidia Alciati

Quando il rientro delle vacanze si fa più duro del solito, ho pensato apprendendo la notizia dal blog di Marco Bolasco.

Degli agnolotti del plin di Lidia Alciati avevo accennato al rientro da Pollenzo (qui), dove ero stato, tra l’altro, da Guido, il ristorante dove Piero, suo figlio, me li aveva serviti al ragù, facendomi anche assaggiare quelli al tovagliolo: non conditi, ma semplicemente serviti nel piatto e custoditi in un tovagliolo. Come fossero caramelle.

Caramelle pregiate che raccontavano una storia, una tradizione, una famiglia e un luogo: un certo Piemonte Langarolo e Monferrino.Non ho mai conosciuto Lidia Alciati. Non ne ho avuto modo.Ed è uno dei rimpianti che mi porterò dietro.

foto (Consorzio Costigliole)

posted by Mauro Erro @ 10:04, ,


L'arte della pizza e/o dell'imbruoglio (fate Voi!).

Con questo post di Fabio Cimmino vi auguriamo un buon ferragosto, sperando che non vi capitino avventure "turistiche" del genere. Noi ci godiamo una settimana di meritata vacanza e di mare. Torneremo presto, voi, nel frattempo preparatevi per l'appuntamento del 27 agosto a Castelvenere con le piccole vigne. (M.E.)

Ore 19.30 circa, Vomero basso al quadrato (oltre a trovarsi nella parte basse del Vomero la pizzeria in questione è altresì collocata in quello che a Napoli viene chiamato comunemente "basso").
Mia Moglie: " E' troppo presto per mangiare una pizza?"
Cameriere: "No, assolutamente, potete pure accomodarVi".
Ci accomodiamo.
Dopo qualche minuto il Cameriere ci raggiunge al tavolo...
Cameriere:"Visto che il forno non è ancora pronto... (?!) Vi posso portare qualche antipasto ?"
Mia Moglie (visibilmente sorpresa e contrariata) mi guarda. Io per quieto vivere acconsento. Alla fine, per la cronaca, ci ritroveremo nel conto 26 €uro di antipasti per una fritturina all'italiana, 4 bruschette, un fritturina di gamberetti ed una di seppioline.
Nel frattempo che ci servono gli antipasti vediamo allontanarsi una persona con 2 fumanti pizze da asporto...
Taciamo, del resto siamo usciti per trascorrere una serena serata in famiglia (o almeno quella era l'intenzione).
Arrivano le pizze. Discrete.
Chiediamo il conto.
Arriva come al solito un fogliettino di carta volante. Chiedo la ricevuta...
Conto di 61 €uro. Ho dato 70 ma mi arriva il resto solo di 5.
Mi accorgo di aver dato più soldi del dovuto, lo faccio notare. Ma alla cassa devono essersi già accorti del mio errore solo che fanno finta di nulla.
Chiedo, comunque, gli altri 5 che avanzano.
Camiere: "Hanno fatto il conto paro!"
Mia moglie: "Il conto paro per chi ? Per Voi?"
Il Cameriere sembra non capire, torna confuso alla cassa e mi porta gli altri 5 €uro.
Lascio altrettanti di mancia.
Mi allontano verso l'uscita giochicchiando con mia figlia mentre sullo sfondo continuo a sentire la voce, incalzante, del cameriere: "Tutto bene Signora, tutto a posto Signora,.."

Napoli, punto e indietro!

Fabio Cimmino

posted by Mauro Erro @ 08:14, ,


Pausa caffè: Contrasti

La gente ha bisogno di cose facili.
Dolci e melliflue.
Molli, semplici, facilmente capibili.
Dei contrasti ha paura.
Pensa Napoli.
O Caravaggio.
O la Calabria.
Le ‘ndrine e il mare.
Però in Calabria non c’è solo il mare, ma meravigliose montagne e vallate, gole e dirupi. In Calabria le vacche fanno la transumanza e i formaggi stagionati sono buonissimi.
La Sila e l’Orsomarso, il Pollino e l’Aspromonte.
Ed è bellisima la Calabria.
E il Moscato di Saracena la descrive, nei toni bruschi e ossidati, severi, terrosi e metallici. Nella lussuria della dolcezza, nel bagliore mediterraneo di frutta secca e datteri, miele ed erbe aromatiche. Nella lunghezza aromatica di questo calice, ancor denso al palato nel suo incedere e acido, quanto basta, per pulire il palato e dimenticare la stupidità.
Nostra.

Biagio Diana
Moscato Passito di Saracena 2007
cl. 0,50 - € 25


in foto: Moscato passito di Saracena degli anni '80

posted by Mauro Erro @ 08:21, ,


The Bottle: Zappa reloaded - Jazzland -


Si racconta di un contadino che quando conquistò il posto fisso come bidello prese la zappa la buttò in un fosso e ci sparò un paio di colpi sopra con la doppietta.
Zappare è terribile. E c’è chi l’ha fatto per una vita intera, non per scelta.
Zappare è terribile.
Quando la terra, pietre e argilla piena d’acqua raccolta nell’inverno e infornata al sole ai primi caldi di maggio e giugno, diventa dura come cemento, impenetrabile…sei sette ore sotto il sole… Ti sembra di spaccarti a metà, ad un tratto non hai più nulla dentro, nemmeno un briciolo di forza, nemmeno l’ultimo fiato. Sembra impossibile arrivare alla fine del filare, lassù in cima. Ogni metro è una conquista, e spesso ti volti indietro per vedere il lavoro fatto. Ogni tanto ti guardi intorno cercando l’uomo con la frusta o la carabina puntata, perché è proprio come un lavoro forzato….
e ti chiedi chi te lo fa fare.
Ti senti come uno schiavo al servizio della terra, terra che ti ha rapito e non ti molla più.
E sudi, sudista insudiciato, sudi come se ti sciogliessi, capisci di essere acqua che affiora sull’epidermide e scivola giù e torna alla terra come tributo.
Meccanizzare tutto nella mia vigna non è possibile, neanche lo vorrei.
Le asperità della collina le ho rispettate, non ho eliminato tutte le pietre, ossatura della terra.
Non sarà mai tutto dritto e liscio e uguale per una macchina che possa zappare il filare al posto mio e di Pinuccio. E le viti giovani vanno zappate, anche due tre volte l’anno.
I creaturi fanno buttare il sangue.
Il bello è che poi li vedi crescere, cerchi di difenderli da tutto il resto. E alla fine la vigna sembra una grande opera di land art, composta da migliaia di esseri viventi in continua mutazione. Questo ti ridà la forza che sembrava svanita, rimette a posto la schiena spezzata: tu e la terra, e quello che è stato fatto si vede a distanza.
Ad agosto i filari sono di un verde brillante, come ramarri. Si respira un tempo sospeso, come se si aspettasse solo il concerto dopo le ultime prove. Sotto le foglie, l’uva comincia a colorarsi, come se un inchiostro stesse scrivendo sugli acini la partitura di una vendemmia. Il crescente lavoro cominciato in autunno, rafforzato in inverno, esploso in primavera, adesso vive la pausa prima dello spettacolo finale.
E il blues della fatica diventa il jazz della contemplazione. Di una bellezza struggente e appagante. I grappoli sono note disegnate sul pentagramma dei filari, e la brezza è il fiato che fa vibrare un’ancia di contralto.


Colonna sonora e credits:
John Coltrane: My favourite things
Bud Powell: Blue pearl
Bill Evans: Beautiful love

foto: Vigna Località Cigno, Rutino (Sa) - Azienda Agricola Salvatore Magnoni

Salvatore Magnoni

posted by Mauro Erro @ 14:36, ,


Good Luck & Good Night: Outra Caiprinha

Sono stanco. L’anno è finito, pure bene tutto sommato, ma sono stanco.
Sì! Sono uno di quelli per cui l’anno è quello scolastico, che si indica con la doppia annata, che si entra sempre alla seconda ora, che vorrebbe a vita le ferie da Giugno a Settembre, che la pausa caffè si chiama intervallo.
E non sono uno invece cha fa pubblici bilanci o proclami di belle speranze. Non sono un tipo da Quirinale e da discorso di fine anno: non so neanche se il prossimo sarò qui o na beira do mar, di un mare lontano, dove la sabbia sembra zafferano e l’aria profuma di sandalo e salmastro.
Ora è tempo di rilassarsi, mettere in ordine i pensieri e bere una (o più, ma bevete responsabilmente) caipirinha.
Ci si risente un giorno, sempre on-air.
Good night ma soprattutto Good Luck.
Sigla.

Caipirinha
6 cl di Cachaça
mezzo lime tagliato a cubetti
zucchero di canna lavorato bianco
ghiaccio tritato



Roberto Erro

posted by Mauro Erro @ 16:14, ,


Pausa Caffè: Lungo e macchiato

Un caffè lungo.
Adesso che manco da un po’.
Non che siano mancate le pause caffè, figurarsi, sono partenopeo e cafettiero, ma non ci siamo rilassati, fermati un solo secondo.
Prima siamo andati a Bra e Pollenzo, in Piemonte, dove in una giovane redazione abbiamo passato una settimana di lavoro intensa, cogliendo però l’entusiasmo di un gruppo di ragazzi presi dal nuovo progetto della guida ai vini di Slow Food.
Qualche anticipazione?

Potessi.
Ho trovato tanti Barolo 2006 succosi e leggiadri e ricordato che il Piemonte può davvero essere terra di meravigliosi bianchi.
Che un buon Grignolino è l’ideale per accompagnare il pasto.
Che qualche Amarone può anche piacermi.
Ops.
Che ci sono regioni tutte da scoprire e regioni da valorizzare di più.
Che la Campania è terra di grandi bianchi.
Ed il Vulture di favolosi aglianico.
Che di vigneron matti ce n’è tanti.
Per fortuna.

Che gli Agnolotti del Plin di Lidia Alciati, la mamma di Piero dovrebbero diventare patrimonio dell’Unesco.
Che i micro birrifici italiani stanno producendo cose estremamente interessanti.
Ma soprattutto buone.
Che è piacevole lavorare con persone giovani e competenti, che ti da entusiasmo e ti fa credere in ciò che fai.

Ed è lo stesso entusiasmo che ho trovato a Melfi, tra Sara Carbone e gli altri produttori vulturini che accoglievano i twitterini dell’aglianico: una 40ina di blogger riunitisi per tre giorni in Basilicata alla scoperta di terre, persone, vino e cibo meravigliosi.
Mi ha fatto piacere tramutare una conoscenza virtuale in pacche e abbracci.
E vedere questa grande curiosità negli occhi delle persone.
E mangiare il pane di Matera e i peperoni cruschi.
Adesso si va a Saracena, in Calabria, tra i moscatari.
Ci sentiamo presto.

Giuseppe Rinaldi
Barolo Brunate – Le Coste 2006
€ 40 .ca

foto 1: Davide Panzieri e Fabio Pracchia
foto 2: Dario Ferro e Giancarlo Gariglio
foto 3: Fabio Giavedoni; Fabio Pracchia e Jonathan Gebser
foto 4: di Adele Chiagano, i twitterini dell'aglianico nella cantina Carbone a Melfi


posted by Mauro Erro @ 13:53, ,


Wine experience: Vintage

Dicono che il mio Blackberry è Vintage. In realtà non ricordo neanche come sia iniziata questa storia del mio "blackberry vintage". Ero in una fiera tessile, in trasferta in Tunisia, quando un visitatore-potenziale cliente al mio stand mi ha fatto notare che era forse giunto il momento di cambiare il mio blackberry con un modello più aggiornato. Io quasi come per istinto gli ho risposto che non ci pensavo neanche per sogno, mi ci ero affezionato, lo consideravo "vintage". Un pezzo raro quasi come da collezione. Stessa cosa un mese dopo, circa, quando una coppia di ragazzi cinesi, miei fornitori, mi chiedevano da dove fosse uscito quel modello così strano, non l'avevano mai visto. Sembrava non dispiacergli, la mia risposta è stata, ancora una volta istintiva, la stessa "è un modello Vintage!".
Non so se la storia dei "vintage" di Mastroberardino sia nata così, un po' per caso, un po' per una trovata commerciale o quanto realmente figlia di un progetto voluto e studiato. Certo è che il 2002 non è stata un'annata memorabile (anche se molti vini, soprattutto bianchi, da me assaggiati continuano ad assicurare inaspettate soddisfazioni). Certo è che nel frattempo è cambiato anche l'enologo. Certo è che già il Fiano di Avellino mi era piaciuto molto sia alla sua uscita che nella riproposizione attuale "vintage". Il Greco appena qualcosina in meno ma lo stesso l'ho bevuto con grande piacevolezza. Evoluto con garbo, giust'appena varcato il confine dell'apice della sua curva degustativa, tirando fuori tutto il suo corredo varietale una volta sfumato e smagrito il frutto esuberante dell'esordio. L'alcol fermo a soli 12% con un'acidità viperina di contorno. Secco ed asciutto quel che serve ad accompagnare una sana mozzarella di Bufala Campana, possibilmente cilentana, per bypassare calura ed inappetenze estive.

Fabio Cimmino

posted by Mauro Erro @ 08:31, ,






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