Diario degli errori: questioni di merito


Tempo fa ascoltai Francesco Palmieri affermare che Malacqua, l’unico romanzo di Nicola Pugliese uscito per i Coralli di Einaudi nel ‘77 e recentemente rieditato da Tullio Pironti, non è un libro da poter consigliare a tutti, perché non tutti lo meritano. 
Dopo l’istintiva e pavloviana reazione di perplessità, perché davvero vorrei che in molti leggessero Malacqua, ho dovuto dargli ragione. Non tutti sono in grado di capirlo. 
Anzi, a dirla tutta, passando dall’universo dei libri a quello dei vini, non di rado mi capita di pensare le stesse cose: ossia che non tutti meritano, perché non lo capiscono, quel vino o quell’altro. 
So di non essere il solo a pensarlo. Anzi so bene che, se molti hanno un amico che ne capisce, molti conoscono qualcuno, amico, conoscente o parente, che non ne capisce abbastanza e che quindi non merita. Basta recarsi in una qualsiasi enoteca durante le feste comandate per incontrarli. Siate sicuri che prima o poi ascolterete un cliente che rivolgendosi al commesso dirà: no, costa troppo, ne devo prendere almeno 4 bottiglie, vengono da me quest’anno – sospiro di rassegnazione – e considera che mio cognato e mio suocero non ci capiscono niente
Il cognato e il suocero non se lo meritano. 
A dire il vero, sentirete tanti altri clienti che diranno: devo comprare del vino – è pur sempre una festa comandata – ma io non ci capisco niente*. L’espressione sottende, tra le altre cose, che durante il resto dell’anno, a meno di occasioni speciali, costoro o non bevono vino o ne bevono di qualità inferiore, tanto non ci capiscono nulla. E quindi non se lo meritano. 
Alla fine, al di là dell’immediata piacevolezza che da il vino e del politicamente corretto che c’impone di difendere a spada tratta l’anarchia del gusto e la sua relatività, "fa brutto" dirlo ma tutti ne siamo coscienti: è questione di merito
E molto spesso non lo meritiamo. 

* tra gli altri sentirete anche alcuni clienti che al contrario, prima di comprare il vino, diranno di capirne molto. Loro se lo meritano. O almeno (se) lo credono.

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Falanghina Santacroce 1990, Mustilli e la verticale storica

Leonardo Mustilli (foto tratta dal sito)

Leonardo Mustilli, Mr. Falanghina. 
Immagino abbia detto più o meno così l’accompagnatrice del gruppo di tedeschi che ho incrociato andando via dalla cantina, dovendo ad un certo punto presentare l’ingegnere. Li avevo visti a tavola mezz’ora prima qualche metro più in là, a piazza Trento, Palazzo Rainone a Sant’Agata dei Goti, dove i Mustilli hanno l’agriturismo. Lady Marilì – la first lady – sfornava piatti, e gli attempati tedeschi, sistemati in due ampi tavoli rotondi al centro del settecentesco salone nobile, tra ceramiche, specchi e lampadari pendenti, erano tutti brindisi declamati all’in piedi, calici di Falanghina alla mano, risate, traduzioni, fraintendimenti, ancora risate, come sono grandi i ravioli, come sono buoni i ravioli, di nuovo brindisi, e giù un altro sorso di Falanghina. 
Li guardavo divertito, mentre al mio tavolo Paola e Anna Chiara, le altre due lady che si occupano dell’azienda vitivinicola, figlie dell’ingegnere, divagavano con gli ospiti di arte contemporanea. 

Le bottiglie della degustazione

La prima Falanghina che sia stata mai imbottigliata e commercializzata è davanti a me. Anno 1979. Ne furono prodotte 3.000 bottiglie. In etichetta reca l’indicazione geografica (tipica) Santacroce. Azienda Mustilli. La doc Sant’Agata dei Goti arriverà nel ’93. Già alla sua seconda annata, la 1980, la produzione salirà a 10.000 bottiglie. Vuol dire che l’ingegnere, classe ’29, che la falanghina l’aveva immaginata vino, ci credeva. È quel che penso mentre la servono a me e agli altri invitati alla verticale storica: 37 anni percorsi attraverso due degustazioni, una di greco, il primo ad essere vinificato e imbottigliato a partire dal 1976, e un’altra di falanghina. Tralasciando i riferimenti storici più datati, rimanendo al contemporaneo, fino agli anni ’60 della falanghina non c’è traccia nei sacri testi. Appena citata come uva – e non come vino – il biotipo flegreo. Fino alla metà dei settanta, i bianchi sanniti sono a base di trebbiano, greco o grieco, e coda di volpe. Sarà dalla seconda metà di quegli anni che nella provincia Sannita si inizieranno a valutare i vitigni locali, tra questi la falanghina di Bonea, e sperimentarli in alcune aziende tra cui quella di Leonardo Mustilli. Dopo gli incoraggianti assaggi avvenuti nel ’77, ad opera di una commissione di enotecnici che valuta la Falanghina come “un vino caratteristico e di sicuro interesse sia per vinificazioni in assoluto, sia per i tagli”, l’ingegnere decide di produrla e imbottigliarla. Con un’accortezza: pianta sia il biotipo sannita, la falanghina di Bonea, più strutturata e acida, sia il biotipo flegreo. Ed il suo vino è prodotto al 50% da entrambi i biotipi. 

Verticale storica: i calici e i colori

1979, 1980, 1986, 1988, 1990, 1996, 2002*. Queste le annate degustate durante la verticale storica a cui sono stato invitato dalla famiglia Mustilli, che ringrazio per questa occasione. Unica, non rara. E devo tenerne conto. Non ho alcun termine di paragone per vini da falanghina così vecchi. Non potrei averne; e non ho alcuna idea di come possa comportarsi il biotipo flegreo in terra sannita. L’unica interpretazione di cui dispongo, il punto di vista dei Mustilli, si distribuisce in sette calici e 22 anni di storia aziendale. Pratiche e obiettivi, tanto in vigna quanto in cantina, sono cambiate e si sono aggiornate nel tempo, come è normale che sia. In considerazione di ciò, sarei portato a separare rispetto al profilo organolettico i vini dal ’79 al ’88 dagli ultimi due, 1996 e 2002. La ’90, un vino assoluto, a sé. I primi quattro, nel profilo olfattivo, quanto a integrità, non hanno alcuna nota ossidativa. E questa già è una notizia. Nonostante il successo commerciale la Falanghina nell’immaginario collettivo è ritenuto un vino da consumarsi giovane. E al di là dell’immaginario non si ha spesso l’occasione di berne così invecchiate. La più vecchia che avrò bevuto io avrà di poco superato il decennio, senza che l’invecchiamento abbia aggiunto granché a dire il vero. Il profilo olfattivo si muove seguendo due direttrici, da un lato le sensazioni cerealicole, dall’altro quelle più vegetali, balsamiche e resinose: che s’intrecciano tra loro fino a toni più maturi di caramella all’orzo e miele (di castagno; 1979). Dei primi quattro vini, solo ’80 e ’88, sulla carta l’annata migliore dalle informazioni desunte da Fortunato Sebastiano, l’attuale consulente agronomico ed enologico che ci accompagna nella degustazione, hanno note più scure e stanche. Al palato, invece, il discorso cambia completamente. Questi vini, figli di una viticoltura dalle rese più alte e interpretati secondo pratiche di cantina che di certo non cercavano la concentrazione (basterebbe guardare il grado alcolico, poco sotto o poco sopra i 12°), sono scarnificati. In difetto di sapore, l’impianto gustativo si regge quasi esclusivamente sull’acidità. E questa è la prima differenza rispetto agli ultimi due vini, 1996 e 2002, che invece di sapore e di succo ne hanno. Non l’unica differenza, già i colori sono diversi, più freschi, con impensabili venature di verde. Per una falanghina di 19 anni. Della ’96 stappiamo due bottiglie per un sospetto di tappo. Ma anche la seconda presenta, più sfumata, questa nota secca, quasi polvere da sparo. Una nota che percepisco, più o meno evidente, in tutti i vini assaggiati dal 96 in poi, anche i greco, e anche in quelli appena sfornati, i 2014. Al di là di questo, anche il profilo olfattivo è più fresco e le note cerealicole virano su sentori marini più evidenti (risacca, battigia, alghe), le erbe si intrecciano con note di agrumi, il profilo è genericamente più freddo, più nordico. Al palato, come ho già scritto, c’è sapore e sostanza. Al netto delle annate, entrambe fresche, i vini sono integri. Con una mia preferenza per il ’96. 

Mustilli, Sant'Agata dei Goti, le cantine storiche

Leonardo Mustilli questa volta non l’ho visto. Nonostante la sua presenza aleggiasse, sia stata evocata, sia materia liquida nelle cantine scavate nel tufo sotto l’azienda dove sono stipate bottiglie su bottiglie che raccontano il suo lavoro e i suoi sforzi. E mi dispiace che non ci sia, perché davanti alla Falanghina Santacroce 1990, avrei voluto vedere la sua reazione. Nonostante la sua capacità d’immaginazione, l’istinto, l’approccio determinato, scientifico, al di là del calcolo imprenditoriale, davvero non so come potesse reagire davanti ad una falanghina vecchia di 25 anni da lui prodotta, in questo stato di forma. Verde, verdissima, con una nota netta di anice ad aprire le danze, e un incessante rincorrersi di note linfatiche, di resine, di agrumi, di erbe. Nel profilo olfattivo spazia ricordando Matelica** e alcuni chenin blanc della Loira. Al palato ha sapore, ritmo acido/salino, pienezza orizzontale, leggera e cordiale derapata alcolica sul finale. Di Falanghina così, vecchie di 25 anni, non so come si faccia a produrle. È l’unica che abbia mai bevuto. E neanche di vini bianchi italiani, vecchi 25 anni, ne ho incontrati tanti così buoni. 


* i vini sono stati conservati presso le cantine Mustilli sotto la sede aziendale ad un temperatura costante nel tempo di 13 gradi. Prelevati e stappati un’ora prima della degustazione, avvenuta presso Palazzo Rainone a Sant’Agata dei Goti il 20 maggio. 

** Paolo De Cristofaro

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Note a margine



Gruner Veltliner Rotes Tor Federspiel 2013, Franz Hitzberg 
È fibroso ma non solo. L’aspetto aromatico è solo accennato, come quello minerale. Al palato ha polpa e presa sapida, e sfila senza scalini fin giù al gargarozzo occupando gli spazi come fosse l’Empoli di Sarri: con elasticità, si allunga e si allarga. Quel che gli manca, al momento, è la loquacità che ti aspetti dopo la deglutizione, che arriverà, invece, solo con il tempo. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Austria/ Wachau 
% vol: 12,5 
Prezzo: 30/32 euro in enoteca 

Boca 2008, Antico Borgo dei Cavalli 
Non è il 2010 di cui ho scritto qualche post fa in termini di finezza, qui il finale all’assaggio è più ruvido e rigido, ma ci ritrovi il guizzo e il nervosismo del nebbiolo altopiemontese, con gli agrumi a corredo come i sacri testi recitano. Io servo questi rossi intorno ai 14, 15 gradi. Forse in questo caso è meglio qualche grado in più. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Piemonte 
% vol: 14 
Prezzo: sui 30 euro in enoteca 

Beaujolais Brouilly Pierreux 2011, Pierre e Marie Chermette 
Come il precedente non ama l’eccessiva frescura. Ché esalta sia il tratto vegetale, non disprezzabile, che la vispa acidità. Ma rispetto al precedente ha maggiore loquacità, finezza e distensione. Più semplice ma più armonico. Con l’aria e la temperatura che si alza tira fuori un bel frutto scuro e olivoso. È in un buon momento espressivo e io apprezzo la bevibilità dei buoni Beaujolais in questa stagione. Stappatelo. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Francia/ Beaujolais 
% vol: 12,5 
Prezzo: 20/22 euro in enoteca 

Tenuta Frassitelli 2014, Casa D’Ambra 
Fatevi un regalo: aspettate almeno fino ad agosto per assaggiarlo. Non è un mostro di lunghezza forse, non avrà chissà quale spinta aromatica, vedremo, ma conserva quel suo fascino fatto di erbe aromatiche, pompelmo e lime, e sale, nel corpo di un peso welter. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Italia/Campania 
% vol: 12 
Prezzo: 12 /14 euro in enoteca 

Gruner Veltliner Federspiel 2013, Rudi Pichler 
Purezza. Rivolgersi qui. Portamento e silhouette, è il vino che mi invoglia continuamente a bere e riempirmi il bicchiere. È quello il problema: riuscire ad aspettare. Perché è proprio un giovincello. Bordeggia, veleggia, guizza. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Austria/ Wachau 
% vol: 12,5 
Prezzo: 22/25 euro in enoteca 

Pommard Grand Clos Des Epenots 1er cru 2010, De Courcel 
L’esplosione di balsami peggio di un vic sinex è un marchio di fabbrica. Ha possanza ed armonia. Procede come un crucco, determinato fino alla fine. Tannino non gli manca anche se è un pinot nero. Aspettare è obbligatorio. Per chi avrà pazienza sarà meraviglioso. Tra dieci anni, o giù di lì. Così come il 2008 (più piccolo ma più luminoso) e il 2012 (meno ampio e dettagliato) che pure mi son piaciuti. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Francia/Borgogna 
% vol: 13,5 
Prezzo: sopra i 100 euro 

Corton Charlemagne Grand Cru 2010, Bonneau du Martray 
Del trittico 2008, 2009 e 2010 è quello che si beve meglio adesso. Ciò detto, dire che il legno sia integrato, ma soprattutto che questo vino abbia iniziato a dispiegare un ventaglio aromatico più ampio, ce ne passa. Al palato però ha ritmo, armonia e classe da vendere. Un continuo rincorrersi di sale, grasso, freschezza, sapore. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Francia/Borgogna 
% vol: 13,5 
Prezzo: sopra i 100 euro 

Clos de la Roche Grand Cru 2010, Chantal Remy 
Bevuto di fianco al Pommard precedente, è un'altra storia. Di delicatezza, ma anche di dettaglio. A suo appannaggio la prima, ma non il secondo. È più crudo, molto indietro nella sua evoluzione. O forse non è un buon momento adesso in quanto a espressività. Meglio al palato, non certo del tutto disteso. Come ho scritto in precedenza: seppellitelo e ne riparliamo tra qualche anno. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Francia/Borgogna 
% vol: 13 
Prezzo: sopra i 100 euro 

Sancerre Chene Marchand 2012, Dominique Roger 
Ha dalla sua la riconoscibilità. Che si tratti di Sancerre, ma anche di altra zona rispetto ai classici monti dannati – vedi quello che segue – lo si capisce subito. Lo riconosci da quel fiore bianco che fa capolino oltre alle classiche note vegetali, aromatiche e resinose. Palato medio, non di grandissimo peso, ma di ottima coerenza e, come denominazione vuole, di bel ritmo sapido. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Francia/Loira 
% vol: 13 
Prezzo: 23/28 euro in enoteca

Sancerre Clos la Neore 2011, Edmond e Anne Vatan
Da qualche parte credo di aver scritto che la 2011 non mi fa impazzire come annata per Sancerre. Ecco, contrordine compagni: questo, almeno, l’altro giorno mi ha rimesso in pace con il mondo. Corpo ed eleganza, con un tocco di carne cruda all’inizio ed elicriso alla fine dell’assaggio. Ecco perché è un’etichetta del cuore, non è mai prevedibile. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Francia/Loira 
% vol: 14 
Prezzo: sopra i 50 euro 

Brunello di Montalcino 2010, Baricci 
Ha delicatezza e leggerezza del tocco, cortesia e circospezione, sfumature dal viola al blu, è composto e composito nel disegno. Io me ne sono innamorato al primo assaggio. Ha bisogno di tempo.

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 14,5 
Prezzo: 32/35 euro in enoteca 

Brunello di Montalcino Bramante 2010, Podere San Lorenzo 
Ha più peso, più aperture, il tocco è più felpato rispetto al precedente, l’estetica e la ricerca di eleganza è la stessa, con un tocco di mediterraneo più caldo. 
 
Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 15 
Prezzo: sui 35 euro in enoteca 

Brunello di Montalcino 2010, Fattoi 
Sprizza giovialità e spontaneità. Succo, un filo di rusticità se volete, ma tanta gioia: quel che perde in sfumature lo acquista in immediatezza. E si beve che è un piacere. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 14,5 
Prezzo: 27/30 euro in enoteca 

Brunello di Montalcino 2006, Pian delle Querci 
Avete presente la gioia delle piccole cose? Raymond Carver ci ha fatto un racconto. Vale per questo. Piccolo sin dal prezzo, ma riuscitissimo a partire dalle note di goudron che ne sono l'incipit. In beva. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 14 
Prezzo: 20/25 euro in enoteca 

Rosso di Montalcino 2013, Fattoi 
Vale quel che ho scritto per Il Brunello, cambia la scala di grandezza. Rimodulate, prezzo compreso, e capirete cosa troverete in questo: meno cori, ma un pizzico di energia e giovialità in più. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 14 
Prezzo: 13 /15 euro in enoteca 

Pinot bianco Vorberg 2009, Terlano 
Quando è così giovane, e chi conosce questo vino sa le sue capacità di evoluzione nel tempo, è proprio difficile non riconoscerlo quando è servito alla cieca. Giovane ma loquace, con il suo profilo terragno a cui abbina la delicatezza di talune erbe aromatiche (salvia e alloro). Passi avanti per questa annata in termini di armonia al palato rispetto al ricordo che ne avevo dal mio ultimo assaggio, non recentissimo a dire il vero. Ha polpa, gratificazione orizzontale, spinta verticale. Forse non dettagliatissimo il finale, a voler esser pignoli come Arrigo Sacchi: per il resto abbina bel gioco e concretezza. Servito fresco (13 gradi ca.) da il meglio. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Italia/Alto Adige 
% vol: 13,5 
Prezzo: sui 25/30 euro in enoteca 

Soave Classico Calvarino 2012, Pieropan 
Floreale di lavanda, rimandi balsamici, e un diffuso senso di soffice accoglienza al naso. Stesso discorso all’ingresso al palato, più morbido e ovattato che ritmato, mentre il finale è più sottile e sfumato. Ha bisogno di tempo sia per raggiungere un maggiore dettaglio aromatico, sia per distendersi ed equilibrarsi al palato. Ha una sua eleganza e delicatezza di tocco. È solo questione di tempo. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Italia/Veneto 
% vol: 12,5 
Prezzo: 20/22 euro in enoteca 

Fiano di Avellino 2013, Colli di Lapìo 
L’annata non è di certo tra le migliori che si ricordino degli ultimi anni, detto questo non ama le temperature troppo basse, ha bisogno di ossigeno, e forse anche di un po’ di tempo per trovare qualche sfumatura maggiore al naso e maggiore equilibrio al palato, dove l’alcol tende a coprire il finale. Più sostanza che sfumature. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Italia/Campania 
% vol: 13,50 
Prezzo: 13/14 euro in enoteca 

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Girare al largo


Prendete una vanga, scavate una fossa e metteteci le bottiglie in foto (anche l’ultimo a destra è un 2010). Son fanciulli. Anche carucci, ma pur sempre fanciulli.* 

*Dei due vini centrali in foto ho anche bevuto di recente le 2008. Sono abbastanza diversi, più nervosi e meno armonici dei ’10 in questo momento. Seppellite prima quelli. 

ps. In tema, ma a proposito di Chablis e di Dauvissat, qui Paolo De Cristofaro stamane.

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Il Sancerre Les Monts Damnès 2013, Thomas Labaille e la volée di Stefan Edberg


Uno dei tennisti che ho adorato è stato Stefan Edberg, lo svedese di Västervik ritiratosi nel 1996. Un giocatore d’inconsueta eleganza nei modi dentro e fuori dal campo tanto da meritare per ben 5 volte di seguito il premio sportività dell’ATP, premio che gli è stato addirittura intitolato quando si è ritirato dall’attività professionistica. Edberg, un metro e ottantotto, naso e labbra sottili, capelli biondi al vento, era un giocatore sempre all’attacco, sempre sotto rete. Praticava un tennis tecnico e disincantato, un servizio non potente ma di ottima efficacia grazie all’effetto che sapeva imprimergli con la torsione del busto, regalava il rovescio a una mano da fondo campo o in top-spin come grido rivoluzionario vantando la sua indole ribelle, rifiutando il dogma della scuola svedese che aveva imposto campioni da Björn Borg in poi recitando il padre nostro della potenza impressa a due mani. “Quando tutto gira per il meglio Stefan in campo vola, sembra che abbia le ali ai piedi” disse Tony Pickard, il suo fedele allenatore, per descrivere una delle caratteristiche del suo gioco dallo stile lineare, elegante, persino essenziale nella sua capacità di rendere semplicissimi colpi che raramente ho visto fare. Ed era forse quello il segreto del suo gesto migliore, rimasto nella storia del tennis, la prima volée bassa di rovescio in uscita dal servizio mentre si fiondava sotto rete, il suo regno. La risposta dell’avversario gli arrivava tra i piedi mentre era in piena corsa, Stefan stendeva la racchetta rasoterra, in un particolare equilibrio dinamico assumeva una posizione di volo come fosse un rapace pronto ad addentare la sua preda, e la piazzava a 10 cm dalla riga di fondo dell'avversario. 
È per questo che ieri mi è venuta voglia di vedermi la finale di Wimbledon del 1988 tra Stefan e Boris Becker, una partita meravigliosa. 
Detto da un appassionato di tennis che non ha mai praticato questo sport e con relative competenze tecniche, l’aspetto che mi entusiasma di quegli incontri è la velocità degli scambi, il ritmo. Un tennis dove il calcolo è relativo, la strategia fulminea e una quota molto importante della riuscita dell’attacco è affidata all’istinto, all’esperienza, al buon Dio, se volete e ci credete. Gli estenuanti scambi da fondo campo, la guerra psicologica che coinvolge gli stessi spettatori sempre pronti a un gridolino di stupore per un punto quasi fatto, la conseguente invocazione al silenzio di qualcun altro per non distrarre i giocatori, shhhh, la tensione dei giocatori che cercano di non distrarsi, i colpi sempre più forti e sempre più veloci da fondo campo accompagnati da mugghiati animaleschi, l’attesa che qualcosa accada, prima o poi, di risolutore, no, tutto questo non c’è. In quelle partite accadeva molto e accadeva velocemente. In modo selvaggio, brutale nel susseguirsi rapido dei gesti, un tennis coraggioso e arrembante, vissuto a un metro dalla rete, tutto estetica, tuffi, volée, olè, punto. 
Quando mi sono accomodato sul divano ammirando il verde campo inglese soleggiato e i due tennisti biondi e nordici che attaccavano lo spazio davanti a sè riducendo il tempo della riflessione, ho pensato che il vino migliore per accompagnarli poteva essere il Sancerre Les Monts Damnès 2013 di Thomas Labaille (Loira, Francia, sauvignon blanc), in questo periodo in ottimo stato di forma così come lo erano all’epoca i due atleti in campo. Un’annata che da un vino più nervoso, ma anche con maggiore dettaglio e rilievo, nordico senza essere distaccato, tutt’altro, coinvolgente per il ritmo serrato che riesce a imprimere al sorso. Richiama il sole e i prati, ti stuzzica con le sue erbe aromatiche e ti rinfresca con i suoi agrumi. Non è lungo di potenza aromatica, ma preciso nell’affondo salino e ricamato nei richiami olfattivi, è gustoso e vivace, e fatto di quell’equilibrio dinamico che caratterizza la volée di Stefan: linearità ed eleganza, sostanza e leggerezza. Come avesse le ali ai piedi.

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Archivio: Parliamo del naso (1949)


Regia: Glauco Pellegrini. Soggetto: Rodolfo Sonego. Consulenza artistica: Michele Guerrisi. Fotografia: Ubaldo Marelli. Produzione: Geo Taparelli per Lux Film. 
Data visto di censura: 2 febbraio 1949. 
Documentario abbinato alla proiezione del film In nome della legge

Non diciamo «Questo è il problema», diciamo solo che «è un problema come tanti altri». Ogni giorno in quest’aula ricca di elementi anatomici, gli allievi studiano una parte del corpo umano, oggi è di turno il Naso. E non è da credere che il problema di questa mattina sia semplice come si potrebbe immaginare. L’allievo cercherà invano di risolverlo, se la sua immaginazione non saprà andare oltre i limiti di questa stanza, dove il naso è scomparso da tanto tempo dagli scheletri che lo circondano. E dove sezioni anatomiche e plastici freddi e geografici fanno dimenticare il naso vero, vivo e palpitante. Né gli verranno in soccorso i poeti, i quali non si sono mai interessati del naso, e dire che un poeta si chiamava Ovidio Nasone. Invece è proprio il naso che distingue l’uomo dalla bestia. 
Nell’aquila, nel leone, nel cavallo, nel cane e perfino nella scimmia il naso non è che un organo di olfatto e di preda. Solo l’uomo ha un vero e proprio naso, e ciò fin dai tempi più remoti. 
Chissà com’erano veramente i nasi degli assiri e dei fenici, dalla pinna violentemente arricciata e quasi felina, e com’erano i nasi di questi due babilonesi sui quali il tempo si è così ferocemente accanito. Questo naso persiano invece ha sfidato i tempi. E com’erano i nasi degli americani, prima che Colombo ficcasse il suo in casa loro? 
In Egitto, l’odore dei preziosi profumi poteva affilare con tanta grazia il naso di Ramsete II, e quello di Sesostri. 
Soltanto gli Dei conservavano ancora un certo rapporto con le forme bestiali. Ma questo è il Duca di Urbino! Solo un regista cinematografico può confonderlo con una divinità egiziana. Scusatelo. 
Il più antico naso nostrano è quello del guerriero di Capestrano, e questo dell’Apollo di Veio è il primo naso di cui si conosca l’autore, Vulca. 
Ma il naso autentico, il re dei nasi, l’idea platonica del naso, il naso dei nasi, e chi non lo sa? È il naso greco. Di cui uno dei più belli esemplari è portato con fiera dignità dall’Auriga di Delfi, l’ansia e la polvere della corsa non alterano la pacata e superba respirazione. 
Altri nasi greci, severi e dritti, eleganti e vibranti, femminili e maschili, sono sempre giustamente considerati come i perfetti esemplari della nostra umanità. 
La Venere Capitolina girandosi intorno pare voglia farsi accarezzare dalle luci e dalle ombre della sua nicchia, e pare voglia fare aspirare il profumo d’ambrosia che accusa la sua natura divina. A noi non resta che lasciare la stupenda Venere al suo mistero. Ma non tutti i greci avevano il naso greco: Socrate per esempio non aveva un naso greco al cento per cento. I romani non erano platonici e nemmeno fotografi veristici, ma i loro ritratti hanno ancora una evidenza fisionomica e psicologica che nessuno ha mai superato. Avete già visto il naso di Giulia, di Bruto o quello rincagnato del perfido Caracalla. E quello di Adriano e di Settimio Severo. “Ma il naso più grande da noi conosciuto, è quello di un imperatore ancora ignoto nel magnifico bronzo capitolino, che non teme altra concorrenza se non quella del naso di Costantino, ma questo non è che un restauro. È il naso di un imperatore. Nessuno però ha pensato di restaurare i nasi di questi borghesi romani, brava gente, sempre ingiustizie nel mondo. 
Nell’arte medioevale, scomparendo il rilievo, il naso perde la sua profondità. E quasi a compenso, si vendica. Si vendica con l’altezza eccessiva o con l’arzigogolo della narice. Ma chi non conosce il naso di Dante come lo ha visto Giotto. Ad ognuno, Giotto sapeva dare il suo naso. Mistici invece sono ancora questi di Simone Martini. Nel Rinascimento non rinascono soltanto le antiche virtù, il sentimento nuovo della vita, l’esperienza e la filosofia di Platone, ma anche i nasi. 
Che guarda questo piccino del Ghirlandaio, forse una bella mela? Un naso malato. Non un naso brutto come quelli di Dürer e Arcimboldi. O quelli caricaturali, in cui Leonardo, non senza una certa malignità, fissava il carattere di alcuni personaggi del suo tempo. Ma quanto lavoro per caratterizzare i dodici nasi degli apostoli e quello di Gesù. Basta il naso per riconoscere il traditore. Con umorismo Michelangelo vede il profilo del Satiro con una certa crudezza, quella di questa vecchia Sibilla. Forse per vendicarsi del suo stesso naso rotto in gioventù con un pugno del Torrigiano. E che diversità di nasi da Savonarola a Paolo III. Da Leone X a Maometto II, al Doge Loredan. 
Costantinopoli e Venezia, due nasi eternamente in lotta. Dal Duca di Parma a Lorenzo il Magnifico. Il naso di Francesco I era così lungo, lo testimoniano Clouet e Tiziano. 
Con la musica del Settecento, la vecchia commedia creava le maschere e i burattini, ognuno con il suo caratteristico naso. Da Pantalone a Pulcinella, all’Arlecchino. La rivoluzione fa cadere insieme alla testa anche il naso di Maria Antonietta. Ma il naso di Napoleone non riesce ad imitare quello di Augusto. Beethoven e Leopardi, delusioni e tristezze sono i segni del Romanticismo. Da quando la nuova pittura di Cézanne fu vista come una finestra sul mondo, acquista importanza anche la camera gialla di Van Gogh. Qui infatti, al colmo della sua disperazione, il tormentato pittore preferisce tagliarsi l’orecchio e non il naso. 
I nasi meno razionali sono quelli di Modigliani. Hanno voglia i pittori moderni di scherzare col naso, la nostalgia dell’antico naso greco non può essere appagata dai nasi doppi e tripli fatti da Picasso. Sono nasi per modo di dire. Ecco per esempio una Venere di Picasso, no, no, il regista ha sbagliato ancora una volta. Se la Venere avesse quel naso sarebbe molto meglio che non “ne avesse alcuno, proprio come nelle maschere di Carrà e come in quelle di De Chirico (starnuti). Nella realtà però i nasi sono quelli che sono, poveri nasi, tristi nasi, sperduti tra la folla invano attendono l’artista che li eterni. I bambini sono attirati da ben altri nasi, non quelli dei Re, degli uomini politici, degli attori del cinema. Ma sono attratti dai loro giornaletti, dove i nasi assolutamente fantastici dei loro personaggi li divertono e li entusiasmano. Ma in questa gara di nasi favolosi e fantastici, il più famoso, l’imbattibile, il più commovente, il più sensibile e diremo il più... moralistico... è quello di Pinocchio. 


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Dall'Etna vedo Boca


Una delle cose più divertenti (e snervanti al tempo stesso per alcuni) del vino è la sua pervicace fuga, distanza, resistenza a qualsiasi regola, protocollo, formula o teorema provi ad ingabbiarlo. Puntualmente capita di stappare una bottiglia che smentirà le poche certezze che un degustatore fino a poco prima pensava di avere. E' inevitabile.
A proposito di ciò, da bevitore, nel tempo, con l'esperienza sul campo e il confronto con i colleghi avvinazzati, ho appuntato un paio di regole infallibili sulla bontà e la qualità del vino.
La prima è semplicissima: verificare se riesco a finire la bottiglia e come (con fatica, agilmente, senza accorgermene). La seconda, ancor più decisiva: se arrivato alla fine esclamo qualcosa del tipo cazzo è già finita?, vuol dire che quel vino mi è proprio piaciuto.

Lo so. Banale conclusione di un bevitore di vini. Mi sono rassegnato all'evidenza: al di là di qualsiasi teoria, il rapporto con il vino è individuale, filtrato dal proprio gusto. E il gusto è un insieme di tanti aspetti. 
Tanto per divertirci con un esempio e confondere le acque, direbbe Flaiano, e aggiungere nonsense su nonsense, raramente si parla della durata del rapporto con il vino. Il mio ideale sono un paio d'ore. Non di rado mi capita di presenziare a ritrovi orgiastici che impiegano dalle 5 alle 6 ore ininterrotte per svellere la pratica. Sarà che invecchio, ma ne esco sempre più fiaccato e sempre meno entusiasta. All'inverso non ho mai goduto particolarmente delle sveltine: quei cinque minuti di aperitivo davanti ad un bancone di un bar con tartine annesse m'intristiscono parecchio. Un'oretta, per me, è il tempo minimo.

Ieri leggevo questo interessante post di Antonio Boco che racconta della sindrome del Pian del Ciampolo. In sintesi: non è certo colpa del vino se noi degustatori abusiamo ed abbiamo le papille stanche; quindi, forse, bisognerebbe fare attenzione a non lasciarsi condizionare dalla ricerca di vini fin troppo scarichi. Ha perfettamente ragione. Così come, non ricordo chi lo scrisse, affermava che non tutte le sere abbiamo voglia di ascoltare Mozart. Qualche volta va benissimo Orietta Berti. E a proposito del Pian del Ciampolo, il "base" di casa Montevertine, ho bevuto uno squisito 2009 recentemente. Categoria Pesi piuma. Eccolo il bello del vino, la sua materia è multiforme e ti permette di raccontarlo con lo svolazzo finendo un po' dove ti pare. A Guglielmo Papaleo per esempio, di origini calabresi, nato a Middletown il 19 settembre del 1922, e meglio conosciuto con il nome di Willie Pep, 162 cm di altezza e 50 chili di peso. Fu campione del mondo dei pesi piuma dal '42 al '48 e nuovamente dal '49 al '51. E fin qui, niente più e niente meno di un pugile di talento. Ma c'è dell'altro: la notte dell'8 gennaio del '47 il campione del mondo è sul volo di linea che va da Miami a New York; l'aereo precipita, muoiono tutti, tranne uno. Lui. Come è possibile? Ha il corpo completamente maciullato, quando il manager, Lou Viscusi, lo va a trovare in ospedale, vede una mummia che rantola. Dopo sei mesi Gugliemo torna sul ring e riconquista il titolo. Willie "l'indistruttibile" Pep è morto nel 2006, a 84 anni. Ah, se qualcuno si sta chiedendo cosa c'entra? rispondo subito: stupore e meraviglia sono due cose che nel mio vino ci devono sempre essere.

Tornando ad Antonio Boco e alle sue riflessioni per quel che mi riguarda non è questione di peso, ma di quel punto di equilibrio tra densità ed energia e ritmo. Un'armonia che puoi ritrovare tanto nelle 700 pagine dei fratelli Karamazov quanto in un racconto di 10 di Raymond "asciugatutto" Carver. O, rimanendo al pugilato, cambiando categoria, passando ai pesi massimi: ritrovare nello Chateauneuf du Pape Reserve des Celestins di Bonneaux l'incontro tra George Foreman e Muhammad Alì a Kinshasa, the rumble in the jungle. Citare ciò che scrisse Norman Mailer ne La Sfida a proposito dell'incontro parlando del Satyricon 2012 di Luigi Tecce. Un aglianico da 15 gradi che libra e saltella come Alì. 

Volendo essere ancor più chiari su quel punto di equilibrio e di armonia tra densità ed energia e ritmo direi del Boca 2010 dei Barbaglia, nebbiolo del Nord Piemonte o dell'Etna rosso 2013 di Masseria Sette Porte. Che, sì, andrebbero conservati e aspettati, ma al mio gusto un buon vino lo è da subito molto spesso. E questi ultimi due lo sono e ogni volta che li bevo dico cazzo è già finita? E allora ne stappo subito un'altra.

posted by Mauro Erro @ 13:09, , links to this post






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