Il Sancerre Les Monts Damnès 2013, Thomas Labaille e la volée di Stefan Edberg


Uno dei tennisti che ho adorato è stato Stefan Edberg, lo svedese di Västervik ritiratosi nel 1996. Un giocatore d’inconsueta eleganza nei modi dentro e fuori dal campo tanto da meritare per ben 5 volte di seguito il premio sportività dell’ATP, premio che gli è stato addirittura intitolato quando si è ritirato dall’attività professionistica. Edberg, un metro e ottantotto, naso e labbra sottili, capelli biondi al vento, era un giocatore sempre all’attacco, sempre sotto rete. Praticava un tennis tecnico e disincantato, un servizio non potente ma di ottima efficacia grazie all’effetto che sapeva imprimergli con la torsione del busto, regalava il rovescio a una mano da fondo campo o in top-spin come grido rivoluzionario vantando la sua indole ribelle, rifiutando il dogma della scuola svedese che aveva imposto campioni da Björn Borg in poi recitando il padre nostro della potenza impressa a due mani. “Quando tutto gira per il meglio Stefan in campo vola, sembra che abbia le ali ai piedi” disse Tony Pickard, il suo fedele allenatore, per descrivere una delle caratteristiche del suo gioco dallo stile lineare, elegante, persino essenziale nella sua capacità di rendere semplicissimi colpi che raramente ho visto fare. Ed era forse quello il segreto del suo gesto migliore, rimasto nella storia del tennis, la prima volée bassa di rovescio in uscita dal servizio mentre si fiondava sotto rete, il suo regno. La risposta dell’avversario gli arrivava tra i piedi mentre era in piena corsa, Stefan stendeva la racchetta rasoterra, in un particolare equilibrio dinamico assumeva una posizione di volo come fosse un rapace pronto ad addentare la sua preda, e la piazzava a 10 cm dalla riga di fondo dell'avversario. 
È per questo che ieri mi è venuta voglia di vedermi la finale di Wimbledon del 1988 tra Stefan e Boris Becker, una partita meravigliosa. 
Detto da un appassionato di tennis che non ha mai praticato questo sport e con relative competenze tecniche, l’aspetto che mi entusiasma di quegli incontri è la velocità degli scambi, il ritmo. Un tennis dove il calcolo è relativo, la strategia fulminea e una quota molto importante della riuscita dell’attacco è affidata all’istinto, all’esperienza, al buon Dio, se volete e ci credete. Gli estenuanti scambi da fondo campo, la guerra psicologica che coinvolge gli stessi spettatori sempre pronti a un gridolino di stupore per un punto quasi fatto, la conseguente invocazione al silenzio di qualcun altro per non distrarre i giocatori, shhhh, la tensione dei giocatori che cercano di non distrarsi, i colpi sempre più forti e sempre più veloci da fondo campo accompagnati da mugghiati animaleschi, l’attesa che qualcosa accada, prima o poi, di risolutore, no, tutto questo non c’è. In quelle partite accadeva molto e accadeva velocemente. In modo selvaggio, brutale nel susseguirsi rapido dei gesti, un tennis coraggioso e arrembante, vissuto a un metro dalla rete, tutto estetica, tuffi, volée, olè, punto. 
Quando mi sono accomodato sul divano ammirando il verde campo inglese soleggiato e i due tennisti biondi e nordici che attaccavano lo spazio davanti a sè riducendo il tempo della riflessione, ho pensato che il vino migliore per accompagnarli poteva essere il Sancerre Les Monts Damnès 2013 di Thomas Labaille (Loira, Francia, sauvignon blanc), in questo periodo in ottimo stato di forma così come lo erano all’epoca i due atleti in campo. Un’annata che da un vino più nervoso, ma anche con maggiore dettaglio e rilievo, nordico senza essere distaccato, tutt’altro, coinvolgente per il ritmo serrato che riesce a imprimere al sorso. Richiama il sole e i prati, ti stuzzica con le sue erbe aromatiche e ti rinfresca con i suoi agrumi. Non è lungo di potenza aromatica, ma preciso nell’affondo salino e ricamato nei richiami olfattivi, è gustoso e vivace, e fatto di quell’equilibrio dinamico che caratterizza la volée di Stefan: linearità ed eleganza, sostanza e leggerezza. Come avesse le ali ai piedi.

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Archivio: Parliamo del naso (1949)


Regia: Glauco Pellegrini. Soggetto: Rodolfo Sonego. Consulenza artistica: Michele Guerrisi. Fotografia: Ubaldo Marelli. Produzione: Geo Taparelli per Lux Film. 
Data visto di censura: 2 febbraio 1949. 
Documentario abbinato alla proiezione del film In nome della legge

Non diciamo «Questo è il problema», diciamo solo che «è un problema come tanti altri». Ogni giorno in quest’aula ricca di elementi anatomici, gli allievi studiano una parte del corpo umano, oggi è di turno il Naso. E non è da credere che il problema di questa mattina sia semplice come si potrebbe immaginare. L’allievo cercherà invano di risolverlo, se la sua immaginazione non saprà andare oltre i limiti di questa stanza, dove il naso è scomparso da tanto tempo dagli scheletri che lo circondano. E dove sezioni anatomiche e plastici freddi e geografici fanno dimenticare il naso vero, vivo e palpitante. Né gli verranno in soccorso i poeti, i quali non si sono mai interessati del naso, e dire che un poeta si chiamava Ovidio Nasone. Invece è proprio il naso che distingue l’uomo dalla bestia. 
Nell’aquila, nel leone, nel cavallo, nel cane e perfino nella scimmia il naso non è che un organo di olfatto e di preda. Solo l’uomo ha un vero e proprio naso, e ciò fin dai tempi più remoti. 
Chissà com’erano veramente i nasi degli assiri e dei fenici, dalla pinna violentemente arricciata e quasi felina, e com’erano i nasi di questi due babilonesi sui quali il tempo si è così ferocemente accanito. Questo naso persiano invece ha sfidato i tempi. E com’erano i nasi degli americani, prima che Colombo ficcasse il suo in casa loro? 
In Egitto, l’odore dei preziosi profumi poteva affilare con tanta grazia il naso di Ramsete II, e quello di Sesostri. 
Soltanto gli Dei conservavano ancora un certo rapporto con le forme bestiali. Ma questo è il Duca di Urbino! Solo un regista cinematografico può confonderlo con una divinità egiziana. Scusatelo. 
Il più antico naso nostrano è quello del guerriero di Capestrano, e questo dell’Apollo di Veio è il primo naso di cui si conosca l’autore, Vulca. 
Ma il naso autentico, il re dei nasi, l’idea platonica del naso, il naso dei nasi, e chi non lo sa? È il naso greco. Di cui uno dei più belli esemplari è portato con fiera dignità dall’Auriga di Delfi, l’ansia e la polvere della corsa non alterano la pacata e superba respirazione. 
Altri nasi greci, severi e dritti, eleganti e vibranti, femminili e maschili, sono sempre giustamente considerati come i perfetti esemplari della nostra umanità. 
La Venere Capitolina girandosi intorno pare voglia farsi accarezzare dalle luci e dalle ombre della sua nicchia, e pare voglia fare aspirare il profumo d’ambrosia che accusa la sua natura divina. A noi non resta che lasciare la stupenda Venere al suo mistero. Ma non tutti i greci avevano il naso greco: Socrate per esempio non aveva un naso greco al cento per cento. I romani non erano platonici e nemmeno fotografi veristici, ma i loro ritratti hanno ancora una evidenza fisionomica e psicologica che nessuno ha mai superato. Avete già visto il naso di Giulia, di Bruto o quello rincagnato del perfido Caracalla. E quello di Adriano e di Settimio Severo. “Ma il naso più grande da noi conosciuto, è quello di un imperatore ancora ignoto nel magnifico bronzo capitolino, che non teme altra concorrenza se non quella del naso di Costantino, ma questo non è che un restauro. È il naso di un imperatore. Nessuno però ha pensato di restaurare i nasi di questi borghesi romani, brava gente, sempre ingiustizie nel mondo. 
Nell’arte medioevale, scomparendo il rilievo, il naso perde la sua profondità. E quasi a compenso, si vendica. Si vendica con l’altezza eccessiva o con l’arzigogolo della narice. Ma chi non conosce il naso di Dante come lo ha visto Giotto. Ad ognuno, Giotto sapeva dare il suo naso. Mistici invece sono ancora questi di Simone Martini. Nel Rinascimento non rinascono soltanto le antiche virtù, il sentimento nuovo della vita, l’esperienza e la filosofia di Platone, ma anche i nasi. 
Che guarda questo piccino del Ghirlandaio, forse una bella mela? Un naso malato. Non un naso brutto come quelli di Dürer e Arcimboldi. O quelli caricaturali, in cui Leonardo, non senza una certa malignità, fissava il carattere di alcuni personaggi del suo tempo. Ma quanto lavoro per caratterizzare i dodici nasi degli apostoli e quello di Gesù. Basta il naso per riconoscere il traditore. Con umorismo Michelangelo vede il profilo del Satiro con una certa crudezza, quella di questa vecchia Sibilla. Forse per vendicarsi del suo stesso naso rotto in gioventù con un pugno del Torrigiano. E che diversità di nasi da Savonarola a Paolo III. Da Leone X a Maometto II, al Doge Loredan. 
Costantinopoli e Venezia, due nasi eternamente in lotta. Dal Duca di Parma a Lorenzo il Magnifico. Il naso di Francesco I era così lungo, lo testimoniano Clouet e Tiziano. 
Con la musica del Settecento, la vecchia commedia creava le maschere e i burattini, ognuno con il suo caratteristico naso. Da Pantalone a Pulcinella, all’Arlecchino. La rivoluzione fa cadere insieme alla testa anche il naso di Maria Antonietta. Ma il naso di Napoleone non riesce ad imitare quello di Augusto. Beethoven e Leopardi, delusioni e tristezze sono i segni del Romanticismo. Da quando la nuova pittura di Cézanne fu vista come una finestra sul mondo, acquista importanza anche la camera gialla di Van Gogh. Qui infatti, al colmo della sua disperazione, il tormentato pittore preferisce tagliarsi l’orecchio e non il naso. 
I nasi meno razionali sono quelli di Modigliani. Hanno voglia i pittori moderni di scherzare col naso, la nostalgia dell’antico naso greco non può essere appagata dai nasi doppi e tripli fatti da Picasso. Sono nasi per modo di dire. Ecco per esempio una Venere di Picasso, no, no, il regista ha sbagliato ancora una volta. Se la Venere avesse quel naso sarebbe molto meglio che non “ne avesse alcuno, proprio come nelle maschere di Carrà e come in quelle di De Chirico (starnuti). Nella realtà però i nasi sono quelli che sono, poveri nasi, tristi nasi, sperduti tra la folla invano attendono l’artista che li eterni. I bambini sono attirati da ben altri nasi, non quelli dei Re, degli uomini politici, degli attori del cinema. Ma sono attratti dai loro giornaletti, dove i nasi assolutamente fantastici dei loro personaggi li divertono e li entusiasmano. Ma in questa gara di nasi favolosi e fantastici, il più famoso, l’imbattibile, il più commovente, il più sensibile e diremo il più... moralistico... è quello di Pinocchio. 


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Dall'Etna vedo Boca


Una delle cose più divertenti (e snervanti al tempo stesso per alcuni) del vino è la sua pervicace fuga, distanza, resistenza a qualsiasi regola, protocollo, formula o teorema provi ad ingabbiarlo. Puntualmente capita di stappare una bottiglia che smentirà le poche certezze che un degustatore fino a poco prima pensava di avere. E' inevitabile.
A proposito di ciò, da bevitore, nel tempo, con l'esperienza sul campo e il confronto con i colleghi avvinazzati, ho appuntato un paio di regole infallibili sulla bontà e la qualità del vino.
La prima è semplicissima: verificare se riesco a finire la bottiglia e come (con fatica, agilmente, senza accorgermene). La seconda, ancor più decisiva: se arrivato alla fine esclamo qualcosa del tipo cazzo è già finita?, vuol dire che quel vino mi è proprio piaciuto.

Lo so. Banale conclusione di un bevitore di vini. Mi sono rassegnato all'evidenza: al di là di qualsiasi teoria, il rapporto con il vino è individuale, filtrato dal proprio gusto. E il gusto è un insieme di tanti aspetti. 
Tanto per divertirci con un esempio e confondere le acque, direbbe Flaiano, e aggiungere nonsense su nonsense, raramente si parla della durata del rapporto con il vino. Il mio ideale sono un paio d'ore. Non di rado mi capita di presenziare a ritrovi orgiastici che impiegano dalle 5 alle 6 ore ininterrotte per svellere la pratica. Sarà che invecchio, ma ne esco sempre più fiaccato e sempre meno entusiasta. All'inverso non ho mai goduto particolarmente delle sveltine: quei cinque minuti di aperitivo davanti ad un bancone di un bar con tartine annesse m'intristiscono parecchio. Un'oretta, per me, è il tempo minimo.

Ieri leggevo questo interessante post di Antonio Boco che racconta della sindrome del Pian del Ciampolo. In sintesi: non è certo colpa del vino se noi degustatori abusiamo ed abbiamo le papille stanche; quindi, forse, bisognerebbe fare attenzione a non lasciarsi condizionare dalla ricerca di vini fin troppo scarichi. Ha perfettamente ragione. Così come, non ricordo chi lo scrisse, affermava che non tutte le sere abbiamo voglia di ascoltare Mozart. Qualche volta va benissimo Orietta Berti. E a proposito del Pian del Ciampolo, il "base" di casa Montevertine, ho bevuto uno squisito 2009 recentemente. Categoria Pesi piuma. Eccolo il bello del vino, la sua materia è multiforme e ti permette di raccontarlo con lo svolazzo finendo un po' dove ti pare. A Guglielmo Papaleo per esempio, di origini calabresi, nato a Middletown il 19 settembre del 1922, e meglio conosciuto con il nome di Willie Pep, 162 cm di altezza e 50 chili di peso. Fu campione del mondo dei pesi piuma dal '42 al '48 e nuovamente dal '49 al '51. E fin qui, niente più e niente meno di un pugile di talento. Ma c'è dell'altro: la notte dell'8 gennaio del '47 il campione del mondo è sul volo di linea che va da Miami a New York; l'aereo precipita, muoiono tutti, tranne uno. Lui. Come è possibile? Ha il corpo completamente maciullato, quando il manager, Lou Viscusi, lo va a trovare in ospedale, vede una mummia che rantola. Dopo sei mesi Gugliemo torna sul ring e riconquista il titolo. Willie "l'indistruttibile" Pep è morto nel 2006, a 84 anni. Ah, se qualcuno si sta chiedendo cosa c'entra? rispondo subito: stupore e meraviglia sono due cose che nel mio vino ci devono sempre essere.

Tornando ad Antonio Boco e alle sue riflessioni per quel che mi riguarda non è questione di peso, ma di quel punto di equilibrio tra densità ed energia e ritmo. Un'armonia che puoi ritrovare tanto nelle 700 pagine dei fratelli Karamazov quanto in un racconto di 10 di Raymond "asciugatutto" Carver. O, rimanendo al pugilato, cambiando categoria, passando ai pesi massimi: ritrovare nello Chateauneuf du Pape Reserve des Celestins di Bonneaux l'incontro tra George Foreman e Muhammad Alì a Kinshasa, the rumble in the jungle. Citare ciò che scrisse Norman Mailer ne La Sfida a proposito dell'incontro parlando del Satyricon 2012 di Luigi Tecce. Un aglianico da 15 gradi che libra e saltella come Alì. 

Volendo essere ancor più chiari su quel punto di equilibrio e di armonia tra densità ed energia e ritmo direi del Boca 2010 dei Barbaglia, nebbiolo del Nord Piemonte o dell'Etna rosso 2013 di Masseria Sette Porte. Che, sì, andrebbero conservati e aspettati, ma al mio gusto un buon vino lo è da subito molto spesso. E questi ultimi due lo sono e ogni volta che li bevo dico cazzo è già finita? E allora ne stappo subito un'altra.

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Tramonti bianco 2008, Monte di Grazia

Alfonso Arpino (2008)

L’ultima volta che ho visto Alfonso Arpino, il medico condotto di Tramonti, andavamo nella sua vecchia Panda da Casina, una vigna a 500 metri o giù di lì, alla Vignarella, attraversando una strada polverosa nel fondovalle. C’era un contadino settantenne davanti l’uscio aperto di casa - un fabbricato rurale alto un paio di piani -, sospeso ad un paio di metri dava un orecchio alla porta e uno sguardo alla strada sperando di veder qualcuno. Quando riconobbe la Panda principiò a sbracciarsi, il dottore accostò e lui chinandosi dal mio lato, avevo già abbassato il finestrino, affannato disse Dottore Dottore, mia moglie si sente male. Arpino prese la borsa di pelle che hanno i medici e che lui, quindi, aveva con sé, scese rapido dalla Panda ed attraversò l’uscio aperto seguito dal contadino. E allora scesi anch’io e mi accesi una sigaretta, c’era da aspettare senza poter far nulla. Mi guardai intorno. Guardai il fabbricato rurale, guardai la vecchia Panda e i Monti Lattari che mi stavano attorno. Da quel punto non si vedevano neanche tante case. Le vigne di tintore si, quelle si vedevano. Ripensai alla scena, a come era vestito il contadino, a come era vestito Arpino. Certo, ragionai, che il contadino era stato fortunato che proprio in quel momento in cui stava sospeso a metà tra la carreggiata e l’uscio aperto di casa, tendendo l’orecchio per sentire qualsiasi piccolo rumore potesse provenire dal dì dentro dandogli un aggiornamento sulle condizioni della moglie, che proprio in quel preciso momento, per quella strada polverosa del fondovalle dove c’era solo quel fabbricato rurale di due piani e nient’altro per centinaia di metri, era passato il medico condotto. Chissà se stava aspettando qualcun altro o chi aveva chiamato. Chissà se aveva il telefono, in fondo. Mi guardai di nuovo attorno. Per quanto ne potessi sapere con quella vecchia Panda avevo potuto attraversare una qualsiasi porta del tempo per tornare indietro di 30, 40 anni o chissà quanto. A Tramonti. Quanti abitanti fa Tramonti? 4000? E sono tredici borghi. Con tredici chiese. E tredici preti. E due medici condotti. 

In una lettera a Eduardo Galeano, Osvaldo Soriano raccontò di quella volta che andò in un supermercato Carrefour, dove un tempo si trovava il campo del San Lorenzo, in compagnia di José “El Nene” Sanfilippo, l’eroe della sua infanzia, che fu capocannoniere del San Lorenzo per quattro stagioni di seguito. El Nene, giacca, cravatta e scarpe in pelle, saltando tra pentole, salsicce e barattoli di pomodoro, a ridosso delle casse, gli raccontò, facendoglielo rivedere, il goal più rapido della storia, un suo gran tiro di punta che trafisse Antonio Roma in un derby con il Boca. Ecco, ho pensato, se un giorno dovesse accadere di trovarmi in un supermercato a Tramonti dove prima c’era una vigna, a raccontarmi facendomelo rivedere, saltellando da uno scaffale di detersivi a uno di cibi per cani, di come raccoglieva le fascine dopo le potature e le ordinava e le utilizzava per prevenire gli attacchi parassitari, di come coltivava i pomodori di collina o quei fagioli che non si trovano più perché come l’uomo ragno devi arrivare ad un paio di metri da terra, sarà senza dubbio Alfonso Arpino. Che combatte la sua battaglia contro la modernità. Anzi, è più corretto dire che la modernità ha iniziato a battagliare con lui. Lui, semplicemente, è di quel tipo di persone che quando vogliono raccontarti qualcosa iniziano con frasi come Mi ricordo di quando ai tempi di mio padre. O di sua madre o di suo nonno. 

Pianta di tintore
Certo, poi ci sono le piante centenarie di tintore, con i tronchi grossi come ulivi, che si aggrovigliano meravigliosamente tra loro. E, in quanto centenarie, anche loro combattono, in un certo senso, la battaglia contro il nuovo che avanza inesorabilmente. E infatti a vederle nel loro insieme, con i tutori, i pali a cui sono legate che spuntano come canne, a me sono sempre sembrate come delle trincee. Però quando le cose sono così meravigliosamente belle sembrano quasi finte, come dipinte o come fosse una scenografia di un film. E anche se ogni volta che ci passo attraverso, sotto, di fianco, mi sembra di vedere delle ombre di folletti o gnomi, vedo più spesso persone che si abbracciano al Tintore e si fan foto, una volta credo di aver visto anche Antonella Clerici, e mi ricordo di Paolo Nori quando ha detto che il Risorgimento oggi lo si dovrebbe chiamare o lo si chiamerebbe revival

E poi fan di questi bianchi a Tramonti, da uve biancatenera, ginestra e pepella, che non è poi così facile trovare. Innanzitutto hanno la difficoltà delle parole che hanno un suono troppo bello. E quando le parole hanno un suono troppo bello, un po’ come le piante di Tintore, possono essere pericolose o sembrare finte. E invece quello che fa Arpino è un bianco che non vuole somigliare ad altri bianchi, che poi io non ho mai capito perché uno lo fa un bianco che ha la crisi di identità, e non è neanche un bianco…come dire, un bianco Cristiano Ronaldo, per rimanere al Fútbol. Immagino lo conosciate, Cristiano Ronaldo. Lui gioca autorappresentandosi. Quando corre, dribbla, tira, stacca di testa, lui non solo pensa a ciò che fa, ma, una volta alzato il colletto della maglietta, dice Guardate che sto facendo. Credo si sia allenato sin da piccolo affinché in qualsiasi movimento durante la partita, che non sembra mai naturale ma impostato, risulti fotogenico. Sono convinto che, potendo, chiederebbe al padreterno un terzo braccio per farsi i selfie mentre gioca. I vini Cristiano Ronaldo sono quei vini che alla prima snasata tu hai già capito come va a finire, il disegno, il progetto o come vi pare, e che stanno anche lì a dirti Vedi, come sono bravo? E di conseguenza, dopo il primo sorso, tutta questa ostentazione di quello che già sai o hai visto finisce con l’annoiarti. Il bianco di Alfonso Arpino non è un bianco Cristiano Ronaldo. Neanche tecnicamente, sia chiaro: mai lo sarà. Forse. Pero è buono, anzi, è buonissimo. È innanzitutto un bianco di montagna, anche se il mare è lì a pochi chilometri e d’estate ti viene voglia di buttarti a capofitto in discesa verso Maiori, anche se poi quando arrivi a Maiori il bagno non te lo fai e ti prendi una granita. No, qui siamo a Tramonti, tra i monti, e i bianchi, i bianchi come questo quando li trovi, hanno un tono vegetale che con il tempo profuma di resine e balsami ed erbe pungenti, ma anche di muschio e di limoni, e il mare lo senti lo stesso anche quando fa freddo, quel tono che hanno certi Sancerre o certi aligoté, anche quando l’assaggi, che senti gli schiaffi del sale. Ma senza quella baldanza, quella spavalderia, senza ingombrare, leggeri. Non solo di grado alcolico, che a seconda dell’annata passeggia tra gli undici gradi e mezzo e i dodici e mezzo, vivaddio, ma leggiadri, puri, in punta di piedi, raccontandoti un sacco di cose, il tempo che finisca la bottiglia, non molto a dire il vero, mentre tu cerchi di scriverle le cose che ti dice di Osvaldo Soriano, Eduardo Galeano, di Josè Sanfilippo e del medico condotto di Tramonti. 

Crediti 
- Splendori e Miserie del Calcio, Eduardo Galeano, Sperling & Kupfer 
- Fùtbol, Osvaldo Soriano, Einaudi 
- Garibaldi fu ferito, Paolo Nori, Discorsi sul Risorgimento, Carpi, 19 settembre 2009

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Milan l'è un gran Milan: Gianni Mura, le sorelle Giussani e Vito Liverani

Gianni Mura, Milano, novembre 2014

Lavorare da oltre tre anni con Alessandro Masnaghetti, milanese di Porta Vittoria, che a sua volta aveva lavorato con Luigi Veronelli, milanese dell’Isola, non ha fatto altro che acuire la curiosità per questa città che ai miei occhi ha sempre avuto un enorme fascino, fino al momento, almeno, in cui è diventata la Milano da bere, paradigma di un’italietta becera, ignorante e cafona. 
La Milano di Gaber, di Strehler e Abatantuono, di quelli che Jannacci e Beppe Viola, di Rebora, Raboni e via così. Quella stessa Milano che ho ritrovato nelle parole di Gianni Mura, la cui intervista, firmata con Paolo De Cristofaro, potete leggere sul nuovo numero di Enogea, il 59, in distribuzione in questi giorni. Qui, potete leggere il ritratto che la apre. 

Angela e Luciana Giussani

Sempre in tema di segnalazioni milanesi, ecco un’altra meravigliosa storia, quella delle sorelle Giussani che inventarono Diabolik. La racconta il giornalista messicano Marco Ciriello in questo video di cui consiglio la visione. 

Tour de France, 1952: lo storico passaggio della borraccia tra Fausto Coppi e Gino Bartali (Omega/Martini)

Infine, altra segnalazione video-milanese: non perdetevi il racconto di Emanuela Audisio, inviata de La Repubblica, su Vito Liverani, che 60 anni fa fondò l’agenzia fotografica Olympia e negli anni ottanta la Omega. 

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La cantina è un mondo parallelo



L’appartamento dove vivevamo era dotato di una cantina in cui nessuno di noi era mai entrato. Secondo la forma del proprio cervello e l’idea che possedeva del mondo, ciascun componente della famiglia la disegnò nel modo in cui la immaginava.

La Famiglia che perse tempo, Maurizio Salabelle, ed. Quodlibet 

Uscito quest’anno per l’editore Quodlibet, nella collana Compagnia Extra curata da Ermanno Cavazzoni, La famiglia che perse tempo è il primo romanzo scritto nel 1987 da Maurizio Salabelle, lo scrittore scomparso prematuramente a 43 anni nel 2003, purtroppo troppo poco conosciuto. Un libro seminale e stratificato, nonostante siano solo 156 pagine, che racconta le città e le periferie in cui viviamo, le dinamiche di passaggio tra età, i rapporti con le persone che ci circondano, fatto di una scrittura piana, cristallina e leggera, ironica e dal registro surreale, ma d’inossidabile e incontrovertibile logica. Un libro ricco di contrasti, anche cromatici, a cui Salabelle ci sottopone continuamente, mentre la storia della famiglia che perde il tempo si snoda e gli orologi si muovono come impazziti, accelerando, rallentando o fermandosi a loro piacimento ché i periodi si ammalano o si perdono, intanto che la città dove vivono apparentemente cambia, muta, e i quartieri grigi o neri non si distinguono perché le strade hanno gli stessi nomi e la casa si disorienta a seconda degli umori e dai muri delle camere si stacca la carta fiorata

Ma il tempo, osserverebbe qualcuno, è anche un’unita di misura spaziale, basti ricordare le giornate piemontesi: la quantità di terreno arabile con una coppia di buoi in una giornata, pari a 3810 mq. Perdere tempo, quindi, equivale a perdere spazio. Per rimanere in Piemonte mi ha sempre colpito questo raffronto fotografico in cui si vede cosa è accaduto in 80 anni al paesaggio attorno al Santuario di Boca disegnato dall’Antonelli, con le vigne che vengono mangiate dai boschi. A svuotare quelle campagne ci hanno pensato le guerre e la successiva industrializzazione, le fabbriche che oggi sono enormi mostri di cemento abitati solo da fantasmi che aspettano Rumiz per raccontarsi. Il tema degli spazi e dei rapporti tra essi caro a Salabelle è, nel nostro specifico, il rapporto tra città e campagna, tra visione urbana e rurale. Non solo le migliori condizioni di vita delle campagne spingono un numero crescente di cittadini a ripopolarle, ridisegnandone i paesaggi secondo una visione urbana, ma il rapporto si determina nel continuo scambio, innanzitutto commerciale, e finanche urbanistico: se le cantine vanno via via scomparendo a vantaggio di box auto, che senso ha produrre vini da invecchiamento?
Ed è questo che penso ogni volta che scendo in cantina e prendo una delle sempre più poche bottiglie degli anni ’60: mi affaccio in un mondo che non c’è più. Sono quasi del tutto scomparse quelle vigne, quei sistemi di allevamento, quel modo di produrre vino. Un paradosso della modernità: abbiamo allungato le nostre vite rispetto a 50 anni fa, ma abbiamo accorciato la vita delle piante e dei vini che produciamo oggi. Benché cerchi di resistere, la campagna ha dovuto alterare i suoi tempi e si è dovuta in qualche modo adattare alla visione del produci-consuma-produci-consuma-produci-consuma… Purtroppo ai miei eredi potrò lasciare in cantina e trasmettere un numero sensibilmente minore di vini (e di memorie) rispetto a quelli che avrebbe potuto trasmettermi mio nonno. 

Ma le cantine, cantinole, sgabuzzini, non sono solo le depositarie delle mie memorie etiliche ma i ricordi di un’età lontana, di quando fanciullo sfidavo le mie paure – per dirla con Carmelo Bene – e seguendo la luce fioca di una pila andavo sottoterra a visitare un mondo immaginario. Uno spazio fatto di ombre e rumori che generavano sgomenti, mostri e fantasie. Un luogo depositario di cartoni pieni di Diabolik o Sturmtruppen o vecchi libri scolastici riempiti di dediche che sono frammenti di vita. Foto e lettere d’amore di qualche ex fidanzata, nastrini e biciclette arrugginite che si chiamavano Graziella, strumenti oggi non più attuali come una macchina da cucire Singer, rullini Kodak mai sviluppati, cose che mi ricordano chi sono e che oggi non sappiamo più dove mettere o che al massimo ricicliamo. E così, senza rendercene conto, si avvertono i sintomi di quella malattia che, qualche pagina dopo il riferimento alla cantina, coglie la famiglia protagonista del libro di Salabelle: il male della dimenticanza.
Coltivare la memoria e attraversare, tra fantasie e realtà, molteplici mondi possibili, sono alcuni dei motivi per cui è bene occuparsi di vino e di libri nutrendo le nostre cantine e alimentando le nostre librerie. 


ps. Segnalo sul blog di Paolo Nori questo scritto di Ermanno Cavazzoni; qui, su Il Mattino, Marco Ciriello e qui, se avete voglia, il podcast dell'ultima puntata di Rumore Bianco dedicata alla Famiglia che perse tempo.

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“Tenga il manubrio leggero” mi diceva Coppi

Attilio Camoriano, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto e Michele Quartieroni (Olycom)

Pescara, 6 

La voce che io non so andare in bicicletta ha fatto il giro della carovana. Quando siamo in corsa non è male che Leoni mi sfreccia vicino facendomi l’occhietto: “Vedi come si fa a stare in macchina?”. Io cerco di sorridergli, ma quando lui è passato mi mordo le unghie per la vergogna. Credevo di trarre vantaggio dalla mia posizione, ora mi accorgo che la popolarità di cui godo è proprio il prezzo del disonore. 
Perfino i ragazzi all’arrivo mi aspettano per indicarmi: faccio finta di non sentire, ma le loro parole mi restano nell’orecchio e mi fanno arrossire anche quando dormo. “Sembra un vecchio campione” dicono “ed è soltanto un posa-piano. Lui a casa ha il triciclo” e via di questo passo. Hanno ragione. In bicicletta vanno tutti, le donne e i bambini, i preti e i soldati. Io soltanto no. 
Coppi, che è un buon ragazzo, mi si è avvicinato stamane mentre andavo al bagno e mi ha detto: “perché non cerca di imparare? Se vuole, al pomeriggio le insegnerò io”. Ho cercato di rispondergli: “si immagini quale onore è per me; ma è come se un bambino che deve frequentare la prima classe abbia per maestro un professore di università”. “Comunque, se vuole, dopo colazione vengo a prenderla in albergo. A quell’ora non ci sarà nessuno e troveremo una via deserta per gli esercizi”.
Alle due ero ad aspettarlo. Fausto è venuto in pantaloncini corti e si è incamminato con me. Strada facendo abbiamo parlato di tante cose, dei ricordi in comune che incominciavamo ad avere delle nostre famiglie, senza deciderci tuttavia ad incominciare. “Mi dica un poco, come ha fatto a non salire mai su una bicicletta nemmeno da ragazzo?” mi ha chiesto ad un certo punto rimanendo col naso arricciato come è sua abitudine. “È molto semplice – ho risposto – non sono mai riuscito a stare in equilibrio più di un secondo, ed ho provato, sa, non creda che me ne sia stato con le mani in mano. Non ci riuscirò mai. Lei è per me come il gran medico che le famiglie chiamano solo quando il malato è bell’e spacciato”. 
“Proviamo”, ha detto Coppi tagliando corto. 
Eravamo in una via deserta lungo un muro. Fausto si è messo in posizione reggendo la bicicletta. Mi sono issato in sella con molto sforzo e balbettando scuse incomprensibili. “Pedali forte, guardi davanti a sé”. Le solite parole che dicono tutti. Anche Coppi non poteva che ripeterle. Che se ne fa della sua scienza un filosofo che sia costretto ad insegnare le aste ai bambini? 
“Pedalare forte”. È presto detto, ma come? “Più forte, più forte” – sibilava fra i denti Coppi che già incominciava a disperare – “Tenga il manubrio leggero, non guardi la ruota…”. Quante cose da non fare in un momento? “Scendo – supplicavo – mi lasci scendere”. Per un attimo ho provato la dolcezza del volo, sapendo di cadere ed ero già caduto nella polvere come un guerriero antico. Coppi da lontano scuoteva la testa, con le mani puntate sui fianchi. Diecine di curiosi erano affacciati dal muro, che prima sembrava dividesse il deserto e non si azzardavano nemmeno a ridere per la soggezione di vedersi lì Coppi davanti con l’aria del maestro. Non sapevo dove nascondere la faccia, mi veniva da piangere. È venuto a rilevarmi Zandonà accompagnatosi a Tragella che veniva a pescare Coppi. “Ma io so nuotare”, ho cercato di spiegare a Coppi e agli altri accompagnandoli all’albergo, “da ragazzo mi battevo per i trenta metri”. Le mie parole sono cadute nel vuoto. 
Ora sono chiuso in camera e sul mio diario vado scrivendo tristi pensieri e un triste proposito. 
Intanto tutta la città parla e sparla di me, i miei colleghi non sanno come comportarsi. Ma di una cosa sono certo: che se io sapessi andare in bicicletta sarei un campione. È ridicolo che ci si serva di quella macchina da angeli per camminare come fanno tutti. Cadrò, cadrò sempre fino all’ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare. 

Alfonso Gatto, L'Unità, 7 giugno 1947
38esimo Giro d'Italia

posted by Mauro Erro @ 10:57, , links to this post






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