Novità in libreria: Luciano Pignataro e la carica dei 101
venerdì 13 novembre 2009
Confermate le indiscrezioni che lo vedono traslocare da casa Touring alla nuova guida del vino 2010 made in Slow Food come coordinatore delle regioni Campania, Basilicata e Calabria, ecco un’altra novità, l’ultima fatica editoriale di Luciano Pignataro, giornalista, caposervizi al quotidiano Il Mattino di Napoli, appassionato cronista della vitivinicoltura del sud da almeno una quindicina d’anni. Un libro in cui il primo cambiamento sostanziale è la voglia del giornalista campano di misurarsi oltre il territorio che meglio conosce ed affrontare le tematiche di questo nuovo scorcio che si apre all’orizzonte del vino oggi; un orizzonte mutevole e rapidamente cambiato in questi ultimi anni, che vede nella crisi del mercato odierna solo l’ultimo tassello di un’evoluzione rapida di gusti del consumatore e non solo. Da qui parte l’autore nella sua introduzione: la bottiglia ben remunerata crea il commercio, difende la zona ed il reddito agricolo. Un’introduzione, quella di Pignataro, che merita un’attenta lettura perché è un’analisi precisa dei cambiamenti avvenuti in quest’anni in cui il primo dato è l’“omicidio culturale” a cui abbiamo assistito impassibili e impotenti: la perdita d’identità del vino come alimento che accompagna il cibo a tavola.
Un libro insomma, a difesa di un’antica e sapiente cultura rurale, di valorizzazione della biodiversità, che incita al viaggio e alla scoperta di un’Italia vincente, quella del vero made in Italy, che merita l’attenzione di noi tutti.
Insomma, “centouno etichette per crearsi una cantina ideale con bianchi, rossi, rosati, dolci e bollicine. Centouno modi mai banali per conoscere i territori rurali più belli del Paese e le varietà dei vitigni che costituiscono un patrimonio prezioso e inestimabile. Centouno indirizzi per scoprire le nuove sentinelle del gusto e dell’ambiente, spesso fuori dai riflettori mediatici”.
Ed alla fine, vi starete chiedendo, quali le cantine, quali i vini?
Non ve lo dico, accattatevillo, discutetene, litigateci su, ma compratelo.
L’unica anticipazione che vi do riguarda i collaboratori citati dall’autore nei ringraziamenti e le aziende di cui hanno scritto.
Ah si, ci sono anch’io, ho con piacere raccontato di alcuni amici, autentici vignaioli e dei loro vini.
Le indicazioni territoriali per alcune regioni seguite dall’autore sono quelle di Cosimo Torlo (Piemonte), Francesco Annibali (Marche), Aldo Fiordelli (Umbria), Andrea Gori (Chianti), Laura Franchini (Emilia Romagna).
Alcune schede, invece, sono state scritte da Angelo Peretti (Veneto), Marina Alaimo (Calabretta e Les Crêtes), Giulia Cannada Bartoli (Valle dell’Acate) mentre dal sito internet l’Acquabuona è stato tratto il testo di Cascina Pace.
Io ho con piacere parlato di Susanna Crociani e del suo Nobile di Montepulciano, dei Fratelli Isabella ed Emanuele Pelizzatti Perego di Arpepe e del loro Grumello Rocca de Piro, di Giovanni Scarfone e del suo Faro Bonavita, di Walter Massa e del suo Timorasso Derthona e di Fausto De Andreis e di Crosa di Vergagni de Le Rocche del Gatto e del loro pigato Spigau Crociata.
Luciano Pignataro
101 vini da bere almeno una volta nella vita spendendo molto poco
Ed. Newton e Compton
Pagine 288
Euro 14,90
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Torta di patate e camembert
mercoledì 11 novembre 2009
Il connubio patate e formaggio è interessante, le patate rendono più delicato il boccone e asciugano il ripieno della torta, il camembert o pseudo tale, invece, gli dà un tocco intrigante…(immaginate cosa sarebbe con l’originale!!!).
PS: La torta salata è stata preparata in abbinamento ai Cortese di Tenuta La Scolca per la degustazione di Giovedì 5 Novembre, prima serata del primo trimestre dell’ Enolaboratorio 2009/2010 .
Ingredienti per 6 persone
2 rotoli di pasta sfoglia
200 gr di camembert o brie
30 gr di burro
2 patate
2 cucchiai di prezzemolo tritato
1 tuorlo
Sale, pepe e noce moscata
Lessate le patate in acqua fredda. Intanto, per guadagnare tempo, cominciate a pulire il vostro camembert o brie: con un coltellino grattate delicatamente la superficie della classica crosta biancastra, cercando di lasciarla intatta. Affettate quindi il formaggio a fette non troppo sottili. Una volta cotte le patate, sbucciatele e schiacciatele in una ciotola con una forchetta. Aggiungete il prezzemolo tritato, una grattatina di noce moscata e aggiustate di sale e di pepe. Sfogliate un rotolo di pasta sfoglia su carta da forno e mettetelo direttamente sulla placca da forno, distribuite il composto di patate lasciando un bordo di 2/3 centimetri circa e distribuiteci sopra il burro a fiocchetti. Per facilitare il taglio finale della fetta dividete la purea di patate in 6 spicchi, poi distribuite le fette di formaggio su ogni spicchio. Coprite con l’altro rotolo, per sigillare bene i lembi delle due sfoglie aiutatevi con il dorso di un coltello e poi riducete il bordo a cornicione. Spennellate la superficie con il tuorlo diluito con un cucchiaino di acqua e cuocete in forno caldo a 200° per trenta minuti.
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Tenuta La Scolca: Gavi dei Gavi
lunedì 9 novembre 2009
Di su la torretta guardavi lontano; vedevi le genti e i mercanti con i loro carichi di lana e armi venire per le mulattiere, passare per Rovereto percorrendo la via del sale puntando a Genova e al mare. Di lì il “marino” che soffiava dalla Liguria lo avvertivi intenso e profumato di mediterraneo.Da quella cascina, postazione di vedetta sull’appezzamento dall’antico toponimo Sfurca, guardare lontano, appunto, la vigna dominerà l’orizzonte molte centinaia d’anni dopo l’epoca di Carlo Magno.
Tenuta La Scolca
Il distretto vitivinicolo di Gavi si colloca all’estremo sudorientale del Piemonte, a non più di tre quarti d’ora d’auto dalla città di Genova, a ridosso dell’Appennino ligure e della provincia genovese: un’appendice storica di Liguria, insomma, in terra Piemontese. Basterebbe girare per Gavi, ammirare le ville sparse nelle campagne o i palazzi storici del borgo antico di Novi Ligure appartenute alle più potenti famiglie genovesi per rendersi conto di come questa zona sia stata da sempre rifugio autunnale dell’aristocrazia e dell’alta borghesia genovese che preferiva ritirarsi nella serenità di questi spazi aperti e coltivabili.
Cosi fu anche per Gianbattista Parodi, imprenditore, importatore di giocattoli, che nel 1919 acquistò la Tenuta La Scolca, a Rovereto, come buen retiro in campagna. Qui, da allora, in questa tenuta che oggi conta circa 50 ettari, in parte in affitto, si è sempre coltivato il cortese, vitigno a bacca bianca dalla spiccata acidità che, almeno fino a poco dopo la seconda guerra mondiale, era acquistato dalle grandi industrie spumantistiche della regione come base delle loro cuvèe.
L’azienda vera e propria diventa principale reddito della famiglia solo dopo la seconda guerra mondiale, intorno gli anni ’50, quando vengono etichettate le prime bottiglie. Questo decisivo passo si deve alla lungimiranza e al fiuto commerciale di Vittorio Soldati, fino ad allora dirigente della Olivetti, che sposò Federica Parodi, una dei sei figli di Gianbattista, che si rifiutò di vendere i mosti alle grandi industrie spumantistiche che iniziarono a dirottare il loro interesse verso l’Oltrepò Pavese, oggi colonizzato.
L’Etichetta Nera, il Gavi dei Gavi, marchio registrato per differenziarsi dal Gavi di Gavi, e dal cortese di Gavi prodotto negli altri 10 comuni della Denominazione, vedrà la luce per la prima volta con la vendemmia 1969. A quell’epoca Giorgio Soldati, figlio di Vittorio, bocconiano dedito al vino, era già in azienda. Ne prenderà le redini pienamente nei primi anni settanta.
Quattordici anni dopo, nell’83 nascerà il D’Antan, il vino dell’etichetta nera lasciata affinare sur lie per circa dieci anni in acciaio. Piccoli numeri, una provocazione per dimostrare come possa invecchiare benissimo il cortese.
Dal 1995 a Giorgio e Luisa si è affiancata nella conduzione dell’Azienda la figlia Chiara, quarta generazione di una famiglia di viticultori visionari.
Il PaesaggioLa frazione di Rovereto a dieci minuti a Nord-ovest di Gavi è da sempre, grazie anche a Tenuta La Scolca che ne ha alimentato la fama, considerata come il Grand Cru del Gavi. Si tratta di una piccola frazione con non più di 150 abitanti e vigne a perdita d’occhio: una coltivazione intensa dove il cortese (la presenza di altre uve – dolcetto e barbera – è pari al 2%) domina sovrano.
Nello specifico parliamo di una collina posta a circa 300 metri sul livello del mare, con un’esposizione ottimale che va da est a ovest, a 180° gradi, pieno sud, con una pendenza dei terreni che arriva sino al 30%. I terreni sono principalmente marnosi con una forte componente argillosa e alta presenza di ferro, il che già all’occhio esperto, nelle sfumature che vanno dal bianco al rosso scuro, rivela i modi d’intervento. Difatti, nei nuovi reimpianti, i portainnesti possono variare molto, avendo cura, nei terreni con maggiore componente d’argilla di utilizzare quelli che abbiano un apparato radicale più profondo, almeno sotto il metro, affinché nei mesi caldi si eviti qualsiasi problema di stress idrico. Agevolando il lavoro delle piante, coltivando il terreno e lavorandolo in modo tale da romperne i capillari ed evitare che si secchi, creando crepe dannose.
Le uve dell’etichetta nera e del D’Antan arrivano dalla parte più vecchia dell’intera proprietà, piante che hanno dai trenta ai sessant’anni d’età, con qualche filare che tocca i venerandi novanta, che rappresentano il 30-40% dell’intera superficie coltivata. Queste piante provengono con buona probabilità dal vivaio dei Fratelli Zerbo, oggi non più esistente e sono allevati a Guyot, a differenza della parte più giovane, meccanizzabile, allevata a cordone speronato. I sesti d’impianto variano dagli 85-90 cm tra un tralcio e l’altro al metro e venti della parte più vecchia con un interfilare medio di 2,5 metri. Il numero di ceppi per ettaro va dai 3.300 agli oltre 4.000. La resa in alcune annate è ben al di sotto dei 95 quintali di resa massima espressi dal disciplinare. In vigna Giorgio Soldati preferisce una potatura lunga e buona superficie fogliare, non si effettuano trattamenti sistemici, si utilizzano solo rame e zolfo; dalla fioritura alla maturazione del cortese (vitigno dal grappolo grande e spargolo, dall’acino generoso e dalla buccia consistente, con buon livelli di acidità e, talvolta, scarsa capacità di sintetizzare zuccheri) intercorrono mediamente tra i 90 e i 100 giorni; il momento della vendemmia arriva tra fine settembre e i primi giorni di ottobre, quando si raccoglieranno dai 5 ai 7 grappoli per pianta per un peso ciascuno che va dai 350 grammi ai 900.
In cantina si adoperano lieviti indigeni per la fermentazione, lavorando nelle varie fasi con le temperature. Si abbassano con ghiaccio secco quelle delle uve e, di seguito, si porta quella del mosto attorno ai 18, 22 gradi. Sia l’Etichetta Nera che Il D’Antan affinano sulle fecce fini con controllo della torbidità (torbidimetro, gradi Ntu): il primo circa sei, sette mesi, il secondo dieci anni.
La Degustazione*Il Gavi non è vino esuberante. Snello, rarefatto già nel timbro cromatico come sincero biglietto da visita, richiede assolutamente un ascolto attento affinchè se ne apprezzino le sfaccettature, soprattutto, quando si vuole andare oltre l’imponenza della massa a cui il consumatore è abituato per assaggiare ed apprezzare l’essenzialità fisica di questi vini. Quelli di Tenuta La Scolca si sono mostrati ritrosi, scorbutici, soprattutto nelle tre versioni del D’Antan, che poco o niente hanno voluto concedere al naso se non dopo prolungata, prolungatissima ossigenazione (20 ore). Vini che vivono sospesi in cerca di definizione, di sicure matrici sapido-acide, talvolta rigida, talvolta saporita, di mineralità pirandelliana, chè si cela sotto queste o quelle mentite spoglie, sul filo della diluizione, della trasparenza e della tensione, ma che sanno raggiungere, come nel ’89 assaggiato, tali livelli di chiarezza espressiva e di magnifica beltà da lasciare a bocca aperta.
Gavi dei Gavi Etichetta Nera Docg 2006
Inizio vendemmia nella seconda settimana di settembre, successivamente ad un breve periodo quasi autunnale caratterizzato da piogge. Ma con le operazioni di raccolta svolte con un miglioramento delle condizioni per peggiorare verso il periodo di fine vendemmia ad operazioni concluse. Vendemmia 2006 da considerare ottima di qualità e resa in vigneto, dovuta all’escursione termica del periodo di agosto.
Il colore è verdolino dal tono rarefatto. Al naso s’avvertono immediatamente la nota selvatica e fruttata, leggera e gradevole, un sussurro idrocarburico che s’accompagna ad una nota d’agrume amaro (pompelmo). Al sorso ha ottima dinamica di palato, è succoso e fragrante, teso sino al finale dove l’acidità ancora rigida non pregiudica il bel ritorno di frutta della lunghissima persistenza.
Gavi dei Gavi Etichetta Nera Docg 2003
L’inizio dell’autunno è stato buono, seguito da un mese di ottobre discreto con un novembre molto piovoso per poi iniziare un inverno nella norma, con qualche breve nevicata. La fioritura è iniziata la prima settimana di giugno. La fine della primavera e la prima parte dell’estate sono state calde, in alcuni casi le temperature andavano oltre i trenta gradi, con piogge rade. La maturazione è cominciata in lieve anticipo. La raccolta ha avuto avvio nella prima settimana di settembre.
Dal timbro cromatico più denso, al naso la posa di caffè, l’infuso di camomilla, l’erbe aromatiche ampliano il bouquet in cui spicca un frutto in confetto che si riverbera, caramelloso, al palato. È il sorso più materico della batteria, equilibrato, il finale è caratterizzato da una fastidiosa nota dolciastra.
Gavi dei Gavi D’Antan Docg 2001
l’annata caratterizzata da un inverno con poche piogge, dominato da alta pressione, con temperature minime molto basse e venti di Fohn (venti di Nord Ovest). Dopo un mese di marzo molto secco, con giornate limpide e ventose, nelle prime settimane di aprile comincia una primavera molto calda con temperature al di sopra della media stagionale. Nella seconda decade del mese, una nuova ondata di freddo provoca un rallentamento nello sviluppo della vegetazione che recupera il ritardo alla metà del mese di giugno. Luglio è caratterizzato da lunghe giornate di sole, intervallate da clima ventoso e seguite da un agosto caldo con brevi intervalli di piogge fino all’inizio di settembre. Ai primi del mese vi è un abbassamento delle temperature a cui segue una ripresa di bel tempo stabile che assicura una maturazione graduale e progressiva caratterizzata da un perfetto stato delle uve. La vendemmia inizia con dieci gironi di ritardo circa ed è effettuata interamente con tempo soleggiato ed asciutto. L’acidità naturale è più elevata della media.
Naso sottile, quasi inespressivo, sorprendente nell’iniziale profumo di peperoncini verdi, diviene sicuramente più gentile dei due seguenti mostrandosi delicatamente floreale su un sottofondo petroso, leggermente salmastro con note di scatola di mais, radici e sibili balsamici. Sorso succoso, largo, godurioso. Acidità saporosa.
Gavi dei Gavi D’Antan Docg 1999
Germoglio anticipato e primavera temperata e piovosa; mesi estivi caratterizzati da temperature elevate e rare precipitazioni. Nella prima decade di agosto le piogge hanno contribuito all’ottimo equilibrio idrico delle piante. Nel restante mese di agosto ridotte escursioni termiche e condizioni ambientali ottimali hanno determinato una maturazione graduale, tanto che i parametri analitici delle uve mostravano un buon grado zuccherino supportato da un buon equilibrio acido. La vendemmia lievemente anticipata è stata caratterizzata da giornate soleggiate e ventilate.
Nota di gomma bruciata e zucchero filato, di noci, sottobosco, terra bagnata, di pasticcini, di erbe mediterranee, di iodio, di buccia d’arancia. Dal profilo sensoriale di grande compostezza e misura. Sorso ripido, tagliente, snello nel centro bocca, troppo, seppure conduce ad un finale di sapore, lungo, dalla presa tattile interessante.
Gavi dei Gavi D’Antan Docg 1997
Inverno e primavera con clima temperato ed asciutto, alta pressione costante e venti di Fohn moderati hanno favorito un germoglio precoce. In aprile un abbassamento delle temperature ha favorito un naturale diradamento che ha ridotto la quantità dei germogli a favore della qualità. L’estate è stata calda e soleggiata, seguita da un settembre caldo e asciutto. Il clima durante la vendemmia è stato ideale e la produzione scarsa (con un abbassamento del 15%), ma eccezionale. L’annata 1997 è da considerare, per l’alta concentrazione zuccherina, il perfetto stato delle uve e l’acidità naturale, tra le migliori degli ultimi 50 anni ed una delle più adatte all’affinamento nel lungo periodo.
Al naso prevale una speziatura vegetale un po’ rustica e note di bruciato, una nota sottile di frutta matura e gas, poi posa di caffè. Al palato entra leggermente diluito, tende a slabbrarsi ed espandersi al centro bocca, svanendo nel finale del sorso, mostrando un’acidità, citrina, rigida, dura assai.
Gavi dei Gavi Etichetta Nera Doc 1989
L’inverno è stato caratterizzato da freddo intenso, ma senza valori molto bassi di temperatura. Clima mite nei giorni soleggiati. Neve assente. La primavera può essere ricordata quasi “semi-estiva”. Estate nella norma con temperature elevate, ma mai sopra la norma del periodo. Qualche giornata di caldo più intenso, ma rientrato nella norma. Sporadici temporali hanno diminuito, temporaneamente, i valori della temperatura. Alla fine del mese di agosto si è riscontrata una lieve flessione delle temperature massime. Periodo vendemmiale caratterizzato da temperature miti, in flessione, nella prima decade, ma in aumento nella terza decade del mese, però ad operazioni di vendemmia concluse.
Al naso si racconta con una cotognata iniziale con un tocco metallico salmastro ed una sottile nota minerale di pietra focaia, ma mano a mano che la temperatura si alza i profumi s’ingentiliscono, si addolciscono con note leggere di zucchero a velo, un tocco fragrante di pan di spagna appena cotto al forno e leggermente bruciato, di cedro candito, di yogurt alla frutta e di frutta disidrata. Al sorso la dinamica del palato è impressionante, soprattutto nella sensazione tattile: nel tocco felpato, morbido, grasso, ma allo stesso tempo rarefatto, gentile, come fosse seta, sottile senza alcun spessore, dalla dinamica elastica, dal gusto terroso e dal finale saporoso con un piccolo, piccolissimo sbuffo alcolico.
*I dati relativi alle condizioni climatiche delle annate sono stati forniti dall’azienda.
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Broccoli e cavolfiori con pesto di noci
sabato 7 novembre 2009
Non ce la fate proprio a mangiare i cavolfiori? Inorridite solo a sentirne l’odore? Natali in famiglia sì, ma senza insalate di rinforzo? I cavoli riuscite a mangiarli solo a merenda? Non temete, qui sotto c’è la ricettina di Mago Colino per mangiarne a volontà, finanche con il rischio di indigestione! Scherzi a parte, se i cavolfiori li amate, con il pesto alle noci sono ancora più buoni, se non li gradite, potreste cominciare a guardarli con occhi diversi ( e non scherzo!).Tutto è nato perché dovevo preparare qualcosa da abbinare al Cortese di Gavi de La Scolca (di cui parleremo in seguito su questi schermi) e proprio nella prima serata dell’enolaboratorio, prima dopo la “lunga” pausa estiva, e cercavo qualcosa di delicato, ma allo stesso tempo saporito e stuzzicante. Come al solito, leggendo, sfogliando e pensando sono arrivata ad una conclusione: cavolfiori e broccoli in salsa alle noci. Di stagione, i cavoli sono di stagione, le noci ce le avevo, dal momento che ho due alberi che ne producono in quantità industriale campo di rendita tutto l’anno, il basilico è un po’ fuori stagione, ma la piantina sul balcone qualche fogliolina me la regala comunque, l’aglio c’è sempre, il pecorino fresco… dalle nostre parti scarseggia un po’, ma si può ovviare con una buona caciotta di pecora non stagionata e il gioco è fatto: gusto e vitamina C in un solo piatto!
Consiglio n 1- quando comprate il cavolfiore controllate le foglie esterne: devono essere croccanti ed aderenti alla testa, che deve essere grossa e priva di macchie scure e con le cimette ben chiuse. Ricordate che le foglie sono rivestite da una patina bianca che tende a scomparire man mano che il cavolfiore perde freschezza, quindi se il cavolfiore è schiuso…non acquistatelo perché troppo maturo!
Consiglio n 2 - Se temete che i vostri broccoli e i vostri cavolfiori abbiano superato il tempo limite nell’acqua bollente, passateli sotto un getto di acqua gelata per interromperne la cottura (o soffiateci su...).
Consiglio n 3 - occhio alle vecchiette di 97 anni, soprattutto quando siete al supermercato, ma questa è un’altra storia…
Ingredienti per 4 persone
1 cavolfiore
2 cespi di broccoli (cime di rapa o broccolo romano)
50 gr di gherigli di noci
Un mazzetto di basilico
1 spicchio d’aglio
60 gr di pecorino fresco
olio extravergine di oliva
Sale e pepe
Eliminate i torsoli ai broccoli e al cavolfiore e divideteli in cimette cercando di lasciare attaccato un pezzetto di gambo. Portate ad ebollizione abbondante acqua salata, tuffatevi le verdure e lessatele per 5 minuti o finché non vi sembrano cotte (attenzione a non farle troppo cotte altrimenti si spappolano). Tritate le noci nel mixer insieme all’aglio sbucciato. Mettete il trito in una ciotola, unitevi il pecorino ridotto a scagliette sottili, il basilico tagliuzzato, il sale e il pepe e mescolate. Diluite a poco a poco con l’olio versato a filo. Irrorate le cimette con un filo d’olio e disponetele, alternate, in un piatto di portata. Versate sulle verdure qualche cucchiaiata di pesto di noci e mettete quello rimasto in una salsiera.
Adele Chiagano
posted by Mauro Erro @ 9.12,
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Divagando
giovedì 5 novembre 2009

Confessiamo subito: ci siamo ricascati. Si tratta di un vino e di un’azienda verso cui nutriamo un particolare affetto, le cui bottiglie non mancano mai nella nostra cantina, di cui abbiamo già scritto (qui e qui), registrando solo sporadicamente le continue bevute ed assaggi. È vino particolare, c’è a chi non piace (segnalandone per dovere di cronaca l’opinione, qui); fatto di chiaroscuri e contrasti, di meravigliose aperture e misteriose ritrosie, è di quei vini che vi riporta nell’alveo della passione autentica, dell’infatuazione per ciò che il vino dovrebbe essere nel cuore di ogni appassionato vero. Innanzitutto richiede pazienza e attesa, non è certo al passo con i tempi del mangia e bevi-take away-fast food; scriviamo di questo, al secondo assaggio, quindi, perché entrato da qualche mese in commercio, nonostante, il primo rilievo tecnico e la prima ammissione di colpe da parte nostra, impazienti, riguarda il fatto che trattasi di pargoletto in fasce e che richiede una stappatura anticipata di circa 5, 6 ore, avendo cura di versare un calice di vino per ampliare la superficie in contatto con l’ossigeno.
Rubino dalle affascinanti trasparenze, a sei ore dalla stappatura si concede con un frutto di rara bellezza, di giovanile turgidità, che accompagna e sovrasta i tratti minerali ematici, stagliandosi all’orizzonte di sensazioni terrose appena accennate, tracce sottili di spezie in un insieme che appare ancora compresso e che svilupperà il suo potenziale nel tempo. All’ingresso in bocca seduce la succosità e la carnalità del sorso, teso e di grande ed elegante equilibrio, chiuso da una verve acida decisa, saporita, che invoglia la bevuta.
Per capirci, un ’95 bevuto quest’anno, rimane nella top ten dei vini più buoni da noi assaggiati.
Da San Felice in Castelnuovo Berardenga, da viti allevate ad alberello, da un’agricoltura sana e naturale nell’impostazione, affinato in botti grandi. Viscerale e capriccioso.
Blauburgunder, Pinot Nero 2006, Garlider
A Velturno, poco sopra Chiusa, si trova l’Azienda vinicola Garlider, sulla magnifica Valle Isarco, dove Christian Kerschbaumer gestisce qui con i suoi genitori, la moglie Veronika ed i figli Anna, Elisa, Philipp e Manuela, i suoi vigneti su una superficie vitata di 4 ettari, producendo oltre cinque bianchi, l’unico pinot nero, sembra, di tutta la Valle Isarco.
Dal sito dell’azienda traiamo queste informazioni che ci dicono che i vigneti sono situati ad altezze che vanno dai 540 ai 800 mt. sul livello del mare, con pendenze che arrivano al 55% in posizione sud – sud/est. Il terreno presenta un valore PH da 6,1 a 6,9 ed è caratterizzato da erosioni di filladi quarzifere. La percentuale argillosa del terreno varia a seconda dell’esposizione del pendio: i vigneti situati nella zona più a sud presentano un contenuto maggiore di argilla che conferisce ai vini una struttura più piena e potente. I vini provenienti dalle zone più a nord, ove i terreni hanno un contenuto di argilla minore, hanno un carattere più minerale, con acidità più marcata e brillantezza superiore. Di nostro vi aggiungiamo che siamo al terzo assaggio che diviene bevuta e che speriamo che il quarto avvenga quanto prima possibile. Pinot Nero di grande eleganza al naso nelle note nette ed evidenti di piccola frutta rossa accompagnata da precisi rimandi di erbe aromatiche che rendono questo vino immediato e piacevole, di grande pulizia tecnica e finezza espressiva, di solarità acclarata. Quanto al palato il vino se ne impossessa subito dichiarandovi guerra e lasciandovi sconfitti: è pressoché impossibile riuscire a conservarne un sorso per la prove del giorno dopo a 24 ore di distanza. Succoso, teso e dal finale sapido con un piacevole ritorno di frutta, gli manca solo quella complessità (anche di retrobocca) che solo il tempo, se vorrà, gli regalerà. Tentatore.
posted by Mauro Erro @ 8.36,
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Tortillas de patatas…versione mini/tapas!
martedì 3 novembre 2009
Il ricordo più bello della Spagna? I bar de tapas! No, non è che penso sempre a mangiare e l’Andalusia, dove le tapas hanno origine, è bellissima, ma i bar de tapas sono troppo simpatici!Definire le tapas, però, è un po’ difficile, essendo cibo in accompagnamento ad una bevanda è facile paragonarle al nostro classico aperitivo, ma non c’è niente di più sbagliato. Le tapas, per accompagnare vino, birra o un semplice succo di frutta sono un qualcosa da mangiare in versione ridotta: un semplice piattino di arachidi, olive e formaggio o di jamon iberico e allo stesso tempo huevos a la flamenca, merluza a la marinera, gambas al ajillo, gazpacho andaluz ecc. ecc fino alle famosissime tortillas de patatas. Sulla nascita delle suddette ci sono varie leggende, ma in effetti la loro vera origine è da ricercarsi nelle campagne dell'Andalusia: qui i contadini avevano l'usanza di mangiare piccole razioni di cibo per riuscire a lavorare tutto il giorno.
Le tapas nascono in Andalusia e da lì poi si diffondono in tutta la Spagna ( in alcune zone del Nord vengono chiamate pinchos) e, in teoria, dovrebbero costituire un piccolo spuntino per spezzare la fame, ma in pratica in Spagna, visto che non c’è la tradizione di mangiare ad orari come in Italia, si mangia quando si ha fame, cioè sempre! Gli spagnoli gustano una o due tapas con una bevanda in un locale e poi si recano in un altro locale e così via, bar dopo bar ne fanno un continuo consumo ambulante, detto tapeo o ir de tapas, che può durare all’infinito cioè fino alla chiusura dei bar!
Le mini tortillas di patate che ho preparato qualche giorno fa, in effetti, non sono frutto di un omaggio all’Andalusia o dei miei bei ricordi iberici, ma della necessità di soddisfare una sete di birra. E non una birra spagnola bensì la Duvel, lo champagne delle birre! Non male l’abbinamento, la mini tortilla piena di cipolla ha retto benone. Che quasi quasi i ristoratori belgi volessero tapizzare la loro cucina? O che nei bar de tapas qualcuno volesse azzardare un abbinamento con birre belghe???Noi intanto ce le siamo gustate in un’enoteca italiana, molto italiana, addirittura partenopea!!!
Ingredienti per 4 persone
2 patate gialle
1 cipolla rossa
150 gr di pancetta
5 uova
4 foglioline di salvia
1 spicchio d’aglio
50 gr di grana grattugiato
Olio, sale e pepe
Tagliare la pancetta a listarelle e farla rosolare in una padella antiaderente. Sbucciare le patate e tagliarle a dadini. Affettare la cipolla e farla stufare con le patate a fuoco basso con 4 cucchiai di olio, l’aglio e la salvia. Salate, pepate e mescolate continuamente fino a che le patate non sono cotte. Sbattete le uova con il grana, aggiungete il sale e il pepe. Mescolate le uova alle verdure, aggiungete la pancetta rosolata e versate il composto in stampini da muffins imburrati. Infornate a 200 ° per una ventina di minuti.
posted by Mauro Erro @ 8.19,
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I Bomboloni...
sabato 31 ottobre 2009
...di Nonna Lina. Ancora un vecchio vintage dal nostro archivio per l'angolo dolce della domenica. (M.E.)Era questa quindi la ricetta originale di un tesoro della nonna al quale davo paternità siciliana da bimba, ma che di siciliano non ha niente se non le mani e la pazienza della nonna trapanese.Rifatti quest'estate dopo tempo immemore i super bomboloni mi hanno inesorabilmente riportato indietro negli anni. E' vero in quest'ultimo periodo mi sento un tantino nostalgica, ma succede che quando si cresce, quando si hanno i primi scontri con le avversità della vita, e parlo di quelle dure indelebili perdite che ti fanno passare dall'altra parte della barricata quella fatta di consapevolezza e non più di incoscienza, allora succede che ogni piccolo odore o sapore o colore che ti riporti indietro nel tempo diventa una scia di serenità a cui attaccarti. Se si pensa però che nonostante nel matriarcato siamo arrivati abbondantemente alla quarta generazione e i sapori di una nonna, mai conosciuta personalmente nemmeno da tutti gli esponenti della terza, sono invece vivi e vegeti, ci si rende conto che per ogni piccola grande nicchia di affetti tutti possono avere il loro angolo di immortalità!
Adele Chiagano
posted by Mauro Erro @ 19.55,
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Speciale birra, seconda parte
venerdì 30 ottobre 2009
Le prima traccia inconfutabile dell’esistenza della birra ci viene da una tavoletta di argilla dell’epoca predinastica sumera (circa 3.700 a.C.), il celebre “monumento blu” che descrive i dono propiziatori offerti alla dea Nin-Harra: capretti, miele e birra. Dai caratteri cuneiformi dei sumeri sappiamo inoltre che le “case della birra” sono tenute da donne, che la birra d’orzo è chiamata “sikaru” (pane liquido) mentre quella di farro è detta “Kurunnu” e che altri tipi vengono ottenuti mescolando in proporzioni diverse le prime due. Da ricordare almeno la niud addolcita con zucchero di datteri e la bi-du, la più ordinaria che serviva a calcolare il salario base degli operai (tre litri al giorno!). la più antica legge che regolamenta la produzione e la vendita di birra e senza alcun dubbio il codice di Hammourabi (1728-1686 a.C.) che condannava a morte chi non rispettava i criteri di fabbricazione indicati e chi approva un locale di vendita senza autorizzazione.Le materie prime: I Cereali
La maggior parte delle persone sa che il pane è fatto con la farina di cereali, ma non tutti coloro che bevono regolarmente la birra sanno che il punto di partenza di ogni bicchiere è lo stesso alimento: in genere orzo, ma talvolta anche frumento, segale, avena, riso, farro, miglio e sorgo.
Tradizionalmente si usa l’orzo perché l’estrazione dei suoi zuccheri è relativamente facile e perché se ne ricava una birra dal spore morbido e pulito. Tuttavia, molti birrai vi uniscono piccole quantità di altri cereali, che modificheranno le caratteristiche della bevanda. Il frumento è in grado di esaltare la rotondità del sapore e migliorare la stabilità della schiuma quando la birra viene versata. L’avena conferisce una serica morbidezza, la segale note speziate, mentre il mais può alleggerire il corpo e rendere la birra più chiara. Alcune birre (per esempio quelle di frumento) contengono solo una minima percentuale di orzo o addirittura, ne sono del tutto prive. Non sorprende il fatto che i birrai tendano a preferire i cereali che crescono meglio localmente. Ciò spiega la prevalenza di birre a base di mais e riso negli Stati Uniti. In Europa l’orzo rimane al primo posto, non sempre è andata così: fini al XVIII secolo la birra della Boemia si otteneva principalmente dal frumento, solo in una fase successiva dall’orzo e, durante le annate cattive anche dall’avena. In futuro, tuttavia, è possibile che l’orzo venga soppiantato come prima scelta: l’aumento della temperatura globale del pianeta potrebbe compromettere i raccolti dell’Europa continentale e costringere i birrai a cercare alternative altrettanto valide.
Varietà di orzo
Esistono differenze anche tra le molteplici varietà di orzo, ma risultano meno evidenti nel prodotto fiito. I birrai tedeschi e cechi, per esempio, preferiscono l’orzo seminato in primavera, poiché produce un aroma pià pulito e dolce. I birrai belgi e britannici preferiscono, invece, quello seminato in inverno, che è più rbusto e conferisce un sapore più intenso. I principali tipi di orzo sono tre e differiscono per il numero di chicchi contenuti nella spiga. Questi crescono a coppie di due, quattro o sei lungo lo stelo centrale. I birrai europei usano l’orzo a due chicchi (distico), perché la percentuale di amido nel chicco è più alta rispetto ad altre qualità. Negli Stati Uniti ha più largo impiego l’orzo a sei chicchi (esastico), perché il clima mite del posto ne favorisce la crescita e perché la concentrazione di enzimi necessari a convertire l’amido in zucchero è elevata. Pare che produca un sapore più rigoroso e pungente. Nel Regno Unito, l’orzo usato per le ale è il tipo Maris Otter, benché altre varietà, che producono più zucchero fermentabile per tonnellata, lo stiano gradualmente soppiantando.
Heinrich Knaust, viaggiatore in pellegrinaggio da un birifficio all’altro e filosofo, nel 1614, scrisse uno dei primi libri sulla birra tedesca arrivando a catalogare più di 120 stili differenti. Oggi, purtroppo, l’enorme diffusione dello stile pilsner che rappresenta circa i due terzi della produzione nazionale, ha fatto scomparire gran parte di queste stili, che si riducono a circa una ventina, alcuni dei quali, tendono ad essere confinati in regioni specifiche.
È bene specificare che le Lager, la cui pilsner è espressione più conosciuta, non rappresentano uno stile, ma la grande famiglia delle birre a bassa fermentazione.
Le bianche
Le birre di grano tedesche si chiamano weissbier o weizenbier. Il primo ternime (birra bianca) sembra più appropriato per le birre non filtrate, dall’aspetto torbido, mentre il secondo (birra di grano) è più adatto al tipo chiaro. Ma non è semplicemente così. Per la terminologia i birrai rivendicano preferenza geografiche distribuendole tra Franconia, Palatinato, Svevia e altre regioni del sud. Termini come “Hefeweizen” o “mit hefe”, indicano una birra di frumento imbottigliata con lievito (hefe in tedesco significa appunto lievito).
La differenza sostanziale con quelle belghe è che la parte di frumento contenuta in queste birre è maltata.
È ovviamente il sud della Germania a farla da padrone nella produzione di queste birre, contando circa 600 birrifici bavaresi che la producono almeno in una tipologia. Ma il cuore dello stile palpita intorno Monaco, dove si trova l’antico monastero di Weihenstephan. Situato sulla cima di una collina, questo monastero benedettino ottenne la licenza di produrre birra nel 1040, vantando di essere il primo birrificio al mondo. Fu acquistato in seguito dalla famiglia reale Bavarese e oggi è di proprietà dello stato ed ospita la facoltà di ingegneria birraria del Politecnico di Monaco, la più famosa università del mondo dedicata alla disciplina.
È bene precisare che le “birre bianche” possono essere anche molto scure come nel caso delle wiezenbock, dal tenore alcolico anche più sostenuto.
Ma anche nella Germania settentrionale è possibile, anche se più difficile, incontrare birre di frumento come la Gose di Lipsia, una birra giunta a noi dopo la caduta del muro di Berlino, salata e speziata a cui vengono aggiunti coriandolo e sale. Senza dimenticare la Berliner weisse, leggera e rinfrescane con elevata acidità lattica.
L’editto della Purezza
Sebbene la birra di frumento rappresenti la specialità regionale della Baviera, non è presente all’Oktoberfest di Monaco. Il motivo risale a 500 anni fa, quando fu emanato l’Edito della Purezza o Reinheitsgebot. Il motivo fu la scarsità di cereale per la vasta produzione di birra di frumento all’epoca che portava i birrifici a contendersi le provviste di grano con i fornai. Per ristabilire l’ordine il Duca Guglielmo IV nel 1516 emanò l’editto che vietava ai birrai l’utilizzo di qualsiasi cereale eccetto l’orzo, non adatto all’impiego per il pane. In realtà il decreto privilegiava il Duca garantendo alla birreria di corte il diritto esclusivo di produrre birra di frumento in Baviera. Dagli inizi del XIX secolo l’editto non è più in vigore.

Le Isole Britanniche
Benché più della metà della birra consumata nelle isole britanniche sia lager, la reputazione birraria di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda poggia sulle ale. La genialità del birraio britannico consiste nel creare bevande non troppo forti, ma ricche di sapore.
Nelle isole britanniche la quantità di birra consumata fuori casa, nei pub, caffè, club e ristoranti è più alta di qualsiasi altro paese.
Indian Pale Ale
Al Governatore Britannico in India occorrevano regolari rifornimenti di birra. Il problema del lungo viaggio in mare che ne causava il deterioramento fu risolto producendo una birra più luppolata e più alcolica. Oggi, ovviamente, questo tipo di birra non esige più un tenore alcolico più alto, ma l’estrema luppoatura di talune, rende questa birra tra quelle con il grado IBU (che misura l’amaro) più alto.
Un esempio italiano di grande qualità è rappresentato dalla Noscia del microbirrificio campano Maltovivo, recensita qui da Fabio Cimmino
Old Ale
La designazione suggerisce probabilmente un metodo antico più che un lungo periodo d’invecchiamento. La maggior parte delle old ale ha un colore a metà tra il rosso rubino e il marrone scuro, alcune versioni sono più forti delle mild ale.
Le birre Bevute durante la serata sono state la Weihenstephaner, La Delirium Tremens (clicca qui per la recensione), la Noscia e la Strong Suffolk del Birrifficio Green King di Bury St.Edmunds attivo sin dal 1799.
Bibliografia consigliata: Guida pratica alle birre a cura di Michael Jackson, edizioni Mondatori, con i contributi di Lorenzo Dabove, Alastair Gilmour, Geoff Griggs, Tim Hampson, Bryan Harrell, Stan Hieronymus, Conrad Seidl, Willie Simpson e Derek Walsh.
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Disquisizioni vinose in un taxi
giovedì 29 ottobre 2009

È stata una lunga giornata: iniziata alle 7:30 e non ancora finita, ora che è passata la mezzanotte. Sempre in movimento, sempre in piedi, mangiando un trancio di pizza fujienn fujienn ed incastrando appuntamenti, persone, telefonate, birre e mousse al cioccolato.
2536, 3 minuti. Indosso la giacca e recupero le mie cose, nel frattempo sento mio fratello che parla con quello del taxi: parlano di vino, “è un po’ scarso” sento dire a mio fratello, ma non colgo bene, non ci faccio caso, sono troppo stanco.
Saluto e salgo in macchina. T sta per il tassista, R per Roberto cioè io.
T- Dove andiamo?
R- Via Girardi, grazie.
T – L’ospedale militare…
R- Esatto
Poi restiamo in silenzio, io guardo fuori dal finestrino. Ma lui è impaziente, ha voglia di parlare, la notte è appena iniziata per lui. E allora guarda nel retrovisore e mi fa:
T – Com’è quell’enoteca?
R – Carina
T – ma è cara?
R- e dipende…non per forza…dipende da quello che uno vuole
T- e tipo? Fatemi capire…
R – ha pure le offerte: si parte da 3 bottiglie 10 euro
T- ah! Ho capito. Però non tiene la colomba argento.
No, ho capito io: “è un po’ scarso” diceva mio fratello. Poi prosegue.
T – è un vino siciliano, del conte di salaparuta, lo conoscete??
R- no, in realtà no! ma costa assaje?
T- 7-8 euro, ma non è che non si trova, cioè si trova in giro.
R- ah vabbè, si può fare.
T – ncopp’ a na magnat’ e pesce fresco, t’arricrei. A me, modestamente, mi piacciono i vini siciliani. I pugliesi no! voi lo bevete il vino??
Non ho molta voglia di intavolare un discorso sul vino, così prendo a mentire spudoratamente.
R- No, sinceramente, non ci vado appresso: preferisco la birra o l’acqua
T- e ma adda essere naturale, l’acqua frizzante non mi piace, come pure la birra: mi gonfia lo stomaco, mi fa passare la fame e poi la birra si deve bere ghiacciata e d’inverno… sai, si stong inta a Curva B ca marenn, allora lì sì, una bella ainechen…
R – E sì!. Ma alla fine io non bevo assaje: principalmente acqua
T – ah quella del bar poi è proprio acqua gasata
R – in che senso, scusi?
T- che è acqua e gas, ce sta o gas arint. Ma comme fa a gent a so piglià?!?
R - è vero: è una cosa imbevibile.
T – e comunque a me mi piacciono i vini siciliani, mentre i pugliesi no.
Torna all’attacco, penso io, col sorriso sotto i baffi che non ho.
R – e perché non vi piacciono?
T- perché so pesanti: sapete, il Manduria e il Locorotondo. No, in realtà quest’ultimo è molisano, anzi no, è della Basilicata. Ma noi teniamo certe zone: la zona del Vesuvio per esempio, e poi i vini napoletani. A’ cantina del sole la conoscete?
R – come no…
T – è quella che sta a Quarto. Se vi pigliate l’asprino o il lettere…
R – ah frizzantino…
T- sì, e chell’ è l’acqu’ che nun mi piace frizzante, il vino sì!! Ma poi mi piace il Fiano.
R- insomma bevete bene
T- ma solo una volta e mezzo a settimana: quando non sto di turno, se no poi se mi fanno l’esame s’pigliann a patent. Io con rispetto parlando il vino lo reggo, ma, pe dicere na strunzata, se qualcuno mi viene addosso…
R – e il test lo fanno pure a voi.
T – hai capito niente: e così bevo una volta e mezzo a settimana. E a Natale: noi ci vediamo tante famiglie e poi dividiamo le spese: quella mia moglie me lo dice sempre, spendete più per il vino ca pe magnà…
R – e vabbè, una volta l’anno
T – e il chianti non mi piace
R - ah no?
T – no! chill cost pure assaje: ma ti fanno pagare la confezione. É un vino secco, ti lascia la bocca brutta.
R – terrò presente…
Nel frattempo siamo arrivati, le strade erano deserte e lui è passato anche al semaforo rosso.
R- è questo palazzo a destra. Quanto vi devo?
T- sono 11 euro e venti.
Poi si gira verso di me e mi fa:
T- ma in quella busta che ci tenete: non ci esce niente per me??
R- solo ‘na busta e latte. Mi dispiace, ma fate pure 12 euro.
Roberto Erro
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Enolaboratorio e Luoghi Comuni 09/10
mercoledì 28 ottobre 2009

Il progetto ideato da Fabio Cimmino, Mauro Erro e Tommaso Luongo propone ai suoi affezionati partecipanti alcune interessanti novità!
Da quest’anno l’Enolaboratorio dell’Enoteca Divinoinvigna in collaborazione con l’AIS, Associazione Italiana Sommeliers, delegazione Napoli, si sdoppia.
A partire da Giovedì 5 Novembre ci saranno ben due rassegne:
l’Enolaboratorio, appunto e il nuovo progetto dal nome Luoghi Comuni.
Se la prima rassegna si dedicherà al racconto delle storie umane e culturali, di uomini che hanno segnato il mondo del vino attraverso le verticali delle singole etichette, la seconda, invece, porrà l’obiettivo sui luoghi, cercando di approfondire le zone vitivinicole italiane e straniere. In entrambi i casi, naturalmente, partendo da calici colmi di vini, spesso unici, accompagnati dalle preparazioni culinarie di Adele Chiagano.
Tra le tante novità segnaliamo l’appuntamento di Mercoledì 11 Novembre in trasferta presso la Fabbrica dei Sapori, a Battipaglia (SA) per la manifestazione Aglianico e Aglianico ideata da Luciano Pignataro, per uno speciale sulle Piccole Vigne del Vulture, dove saranno presentati ufficialmente i due progetti.
I nostri viaggi attraverso uomini e luoghi cominciano ora!
Primo appuntamento da segnare in agenda è:
Giovedì 5 novembre, l’anteprima
un tuffo nel Gavi di Casa Soldati fino ad un incredibile 1989, gentile omaggio di un produttore Cortese….
PRIMO TRIMESTRE ENOLABORATORIO E LUOGHI COMUNI
Novembre/Dicembre/Gennaio
Giovedì 05 Novembre
Verticale Gavi dei Gavi Azienda Agricola La Scolca -
Costo della serata € 40
- Gavi dei Gavi et. nera 2006
- Gavi dei Gavi et. nera 2003
- Gavi dei Gavi D’Antan 2001
- Gavi dei Gavi D’Antan 1999
- Gavi dei Gavi D’Antan 1997
- Gavi dei Gavi et. nera 1989
Mercoledì 11 Novembre
Enolaboratorio in trasferta:
Speciale Enolaboratorio Divinoinvigna & Ais Napoli sulle Piccole Vigne del Vulture ad Aglianico e Aglianico (Fabbrica dei Sapori – Battipaglia).
Costo della serata € 15
- Zimberno 2005/ Azienda Vinicola ViniLaluce
- Eleano2004 / Azienda Vitivinicola Eleano
- Camerlengo 2005 / Azienda Agricola Camerlengo
- Shesh 2006 / Lelusi Viticoltori
- Serra del Prete 2007 / Azienda Musto Carmelitano
- 400some 2006 / Azienda Carbone
Giovedì 19 Novembre:
Luoghi Comuni: Approfondimento sul Cortese di Gavi
Costo della serata € 35
- Gavi Pisè 2007 / Società Agricola La Raia
- Gavi Marne Bianco 2007 / Azienda Agricola Le Marne
- Gavi Rovereto Vigna Vecchia 2007 / Azienda Vitivinicola Castellari Bergaglio
- Gavi Filagnotti 2006 / Cascina degli Ulivi
- Gavi dei Gavi 2008 / Azienda Agricola Il Rocchin
- Vilma Cappelletti Etichetta Nera 2007 / Azienda Agricola Il Vignale
Giovedì 26 Novembre
Luoghi Comuni: La Valtellina in degustazione in compagnia della produttrice Isabella Pelizzatti Perego.
Costo della serata € 40
- Valgella 2004 / Azienda Renato Motalli
- Valtellina Superiore Dirupi 2006/ Azienda Dirupi
- Grumello 2005 / Azienda Agricola Marsetti
- Valtellina Superiore Maroggia 2005 / Consorzio del vino di Maroggia
- Sassella 2006 / Azienda Agricola Terrazzi Alti
- Inferno Riserva 2004 / Azienda Ar.Pe.Pe.
Giovedì 3 Dicembre
Enolaboratorio: Verticale di Barbacarlo, il vino di Broni dell’ Azienda Agricola Barbacarlo di Lino Maga
Costo della serata € 40
- Barbacarlo 2006
- Barbacarlo 2004
- Barbacarlo 2001
- Barbacarlo 1997
- Barbacarlo 1990
- Barbacarlo 1983
Costo della serata € 30
- Greco di Tufo Angelarosa 2007 / Azienda Agricola Angelarosa - Montefusco
- Greco di Tufo Selvetelle 2008 / Azienda Carlo Centrella - Torrioni
- Greco di Tufo 2008 / Cantine Dell’Angelo - Tufo
- Greco di Tufo 2008 / Azienda Agricola Pietracupa – Santa Paolina
- Greco di Tufo Ariavecchia 2006 / Azienda Calafè – Prata P.U.
- Greco di Tufo 2008 / Azienda Agricola Petilia – Altavilla Irpina
Giovedì 14 Gennaio
Enolaboratorio: Doppia Mini-Verticale Primitivo di Gioia Riserva - Azienda Agricola Giuliani/ Azienda Agricola Pasquale Petrera
Costo della serata € 35
- Primitivo Riserva 2001 / Azienda Agricola Giuliani
- Primitivo Riserva 2000/ Azienda Agricola Giuliani
- Primitivo Riserva 1999/ Azienda Agricola Giuliani
- Primitivo Fatalone Riserva 2004 / Azienda Agricola Pasquale Petrera
- Primitivo Fatalone Riserva 2003 / Azienda Agricola Pasquale Petrera
- Primitivo Fatalone Riserva 2000 / Azienda Agricola Pasquale Petrera
Giovedì 21 Gennaio
Luoghi Comuni: Primitivo di Gioia del Colle
Costo della serata €35
- Primitivo Riserva 2006 / Azienda Giuliani
- Purpureus 2007 / Cantine Ferri
- Primitivo 2005 / Azienda Guttarolo
- Polvanera 17 2006 / Azienda Polvanera
- Pietraventosa 2006 / Azienda Pietraventosa
- Primitivo Fatalone 2005 / Azienda Fatalone
Giovedì 28 Gennaio
Enolaboratorio: Il nebbiolo dell’Alto Piemonte - Verticale di Boca Il rosso delle donne Castello Conti
Costo della serata € 40
- Boca Castello Conti 2004
- Boca Castello Conti 1998
- Boca Castello Conti 1996
- Boca Castello Conti 1991
- Boca Castello Conti 1987
- Boca Castello Conti 1985
Coming Soon: Piccole news per il prossimo trimestre
Verticale del Pietramarina Etna Bianco Benanti
Il Dolcetto di Ovada di Pino Ratto fino al millesimo 1970
Chablis: Grand Cru di Chardonnay
...e tanto altro ancora.
Si ringraziano tutti i produttori per la gentile disponibilità. E per i preziosi consigli: Alessandro Franceschini, Roberto Giuliani e Pasquale Porcelli.
Credits
http://www.enolaboratorio.it/
http://www.aisnapoli.it/
http://www.ilviandantebevitore.blogspot.com/
Info e prenotazioni: divinoinvigna@libero.it; 081 3722670 – 329 6467600
posted by Mauro Erro @ 8.51,
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