Milan l'è un gran Milan: Gianni Mura, le sorelle Giussani e Vito Liverani

Gianni Mura, Milano, novembre 2014

Lavorare da oltre tre anni con Alessandro Masnaghetti, milanese di Porta Vittoria, che a sua volta aveva lavorato con Luigi Veronelli, milanese dell’Isola, non ha fatto altro che acuire la curiosità per questa città che ai miei occhi ha sempre avuto un enorme fascino, fino al momento, almeno, in cui è diventata la Milano da bere, paradigma di un’italietta becera, ignorante e cafona. 
La Milano di Gaber, di Strehler e Abatantuono, di quelli che Jannacci e Beppe Viola, di Rebora, Raboni e via così. Quella stessa Milano che ho ritrovato nelle parole di Gianni Mura, la cui intervista, firmata con Paolo De Cristofaro, potete leggere sul nuovo numero di Enogea, il 59, in distribuzione in questi giorni. Qui, potete leggere il ritratto che la apre. 

Angela e Luciana Giussani

Sempre in tema di segnalazioni milanesi, ecco un’altra meravigliosa storia, quella delle sorelle Giussani che inventarono Diabolik. La racconta il giornalista messicano Marco Ciriello in questo video di cui consiglio la visione. 

Tour de France, 1952: lo storico passaggio della borraccia tra Fausto Coppi e Gino Bartali (Omega/Martini)

Infine, altra segnalazione video-milanese: non perdetevi il racconto di Emanuela Audisio, inviata de La Repubblica, su Vito Liverani, che 60 anni fa fondò l’agenzia fotografica Olympia e negli anni ottanta la Omega. 

posted by Mauro Erro @ 09:36, , links to this post


La cantina è un mondo parallelo



L’appartamento dove vivevamo era dotato di una cantina in cui nessuno di noi era mai entrato. Secondo la forma del proprio cervello e l’idea che possedeva del mondo, ciascun componente della famiglia la disegnò nel modo in cui la immaginava.

La Famiglia che perse tempo, Maurizio Salabelle, ed. Quodlibet 

Uscito quest’anno per l’editore Quodlibet, nella collana Compagnia Extra curata da Ermanno Cavazzoni, La famiglia che perse tempo è il primo romanzo scritto nel 1987 da Maurizio Salabelle, lo scrittore scomparso prematuramente a 43 anni nel 2003, purtroppo troppo poco conosciuto. Un libro seminale e stratificato, nonostante siano solo 156 pagine, che racconta le città e le periferie in cui viviamo, le dinamiche di passaggio tra età, i rapporti con le persone che ci circondano, fatto di una scrittura piana, cristallina e leggera, ironica e dal registro surreale, ma d’inossidabile e incontrovertibile logica. Un libro ricco di contrasti, anche cromatici, a cui Salabelle ci sottopone continuamente, mentre la storia della famiglia che perde il tempo si snoda e gli orologi si muovono come impazziti, accelerando, rallentando o fermandosi a loro piacimento ché i periodi si ammalano o si perdono, intanto che la città dove vivono apparentemente cambia, muta, e i quartieri grigi o neri non si distinguono perché le strade hanno gli stessi nomi e la casa si disorienta a seconda degli umori e dai muri delle camere si stacca la carta fiorata

Ma il tempo, osserverebbe qualcuno, è anche un’unita di misura spaziale, basti ricordare le giornate piemontesi: la quantità di terreno arabile con una coppia di buoi in una giornata, pari a 3810 mq. Perdere tempo, quindi, equivale a perdere spazio. Per rimanere in Piemonte mi ha sempre colpito questo raffronto fotografico in cui si vede cosa è accaduto in 80 anni al paesaggio attorno al Santuario di Boca disegnato dall’Antonelli, con le vigne che vengono mangiate dai boschi. A svuotare quelle campagne ci hanno pensato le guerre e la successiva industrializzazione, le fabbriche che oggi sono enormi mostri di cemento abitati solo da fantasmi che aspettano Rumiz per raccontarsi. Il tema degli spazi e dei rapporti tra essi caro a Salabelle è, nel nostro specifico, il rapporto tra città e campagna, tra visione urbana e rurale. Non solo le migliori condizioni di vita delle campagne spingono un numero crescente di cittadini a ripopolarle, ridisegnandone i paesaggi secondo una visione urbana, ma il rapporto si determina nel continuo scambio, innanzitutto commerciale, e finanche urbanistico: se le cantine vanno via via scomparendo a vantaggio di box auto, che senso ha produrre vini da invecchiamento?
Ed è questo che penso ogni volta che scendo in cantina e prendo una delle sempre più poche bottiglie degli anni ’60: mi affaccio in un mondo che non c’è più. Sono quasi del tutto scomparse quelle vigne, quei sistemi di allevamento, quel modo di produrre vino. Un paradosso della modernità: abbiamo allungato le nostre vite rispetto a 50 anni fa, ma abbiamo accorciato la vita delle piante e dei vini che produciamo oggi. Benché cerchi di resistere, la campagna ha dovuto alterare i suoi tempi e si è dovuta in qualche modo adattare alla visione del produci-consuma-produci-consuma-produci-consuma… Purtroppo ai miei eredi potrò lasciare in cantina e trasmettere un numero sensibilmente minore di vini (e di memorie) rispetto a quelli che avrebbe potuto trasmettermi mio nonno. 

Ma le cantine, cantinole, sgabuzzini, non sono solo le depositarie delle mie memorie etiliche ma i ricordi di un’età lontana, di quando fanciullo sfidavo le mie paure – per dirla con Carmelo Bene – e seguendo la luce fioca di una pila andavo sottoterra a visitare un mondo immaginario. Uno spazio fatto di ombre e rumori che generavano sgomenti, mostri e fantasie. Un luogo depositario di cartoni pieni di Diabolik o Sturmtruppen o vecchi libri scolastici riempiti di dediche che sono frammenti di vita. Foto e lettere d’amore di qualche ex fidanzata, nastrini e biciclette arrugginite che si chiamavano Graziella, strumenti oggi non più attuali come una macchina da cucire Singer, rullini Kodak mai sviluppati, cose che mi ricordano chi sono e che oggi non sappiamo più dove mettere o che al massimo ricicliamo. E così, senza rendercene conto, si avvertono i sintomi di quella malattia che, qualche pagina dopo il riferimento alla cantina, coglie la famiglia protagonista del libro di Salabelle: il male della dimenticanza.
Coltivare la memoria e attraversare, tra fantasie e realtà, molteplici mondi possibili, sono alcuni dei motivi per cui è bene occuparsi di vino e di libri nutrendo le nostre cantine e alimentando le nostre librerie. 


ps. Segnalo sul blog di Paolo Nori questo scritto di Ermanno Cavazzoni; qui, su Il Mattino, Marco Ciriello e qui, se avete voglia, il podcast dell'ultima puntata di Rumore Bianco dedicata alla Famiglia che perse tempo.

posted by Mauro Erro @ 09:32, , links to this post


“Tenga il manubrio leggero” mi diceva Coppi

Attilio Camoriano, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto e Michele Quartieroni (Olycom)

Pescara, 6 

La voce che io non so andare in bicicletta ha fatto il giro della carovana. Quando siamo in corsa non è male che Leoni mi sfreccia vicino facendomi l’occhietto: “Vedi come si fa a stare in macchina?”. Io cerco di sorridergli, ma quando lui è passato mi mordo le unghie per la vergogna. Credevo di trarre vantaggio dalla mia posizione, ora mi accorgo che la popolarità di cui godo è proprio il prezzo del disonore. 
Perfino i ragazzi all’arrivo mi aspettano per indicarmi: faccio finta di non sentire, ma le loro parole mi restano nell’orecchio e mi fanno arrossire anche quando dormo. “Sembra un vecchio campione” dicono “ed è soltanto un posa-piano. Lui a casa ha il triciclo” e via di questo passo. Hanno ragione. In bicicletta vanno tutti, le donne e i bambini, i preti e i soldati. Io soltanto no. 
Coppi, che è un buon ragazzo, mi si è avvicinato stamane mentre andavo al bagno e mi ha detto: “perché non cerca di imparare? Se vuole, al pomeriggio le insegnerò io”. Ho cercato di rispondergli: “si immagini quale onore è per me; ma è come se un bambino che deve frequentare la prima classe abbia per maestro un professore di università”. “Comunque, se vuole, dopo colazione vengo a prenderla in albergo. A quell’ora non ci sarà nessuno e troveremo una via deserta per gli esercizi”.
Alle due ero ad aspettarlo. Fausto è venuto in pantaloncini corti e si è incamminato con me. Strada facendo abbiamo parlato di tante cose, dei ricordi in comune che incominciavamo ad avere delle nostre famiglie, senza deciderci tuttavia ad incominciare. “Mi dica un poco, come ha fatto a non salire mai su una bicicletta nemmeno da ragazzo?” mi ha chiesto ad un certo punto rimanendo col naso arricciato come è sua abitudine. “È molto semplice – ho risposto – non sono mai riuscito a stare in equilibrio più di un secondo, ed ho provato, sa, non creda che me ne sia stato con le mani in mano. Non ci riuscirò mai. Lei è per me come il gran medico che le famiglie chiamano solo quando il malato è bell’e spacciato”. 
“Proviamo”, ha detto Coppi tagliando corto. 
Eravamo in una via deserta lungo un muro. Fausto si è messo in posizione reggendo la bicicletta. Mi sono issato in sella con molto sforzo e balbettando scuse incomprensibili. “Pedali forte, guardi davanti a sé”. Le solite parole che dicono tutti. Anche Coppi non poteva che ripeterle. Che se ne fa della sua scienza un filosofo che sia costretto ad insegnare le aste ai bambini? 
“Pedalare forte”. È presto detto, ma come? “Più forte, più forte” – sibilava fra i denti Coppi che già incominciava a disperare – “Tenga il manubrio leggero, non guardi la ruota…”. Quante cose da non fare in un momento? “Scendo – supplicavo – mi lasci scendere”. Per un attimo ho provato la dolcezza del volo, sapendo di cadere ed ero già caduto nella polvere come un guerriero antico. Coppi da lontano scuoteva la testa, con le mani puntate sui fianchi. Diecine di curiosi erano affacciati dal muro, che prima sembrava dividesse il deserto e non si azzardavano nemmeno a ridere per la soggezione di vedersi lì Coppi davanti con l’aria del maestro. Non sapevo dove nascondere la faccia, mi veniva da piangere. È venuto a rilevarmi Zandonà accompagnatosi a Tragella che veniva a pescare Coppi. “Ma io so nuotare”, ho cercato di spiegare a Coppi e agli altri accompagnandoli all’albergo, “da ragazzo mi battevo per i trenta metri”. Le mie parole sono cadute nel vuoto. 
Ora sono chiuso in camera e sul mio diario vado scrivendo tristi pensieri e un triste proposito. 
Intanto tutta la città parla e sparla di me, i miei colleghi non sanno come comportarsi. Ma di una cosa sono certo: che se io sapessi andare in bicicletta sarei un campione. È ridicolo che ci si serva di quella macchina da angeli per camminare come fanno tutti. Cadrò, cadrò sempre fino all’ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare. 

Alfonso Gatto, L'Unità, 7 giugno 1947
38esimo Giro d'Italia

posted by Mauro Erro @ 10:57, , links to this post


Rumore bianco e il Canzoniere illustrato

Daniele Sepe, Canzoniere illustrato, copertina di Altan

Nacqui a Napoli il 17 aprile del ‘60 alle ore 7.30 più o meno. In casa. E il primo liquido che ho conosciuto è stato il vino, a meno di un’ora da quando fui sgravato.
Daniele Sepe 

Rumore bianco è un romanzo di Don DeLillo, ma anche un particolare tipo di rumore caratterizzato dall'assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze, qualsiasi cosa voglia dire, e infine una trasmissione radiofonica trasmessa da Radio Shamal, ideata e condotta da Marco Ciriello con Nicola Argenziano e Mario Colella, le incursioni di Amleto de Silva, Francesco Palmieri, gli sms di Sergio Picariello e il contributo redazionale fondamentale di Monica Vegliante. Un programma radiofonico che cerca tra il serio e il faceto sul serio di parlare di libri, musica, idee e cazzeggio assortito, in un clima un po’ surreale che è anche un omaggio ad Alto gradimento: perfetto, quindi, per contribuirvi alimentandone lo spirito etilico, parlando anche di vino in maniera semplice e scanzonata all’interno di quello che è stato ribattezzato il Circolo Pickwick della pummarola. Va in onda il venerdì alle 14.:30, in replica alle 21 e la domenica alle 10:35.
Fatta la réclame, segnalo qui il podcast dell’ultima puntata che ha avuto come ospite internazionale un Daniele Sepe incontenibile, e Domenico Cosentino, editore, capace di un’operazione che merita la segnalazione: la riedizione del Canzoniere Illustrato. Con soli 18 euro vi portate a casa il cd di Daniele Sepe e il libro con le illustrazioni di Rosaria Cefalo, Mauro Biani, Squaz, Marcella Brancaforte, Enzo Troiano, AkaB, Kranti, Tony Afeltra e tanti altri. Andate qui e mettete mano alla tasca. 

Ps. Il tema della prossima puntata sarà Pino Daniele spiegato ai bianchi.

posted by Mauro Erro @ 13:45, , links to this post


Que viva el Barocco


Una delle cose che più mi mette a disagio quando sono a tavola è incrociare le forchette con i sostenitori del gusto unico, che non hanno mai il buon gusto di starsene in silenzio quando si mangia. Anch’io ho un mio gusto, ovviamente, e una sua parte è interamente dedicata alla ricerca del gioco, della trasgressione, dell’altro da me. Cioè tanto per intendersi: d’accordo i vini in sottrazione, d’accordo i finto-semplice, d’accordo l’essenzialismo, ma il Barocco che vi ha fatto? Da quando l’inutile non è più utile? Perché dovrei sentirmi in colpa se di tanto in tanto indugio sull’orpello, mi perdo nello svolazzo, smarrisco le papille gustative in sapori a sbuffo, vado appresso ai ricami di pizzo?
Per dirla semplicemente uno dei più buoni abbinamenti degli ultimi tempi è stato il Sauternes 2005 di Chateau de Malle e un erborinato trentino affinato in fave di cacao e fieno (se non ricordo male). Ci ho fatto un paio di cene lussuriose.

posted by Mauro Erro @ 14:49, , links to this post


Diario degli errori*

Ennio Flaiano

[1]
L'altro giorno, per l'ennesima volta, un produttore mi ha strigliato al telefono dicendomi che non potevo capire il suo vino fin quando non fossi andato a trovarlo, fin quando con i miei occhi non avessi visto dove e con le mie orecchie avessi sentito come. Solo allora avrei potuto capire, ha aggiunto.
L'ho trovato ragionevole, in fondo. Gli ho subito detto quindi che l'avrei inserito nella lista delle visite da fare, dopo Franz. Franz Kafka, a cui un paio di domande vorrei fare volentieri.
Ok, ti aspetto, mi ha detto concitato e contento. Poi, ha aggiunto: è un produttore?
Chi?
Questo Franz?
Ah, si, i suoi gruner veltliner sono buonissimi, gli ho detto.

*Ennio Flaiano, ed. Adelphi

posted by Mauro Erro @ 11:12, , links to this post


Brazan 2012, I Clivi


Mi spiace leggere ciclicamente della crisi in cui verserebbe il Friuliano, inteso come tocai, vitigno la cui indicazione, dopo una disputa lunghissima con gli ungheresi, è vietata in etichetta. Mi spiace perché adoro la ricca e variegata personalità che sanno donare le terre del Friuli in termini di persone e vini, e in particolare mi spiace perché reputo il tocai Friuliano tra le più interessanti espressioni di vino bianco italiano. Perché sa intrecciare una personalità aromatica evidente, ma non stucchevole, alla possibilità di declinarlo in vari stili, senza rinunciare ad esprimere anche la propria matrice territoriale. 

Tra i molti che appena posso acquisto, bevo e conservo, ho una predilezione per quelli de I Clivi della famiglia Zanusso, che ebbi la fortuna di conoscere un po’ di anni fa. Per informazioni più dettagliate sulla azienda, sui vini, le terre, la storia dei Zanusso e il loro modo di condurre le vigne e intrepretare i vini vi rimando a questo mio pezzo del 2009, successivo ad una bella verticale che ebbi modo di organizzare. 

Qui, invece, vorrei spendere due parole sullo stile dopo l’assaggio della 2012 durante le festività natalizie. Un compito non facile cui ho sottoposto Brazan, perché si è trovato di fianco due Champagne davvero buoni, e per qualsiasi vino fermo diventa dura farsi bere. 
La purezza, la leggerezza, la soavità; per lo stile di questi vini posso fare riferimento a due concetti ben espressi molteplici volte da Giampaolo Gravina: l’acqua di roccia e il bere per sottrazione. Entrambi si attagliano alla perfezione a queste interpretazioni del tocai dei Zanusso, delle volte più austera altre più concessiva in funzione dell’annata. 
Non c’è nei vini de I Clivi la polifonia, l’espressione orchestrale, l’essenzialità è sostanza che si esprime attraverso l’assenza. L’intreccio di erbe aromatiche e pietra e resine e balsami è qualcosa di simile al ricamo dei merletti di una volta, semplicità e precisione e nessuna ostentazione barocca. È nerbo e non fibra al palato, è ritmo senza dispersione. E’, per rimanere in ambito musicale, rock nudo e crudo, senza arrangiamenti, senza orpelli, chitarra, batteria, basso: solo quel che serve. 
Quando li assaggio, quando li bevo, quando li conservo, mi viene sempre in mente una frase di Keith Richards, l’altra metà della mela dei Rolling Stones. Più o meno recitava così: “sono 50 anni che suoniamo gli stessi tre accordi”. 
Sarà anche così, ma sono quei riff che ti accompagnano e rimangono dentro tutta la vita. E ciò vale anche per i tocai de I Clivi.

posted by Mauro Erro @ 10:37, , links to this post






Pubblicità su questo sito