La parabola del bevitore


Noto anche come Teorema di Bruce Lee
da Scuola elementare di approccio al vino, cfr. anche Il vino e il suo linguaggio, chiarezza, iperboli e perplessità, AA. VV. - Edizioni Illimitate se Riunite

«Prima di cominciare pensavo che un calcio e un pugno fossero solo un calcio e un pugno, poi ho pensato che un calcio e un pugno fossero qualcosa in più di un calcio e un pugno, e alla fine ho capito che un calcio e un pugno sono soltanto un calcio e un pugno»

posted by Mauro Erro @ 10:42, , links to this post


Campanelle 2014, Falanghina, Casa Setaro

Andy Warhol, Vesuvius, 1985

Non è semplice bere vino quando fanno 37 gradi e mentre la vicina di casa ti ripete che, con l’umidità, ne percepisci almeno 40. Spegni lei e accendi il televisore e i telegiornali dispensano ottimi consigli. Per questo tipo di vicine. Mangiare molta frutta, stare all’ombra nelle ore più calde, bere molta acqua…me lo ripetevo dopo aver spento entrambe dirigendomi verso il frigo: avevo innanzi la bottiglia di Campanelle di Casa Setaro. All’ombra, ero all’ombra. Frutta, lo era. Sarà fatto di acqua almeno all’80%...perché no? Così l’ho presa e l’ho stappata, e, a proposito di acqua, direi sicuramente salata. 
 Il bello del vino sono anche le sue suggestioni, chiudo gli occhi e vedo il mare, cercando per quanto possibile di evitare quel pezzo di bellezza invaso dal cemento che sta tra Torre del Greco e Torre Annunziata. Alle mie spalle il Vesuvio, guardandolo non con i miei occhi, ma con quelli di Andy Warhol e chiedendomi se anche lui stava bevendo un caprettone o una falanghina allucinogena come questa.
Sterminator Vesevo, disse il poeta. 
Uà, Giacomi’. (segue gesto apotropaico).
Non ho la frittata di Stendhal* con cui accompagnare la visione. Quasi quasi però me ne preparo una, non starebbe male con questa falanghina. Nel frattempo attraverso la pineta rosolata dal sole, tra balsami ed erbe aromatiche pungenti sento un verde linfatico e mi chiedo mojito o caipirinha? Poi il giallo delle ginestre, il mandorlo… 
Salata è salata. Non ingombra e rinfresca, con semplicità rinfranca. 
8, 9 euro in enoteca e con un poco di fantasia si può tutto. O quasi. Sicuramente si può bere bene. 



 * Ieri sono salito sul Vesuvio: la più grande fatica che abbia fatto in vita mia. La cosa diabolica è arrampicarsi sul cono di cenere. Forse entro un mese tutto ciò sarà cambiato. Il preteso eremita spesso un bandito, convertito o meno: buona idiozia scritta nel suo libro, firmata da Bigot de Preameneu. Occorrerebbero dieci pagine e il talento di Madame Radcliffe per descrivere la vista che si gode mentre si mangia la frittata preparata dall'eremita. 
Stendhal

posted by Mauro Erro @ 10:34, , links to this post


La luce nel vino

Caravaggio ed io, Antonio De Core, 1992

Ero lì che pensavo a come scrivere della luce nel vino – perché per me la luce, nel vino ma non solo, è tutto o quasi – che ho iniziato a raccogliere tutti quei termini che trovavo nelle note di degustazione scritte dagli assaggiatori con cui sono in sintonia, e anche no, e che rimandavano alla luce. Scintillante cristallino e brillante, vividi contrasti, sfumato e iridescente, ombrosi chiaroscuri, sfocati dettagli luminosi e ancora. Ho pensato che avrei dovuto cercare in archivio da Monelli via Veronelli in poi se c’era qualcuno che avesse affrontato il tema, forse Rizzari, forse Giampiero Pulcini, chissà Sangiorgi, non ricordo, anche se a me di affrontare questo discorso che mi girava da tanto nella testa, quello della luce nel vino, mi ha spinto un libro che con il vino non c’entra nulla, che ha scritto Francesco De Core e si chiama Un pallido sole che scotta: un viaggio a Sud, raccontato anche attraverso la luce e le ombre con l’occhio allenato da un padre pittore
E allora ho pensato che se uno deve citare un pittore dice sempre Caravaggio per parlare della luce, ma nella vita e nel vino la luce ha diverse declinazioni, mica solo Caravaggio: dal candido bagliore della giovinezza, alla luce accecante di Sancerre, ai quieti chiaroscuri della maturità e ancora e ancora. Allora ho chiesto a un po’ di amici di dirmi i nomi che gli venivano in mente a proposito della luce, non solo di pittori, e sono usciti fuori i coniugi Fishermans di Cagnaccio di San Pietro, i Riflessi sulla spiaggia di Piero Guccione, la malinconia delle foto di Luigi Ghirri, l’irrealtà reale di Massimo Siragusa, i chiaroscuri sfocati di Paolo Pellegrin, e ancora e ancora. Ad ogni consiglio, ad ogni vino, era un e ancora e ancora, e più di un articolo ne veniva fuori un saggio tra vino, pittura e fotografia e chissà ancora cosa e, sinceramente, se fossi un consulente editoriale direi: ma sei pazzo a pubblicare una cosa del genere? E mentre cercavo chissà perché un titolo, alcuni dei quali sembravano gli slogan pubblicitari dei detersivi dove tutto splende e luccica, mi son detto che, intanto che ci penso, vado al mare, a Trentova, ché lì c’è una bella luce tra le otto e le undici, e che ci sta bene una bottiglia di bianco, il Collio 2014 di Edi Keber, dopo. 

[Brilli di luce impropria, forse una rubrica, ma non un saggio non saggio]

posted by Mauro Erro @ 08:06, , links to this post


Diario degli errori: il brodetto di Barolo e i 20 errori degli italiani

Roncocesi, Luigi Ghirri, 1992

Dopo aver letto i 20 errori più comuni che gli italiani commettono con il vino (seguono i 20 errori) secondo Dissapore e secondo degli imprecisati e sedicenti sommelier, ho avuto una sensazione di straniamento. Tipo: mi piacerebbe conoscere quelli che shakerano la bottiglia prima di aprirla, per chiedergli perché? 
O quelli che cercano di togliere un tappo a vite con il cavatappi o di svitare un tappo di sughero: amico, lo so che dovrei farmi i cazzi miei, ma hai un evidente problema con l’alcol. Quando è troppo, è troppo. Lo dico anche a me, soprattutto quando ingollo il vino invece di sorseggiarlo come l’altro giorno: i Muscadet 2014 di Domaine de la pépière. Quasi mi attaccavo alla bottiglia. Mi sono accontentato del tumbler. Niente fettina di limone. L’avevo usata tutta per il Gin. E poi, i bicchieri scheggiati o macchiati di rossetto sono le nuove frontiere sadomasochistefeticiste del vino? Io userei un tacco 12.
E, soprattutto, vorrei conoscere il tipo che in questi giorni ha approfittato dei 40 gradi per scegliersi la sua bella bottiglia di Barolo, che con gli accurati strumenti e senza agitarla l’ha stappata e l’ha sorseggiata a temperatura ambiente. Ci avrà calato i tajarin dentro? 
Papà preferiva le percoche e il vino freddo. E pure io mi sa. 

1. BERE ALLA BOTTIGLIA
2. METTERE IL VINO ROSSO NEL FRIGO
3. METTERE IL GHIACCIO NEL VINO
4. TOGLIERE UN TAPPO A VITE CON IL CAVATAPPI
5. SVITARE UN TAPPO DI SUGHERO
6. SERVIRE IL VINO NEI BICCHIERI MACCHIATI DI ROSSETTO
7. INGOIARE IL VINO INVECE DI SORSEGGIARLO
8. NON PORTARE UNA BOTTIGLIA A CASA DI AMICI MA BERE SOLO QUELLE DEGLI ALTRI
9. PORTARE UNA BOTTIGLIA DA MENO DI 5 EURO A CASA DI AMICI
10. BERE IL VINO IN UN BICCHIERE TUMBLER
11. CHIEDERE UNA FETTINA DI LIMONE
12. VERSARE IL VINO PRIMA NEL PROPRIO BICCHIERE POI IN QUELLO DEGLI ALTRI 13. AGITARE LA BOTTIGLIA PRIMA DI APRIRLA
14. BICCHIERI SCHEGGIATI
15. CHIEDERE AL CAMERIERE UNA QUANTITA’ MAGGIORE DI VINO DURANTE L’ASSAGGIO
16. ALLUNGARE IL VNO CON L’ARANCIATA
17. LAMENTARSI PERCHE’ IL VINO ROSSO NON E’ FREDDO
18. RIPORTARE A CASA UNA BOTTIGLIA PERCHE’ NON E’ STATA APERTA
19. PRONUNCIARE LA T IN PINOT NOIR
20. PRONUNCIARE LA T IN MERLOT

posted by Mauro Erro @ 11:46, , links to this post


Diario degli errori: questioni di merito


Tempo fa ascoltai Francesco Palmieri affermare che Malacqua, l’unico romanzo di Nicola Pugliese uscito per i Coralli di Einaudi nel ‘77 e recentemente rieditato da Tullio Pironti, non è un libro da poter consigliare a tutti, perché non tutti lo meritano. 
Dopo l’istintiva e pavloviana reazione di perplessità, perché davvero vorrei che in molti leggessero Malacqua, ho dovuto dargli ragione. Non tutti sono in grado di capirlo. 
Anzi, a dirla tutta, passando dall’universo dei libri a quello dei vini, non di rado mi capita di pensare le stesse cose: ossia che non tutti meritano, perché non lo capiscono, quel vino o quell’altro. 
So di non essere il solo a pensarlo. Anzi so bene che, se molti hanno un amico che ne capisce, molti conoscono qualcuno, amico, conoscente o parente, che non ne capisce abbastanza e che quindi non merita. Basta recarsi in una qualsiasi enoteca durante le feste comandate per incontrarli. Siate sicuri che prima o poi ascolterete un cliente che rivolgendosi al commesso dirà: no, costa troppo, ne devo prendere almeno 4 bottiglie, vengono da me quest’anno – sospiro di rassegnazione – e considera che mio cognato e mio suocero non ci capiscono niente
Il cognato e il suocero non se lo meritano. 
A dire il vero, sentirete tanti altri clienti che diranno: devo comprare del vino – è pur sempre una festa comandata – ma io non ci capisco niente*. L’espressione sottende, tra le altre cose, che durante il resto dell’anno, a meno di occasioni speciali, costoro o non bevono vino o ne bevono di qualità inferiore, tanto non ci capiscono nulla. E quindi non se lo meritano. 
Alla fine, al di là dell’immediata piacevolezza che da il vino e del politicamente corretto che c’impone di difendere a spada tratta l’anarchia del gusto e la sua relatività, "fa brutto" dirlo ma tutti ne siamo coscienti: è questione di merito
E molto spesso non lo meritiamo. 

* tra gli altri sentirete anche alcuni clienti che al contrario, prima di comprare il vino, diranno di capirne molto. Loro se lo meritano. O almeno (se) lo credono.

posted by Mauro Erro @ 12:27, , links to this post


Falanghina Santacroce 1990, Mustilli e la verticale storica

Leonardo Mustilli (foto tratta dal sito)

Leonardo Mustilli, Mr. Falanghina. 
Immagino abbia detto più o meno così l’accompagnatrice del gruppo di tedeschi che ho incrociato andando via dalla cantina, dovendo ad un certo punto presentare l’ingegnere. Li avevo visti a tavola mezz’ora prima qualche metro più in là, a piazza Trento, Palazzo Rainone a Sant’Agata dei Goti, dove i Mustilli hanno l’agriturismo. Lady Marilì – la first lady – sfornava piatti, e gli attempati tedeschi, sistemati in due ampi tavoli rotondi al centro del settecentesco salone nobile, tra ceramiche, specchi e lampadari pendenti, erano tutti brindisi declamati all’in piedi, calici di Falanghina alla mano, risate, traduzioni, fraintendimenti, ancora risate, come sono grandi i ravioli, come sono buoni i ravioli, di nuovo brindisi, e giù un altro sorso di Falanghina. 
Li guardavo divertito, mentre al mio tavolo Paola e Anna Chiara, le altre due lady che si occupano dell’azienda vitivinicola, figlie dell’ingegnere, divagavano con gli ospiti di arte contemporanea. 

Le bottiglie della degustazione

La prima Falanghina che sia stata mai imbottigliata e commercializzata è davanti a me. Anno 1979. Ne furono prodotte 3.000 bottiglie. In etichetta reca l’indicazione geografica (tipica) Santacroce. Azienda Mustilli. La doc Sant’Agata dei Goti arriverà nel ’93. Già alla sua seconda annata, la 1980, la produzione salirà a 10.000 bottiglie. Vuol dire che l’ingegnere, classe ’29, che la falanghina l’aveva immaginata vino, ci credeva. È quel che penso mentre la servono a me e agli altri invitati alla verticale storica: 37 anni percorsi attraverso due degustazioni, una di greco, il primo ad essere vinificato e imbottigliato a partire dal 1976, e un’altra di falanghina. Tralasciando i riferimenti storici più datati, rimanendo al contemporaneo, fino agli anni ’60 della falanghina non c’è traccia nei sacri testi. Appena citata come uva – e non come vino – il biotipo flegreo. Fino alla metà dei settanta, i bianchi sanniti sono a base di trebbiano, greco o grieco, e coda di volpe. Sarà dalla seconda metà di quegli anni che nella provincia Sannita si inizieranno a valutare i vitigni locali, tra questi la falanghina di Bonea, e sperimentarli in alcune aziende tra cui quella di Leonardo Mustilli. Dopo gli incoraggianti assaggi avvenuti nel ’77, ad opera di una commissione di enotecnici che valuta la Falanghina come “un vino caratteristico e di sicuro interesse sia per vinificazioni in assoluto, sia per i tagli”, l’ingegnere decide di produrla e imbottigliarla. Con un’accortezza: pianta sia il biotipo sannita, la falanghina di Bonea, più strutturata e acida, sia il biotipo flegreo. Ed il suo vino è prodotto al 50% da entrambi i biotipi. 

Verticale storica: i calici e i colori

1979, 1980, 1986, 1988, 1990, 1996, 2002*. Queste le annate degustate durante la verticale storica a cui sono stato invitato dalla famiglia Mustilli, che ringrazio per questa occasione. Unica, non rara. E devo tenerne conto. Non ho alcun termine di paragone per vini da falanghina così vecchi. Non potrei averne; e non ho alcuna idea di come possa comportarsi il biotipo flegreo in terra sannita. L’unica interpretazione di cui dispongo, il punto di vista dei Mustilli, si distribuisce in sette calici e 22 anni di storia aziendale. Pratiche e obiettivi, tanto in vigna quanto in cantina, sono cambiate e si sono aggiornate nel tempo, come è normale che sia. In considerazione di ciò, sarei portato a separare rispetto al profilo organolettico i vini dal ’79 al ’88 dagli ultimi due, 1996 e 2002. La ’90, un vino assoluto, a sé. I primi quattro, nel profilo olfattivo, quanto a integrità, non hanno alcuna nota ossidativa. E questa già è una notizia. Nonostante il successo commerciale la Falanghina nell’immaginario collettivo è ritenuto un vino da consumarsi giovane. E al di là dell’immaginario non si ha spesso l’occasione di berne così invecchiate. La più vecchia che avrò bevuto io avrà di poco superato il decennio, senza che l’invecchiamento abbia aggiunto granché a dire il vero. Il profilo olfattivo si muove seguendo due direttrici, da un lato le sensazioni cerealicole, dall’altro quelle più vegetali, balsamiche e resinose: che s’intrecciano tra loro fino a toni più maturi di caramella all’orzo e miele (di castagno; 1979). Dei primi quattro vini, solo ’80 e ’88, sulla carta l’annata migliore dalle informazioni desunte da Fortunato Sebastiano, l’attuale consulente agronomico ed enologico che ci accompagna nella degustazione, hanno note più scure e stanche. Al palato, invece, il discorso cambia completamente. Questi vini, figli di una viticoltura dalle rese più alte e interpretati secondo pratiche di cantina che di certo non cercavano la concentrazione (basterebbe guardare il grado alcolico, poco sotto o poco sopra i 12°), sono scarnificati. In difetto di sapore, l’impianto gustativo si regge quasi esclusivamente sull’acidità. E questa è la prima differenza rispetto agli ultimi due vini, 1996 e 2002, che invece di sapore e di succo ne hanno. Non l’unica differenza, già i colori sono diversi, più freschi, con impensabili venature di verde. Per una falanghina di 19 anni. Della ’96 stappiamo due bottiglie per un sospetto di tappo. Ma anche la seconda presenta, più sfumata, questa nota secca, quasi polvere da sparo. Una nota che percepisco, più o meno evidente, in tutti i vini assaggiati dal 96 in poi, anche i greco, e anche in quelli appena sfornati, i 2014. Al di là di questo, anche il profilo olfattivo è più fresco e le note cerealicole virano su sentori marini più evidenti (risacca, battigia, alghe), le erbe si intrecciano con note di agrumi, il profilo è genericamente più freddo, più nordico. Al palato, come ho già scritto, c’è sapore e sostanza. Al netto delle annate, entrambe fresche, i vini sono integri. Con una mia preferenza per il ’96. 

Mustilli, Sant'Agata dei Goti, le cantine storiche

Leonardo Mustilli questa volta non l’ho visto. Nonostante la sua presenza aleggiasse, sia stata evocata, sia materia liquida nelle cantine scavate nel tufo sotto l’azienda dove sono stipate bottiglie su bottiglie che raccontano il suo lavoro e i suoi sforzi. E mi dispiace che non ci sia, perché davanti alla Falanghina Santacroce 1990, avrei voluto vedere la sua reazione. Nonostante la sua capacità d’immaginazione, l’istinto, l’approccio determinato, scientifico, al di là del calcolo imprenditoriale, davvero non so come potesse reagire davanti ad una falanghina vecchia di 25 anni da lui prodotta, in questo stato di forma. Verde, verdissima, con una nota netta di anice ad aprire le danze, e un incessante rincorrersi di note linfatiche, di resine, di agrumi, di erbe. Nel profilo olfattivo spazia ricordando Matelica** e alcuni chenin blanc della Loira. Al palato ha sapore, ritmo acido/salino, pienezza orizzontale, leggera e cordiale derapata alcolica sul finale. Di Falanghina così, vecchie di 25 anni, non so come si faccia a produrle. È l’unica che abbia mai bevuto. E neanche di vini bianchi italiani, vecchi 25 anni, ne ho incontrati tanti così buoni. 


* i vini sono stati conservati presso le cantine Mustilli sotto la sede aziendale ad un temperatura costante nel tempo di 13 gradi. Prelevati e stappati un’ora prima della degustazione, avvenuta presso Palazzo Rainone a Sant’Agata dei Goti il 20 maggio. 

** Paolo De Cristofaro

posted by Mauro Erro @ 14:04, , links to this post


Note a margine



Gruner Veltliner Rotes Tor Federspiel 2013, Franz Hitzberg 
È fibroso ma non solo. L’aspetto aromatico è solo accennato, come quello minerale. Al palato ha polpa e presa sapida, e sfila senza scalini fin giù al gargarozzo occupando gli spazi come fosse l’Empoli di Sarri: con elasticità, si allunga e si allarga. Quel che gli manca, al momento, è la loquacità che ti aspetti dopo la deglutizione, che arriverà, invece, solo con il tempo. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Austria/ Wachau 
% vol: 12,5 
Prezzo: 30/32 euro in enoteca 

Boca 2008, Antico Borgo dei Cavalli 
Non è il 2010 di cui ho scritto qualche post fa in termini di finezza, qui il finale all’assaggio è più ruvido e rigido, ma ci ritrovi il guizzo e il nervosismo del nebbiolo altopiemontese, con gli agrumi a corredo come i sacri testi recitano. Io servo questi rossi intorno ai 14, 15 gradi. Forse in questo caso è meglio qualche grado in più. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Piemonte 
% vol: 14 
Prezzo: sui 30 euro in enoteca 

Beaujolais Brouilly Pierreux 2011, Pierre e Marie Chermette 
Come il precedente non ama l’eccessiva frescura. Ché esalta sia il tratto vegetale, non disprezzabile, che la vispa acidità. Ma rispetto al precedente ha maggiore loquacità, finezza e distensione. Più semplice ma più armonico. Con l’aria e la temperatura che si alza tira fuori un bel frutto scuro e olivoso. È in un buon momento espressivo e io apprezzo la bevibilità dei buoni Beaujolais in questa stagione. Stappatelo. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Francia/ Beaujolais 
% vol: 12,5 
Prezzo: 20/22 euro in enoteca 

Tenuta Frassitelli 2014, Casa D’Ambra 
Fatevi un regalo: aspettate almeno fino ad agosto per assaggiarlo. Non è un mostro di lunghezza forse, non avrà chissà quale spinta aromatica, vedremo, ma conserva quel suo fascino fatto di erbe aromatiche, pompelmo e lime, e sale, nel corpo di un peso welter. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Italia/Campania 
% vol: 12 
Prezzo: 12 /14 euro in enoteca 

Gruner Veltliner Federspiel 2013, Rudi Pichler 
Purezza. Rivolgersi qui. Portamento e silhouette, è il vino che mi invoglia continuamente a bere e riempirmi il bicchiere. È quello il problema: riuscire ad aspettare. Perché è proprio un giovincello. Bordeggia, veleggia, guizza. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Austria/ Wachau 
% vol: 12,5 
Prezzo: 22/25 euro in enoteca 

Pommard Grand Clos Des Epenots 1er cru 2010, De Courcel 
L’esplosione di balsami peggio di un vic sinex è un marchio di fabbrica. Ha possanza ed armonia. Procede come un crucco, determinato fino alla fine. Tannino non gli manca anche se è un pinot nero. Aspettare è obbligatorio. Per chi avrà pazienza sarà meraviglioso. Tra dieci anni, o giù di lì. Così come il 2008 (più piccolo ma più luminoso) e il 2012 (meno ampio e dettagliato) che pure mi son piaciuti. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Francia/Borgogna 
% vol: 13,5 
Prezzo: sopra i 100 euro 

Corton Charlemagne Grand Cru 2010, Bonneau du Martray 
Del trittico 2008, 2009 e 2010 è quello che si beve meglio adesso. Ciò detto, dire che il legno sia integrato, ma soprattutto che questo vino abbia iniziato a dispiegare un ventaglio aromatico più ampio, ce ne passa. Al palato però ha ritmo, armonia e classe da vendere. Un continuo rincorrersi di sale, grasso, freschezza, sapore. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Francia/Borgogna 
% vol: 13,5 
Prezzo: sopra i 100 euro 

Clos de la Roche Grand Cru 2010, Chantal Remy 
Bevuto di fianco al Pommard precedente, è un'altra storia. Di delicatezza, ma anche di dettaglio. A suo appannaggio la prima, ma non il secondo. È più crudo, molto indietro nella sua evoluzione. O forse non è un buon momento adesso in quanto a espressività. Meglio al palato, non certo del tutto disteso. Come ho scritto in precedenza: seppellitelo e ne riparliamo tra qualche anno. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Francia/Borgogna 
% vol: 13 
Prezzo: sopra i 100 euro 

Sancerre Chene Marchand 2012, Dominique Roger 
Ha dalla sua la riconoscibilità. Che si tratti di Sancerre, ma anche di altra zona rispetto ai classici monti dannati – vedi quello che segue – lo si capisce subito. Lo riconosci da quel fiore bianco che fa capolino oltre alle classiche note vegetali, aromatiche e resinose. Palato medio, non di grandissimo peso, ma di ottima coerenza e, come denominazione vuole, di bel ritmo sapido. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Francia/Loira 
% vol: 13 
Prezzo: 23/28 euro in enoteca

Sancerre Clos la Neore 2011, Edmond e Anne Vatan
Da qualche parte credo di aver scritto che la 2011 non mi fa impazzire come annata per Sancerre. Ecco, contrordine compagni: questo, almeno, l’altro giorno mi ha rimesso in pace con il mondo. Corpo ed eleganza, con un tocco di carne cruda all’inizio ed elicriso alla fine dell’assaggio. Ecco perché è un’etichetta del cuore, non è mai prevedibile. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Francia/Loira 
% vol: 14 
Prezzo: sopra i 50 euro 

Brunello di Montalcino 2010, Baricci 
Ha delicatezza e leggerezza del tocco, cortesia e circospezione, sfumature dal viola al blu, è composto e composito nel disegno. Io me ne sono innamorato al primo assaggio. Ha bisogno di tempo.

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 14,5 
Prezzo: 32/35 euro in enoteca 

Brunello di Montalcino Bramante 2010, Podere San Lorenzo 
Ha più peso, più aperture, il tocco è più felpato rispetto al precedente, l’estetica e la ricerca di eleganza è la stessa, con un tocco di mediterraneo più caldo. 
 
Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 15 
Prezzo: sui 35 euro in enoteca 

Brunello di Montalcino 2010, Fattoi 
Sprizza giovialità e spontaneità. Succo, un filo di rusticità se volete, ma tanta gioia: quel che perde in sfumature lo acquista in immediatezza. E si beve che è un piacere. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 14,5 
Prezzo: 27/30 euro in enoteca 

Brunello di Montalcino 2006, Pian delle Querci 
Avete presente la gioia delle piccole cose? Raymond Carver ci ha fatto un racconto. Vale per questo. Piccolo sin dal prezzo, ma riuscitissimo a partire dalle note di goudron che ne sono l'incipit. In beva. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 14 
Prezzo: 20/25 euro in enoteca 

Rosso di Montalcino 2013, Fattoi 
Vale quel che ho scritto per Il Brunello, cambia la scala di grandezza. Rimodulate, prezzo compreso, e capirete cosa troverete in questo: meno cori, ma un pizzico di energia e giovialità in più. 

Tipologia: rosso 
Nazione/regione: Italia/Toscana 
% vol: 14 
Prezzo: 13 /15 euro in enoteca 

Pinot bianco Vorberg 2009, Terlano 
Quando è così giovane, e chi conosce questo vino sa le sue capacità di evoluzione nel tempo, è proprio difficile non riconoscerlo quando è servito alla cieca. Giovane ma loquace, con il suo profilo terragno a cui abbina la delicatezza di talune erbe aromatiche (salvia e alloro). Passi avanti per questa annata in termini di armonia al palato rispetto al ricordo che ne avevo dal mio ultimo assaggio, non recentissimo a dire il vero. Ha polpa, gratificazione orizzontale, spinta verticale. Forse non dettagliatissimo il finale, a voler esser pignoli come Arrigo Sacchi: per il resto abbina bel gioco e concretezza. Servito fresco (13 gradi ca.) da il meglio. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Italia/Alto Adige 
% vol: 13,5 
Prezzo: sui 25/30 euro in enoteca 

Soave Classico Calvarino 2012, Pieropan 
Floreale di lavanda, rimandi balsamici, e un diffuso senso di soffice accoglienza al naso. Stesso discorso all’ingresso al palato, più morbido e ovattato che ritmato, mentre il finale è più sottile e sfumato. Ha bisogno di tempo sia per raggiungere un maggiore dettaglio aromatico, sia per distendersi ed equilibrarsi al palato. Ha una sua eleganza e delicatezza di tocco. È solo questione di tempo. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Italia/Veneto 
% vol: 12,5 
Prezzo: 20/22 euro in enoteca 

Fiano di Avellino 2013, Colli di Lapìo 
L’annata non è di certo tra le migliori che si ricordino degli ultimi anni, detto questo non ama le temperature troppo basse, ha bisogno di ossigeno, e forse anche di un po’ di tempo per trovare qualche sfumatura maggiore al naso e maggiore equilibrio al palato, dove l’alcol tende a coprire il finale. Più sostanza che sfumature. 

Tipologia: bianco 
Nazione/regione: Italia/Campania 
% vol: 13,50 
Prezzo: 13/14 euro in enoteca 

posted by Mauro Erro @ 12:58, , links to this post






Pubblicità su questo sito