La Vernaccia di Panizzi in 9 annate, a Napoli con Francesco Falcone

Francesco Falcone

Sarà lunedì prossimo, 30 giugno, alle ore 20:30, il primo dei tre appuntamenti che si terranno a Napoli curati da Francesco Falcone, firma della Rivista Enogea e della Guida ai Vini de L’Espresso, I bianchi dell'Italia centrale nel tempo. Nove annate in verticale della Vernaccia di San Gimignano Riserva dell'azienda Panizzi in compagnia di Francesco e del produttore Walter Sovran. 
Se siete nei paraggi consiglio di non mancare, si preannuncia una serata estremamente divertente.


È la storia di un colore, il bianco, impastato con argille, calcari e tufi di luoghi solo all’apparenza tra loro lontani. Luoghi in realtà legatissimi in un triangolo geografico di calore e di fibra, i cui lati si chiamano Verdicchio dei Castelli di Jesi, Vernaccia di San Gimignano e Orvieto. Vini che viaggiano continuamente tra “alto” e “basso” e che in modo insospettabile, nella loro apparente fragilità, riescono ad abbattere i limiti dell’ossidazione, migliorandosi nel tempo. Un tempo non codificato, distante dalla cronologia a noi più consueta, fatto di immagini lente e di suggestioni forti. Ci divertiremo.”
Francesco Falcone

Enoteca Divinoinvigna
Via Sigmund Freud 33-35, Napoli
Vernaccia di San Gimignano Riserva, Panizzi 
Annate in degustazione: 1993, 1998, 2000, 2002, 2005, 2006, 2007, 2008, 2009
Costo della serata: € 55 
Ai calici saranno abbinate alcune preparazioni culinarie.
Info e prenotazioni: divinoinvigna@libero.it - adeluccia@gmail.com 081 3722670 - 329 6467600

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Vade retro legno nuovo



Si fa troppa fatica, oggi, a bere un buon bicchiere. […] Se non si possiedono queste doti, toccherà bere non Barbera, ma un barberato qualunque, non un Barolo, ma una mistura affumicata, non un Dolcetto, ma un taglio zuccheroso che al quarto bicchiere denuncia l’odore della botte nuova.” 

Era già da un po’ che ragionavo sull’argomento e l’ultimo post di Fabio Rizzari mi ha spinto a mettere giù queste due righe sul peggiore dei difetti percepibili in un vino, secondo gli appassionati di oggi: tutti i sentori che riconducono all’utilizzo di botti nuove. 
Quanto alle considerazioni sul difetto in sé o il tentativo di circoscriverne i confini, vi invito a leggere, se non lo avete già fatto, il post citato perché in questa sede le mie considerazioni sono di altro tipo. 

Riflettevo su questo tipo d’insofferenza, intolleranza in alcuni tratti, che noto in molti appassionati e anche in alcuni colleghi, che ha le sue cause nell’uso non sempre delicato dei legni (e non solo) avvenuto negli anni ’80 e ’90, e che spinge alcuni a puntare il dito contro specifici tipi di legni che andrebbero banditi. Ed il legno per eccellenza di quegli anni è la tanto vituperata barrique, oggetto di strali e ingiurie. (Come se non si potessero percepire sentori da legno anche utilizzando legni di dimensioni o fogge diverse). 

Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, io proprio non riesco a guardare agli anni ’80 e ’90 come il peggiore dei mondi (del vino) possibili. Tutt’altro. 
La maggiore consapevolezza che oggi è possibile riscontrare nell’utilizzo dei legni (quali essi siano, di qualsivoglia essenza, tostatura e grandezza) passa proprio attraverso quell’esperienza e quelle sperimentazioni, compresi eccessi ed errori da non ripetere. 

L’avversione al sentore di legno nuovo, quando eccessivo, è comprensibile. E non è una novità di oggi. Basta tornare al virgolettato che apre questo scritto. 
È tratto da Vini d’Italia di Veronelli del 1961 cui ho fatto riferimento più volte. Nello specifico, è una parte dell’introduzione al Piemonte scritta da Giovanni Arpino, di cui tornerò a parlare prossimamente. 
Il legno nuovo dava fastidio anche a lui, e non si trattava di barrique. 
Insomma, l’invito ad andare oltre la superficie roverosa come dice Rizzari, e valutare caso per caso, mi pare ancora la soluzione migliore.

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Libri sospesi

Hanif Shoaei - Museo d'arte moderna di Instanbul

Più o meno un anno fa avevo fatto visita a Palazzo Petrucci, il ristorante stellato in piazza San Domenico Maggiore a Napoli, e scrivendone su Enogea 49 manifestavo tutto il mio dispiacere per la chiusura della storica libreria Guida, sostituita, se non ricordo male, da un bar (pare che a Napoli siano gli unici esercizi non in crisi). Immaginavo così che in un futuro prossimo si potesse mutuare la pratica partenopea del caffè sospeso, offerto per uno sconosciuto, per i libri. Il mio sospeso era Il Prato in fondo al mare di Stanislao Nievo*. 
Ciò che non avevo immaginato e scritto era che quel futuro sarebbe meravigliosamente arrivato. È da qualche mese, infatti, che una piccola libreria di Polla, in provincia di Salerno, la Ex libris cafè, ha adottato questa idea, seguita poi dalla libreria il Mio libro di Milano. L’iniziativa ha avuto un tale successo che molte librerie stanno aderendo e tra queste i punti vendita Feltrinelli in cui sarà consentito fino al 5 maggio lasciare un libro sospeso
Direi che è il caso di regalarsi e regalare un libro.  

*Napoli è una città viva e rovinata. Tutto è bello, orrendo e in disordine, niente funziona bene tranne il passato. Ma tutto è possibile. Gli esperimenti marini più importanti del Mediterraneo, le speculazioni più colossali e fasulle, le storie più incredibili e piacevoli, le persone più nobili e declassate, le cose più inutili e intelligenti si trovano qui. Con sfondo di sole e di mare. Anche le cose più ingenue e contorte che scendono negli abissi dell'anima properano qui meglio che altrove. Se ci fosse una capitale dell'anima, a metà tra oriente e occidente, tra sensi e filosofia, tra onore e imbroglio, avrebbe sede qui. Nel mezzo della città si apre via Spaccanapoli, un rettilineo di più di un chilometro, stretto e vociante, che divide in due l'enorme agglomerato. È il cuore di questa babele della storia.

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Valtellina: due vini "diversamente bevibili"

Valtellina, foto di Alessandro Masnaghetti

Se siete appassionati come me dei nebbiolo valtellinesi e della più vasta area vitata terrazzata d’Italia, se avete anche a disposizione un supporto Apple (ipad, iphone, ipod o Mac), vi segnalo l’uscita dei nuovi ebook di Enogea per la collana I cru, firmati da Alessandro Masnaghetti. Vi rimando al link di Itunes Store per tutti i dettagli (mappe, 3d, elenco dei vini consigliati e delle annate migliori) indicandovi qui solo il prezzo piccolo piccolo, 3,99 €. 



A questa segnalazione aggiungo l’indicazione di due vini assaggiati durante la redazione dei libri digitali. Il primo è il Sassella Riserva 2007 Le Barbarine della Fondazione Fojanini, un rosso fine, dettagliato, minuzioso, leggiadro, eccetera et addendum secondo ispirazione. 
L’altro è lo Sforzato di Valtellina Albareda di Mamete Prevostini (annate 2009 e 2010), davvero gustoso. 

A questo punto devo dare conto del titolo che chiama in causa la bevibilità, espressione più o meno abusata di questi tempi e che difficilmente si riesce a codificare. Ecco, giusto per complicarsi piacevolmente la vita, devo dire che la sera stessa dell’assaggio, su un’informale tavola imbandita di pietanze semplici di casa, lo Sforzato funzionava meglio. 
E dato che non sono così incline ai vini da appassimento*, ciò dimostra quanto il concetto di bevibilità sfugga, non di rado, ad ogni indicazione che tenti di essere più particolareggiata di un vediamo sospirato dopo la stappatura della bottiglia**. 

* A proposito dello Sforzato val la pena ricordare le parole di Casimiro Maule sulla storicità di questo vino e delle pratiche tradizionali per realizzarlo. (Valtellina: la vite, il vino, il paesaggio)

** Più che un particolare riferimento al tenore alcolico, al valore dell’acidità fissa o il riferimento ad un’energia spesso trascendentale presente nei vini, varrebbe la pena di recuperare un più ampio concetto di armonia e di equilibrio per provare, solo provare, a tratteggiare qualche considerazione circa la bevibilità.

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Veronelli dixit

Ave Ninchi, Luigi Veronelli, A Tavola alle 7

Prima o poi, se il tema è quello del vino o della gastronomia, il nome di Luigi Veronelli spunta sempre fuori. In fondo credo sia normale. Se faccio questo lavoro, ad esempio, come tanti altri (forse pure troppi) è proprio perché fu Veronelli a riproporre la figura del gastronomo o del critico enogastronomico che dir si voglia. 

Messa così, di conseguenza, Veronelli è il papà di tutti coloro che si cimentano nel racconto del vino o del cibo (milioni di milioni come recitava una reclame), al di là dello stabilire chi siano i figli legittimi e chi quelli illegittimi (come il sottoscritto). 
Quindi non è tanto che il suo nome spunti fuori spesso, ma come, perché e quando, soprattutto se preso come modello a cui ispirarsi. Già perché oltre il tono reverenziale (come se un papà non sbagliasse mai o non avesse difetti) ci si riferisce al Veronelli filosofo allievo di Bariè, al Veronelli anarchico del Critical Wine o dell’epistole sulle pagine di Carta con Pablo Echaurren o al Veronelli che si concedeva il lusso, da persona di profonda cultura, di giocare di tanto in tanto con le parole. Oppure si parla del Veronelli capace di grandi provocazioni: lo champagne che sa di sperma o il peggior vino del contadino più buono del miglior vino industriale, per citare due evergreen.

Parlare invece del lavoro di Luigi Veronelli come giornalista e come editore è un po’ più complesso; si tratta di oltre 40 anni di carriera e di una persona che certo non ha lesinato fatiche. Ma se ci rifacciamo al Veronelli che conduce A tavola alle 7 sulla Rai o alle pietre miliari di questo nostro mestiere, quelle che non si possono non conoscere ed avere nella propria biblioteca, la prima edizione dei Vini d’Italia per Canesi (1961) e i cataloghi Bolaffi della fine degli anni ’60 (e di esempi come questi ce ne sarebbero tanti altri) emerge una figura di tutt’altro profilo e un lavoro il cui orientamento ha poco a che fare con la filosofia o l’anarchia. 

Tanto per intendersi ecco come Veronelli descrive un Barbaresco: 

Colore: rosso rubino; tende con l’invecchiamento all’aranciato; brillante. 
Profumo: bouquet etereo e composito (con prevalenza di viola appassita e violetta). 
Sapore: quieto ed asciutto, si apre subito in bocca, carezzevole, per stoffa di grande eleganza, e tuttavia, per nerbo sentito; è vino di non comune razza. 

A cui seguiva l’indicazione del tenore alcolico, dell’acidità e delle annate consigliate. 

Ovviamente non è certo questa la sede per un’esegesi completa dell’opera veronelliana non risolvibile in poche battute, ma almeno qualcosina la darei per assodata. Lo scrivo perché nell’atavica polemica circa il linguaggio del vino che si ripropone ciclicamente, prima o poi Veronelli spunta sempre fuori. Una polemica (quasi) inesistente per quel che mi riguarda: che ognuno scriva come meglio crede, sarà il lettore, se vuole, a sopportare croci e delizie. 
Ma visto che le delizie solitamente sono tutte vostre, che almeno le croci non siano colpa del povero Veronelli. Tutto qui.

posted by Mauro Erro @ 10:31, , links to this post


Verticali

Un tempo il must per una rivista era poter offrire ai propri lettori la ricognizione più ampia possibile di una denominazione. Fino al più piccolo garagista sepolto in fondo al mondo. Un'orizzontale, si dice tecnicamente. Un modello che ancora oggi è usato nelle guide ai vini che, in alcuni casi, scelgono di recensire anche vini in annate che saranno sul mercato chissà quando, in un imprecisato futuro. Ma a parte questo desueto strumento propagandistico (faccino), oggi, invece, se non hai assaggiato le 422 annate del Pelillo di Pietralcina, fino all'irreprensibile, poetico ed emozionante 1821, non ti si fila nessuno. Per i non adetti dicesi verticale.
Ma una via di mezzo un po' più utile a chi legge e poi compra i vini, no eh?

posted by Mauro Erro @ 11:27, , links to this post


Fabio Cimmino: il Vinista e la telefonata amicale


Per chi è un frequentatore abituale di questo blog il nome di Fabio Cimmino è noto, visto che è stato tra gli autori che in passato vi ha contribuito con maggiore passione e voglia (lo trovate nella colonnina alla vostra sinistra). Per chi non lo conoscesse, invece, Fabio è un collega e concittadino e, parola di Paolo De Cristofaro, uno dei pochi blogger indipendenti sempre capaci di proporre un punto di vista “diverso”, non per partito preso ma per sincera convinzione, costringendo chi legge a ritornare in qualche modo anche sulle posizioni apparentemente più sedimentate.
Ne parlo per segnalare l'ultima creatura di Fabio, il Vinista, un portale che raccoglie tutti i suoi scritti disseminati qua e là nel tempo. E se la segnalazione è d'obbligo lo sono anche le scuse pubbliche a Fabio per non avere trovato il tempo per scrivere la presentazione che mi aveva chiesto. 
Intanto, a voi lettori, regalo una delle sue ultime perle, un pezzo che mi ha molto divertito. Il riadattamento al nostro mondo dello scritto di qualche giorno fa di Stefano Disegni, Rossi e permalosi, la sinistra ride solo degli altri: La telefonata amicale. Buona lettura.

La cosa peggiore che può capitare a uno che per mestiere fa il critico enogastronomico non è imbattersi in un prossimo molto vendicativo e particolarmente robusto che ti esprime il suo disappunto, invertendoti gli zigomi a cazzottoni. Né una querela può far tremare chi ha affinato le sue arti per esercitare la propria libertà d'espressione sapendo bene come destreggiarsi per attaccare ferocemente un vino o un produttore e rimanere, saggiamente, entro i limiti del diritto di critica. Le querele, talvolta, poi, sono come le medaglie per i generali o le cicatrici per Rambo: motivo di orgoglio e credibilità, più ne hai più sarai ricordato. No, la cosa peggiore che può capitare al giornalista del vino in risposta a qualche punteggio/valutazione non gradita è la "telefonata amicale". La telefonata amicale si struttura in un prologo medio/breve in cui il chiamante esordisce col fare falsa autocritica raccontando al chiamato quanto ha apprezzato la scheda a lui dedicata. "Mi hai fatto davvero riflettere" è il pentaverbo di cui potrei azzeccare il minuto esatto in cui viene espresso, tante le volte che l’ho sentito (di solito al sesto del primo tempo). Perché poi c’è un secondo tempo. Ma andiamo con ordine. Dopo il pentaverbo arriva immutabile la rievocazione, da parte del chiamante, del luminoso cammino professionale del chiamato con citazione di tappe salienti. Più o meno all’ottavo del primo tempo arriva così un quadriverbo, il ben noto "ti ho sempre seguito", con cui il chiamante rinforza il concetto della grande stima che ha per il chiamato, che ha sempre letto, apprezzato e a volte ritagliato e appeso in cantina o (più spesso) caricato, in evidenza, sul proprio sito web aziendale. Poi arriva il secondo tempo. Inizia con il temuto triverbo (quadriverbo se arricchito dell’aggettivo "piccola"): "Solo una precisazione". Un triverbo temuto, temutissimo: il chiamato sa che è la porta del secondo tempo della telefonata amicale, il chiamato è conscio della slavina di precisazioni e distinguo che lo sta per seppellire. Il secondo tempo della telefonata amicale del produttore di vino cui brucia il **** per il giudizio che è stato riservato al suo vino (che di questo si tratta, amicale un par de palle) è infatti un lungo, tedioso, capzioso e acidino monologo su questo o quell’aspetto della personalità del chiamante che il chiamato non ha capito, ha interpretato male, ha travisato, realizzando così una scheda "che poteva essere molto più interessante, se, perdonami, lo dico proprio perché ti stimo, non fossi stato un po’ superficiale, anche se il livello è sempre altissimo". Dopo venti minuti di vivisezioni linguistiche e analisi semantiche della scheda di degustazione, con cui il chiamante fa civilmente riflettere il chiamato sulla assoluta gratuità del suo attacco, il chiamato rimpiange il tipo "molto vendicativo e particolarmente robusto" che viene lì, in due minuti ti inverte gli zigomi, ma almeno non ti tiene un’ora al telefono per dimostrarti metafora dopo metonimia dopo sintagma che sei una merda, ché per questo ti ha chiamato, altro che cazzi. Perché i produttori di vino, pure se civilmente e con alta qualità sintattica, si incazzano più degli altri. La critica deve essere libera, però non oltre i limiti di quello che sta bene a loro, siediti e sta a sentire che te li spieghiamo per una tua crescita...

posted by Mauro Erro @ 10:56, , links to this post






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