L'assurda storia di Sassuolo - Napoli



Una partita in cui si prendono due pali, si segnano due gol nella porta avversaria e uno nella propria per agevolare la superiorità numerica del Sassuolo che, non contento del suo gioco e dell’ottimo allenatore Di Francesco, annovera in squadra l’arbitro e un addizionale di porta, smorza il fiato e ti toglie le parole. L’unica cosa chiara è che le possibilità di agguantare il secondo posto si fanno remote, vedremo stasera, ma se i pronostici si confermeranno, 5 punti in 5 gare non richiedono solo un’impresa ma numerosi capitomboli di chi ci precede. 

Il resto è questo stato di sospensione, un terzo posto che al momento non è, come questa partita in cui all’ultimo minuto la palla non entra nella porta vuota ma sbatte sulla testa di Cannavaro Paolo, ruolo difensore, spesso della nostra causa. Un limbo in cui traballano certezze che dovrebbero essere acquisite, si rimescolano dubbi, si accorcia il limite, lo spazio davanti diminuisce drasticamente e si allunga quello alle tue spalle, in cui si invoca la malasorte. 

Una partita in cui l’errore più evidente è del capitano Hamsik ti rinchiude in un riguardoso silenzio che va ben oltre la sua figura non solo in campo: ma a chi ha pensato che dovesse andare così mettendo in fila tutta una serie di accadimenti fino al fischio finale. Che lo si chiami destino o malasorte o chissà come. E che all’ingiusta sconfitta abbia rimediato Milik tornato al gol, pur qualcosa dovrà significare.

Trentatresima di campionato. Sassuolo - Napoli 2 a 2

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Cirò rosso Cl. Sup. Aris 2013, Sergio Arcuri



Nelle occasioni più fortunate una bottiglia di vino è più di una buona bevuta. In questo caso produttore di nostalgia appena ho sentito i profumi nel calice, visto che, da Cirò e dalle Calabrie, manco da un po’. Ma non è solo malinconia e ricordi, tutt’altro. Scritto in poche parole: cordiale, caldo e di composta eleganza, le stesse che descrivono una parte di Sud che c’è, ma visibilmente nascosto, e quindi poco raccontato. Saranno solo suggestioni, voglia di estate e di mare, meglio se mi tengo al vino e al calice per non andar troppo lontano: rosso granato, profuma di fico e prugna, di fiori freschi e poi di resine, balsami, erbe aromatiche e spezie. Al palato è saporito e leggiadro, ha buona stoffa e articolazione, lieve contrappunto tannico e chiusura sapida, prima di un caldo e cordiale abbraccio. Circa 18 euro in enoteca.

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Buona Pasqua, o di Napoli Udinese



Il gesto tecnico che sblocca la partita nei primi minuti del secondo tempo lo compie Jorginho (7): un passaggio rasoterra verticale che s’infila nel misero corridoio messo a disposizione da Hallfredsson e Badu, e lancia Mertens (7 meno un quarto) che batte agevolmente Karnezis. Sfrutta, l’italo-brasiliano, un taglio centrale e orizzontale di Hamsik (6 e mezzo) che apre lo spazio portandosi dietro uno dei due centrali dell’Udinese, fino a quel momento serratissimi come le due linee a quattro di difesa e centrocampo predisposte dietro la linea della palla a protezione della porta: modello Allegri guardando il circo. Fa più proseliti, vedi Inzaghi Simone e Delneri Luigi che ottengono identico risultato, il sistema Juve emulato che non quello del Napoli giocato: d’altronde come disse il poeta rifornitosi di Tom Tom: Due strade trovai nel bosco ed io, io scelsi il percorso più veloce

Dura un tempo la strategia friulana, coadiuvato da un Napoli leggermente sotto-ritmo e non sufficientemente cattivo. Nel secondo sblocchiamo subito il risultato e il resto viene facile: il gol che premia Allan (7 meno un quarto) e questo suo ottimo scorcio di stagione e quello di Callejon, crumiro spagnolo, che realizza dopo il tacco di Insigne su lancio liftato a scavalcare la difesa di Hamsik. Se segna viene giù il San Paolo. Ho sognato il quarto gol di Milik, una leggera spruzzata di zucchero a velo sulla pastiera, un modo per dirsi Buona Pasqua come ha fatto la Roma lasciando per strada due punti.

Trentaduesima di campionato. Napoli - Udinese 3 a 0

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Il resto è mancia, o di Lazio - Napoli



Lorenzo Insigne corre più di tutti, quasi 12 chilometri e 800 metri, evita al Napoli un gol ribattendo sulla linea e ne segna due dalla parte opposta, dopo quello mangiato alla fine del primo tempo. Guida le transizioni, regala tocchi e assist, cala e accelera i tempi suoi e della squadra. Ormai da tempo il più incisivo tra tutti, dividendosi l’onere con Hamsik (7), fa il record di gol in serie A, 14 a sette giornate dalla fine. La copertina è tutta sua, e nove senza parentesi e a lettere il suo voto.
Il Napoli ristabilisce valori, livelli e categorie: con la Roma e la Juve fa un campionato a parte; e complimenti alla Roma di Spalletti che ha fatto meglio dell’anno scorso e che adesso mettiamo nel mirino. È l’unica piazza forse peggiore della nostra: dove spuntano qua e là arroganti frustati che rilasciano veleni. Sull’altra sponda capitolina, complimenti pure a Inzaghi Simone che sveste il ruolo di fratello minore e per adesso vince l’altro campionato. Voleva giocarsela come la Juve delle ultime due partite, al Napoli non puoi togliere il palleggio, ha detto, e ha comandato di aspettarci bassi, tutti dietro la linea della palla. Ha dimenticato che in entrambe le partite la Juve è stata messa sotto, e che la Lazio non è certo la capolista: difendono peggio, e ieri in certi frangenti hanno rischiato di essere pure più fastidiosi in attacco. Poco da aggiungere a parte il calo, anche fisico dopo due partite impegnative, durato dieci minuti, dove abbiamo rischiato di riaprire la partita. 

Stucchevole, invece, il giro di domande retoriche che arrivano fotocopiate dai giornalisti di ogni rete e testata a Sarri, distillate da editoriali illuminanti scritti dai critici del televideo* o ispirate dai frequentatori del circo Orfei: Ma il Napoli non vince; ma siete fuori da tutto; e via così. Ora, filosoficamente, Bellavista direbbe che è l’atavica battaglia in cui noi dobbiamo vestire i panni degli eterni epicurei; e ciò basterebbe per ridurla in semplice battuta: spaparanzati al sol, rifrescandosi con le acque tra Napoli, Capri e Positano: Eh? 
Non è una semplice boutade, ma coerenza, coincidenza tra quel che si è, si dice e si fa. Tramutare un’aspirazione in possibile realtà, far coincidere etica ed estetica: nel proprio piccolo, sperare che la bellezza vinca sugli aridi e grigi ragionieri di trofei, in un campionato a venti squadre in cui un terzo, quello finale, è denso di partite inutili. In un calcio, quell’italiano, noioso e scontato, moribondo rispetto al resto delle élite europee che guardano a noi, ammirati, come fossimo i Faraglioni. 
Riconoscenti dei ringraziamenti e degli omaggi, il resto è mancia (vedi anche alla voce Gonzalo Higuain).

Trentunesima di campionato. Lazio - Napoli 0 a 3

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

* Sarrismo - Gioia e rivoluzione

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Quasi, Napoli - Juve



Guardando a entrambe le partite il Napoli esce perché non ha ancora colmato il gap che lo separa dalla Juve: paradossale che l’episodio che racconta e si ricorderà di questa qualificazione sia il rigore mancato su Albiol che fa il paio a quello concesso su Cuadrado a Torino. Non solo: l’altro paradosso sono i due gol di Higuain di ieri sera. Piccolo inciso sulla sceneggiata sua e del fratello: nessuno ha obbligato Higuain ad andarsene. Ha fatto una scelta, legittima, ma ci sono giocatori come Hamsik che ne fanno altre: si tenga i fischi e non si lamenti sempre volendo fare il perseguitato. Il paradosso ulteriore, scrivevo, è che l’acquisto di Higuain avrebbe dovuto rinforzare loro e indebolire noi: il campo invece non dice questo. Nonostante Higuain, che ci mette il suo nella qualificazione, hanno rischiato di andare fuori, e in generale la differenza tra le due squadre è calata, senza dimenticare ciò che ci è successo: l’infortunio di Milik (6 meno un quarto), il sostituto, che ieri ha fatto anche cose buone, ma che spesso sembrava fuori contesto perché i compagni non sono abituati a cercarlo. 

Che ci sia ancora differenza lo si è visto nei cambi delle due squadre rispetto a domenica. Ci hanno guadagnato loro ad eccezione del portiere: per noi, troppi elementi sotto la sufficienza per pensare di capovolgere il risultato. Chiriches (4 e mezzo) il peggiore, seguito da Reina (5 meno un quarto), e dai timidi Zielinski e Diawara (10 diviso due). Per quest’ultimo non è solo un limite nell’impostazione del gioco, e ieri il Napoli ha giocato peggio, ma anche di perno in fase difensiva, di raccordo tra i reparti, di distanze. Non è stato aiutato, ma spesso era fuori posizione, e sulle seconde palle la Juve aveva troppa libertà di gioco, i calciatori di girarsi con facilità e ripartire puntandoci. 
La Juve ha schierato quasi tutti i suoi gioielli migliori, ha giocato una buona partita, mentre noi ne abbiamo giocate di migliori, e ciò nonostante è stata messa sotto. Poi numeri ed episodi sono favorevoli a loro, certo, però questa stagione e gli scontri ripetuti, l’impegno in Champions e le partite con il Real, dicono pure che se miglioriamo ancora un po’, sulla rosa e sulla mentalità, possiamo stare tra i migliori, ed essere vincenti.

Semifinale di ritorno di Coppa Italia: Napoli - Juve 3 a 2

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Da Brera alla Democrazia Cristiana o di Napoli - Juve



Siamo abituati a vedere azioni di guerriglia da piccole formazioni irregolari, gruppuscoli acquattati e nascosti che, impossibilitati allo scontro in campo aperto per evidente inferiorità di forze, tentano sortite isolate e impreviste, per poi ritirarsi dietro le barricate o nascondersi nelle pieghe del campo di battaglia. È il calcio all’italiana teorizzato da Gianni Brera che trova nell’allenatore triestino Nereo Rocco applicazione sul campo Peppino Meazza in Milano tale da esserne, poi, espressione Nazionale. La motivazione è anatomica: dopo la seconda grande guerra e nel boom economico siamo atleticamente impreparati, fisicamente emaciati e gracilini tanto che - lo dirà Gianni Brera allo chef Angelo Paracucchi - dobbiamo abbondare di carne e proteine animali per almeno tre generazioni vista la fame che abbiamo patito e la miseria che abbiamo visto. Catenaccio e contropiede. Non è un caso, dunque, che proprio su quel campo Peppino Meazza in Milano, anni dopo, Arrigo Sacchi da Fusignano teorizzerà il calcio moderno e contemporaneo trasformando un gracile italiano, uno scapigliato zio Franco, in uno dei più forti difensori mondiali mai visti. Complice un olandese di nome Cruijff e la vecchia regola del fuorigioco, Sacchi proverà a cancellare il gioco all’italiana che in qualche caso era diventata zona mista  ridisegnando il concetto di spazio riducendo le dimensioni effettive del campo di gioco. 
Vi sembrano emaciati e gracilini quelli della Juve? No, ma affamati sì. Vi pare un gruppuscolo irregolare? Neanche. Sono la corazzata che per rosa e mezzi asfalta il campionato da cinque anni, e tra poco faranno sei. 

La prendo larga? Può essere, ma la partita l’avete vista no? Per certi versi è imbarazzante, e mi tocca ricamare di metafore: ma, attenzione, questi ci danno 10 punti. Sentendo Nereo Allegri in conferenza la potrei raccontare anche così: la Juve è il bulletto di scuola che picchia i più piccoli e che quando si trova davanti uno della sua taglia si siede a trattare. Non sono queste le partite da vincere, dice Allegri, gli scontri diretti con Napoli e Roma non li considera proprio. Per quanto ci riguarda, che siamo della loro taglia ormai lo sappiamo da un bel po’ che si giochi a Tokio, Torino o Napoli: una partita da tripla che si può risolvere con un infido tiro di Zazà deviato all’88esimo o ai calci di rigore, e in cui spesso siamo sfortunati, per chi crede a queste cose. 
Ieri, però, è stata davvero imbarazzante. Quasi indescrivibile, bastano i numeri e non so se Allegri debba o meno vergognarsi. A parte l’approccio molle e il rallentamento dopo il gol del pareggio, abbiamo giocato ad una porta, tutti i giocatori ampiamente sopra la sufficienza, Insigne e Hamsik trascinatori, irrequieti, anche imprecisi talvolta, supportati da Jorginho che si elegge urbanista disegnando nella loro metà campo strade di passaggi, Mertens guappo malandrino, e un unico senza voto perché spettatore non pagante in campo: Rafael. Duecento televisioni e milioni di telespettatori che come me sono rimasti stupiti e impressionati tanto dalla mentalità Juve che dal gioco del Napoli. Si perché la Juve il campionato lo ha già vinto, e se gli scontri diretti non contano tanto vale giocarsela e, invece, abbiamo visto la corazzata difendersi, non per la prima volta ma mai come questa volta, come fossero guerriglieri bearzottiani: primo, non prenderle. Ieri sera eravamo davanti alla plastica rappresentazione delle due anime calcistiche italiane che, da 50 anni e più, si dividono su stile di gioco o numeri 10. Una divisione che attraversa l’Italia e che Berselli, tifoso juventino, divertito avrebbe teorizzato dribblando fino a temi extracalcistici. E così la potrei raccontare: le folate progressiste e riformatrici si infrangevano contro il muro della maggioranza conservatrice e del restaurato - dopo la calciopoli moggiana - dominio democristiano che a fine gara ci accarezzava persino di complimenti. 
Vale per mercoledì e per le riconosciute doti degli avversari, vedi alla voce camaleontismo: nelle partite che contano, come Andreotti e la Nazionale, ci sono sempre e non muoiono mai. 

Trentesima di campionato. Napoli - Juve 1 a 1

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Playlist: Campania stories, 13 bianchi da assaggiare

chiesa di Santa Maria Donnaregina vecchia

Prendeteli come semplici consigli e non come una classifica assoluta, tra un centinaio di bianchi assaggiati a Campania Stories 2017, all'appello ne mancano altri, 13 vini che val la pena riassaggiare. Per gli altri approfondimenti e considerazioni generali sull'annate ci sarà tutto il tempo.

Falanghina del Sannio Preta 2016, Capolino Perlingieri

Pomepeiano Falanghina Verso 2015, Sorrentino

Falanghina dei Campi Flegrei Cruna Delago 2014, La Sibilla

Fiano di Avellino 2016, Fratelli Urciuolo

Fiano di Avellino 2016, Colli di Lapìo

Fiano di Avellino 2015, Pietracupa

Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2015, Villa Diamante

Fiano di Avellino 2015, Rocca del Principe

Fiano di Avellino Alimata 2014, Villa Raiano

Fiano di Avellino - Ciro 906 - 2013, Ciro Picariello

Campania Fiano - Particella 928 - 2015, Cantina del Barone

Greco di Tufo Miniere 2015, Cantina dell’Angelo

Greco di Tufo Torrefavale 2015, Cantina dell’Angelo

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