Annate diverse


Non esistono annate minori, ma diverse è una di quelle frasi che ho sentito spesso ripetere dai produttori e che ha sempre generato in me un composito sentimento di tenerezza e diffidenza. Tenerezza perché capisco che ogni scarrafone è bello a mamma sua, diffidenza perché so bene che il vino si deve anche vendere e il più buono è sempre l’ultimo. Ciò nonostante riconosco che non di rado, parlando dei vini figli di queste annate, sarebbe più corretto usare il termine diverse evitando così un valore di deminutio non sempre opportuno. Anche perché l’interpretazione (e la fortuna) può offrire spunti interessantissimi anche quando non ci aspettiamo molto visto l’andamento climatico.  
È il caso ad esempio del Taurasi 2005 di Michele Perillo, vigneron in Castelfranci. 
Della sua storia e di questo vino vi invito a leggere qui il bell'articolo di Paolo De Cristofaro (che ci tornerà utile anche in seguito), limitandomi a due parole due sulla base dell’esperienza ripetuta in questi ultimi mesi. E devo dire che se il profilo olfattivo, che necessita di respirare per liberarsi da alcune impuntature, si mostra coerente, non concessivo ma tenero al tempo stesso, vagando dalla note di frutta – tra l’amarena e la prugna – alle note di cenere, di balsami, di spezie…è al palato che il 2005 di Michele Perillo ha il suo sussulto, soprattutto nel finale del sorso. Un finale che non ha la potenza aromatica delle annate migliori, ma un senso di asciuttezza pregno di sapori, di rabarbaro, pompelmo e arancia amara e fumo e... 

Altro esempio che mi è capitato ultimamente tra le mani, il naso e il palato è il Brunello di Montalcino 2009 di Pietroso, l’azienda guidata da Gianni Pignattai. Rubo dall’ultimo Enogea in distribuzione in questi giorni e dallo speciale I cru di Montalcino: Montosoli, firmato proprio da Paolo e arricchito dagli approfondimenti cartografici del masna, alcune notizie sull’azienda: [...] una piccola produzione da poco più di 35.000 bottiglie annue, derivante da circa 4 ettari (tutti a sangiovese) distribuiti su tre blocchi viticoli principali: Fornello (un ettaro circa nel quadrante nord, 350 metri di altitudine, terreni galestrosi), Colombaiolo (2 ettari sul versante sud, nei pressi dell’Abbazia di Sant’Antimo, 400 metri di altitudine, con argilla, tufo e galestro) e Pietroso (un ettaro attorno alla cantina, 500 metri di altitudine, suoli poveri, con tanta roccia e sasso). Le uve vengono lavorate separatamente, con vinificazioni classiche in acciaio, fermentazioni spontanee e macerazioni di circa tre settimane. Solo dopo qualche mese dalla vendemmia viene deciso il blend che prosegue l’affinamento da Brunello, perlopiù in rovere da 30 ettolitri [...]
Un Brunello che “non sarà” i 2010 che tutti aspettiamo  - per verificare se sarà vera gloria - ma che si beve con estremo piacere. Perché è goloso e misurato, saporito ed elegante, non ingombra, ma accompagna chiudendo su un dolce e caldo abbraccio.

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Il mio signore del fiano era Antoine


da sx Antoine Gaita, Raffaele Troisi, maggio 2011 presso l'Az. Pietracupa

Sfogliando l’album dei ricordi dopo la notizia della morte di Antoine Gaita, le fotografie hanno finito con il sovrapporsi inesorabilmente mischiando momenti intimi, personali, con gli incontri e le occasioni professionali. Era uno dei miei vini del cuore il suo vigna della Congregazione e Antoine Gaita è stato una parte importante di questo lavoro, i miei esordi e i numerosi pezzi che gli ho dedicato. Tutti bruttissimi. Incapaci di restituire realmente chi fosse per me Antoine, Il Signore del fiano, un titolo parecchio fortunato da essere spesso ripreso in questi giorni in cui i ricordi e le testimonianze di dispiacere sono state tantissime. Quella fiaba in cui mi sentii immerso la prima volta che incontrai questa sorta di folletto extralarge che camminava ondeggiando, che aveva un’inflessione strana quando parlava e che giocava con le provette. Che aveva una moglie di nome Diamante, e che anche lei aveva un accento strano. Ed aveva una piccola vigna selvaggia piantata sulla sassara. E in quel che sembrava poco più di un garage, le bottiglie erano accatastate senza etichetta; e quando le prendeva controluce vedevi degli arabeschi. Era questo il mio Antoine, il mio Signore del fiano. 

Lo era in maniera diversa da come lo è stato un altro Antonio. Antonio Mastroberardino che il fiano moderno l’ha pensato, difeso e creato. Antoine Gaita segna un’epoca, quella dell’affermazione e della successiva consacrazione del Fiano di Avellino tra l’olimpo dei bianchi nazionali a partire dalla fine degli anni ’90. Va affiancandosi ad altri vignaioli come Clelia Romano e Guido Marsella, e fa parte di quel che chiamo laboratorio Montefredane, con la famiglia Troisi di Vadiaperti e i Loffredo di Pietracupa. Non è solo un nuovo toponimo, i cui fiano dalle timbriche torbate ricordano la Scozia, a nascere ed accostarsi allo storico e tradizionale comprensorio di Lapìo. È anche un nuovo modo di intendere la professione. I montefredanesi si fanno interpreti, cantautori
Il resto lo fece la sfrontatezza di cui era capace Antoine: il suo Fiano di Avellino vigna della Congregazione era proposto al doppio del prezzo della quasi totalità dei fiano in commercio allora. Il suo fiano era tra i pochi ad azzardare il concetto di cru riportando la vigna in etichetta. 

Il suo è stato uno stile ben identificato dagli appassionati, i suoi vini riconoscibili, e nonostante ciò, pochi come lui hanno saputo viaggiare su più piani e lungo tracciati nuovi, ricercando continuamente: d’altronde se una tradizione non la hai in qualche modo devi costruirtela. Non poteva che essere un mondo di contaminazioni il suo, emigrante vissuto in Belgio e rientrato nella sua Irpinia, accompagnato in quest’avventura dalla moglie Diamante di ritorno dagli States. Non credo ci siano molte aziende in Italia che, con ridottissime dimensioni come queste, solo 6000 pezzi il suo congregazione, abbiano spaziato tanto. Il fiano affinato in acciaio, l’alter-ego in legno, le prove con i lieviti indigeni, un fiano del 2000 dimenticato in una botticella scolma a giocare con la flor: gli diede il nome di suo figlio, cuvée Enrico. Si è misurato con il greco, ha giocato con un rosato da aglianico che chiamò Serena come sua figlia, un vino che mi ha tenuto compagnia per tanti anni. Poi decise di fare sul serio con il Taurasi. Fino al chiacchierato La Congregazione 2012, l’ultimo in commercio, il fiano di Avellino non ammesso alla Docg perché incompreso. E’ stato il suo ultimo scarto di lato, così apparentemente diverso ma così fedele a se stesso. 

Oltre quell’aspetto pacioso, il fare calmo, il suo ragionare era tutt’altro che lineare, ma pieno di sussulti, di improvvise accelerazioni, verità oniriche e intuizioni che aveva mentre ragionava da chimico o quando si era messo a studiare per diventare enologo. Talvolta era irruento e irrefrenabile, altre volte disponibile e riflessivo mentre fumava un sigaro. Aveva la lingua sciolta e la risata grassa. Sapeva essere spavaldo, fiero, istrionico e provocatorio; metteva le mani in tasca e gongolando, ruotando a tempo il bacino da destra a sinistra e da sinistra a destra, ti diceva la sua ultima pensata a voce bassa, scandendo bene le parole e guardandoti fisso. Sai… 
Lo conteneva Diamante Renna, sua moglie, sempre al suo fianco, che con un buffetto sulla pancia gli diceva di smetterla e poi ti sorrideva come a dire: è il solito mascalzone

Non è per me difficile tra le tante belle interpretazioni del suo Vigna della Congregazione – 2010, 2006, 2004, l’ultimo 2012, il sorprendente 2003 o il ’98 in legno – scegliere la mia preferita. Ne ho aperte tante, è stata troppe volte mia complice, compagna di prime volte importanti e decisive. La sua 2002. Tutti a ripeterci che era un’annata di merda. Lui, su un dolce tappeto di pernacchie, ci regalò un sonetto di amore e bellezza sotto forma di vino.

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Falsa partenza




Sarebbe bello poter tornare indietro. Dire al 2015 appena iniziato “ehi ragazzo, non barare” come fosse un centometrista partito prima dello sparo dello starter. E poi di nuovo 3, 2, 1, boom e buon anno come se nulla fosse accaduto. 

Una volta un’amica mi raccontò della morte del padre dopo una lunga malattia. Mi confessò del senso di fastidio che aveva provato alla presenza del marito quando l’aveva accompagnata alla casa materna. In quel momento, mi disse, avrebbe voluto starsene da sola con sua madre e sua sorella, e con papà. D’altronde il rapporto tra suo marito e suo padre era poco più che formale, aggiunse nel darsi una giustificazione. E più suo marito si mostrava contrito, più si dava da fare per rendersi utile, più il suo fastidio diventava insofferenza, rabbia. Lei voleva solo guardare gli album di famiglia con sua sorella e sua madre. E dare un bacio a papà. Riportare anche solo apparentemente le lancette indietro. A 20 anni prima. Solo per poco.
Con delle scuse riuscì a liberarsene e a rispedirlo a casa, e quella notte, per un attimo, aveva persino pensato di dirgli l’orario sbagliato del funerale pur di non vederlo. Giusto un paio d’ore. Un malinteso. Non ci siamo capiti. 

E l’altro giorno quando è morto Pino Daniele ho provato le stesse cose. Troppe chiacchiere, troppo parlare, troppo. Un troppo che non avrei voluto alimentare a mia volta. Ma il superamento del dolore passa anche attraverso la condivisione di esso. Ti riconosci nell’altro e pian piano le cose si fanno meno dure. 

In uno strano sogno ho rivisto una scena di una commedia di Raffaele Viviani, La morte di Carnevale, in cui due becchini litigano per accaparrarsi il presunto morto. Ripetevano sempre la stessa frase che nella commedia non c’è: la morte è una buona occasione. 
E se inizialmente in quel buona c’era tutta la mia acrimonia verso quelle cornacchie che si riempivano la bocca di parole stupide e banali, straparlando di Pino Daniele e di Napoli, pian piano ha assunto un significato più ampio. La morte è senz’altro l’occasione per guardare le persone per quello che sono, nel bene come nel male. 

Si ho provato anche rabbia, una rabbia che ho codificato e ho capito che riguardava tanto me quanto Pino Daniele, cornuto e mazziato. Già perché è un paradosso che proprio per lui, che un giorno aveva deciso di andar via da Napoli, di essere qualcos’altro oltre che napoletano, essere sé stesso e non essere più relegato al ruolo di ennesimo Masaniello, la gran parte delle parole spese alla sua morte riguardassero Napoli, i napoletani, la napoletanità presunta o reale. 
Quante ne ho lette. Ho provato quella stessa sensazione che credo abbia provato lui all’epoca. Uno stato di apnea, sentirsi in una gabbia asfittica, l’essere ridotti a macchietta. No grazie, il caffè mi rende nervoso, avrebbero detto Lello Arena e Massimo Troisi. E anch’io avrei voluto essere qualcos’altro. Avrei voluto mettere la sua Je so pazz, mandando in loop il liberatorio verso finale, ‘nun ce scassat ‘o cazz’
Si, ‘nun ce scassat ‘o cazz’ lo avrei detto sinceramente anche ad alcuni napoletani. E a quel modo sciatto e volgare di volersi rappresentare. Ai chiagnazzari, a quelli che si lamentano sempre, a quelli che descrivono Napoli come un quadretto ricoperto di polvere dimenticato in uno sgabuzzino, a quelli sempre pronti a tirar dentro De Filippo e il suo fuitevenne. A quelli che hanno il complesso di inferiorità e hanno bisogno di un nemico per definirsi. Pino Daniele ha suonato e cantato per chi i complessi li aveva e non li voleva. 

 E alla fine ho risentito mille volte Napule è

Napule è tutto nu' suonno e a sape tutto 'o munno 
Ma nun sann' a verità. 

E’ la purezza del gesto, il testo del diciottenne Pino Daniele tutto istinto e stati d’animo: è la genialità dello scugnizzo che gioca sui basoli di largo Banchi nuovi e arrivato sul fondo crossa al centro con una rabona. Napule è mi piace perché è indeterminatezza, perché una città di eterne contraddizioni gioca la sua partita shakespeariana dell’essere o non essere. Napoli è tutta nu suonno. Un’illusione. Napoli è mille colori e mille paure. 
Ma Napoli è ancora tanti criaturi, la cui voce sale piano piano. 
E tu saje ca’ nun si sulo*. 

Ed eccomi qui a scrivere le ultime battute con un senso di gratitudine e quasi di dovere. Perché farei un grosso torto a quella parte di me che è stata Pino Daniele dissimulando quel sentimento non di ribellione, parola sbagliata per una città che ha bisogno di un po’ di normalità, ma di non rassegnazione. 

*Qui Marco Ciriello, qui Alessandro Chetta

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Borgogna (rossa) 2012



È significativa una degustazione di oltre 25 campioni di pinot nero di Borgogna per confermare l’idea che ci si era fatti dell’annata 2012? Si, soprattutto se si ha la possibilità di confrontare opinioni e riflessioni con alcuni tra i principali appassionati e conoscitori della materia e di far tesoro delle loro esperienze. Ed è ciò che avvenuto i primi di dicembre a Roma a casa di Giancarlo Marino, per la consueta borgognata annuale in compagnia di Fabio Cagnetti, Armando Castagno, Antonio Chiari, Fabio Cimmino, Monica Coluccia, Paolo De Cristofaro, Fausto Ferroni, Luca Manzoni, Alessio Pietrobattista, Luca Santini, Fulvio Sorvillo. 
È significativa soprattutto se facciamo la solita premessa: avere un quadro generale non ci esime dal valutare di volta in volta e caso per caso. Il vino è un mondo di eccezioni e non di regole. 

Ma al malcapitato consumatore medio che volesse investire i suoi risparmi in una bottiglia di pinot nero di Borgogna dell’annata 2012, in poche e drastiche parole direi: è un’annata caldina, che a me garba molto più della precedente, la 2011, ma non tanto come il filotto ’08-’09-’10, annate che nelle loro differenze avevano un plus di armonia e dettaglio. Il rischio che si corre (note ricorrenti in molti dei campioni) è un finale in leggera o meno derapata alcolica e un apporto tannico che contribuisce ad asciugare il vino all’assaggio, privandolo dello slancio decisivo. È un’annata la 2012 dove le gerarchie contano e sono rispettate: un village è un village, un Grand Cru è un Grand Cru. Sorprese è difficile trovarne. 
Come è ovvio non mancano i vini buoni, ma non mancano neanche le delusioni. Inutile ribadire i prezzi a cui sono arrivati questi vini. 
Detto questo, ecco i vini che, senza tener conto della reale reperibilità e del prezzo*, avrei acquistato volentieri tra quelli che vedete nelle foto. Solito faccino per quelli che mi hanno particolarmente colpito. 

Givry 1er cru Clos du Salomon, Domaine du Clos Salomon **1/2 (fuori zona) 
Chambolle Musigny, Roumier ***+ :-) 
Gevrey Chambertin VV, Domaine Fourrier ***+ :-) 
Chambolle Musigny 1er cru, Domaine Lecheneaut **** :-) 
Vosne Romanée 1er cru Les Beaumonts, Cecile Tremblay **** + 
Pommard 1er cru Les Epenots, Joseph Voillot ****+ 
Pommard 1er cru Grand Clos des Epenots, De Courcel ****+ :-) 
Richebourg Grand Cru, Thibault Liger-Belair ***** :-) 
Chambertin Grand Cru, Armand Rousseau ***** :-) 

*saputo il prezzo sono immerso in una valle di lacrime

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Bocciato

Boris Vian

«Al di là della vicenda personale, è arrivato il momento di interrogarsi seriamente sui criteri con cui operano e giudicano le commissioni incaricate di autorizzare la commercializzazione sotto il cappello di una Docg. Specialmente in quelle denominazioni, come il Fiano di Avellino, dove il disciplinare fissa dei paletti a dir poco vaghi e generici per quanto riguarda le caratteristiche organolettiche con cui devono presentarsi i vini all’assaggio. Se non viene fatta un’operazione di spiegazione e trasparenza, credo che l’unica strada sia uscire definitivamente dalla denominazione».  

Così parlò Antoine Gaita, patron di Villa Diamante, qualche mese fa commentando la bocciatura da parte della commissione che attribuisce la fascetta Docg Fiano di Avellino del suo La congregazione 2012. Al di là del caso specifico – come ho scritto all’epoca reputo il vino squisito – Gaita coglie il punto sostanziale della faccenda. Ossia come si possa tradurre l’incessante domanda d’identità e tipicità dei consumatori più colti, appassionati ed operatori, con l’attuale sistema di denominazioni di origine, farraginoso, improvvido e lacunoso al tempo stesso, al di là del requisito minimo della qualità e della piacevolezza, ahimè nemmeno garantiti, nonostante le oltre 70 Docg, le 300 e passa Doc e lasciamo perdere le igt. 

Basta fare un semplice paragone con mercati molto più evoluti del nostro come quello francese per capire la differenza. E non è necessario sapere quante Aoc ci sono. I vini basta assaggiarli. Tradotto: anche il consumatore meno attento e colto capisce a cosa va incontro una volta che ha assaggiato un Borgogna e un Bordeaux. E di volta in volta, a seconda di occasione e possibilità di spesa, ne acquisterà scegliendo secondo il proprio gusto, scegliendo l’interpretazione di Tizio o di Caio, quell’annata o quell’altra. Da noi bisogna capire prima cosa si è comprato, se quel che è scritto in etichetta corrisponde a ciò che beviamo, e poi capire se ci piace o meno. 

Tradurre le duemila pagine della versione 2011 del codice delle Denominazioni che ho tra le mani in qualcosa che garantisca realmente la qualità e la piacevolezza – requisito minimo – e l’identità. Certo un compito non facile ma che dovremmo prima o poi iniziare. Ridurre la fetta di discrezionalità delle commissioni (ben consapevoli che solo chi non fa non sbaglia, ma si deve aspirare a far bene) andando oltre quei parametri che Gaita opportunamente definisce vaghi e generici. Fin quando per un rosso docg le caratteristiche fissate per l’odore saranno tipico, gradevole ed intenso, le bocciature anche di vini celebri e squisiti fioccheranno, secondo una logica a noi incomprensibile. Ma non basta. 
Visto che i disciplinari, le regole e le doc sono scritti dai produttori stessi, invito ad un investimento sempre maggiore in conoscenza e consapevolezza. Di quello che avete sotto i piedi e di quello che vi sta attorno. Non a caso ho scelto di citare l’odore secondo il disciplinare di un docg rosso italiano, perché mi è da poco arrivata la notizia di un’altra bocciatura di un vino che frequentemente ho trovato particolarmente buono. Non campano, lo scrivo subito. Non ne farò menzione, tanto si saprà, perché non m’interessano schermaglie di parte e polemiche sterili. 

"La commissione evidenzia sentori olfattivi che non corrispondo ai parametri del Disciplinare di Produzione: evidenzia, inoltre, al gusto sapore eccessivamente tannico, squilibrato, privo di sentori di legno". 

Visto che è il mio lavoro quello di commentare anche notizie del genere, posso scrivere solo una cosa: al di là del merito (non ho assaggiato il vino) dal mio punto di vista - quello di un degustatore che in ogni corso, lezione, serata che è stato chiamato a condurre e che in tantissimi dei suoi scritti ha sottolineato con convinzione che il legno non si deve sentire o che al massimo può essere un peccato veniale o una virtù, a seconda dei casi, se si avverte giusto un po’ in un profluvio di tanto tanto altro - l’unica conclusione è che per un attimo, più o meno lungo, lo spirito di Boris Vian, di certo non lo stile, si sia impossessato della commissione giudicante. 
E sinceramente lascerei perdere: surreale è surreale, ma Vian era più bello da leggere.

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C'eravamo tanto amati (cari cabernet)



Non so quanto possa valere questa associazione d’immagini e il riferimento al meraviglioso film di Ettore Scola del 1974, ma spesso quando bevo dei cabernet ci penso. A questo che doveva essere un omaggio a Vittorio De Sica e al neorealismo, e che invece racconta trent’anni di storia italiana, dal ’45 al ’74, attraverso le vite di tre partigiani interpretati da Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Stefano Satta Flores, e dei destini che s’incroceranno con quelli di Luciana, interpretata da Stefania Sandrelli. Un film di tradimenti, ché tradite sono le aspirazioni giovanili, le speranze, la fede politica, i sogni, l’amicizia e l’amore, sul registro di un malinconico ma efficace umorismo critico
E a me sembra un po’ il rapporto che noi italiani abbiamo avuto con i cabernet negli ultimi 20 anni. E mi riferisco agli innamoramenti dei produttori che li hanno piantati in ogni dove questi vitigni migliorativi e che oggi, invece, li ripudiano. Mi riferisco all’amore abbandonato di tanti appassionati per i vini di Bordeaux: appassionati che oggi, invece, hanno concentrato le loro attenzioni sul pinot nero e la Borgogna. Il rapporto d’innamoramento di molti giornalisti del vino che invece oggi parlano d’identità, vitigni autoctoni e tipicità. Ma anche alle nuove passioni che nascono per altri cabernet. Dove per altri s’intende il franc ad esempio o il Paleo rosso de Le Macchiole, per citare invece un vino di Bolgheri, la zona più celebre d’Italia per questi vitigni. 
Non so quanto possa essere valida ed esemplificativa questa associazione d’immagini scrivevo, ma vale ovviamente il consiglio di rivedervi un meraviglioso film

Continuando nel gioco e visto che gli interpreti sono tre, ecco i tre vini che me l’hanno ricordato. Il primo è un must, ricercatissimo dalle avanguardie. Loira, Saumur Champigny, Clos Rougeard dei Fratelli Foucalt: il meraviglioso Le Bourg 2010 (93+), il cabernet franc (ritenuto fino a non molti anni fa il fratello piccolo e brutto del cabernet sauvignon) che ho bevuto un paio di settimane fa a La Piola di Alba (140 € in carta, un prezzo corretto per il vino distribuito da Teatro del Vino). Alla cieca si rischierebbe quasi di prenderlo per un Borgogna, vista la leggiadria – soli 12,5 gradi alcolici – e il turgore e la pienezza del frutto. Ha ancora un po’ di legno da smaltire, ma vi assicuro che si beve con estremo piacere e facilità già ora. Il secondo invece è un vino a cui sono molto affezionato, purtroppo per molti dimenticato, il Capo di Stato di Loredan Gasparini annata 2002 (89), cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e malbec dell’alta marca trevigiana. La particolare storia di questo vino la potete leggere qui nelle parole ispirate di Giovanni Corazzol. Qui, invece, le riflessioni di Fabio Rizzari del 2008 proprio su questo vino. Io posso aggiungere che il tempo gli ha donato finezza, e il resto lo fa un fruttino delizioso ancor vivo e presente, e una bocca risolta e facile da bersi. Infine un pezzo di sud che è già storia. Il Gravello 2001 (88+), versione calabra con gaglioppo del cabernet sauvignon, pensata dai Librandi con Severino Garofano, che si declina con sostanza, eleganza, mediterraneità e sale.

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A un passo dal paradiso


Romanée St. Vivant Grand Cru 2005, Domaine de la Romanée Conti

Ecco, quante volte avrò scritto che la celebratissima 2005 in Borgogna non è la mia annata? 
L'ultima occasione per ripetermelo, ma non scriverlo nuovamente qui, mi è capitata un paio di settimane fa con il Volnay Les Fremiets (1er cru) di Boillot. Niente, ci ho riprovato ma niente. 
E poi l’altra sera Giancarlo Marino – per i non addetti, uno dei principali conoscitori dell’argomento, della zona e dei vini di Borgogna nonché chioccia di tanti tra i principali conoscitori dell’argomento, della zona e dei vini di Borgogna – ti tira fuori dalla cantina la bottiglia che vedete in foto. 

E tu capisci che non è questione di sentire dei sapori e dei profumi, ma di esserne imbevuti e travolti in uno stato generale di leggerezza. Di souplesse. 
A un passo dal paradiso. 
Certo, per ritornare con i piedi per terra potrei uscirmene con una banalità: una rondine non fa primavera.
Ma volete mettere arrivare a un passo dal paradiso? Nonché il senso dell’umorismo del Padreterno (e di Giancarlo) che a un passo mi ci ha portato proprio con una 2005? 
E così sia. 

p.s. Sempre per i non addetti, trattasi di bottiglia da Principe Emiro o da ultra appassionati con buone disponibilità economiche e non certo per comuni mortali (non adusi a frequentare periferie paradisiache come si sa). 

 p.p.s. A chi possa servire, 97/centesimi.

posted by Mauro Erro @ 08:24, , links to this post






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