Generatori automatici d'opinione


Shiho Fukada

Nel paese di Burdelwood esisteva Via delle opinioni smarrite e quasi tutti gli abitanti vi si recavano a seconda delle necessità. La strada su ciascun lato e per tutta la sua lunghezza aveva a intervalli brevi e regolari dei generatori automatici d’opinione. L’uso era gratuito ed estremamente semplice. Erano dotati di un microfono al quale bastava dire in successione, come da indicazioni della voce registrata, in maniera autorevole e ben scandita, le parole su cui si gradiva l’opinione, ad esempio: burkini, Johan Cruijff, droga, Tagikistan. Il generatore automatico avrebbe provveduto al resto come gli antichi vaticini sibillini. Ne esistevano di fogge e colori diversi e ovviamente con programmi più o meno aggiornati che ne permettevano il funzionamento. I modelli più vecchi erano dotati del vecchio e unico programma: Cultura generale I, fino al medioevo. I più aggiornati, i nuovissimi XYZT, potevano contare sull’ultimo mega programma Limerick: Cultura generale IIII, fino all’età moderna. Erano utilissimi, ovviamente, anche perché nessuno di questi aveva programmi specializzati. Si da il caso che gli abitanti di Burdelwood fossero tutti iperspecializzati o che almeno apparissero tali; che ci fossero, per dire, grandissimi cuochi capaci di cucinare piatti sopraffini senza farli bruciare, ma che, allo stesso tempo, erano in difficoltà quando il concetto di proporzione si spostava dal rapporto tra farina e uova a quello che accade nella vita di tutti i giorni. O, ancora, eminentissimi scienziati capaci di scindere l’atomo non conoscendo le minime regole di una buona educazione civica. I generatori, invece, permettevano democraticamente a tutti di poter avere una istantanea, ingiustificata, sufficientemente demente, opinione su tutto senza alcuno spreco di energie e di tempo.

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‘O guru



- Me lo dissero all’improvviso. Senza nessuna premessa, nessun tentativo di indorare la pillola. Dovevano essere esasperati evidentemente, almeno, questo mi dico per giustificarli di tanta crudezza. Basta, basta, basta. Tre volte. Ripetute. Del senso della vita, dell’errare umano, del significato delle cose, della ricerca della verità, dell’essenza stessa di questa terra che noi solchiamo, della rivoluzione industriale, dei difensori di nostra madre terra, dei bei tempi di una volta. Una volta quando? Una volta. Ma anche due, tre, quattro, ogni volta a ripetergli che bisogna far qualcosa, che presto o tardi tutto scomparirà, che gli industriali si stavano prendendo tutto, che poi non era molto, il tutto, ma quel poco c’era ancora chi lo difendeva. Tutto attraverso una bottiglia di vino. E, proprio loro, i miei amici, i miei veri amici, non quelli di facebook, quelli con cui avevo passato una vita intera, quelli con cui ci eravamo sbucciati le ginocchia a giocare al pallone per strada nell’età dell’adolescenza e della giovinezza, loro, chi più di loro dovrebbe conoscermi e condividere il mio pensiero? E loro, proprio loro, mi dissero basta. Per tre volte. Basta, basta, basta. A loro, del senso del tutto, non gliene fregava niente. Basta che è buono, dicevano, sarebbe già tanto. Buono? Cioè, diciamo seriamente? Buono? Sono anni che ci prendiamo in giro con questa storia che la bellezza salverà il mondo e che abbiamo risolto? Il loro buono può significare una barretta di Kinder cioccolato al latte. E che ci faccio io con la barretta di Kinder cioccolato al latte? Come lo cambio il mondo io con la barretta di Kinder cioccolato al latte? Che teoria ci elaboro? Quale filosofia? Dove sono i contadini dei ieri e dell’oggi, le campagne, il meridione, i sud del mondo, madre natura in una barretta di cioccolato al latte della Kinder? Ah, certo, puoi parlare di amore. Posto che l’amore non sia sopravalutato come la bellezza. Però per parlare di amore devi estendere il discorso quanto meno ai cremini. Se non proprio tutta la gamma, fino alla torta Sacher, che ci sono le albicocche. Insomma, un po’ come in quel film che c’è Johnny Deep. Con la sola barretta al cioccolato della Kinder non ci faccio niente. Non c’è misticismo e, di questi tempi, il misticismo è fondamentale. Come se a me, poi, non convenisse un colosso come quello. Capito che ci faccio io con quei soldi? Ma almeno un congresso con tutti i cioccolatieri del mondo a Miami, con tanto di fan, groupie, giornalisti, blogger, il circo equestre e la banda nazionale della Florida. Ci metto tutto il carrozzone e il misticismo pragmatico. Che si adatta. Mica devo stare a spiegare che il compromesso fa parte della vita, noi siamo solo ingranaggi, c’è sempre qualcosa di più importante di noi, sopra le nostre teste ecc. ecc.: ne sono consapevole. E no invece, io non lo ho un colosso del genere. Me ne vado per feste e sagre, qualche mangiata al ristorante, qualche accordo con qualche distributore di vino, questo è tutto. Non ci si arricchisce, ci si paga le bollette, e pure bisogna correre e lavorare tutto il giorno. E sorridono loro, quando dico lavorare: dovrei fargli vedere le mie fatture di prestazioni sanitarie. E mi vieni a parlare di bellezza? Di buono? Buono il cazzo. Questa è la verità, un poco di sana verità ci vuole, per cui abbiate almeno la decenza di sedervi, in silenzio, e di ascoltarla quando ve la spiego. Ego smisurato? D’accordo, ma sarebbe meglio come fanno loro? Vivere nell’insipienza? Galleggiare sulla superficie e fare il morto in attesa che qualcosa accada? Di essere colti da rinnovata fede? Suvvia, e in ogni caso è un discorso molto più ampio,
- Che proseguirà lunedì. Il nostro tempo è terminato. 
- Di già? 
- Di già. Sì ricordi uscendo, quando passa da Laura, che la tariffa della seduta è aumentata. Sono 80 euro. 
- Si, ma i contadini… 
- Me lo dirà lunedì. Sta continuando la cura? 
- Si, certo. 
- Non si dimentichi stasera, prima di andare a dormire, 15 gocce di Serenase. A lunedì, buon week end. 
- A lei, dottoressa, grazie.

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Fiano di Avellino 2003, Colli di Lapìo


Inaspettato
sale compatto e solare,
balzi eterei
soffia cera d’api
resine e balsami e
ti arresta
nelle sue sospensioni terragne.
Un sorso carnale
traccia un’orma
profonda di sale.

(da Scrivilo a parole tue: bevi e versi)

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Ciliegiolo di Narni, Vigna Vecchia 2013, Bussoletti



Le dolci ondulazioni
del frutto rosso e nero,
delicata e studiata rotondità
in un ordito di spezie.
Agile, fitto e affusolato,
circolare consistenza cremosa,
la scodata finale
e il tiepido vapore ricordano
la sua origine.

(da Scrivilo a parole tue: bevi e versi)

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L’allenatore


Occupare gli spazi. Conquistarli. Non è così difficile. Nel primo caso, basta seguire con la massima attenzione le disposizioni. Avere disciplina, costanza, impegno, spirito di sacrificio. Con diligente applicazione si possono conseguire ottimi risultati evitando così di finire ai margini del rettangolo di gioco: in panchina, in tribuna, nell’oblio. 
Tre mesi di allenamento, per dei ragazzi di diciotto anni, possono bastare per raggiungere una sufficiente preparazione e una conoscenza dei meccanismi, dei tempi, dei ritmi di gioco, di quale sia il ruolo all’interno della squadra, di quale posizione tenere sul campo. Con l’esperienza migliora l’affiatamento, tutto diventa abitudine, eseguito con maggiore precisione, una naturale armonia. Non riescono tutti, ma la percentuale di chi s’integra nel sistema aumenta fino all’85% minore è l’età in cui si apprendono le prime nozioni. Certo, bisogna essere nell’età della ragione, in cui si intuisce la complessità del sistema di gioco senza averne la consapevolezza, e senza avere coscienza di quale sia il proprio ruolo in quel sistema tanto da affidarti completamente, con devozione. I pulcini sono esclusi, quindi. 
Conquistare gli spazi, invece, richiede qualcosa in più. Personalità, ambizione. Arrivismo? Va bene anche quello: nel rettangolo di gioco è un peccato veniale, se di peccato parliamo. Fame? Certo, ma non quella che viene dalla miseria con cui si vuole spiegare sempre tutto. È qualcosa che certi hanno dentro. Non conta ciò che hanno già, conquistato o ricevuto, tanto non gli basterà. E più è profonda l’insofferenza che il tarlo ha scavato loro dentro e più sono famelici e voraci. Basta imbrigliare quella rabbia, convogliarla nella giusta direzione, irreggimentarla alla causa. Conquistare gli spazi non è un semplice atto di prepotenza come potrebbe sembrare. Bisogna creare le condizioni perché ciò avvenga, inserirsi nei meccanismi con i giusti tempi: è più un problema di vuoti e di pieni, occorre strategia, utilizzo della tattica. Una perfetta organizzazione di gioco esalta le caratteristiche di ciascuno, riconosce il merito, e integra le diversità attraverso i meccanismi al fine di realizzare lo scopo. Per conquistare uno spazio si può ricorrere al sacrificio di un utile idiota che lo crei, ad esempio: non ci sarà gloria per lui, probabilmente neanche parteciperà attivamente all’azione vincente, ma realizzato il fine sarà il primo ad esserne felice. Si possono utilizzare diversi moduli, schemi, sistemi di gioco, tutto serve a occupare gli spazi, e conquistarli. Come dicevo, non è cosi difficile. Esiste una categoria di giocatore che esula da questi discorsi e dagli insegnamenti che un allenatore può impartire. Sono coloro che gli spazi li inventano, capaci di vederne di nuovi, portando così il gioco ad una successiva dimensione. Gli eletti, come quello del film Matrix, che hanno le matrici di tutti i sistemi di gioco prima che io possa organizzarlo: loro già lo vedono, già lo hanno giocato, già lo hanno risolto. Diego Armando Maradona o Johan Crujiff, ma queste eccezioni esistono in tutti i campi e uno potrebbe citare Brian Wilson dei Beach Boys quando scrisse pet sounds e SMiLE. Sfuggono alla noia aprendo un nuovo varco dove per primi, e almeno per un po’ da soli, possono giocare al gioco che hanno appena inventato. Un buon allenatore, in questi casi, non può che stare in scia. Capire il più velocemente possibile e portare il resto della squadra con sé a praticare quel gioco. Spero sempre di incontrarle queste eccezioni, a volte mi illudo, per sottrarmi alla quotidianità e alle abitudini del mio lavoro, della stessa, la solita lezione impartita: non è difficile, è solo una questione di occupare gli spazi e conquistarli, per non finire ai margini. 

(da Registro delle persone scomparse)

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Diario degli errori: il conformismo anticonformistico vicendevole

Ferdinando Scianna: France. Paris. Homeless in the subway. 1975. Magnum Photos.


[14] 
Cosa c’è di più barocco della cassata siciliana? E che dire del lento orpello di un vero timballo? Io, nel guardare la sua costruzione, rimango estasiato. Non ho nulla contro la lussuria dell’abbondanza, credo che tutto abbia una giusta misura, ognuno, ogni oggetto e ogni opera la sua. E dalle algide tinte azzurrine che colorano certo minimalismo nord Europeo, me ne vado in zone in cui piatti e bicchieri hanno colori vivi e accesi. Vale per il bianco provenzale, il Palette di Chateau Simone, annata 2008, che profuma di cedri e fiori di zagara, resine ed erbe mediterranee, dal sorso denso, vivido e asciutto sul finale. Ancora e ancora, grazie. 

[15] 
Da tempo mi chiedo del senso delle versioni Riserva dei più ambiziosi vini italiani e da tempo non ne vengo a capo. Per due ore il Brunello di Montalcino 2010 Riserva di Fattoi mi ha convinto delle sue ragioni. Buonissimo. 

[16] 
Da tempo mi chiedo del senso della dicitura “vino del contadino” solitamente riferita a quel vino dell’amico degli amici che ci tengono a fartelo assaggiare - che questo ne fa pochissimo, non lo imbottiglia mica e ci mette le pasticche, lo fa per la famiglia e gli amici appunto - e che solitamente è prossimo all’aceto. Per due ore il Verdicchio di Jesi 2013 Bernardoni mi ha convinto delle sue ragioni: eleganza, sapore, naturalezza espressiva e profondità. Buonissimo, da Cupramontana. Per tutto il resto basta leggere Paolo De Cristofaro qui

[17] 
Alessandro Masnaghetti: per dirla calcisticamente e assecondando la fede, sua, è come il Milan di Capello. L’unico che gioca in Champions League e qualche volta la vince pure. Con Enogea ha sintetizzato hegelianamente l’ironia e il pragmatismo milanese, e Veronelliano, con i viaggi interspaziali e la ricerca di nuove frontiere ispirato da Kurt Vonnegut: nella rivista i continui omaggi. La sua è una navicella in viaggio con sottofondo dei Television, dei Ramones o dei Stiff Little Fingers dei primi album, appesi agli oblò i disegni di Andrea Pazienza, sui comandi qualche copia di Frigidaire. Animo punk, ruvidissimo: insofferente a qualsiasi tipo di conformismo, soprattutto quello dell’anticonformismo. Parzialmente scaramantico. (da Diario dei viventi del vino

[18] 
Vino quotidiano: Ciliegiolo di Narni 05035, 2015, Bussoletti: frutto rosso, leggiadria, sapore, beva.
Vino settimanale: Muscadet Sevre & Maine Tiré sur lie, La Grange Vieilles Vignes 2015, Pierre Luneau-Papin: solare, saporito, salato.

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Diario degli errori: incontri e premonizioni

Gianni Berengo Gardin, Catania 2001

[7] 
Talvolta penso di essere troppo severo, con me stesso, con gli altri. Poi, mi dico: dai, Mauro, torna in te, su. Sul fondo dei ragionamenti, infine, trovo una vena di ottimismo che non mi aspettavo. Evidentemente credo di poter far meglio. Che gli altri possano far meglio, nonostante ciò che mi capita di vedere attorno. Poi mi dico: dai, Mauro, torna in te, su. 

[8] 
Champagne Dom Perignon 2002. Altra bottiglia, altro errore, € 175. Direi basta. 

[9] 
Con degli amici ho preso un caffè sul lungomare con lo scrittore Paco Ignazio Taibo II, a Napoli per presentare il suo A quattro mani (un bel romanzo). Sono arrivato in leggero anticipo e nell’attesa mi sono fumato una sigaretta seduto sul muretto a ridosso del mare. Faceva un gran caldo. Sulla scogliera antistante, in basso, ho notato una ragazza in bikini che prendeva il sole sdraiata: a un paio di metri una coppia asiatica, poco più a destra una di colombi. È bello pensare che in qualsiasi momento, in una città come Napoli, si possa andare al mare a prendere il sole in bikini. Ma io, almeno in quel tratto del lungomare, non ci riuscirei: avrei sempre il timore di vedere anche una coppia di ratti giganti.
Taibo II è una persona molto semplice oltre che un abile scrittore. Fuma che è un piacere e beve Coca-Cola senza ghiaccio ma con limone. Mi piace la sua calma e la sua capacità riflessiva, ha uno sguardo profondo, ama il gioco e l’ironia, è un picaro che insegue Salgari, si diverte e ha passione. Dei nostri ama Sciascia e Calvino, i registi Petri, Monicelli, Pontecorvo. È un ottimista che ride ripetendoti la battuta dei messicani: "non c’è niente di peggio del Messico, neanche l’inferno".
Con noi c’erano altre persone, alcune sudamericane abbastanza pittoresche, un paio di traduttori e scrittori nostrani: uno non ha detto molto, rideva spesso, aveva una abbronzatura noce di cocco uniforme che stagliava su una barba corta dalla linea perfetta. L’altro, invece, palliduccio, sembrava malaticcio e alla fine si è impelagato nel solito discorso della crisi dell’editoria e di come fossero pagati male scrittori e traduttori qui in Italia. Insomma solite cose sacrosante, dense di buon senso, e ovviamente noiosissime. Lo vedo ben avviato a una fulgida carriera di sindacalista letterario.
Taibo II ha raccontato di un romanzo cui sta lavorando che si conclude a Napoli, per la precisione a Spaccanapoli: “che ti toglie il fiato”. La prima volta che è venuto qui, moltissimi anni fa, uscito dalla stazione si è trovato davanti un tipo che, all’in piedi su un motorino, martellava un semaforo. Non ha potuto fare altro che esclamare: “sono a casa”. Si sente a suo agio come a Città del Messico. La stessa vitalità nelle persone e nella città. Tra i vari aspetti uno cui è affezionato particolarmente, citazione involontaria alle lavandaie de La Gatta Cenerentola di De Simone, è il modo pittoresco e articolato che abbiamo di ingiuriarci. 
Al suo saluto finale - "Ciao, collega" - forte è stata la tentazione di rispondere con un coerente omaggio: “ma vafanculo tu e chella pirchipètola e soreta.”

[10] 
Juventude tirannide. Non è constatazione calcistica ma riferimento al Greco di Tufo 2010 di Pietracupa. Gioventù lo scrivo in portoghese per coloro che non vogliono o non possono permettersi la selezione “G” della stessa annata e dello stesso produttore (€ 70/80 .ca). Provate a cercare questo. 

[11] 
In una pizzeria gourmet**: 

- E da bere, desiderano qualcosa? 
- Si, una bottiglia di Piedirosso* di Raffaele Moccia, Agnanum, grazie. 
- Ah, devo verificare, forse non l’abbiamo, ma dello stesso produttore abbiamo sicuramente il Per’ e palummo
- Va bene, ci accontentiamo. 

[12] 
Qualche giorno fa ho scoperto che, finalmente, è stato pubblicato nuovamente Optimus Potor, ossia il vero bevitore di Paolo Monelli, dalla casa editrice Il Novello. L’ho preso subito, un testo fondamentale per chi ama il vino. Ciò che non sapevo e che ho appreso dalla quarta di copertina è che inizialmente il testo uscì a puntate sulla Gazzetta del Popolo, fu poi raccolto per essere pubblicato dall’editore Treves, in Milano, nel 1935. Conoscevo solo la versione Longanesi (1963). La notizia ha qualcosa di sensazionale, direi: ché Monelli dimostra quali siano le capacità taumaturgiche del vino. Nelle prime pagine, capitolo II, infatti, cita Hemingway riportando le parole scritte sul Valpolicella - “cordiale come un fratello con cui si va d’accordo” - contenute in Across the river and into the trees. Adesso sappiamo che non si tratta di citazione ma di puntualissima premonizione poiché il romanzo non uscirà che quindici anni dopo, edito da Scribner a New York, nel settembre del 1950.
Un motivo in più per non essere astemi. 

[13] 
Annoto: Gianni Berengo Gardin, in mostra, fino al 28 agosto, qui.


* Piedirosso: vitigno a bacca rossa tipico dei Campi Flegrei il cui nome locale è per’ e palummo
** Gourmet: termine francese, forse inglese, che ha traduzioni variopinte, tra le altre: imbuto di forma cilindrica.

ps. qui e qui, i precedenti.

posted by Mauro Erro @ 11:22, , links to this post






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