La casa

foto di Monica Vegliante


Sulla cresta più alta della collina Montedoro, al bordo di un bosco che la protegge su due lati, solitaria. Occorre attraversare il centro storico, superare il Castello Colonna, la Badia normanna di San Pietro alli marmi e continuare per tornanti sempre più stretti tra roccia e arbusti, ornielli, frutici di lentisco, ciuffi di rosmarino, salsapariglia e lavanda, ginepro e mirto e borraggine fino in cima. Alle spalle, sopra le folte chiome delle robinie e dei lecci, il contrafforte del Raione. Innanzi vi è il giardino, il tronco chiaro e maculato di una paulonia - piantata quando fu costruita la casa, ora la supera in altezza - e le fronde piangenti di due falso pepe; di là dei rovi fitti di more, gli ulivi e le ginestre, si aggrumano le case e le serre sulla piana del Sele e acceca, vasto, lo specchio di mare chiuso dalla linea lattiginosa e vacillante dell’orizzonte che schiarisce in un cielo pastello: davanti punta Campanella si vedono i faraglioni capresi, e fino a punta Licosa s’apre il golfo di Salerno. 

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Il più bel Napoli di sempre, anche a Marassi



Uno dei più grandi fraintendimenti del gioco del calcio sta in una frase ripetuta da Allegri dopo il pareggio a Napoli: “conta solo chi vince i titoli, il nome della squadra che verrà segnato sull’albo alla fine, (di questo pareggio non si ricorderà nessuno)”. È una bugia cui credono in molti direbbe Marcello Bielsa, riferendosi alla prima parte. Gli albi servono proprio a ricordarcelo, li abbiamo creati con questo scopo per non dimenticare. Tra 50 anni, invece, i tifosi di tutto il mondo ricorderanno ancora Maradona o Francesco Totti, e solo un piccolissima parte del triplete dell’Inter del grigio Mou: che fu impresa, eppure non basta. E non basta perché il calcio è un gioco, come invano tentano di spiegare i tifosi a chi oggi ne determina le regole. Senza divertimento e stupore nessuno ha voglia di giocarci né di stare a guardare, i titoli sono solo una conseguenza, il premio per la nostra vanità; ed è la memoria a redimere anche i più ostinati, oppressi dalla dittatura dei numeri e dei titoli: sfuggendo in parte al nostro controllo conserverà solo la bellezza. 

È per questo che posso dire di essere stato fortunato, perché ho visto il Napoli di Maradona e quello di quest’anno, il più bello di sempre per me e probabilmente dell’intera storia, e perché ho visto giocare Francesco Totti: tutti e tre hanno vinto poco e meno di tanti altri, di cui però ci dimenticheremo. Sono stato fortunato e quindi ringrazio, tutti, dal presidente ai giocatori fino a Sarri: soprattutto per quella sua ingenua e fanciullesca onestà quando ripete la semplice verità, il calcio è un gioco e vuole divertirsi. Ieri hanno siglato la conclusione della stagione i quattro moschettieri, Mertens, Insigne, Callejon e Hamsik, che chiudono tutti in doppia cifra: nessuna squadra di Europa ne ha così tanti. Nel ruolo di D’Artagnan Lorenzo Insigne, che dei 4 fa il gol più bello. 

Visto che di bellezza ho scritto per una intera stagione chiudo con alcuni numeri. Nel girone di ritorno il Napoli ha fatto più punti di tutti, + 2 rispetto alla Roma e + 5 rispetto alla Juve, non sono bastati a recuperare i 3 e i 10 punti di distacco che avevamo nel girone di andata. Abbiamo fatto più punti in trasferta di tutti, + 5 rispetto alla Roma e + 7 rispetto alla Juve. Abbiamo subito solo 4 sconfitte, meno di tutti. Abbiamo infranto molteplici record della nostra storia e di quella del campionato italiano. È facile concludere che i punti li abbiamo persi in casa con troppi pareggi, spesso contro squadre che piazzavano un paio di bus davanti la porta. Li abbiamo persi soprattutto quando si è infortunato Milik, sia nel periodo successivo, (il tempo che Sarri trovasse una alternativa e Mertens ci si abituasse, tutto sommato in fretta) che nel lungo periodo: talvolta la fisicità, il gol sporco, un colpo di testa su calcio piazzato risolvono certe partite. Li abbiamo persi, i punti, perché eravamo più frivoli e immaturi, perché non abbiamo chiuso alcune partite, perché il nostro gioco richiede massima attenzione e perché c’è stato qualche errore individuale di troppo, perché siamo stati pure sfortunati ed è capitato che qualche nostro avversario abbia indovinato il gol della vita. Alcune di queste cose si possono risolvere, altre fanno già parte del passato e lì dovranno rimanere. Il futuro è già domani, il 5 luglio si parte per il ritiro, a ferragosto il preliminare di Champions. 
Forza Napoli, sempre. 

Trentottesima di campionato. Sampdoria - Napoli 2 a 4

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Le certezze di Napoli - Fiorentina



La partita di ieri sera è stata la dimostrazione plastica delle certezze acquisite dal Napoli in questo campionato: la disparità tecnico-tattica che esiste tra le tre squadre di vertice e il resto dei club. Se valutiamo i risultati sportivi in rapporto alle possibilità, guardando ai fatturati e ai budget, ai soldi impiegati: delle tre, ci sono pochi dubbi che il Napoli sia la squadra che ha operato meglio. 

Merito di Maurizio Sarri, che non è semplicemente un bravo allenatore come lo sono Spalletti o Allegri, capaci di applicare un modulo o un altro, fare le giuste scelte, preparare bene una partita o motivare i propri giocatori, dare un’idea di gioco alle proprie squadre e una specifica identità. Sarri è andato oltre. Per brevità potrei dire che mette insieme il meglio, nei valori sportivi e nelle capacità, di tre allenatori ritenuti maestri: Zeman, Sacchi e Guardiola. 

Merito ovviamente dei giocatori, capaci di applicare le idee trasmesse dal mister e di migliorarsi continuamente chiudendo il campionato, nell’espressione di gioco e nei punti, come la squadra più forte. I numeri personali e di squadra sono impressionanti. Ancora di più pensando che erano dati per finiti, un ciclo in chiusura, e Higuain-dipendenti: hanno reso quest’ultimo un buon giocatore del tutto inutile, hanno riaperto un ciclo, sono stati la sorpresa d’Europa. 

Merito, infine, della società: non può essere semplicemente fortuna, dopo tredici anni così. Il pregio più grande aver fatto coincidere l’identità della squadra con il meglio della città e della cultura napoletana e questo spiega la festa di ieri, l’amore di sempre (merito dei tifosi), soprattutto senza titoli: gioco, divertimento, bellezza, sfacciataggine e ambizione: tanto basta per essere felici; quando arriveranno i titoli saranno solo una conseguenza, la scusa per festeggiare meglio e a lungo. 

Trentasettesima di campionato. Napoli - Fiorentina 4 a 1

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Alessandro Masnaghetti



Ha la barba più lunga del solito per vantare, replica ridendo, una somiglianza con il vecchio priore di Bose, ma assecondando la fede si potrebbe dire che Alessandro Masnaghetti è come il Milan di Capello: l’unico che gioca in Champions League e qualche volta la vince. Se glielo chiedi, però, ti risponde che ha nel cuore i momenti disgraziati con Hateley, Joe Jordan, Blisset, Giussy Farina, i quasi fallimenti, la serie B e la Mitropa Cup; e se lo inciti a sceglierne uno ti dice: Franco Baresi; un uomo normale, zio Franco, ma con i superpoteri. Come Mapman, il titolo che Wine Spectator gli ha dato qualche anno fa. 

Alessandro Masnaghetti, nato a Milano. 

La Milano di Jannacci, di Beppe Viola, e di Cochi e Renato per intenderci: lo zio di mia mamma vendeva le angurie con il motocarro, un nonno faceva il tramviere e l'altro tirava fuori gli aerei con gli elefanti dagli hangar della Caproni. Poi i bombardamenti, il tedesco ammazzato in mezzo al viale Molise, il campo di calcio di Calvairate, l'ortomercato. Mio nonno materno era della cascina Trecca, perché allora a Milano, in periferia, c'erano le cascine; mia nonna di Monluè, un borgo bellissimo vicino all'aeroporto Forlanini e ora quasi scavalcato dalla tangenziale. 

Mentre i nonni paterni? 

Mio nonno di Oleggio, in provincia di Novara, mia nonna di Marradi, in provincia di Firenze, sposati a Basilea, trasferiti a Milano, dove è nato mio padre, e infine ritornati a Oleggio. Perché proprio Basilea non ho idea, ma di sicuro c'era bisogno di lavorare e di mangiare. Emigrazione. 
Te l’ho raccontata quella dei 100 franchi? 

Non mi pare. 

A Basilea, credo fosse l'inizio degli anni '60, i miei nonni con i miei genitori erano ritornati per salutare alcuni parenti. Mio padre con la macchina si infilò in un senso unico e furono fermati da un vigile che in italiano disse: "scusi, lei, li ha 100 franchi?”, come se si rivolgesse a dei barboni. Quando mio padre chiese il perché, seppe che era l'ammontare della contravvenzione: dal sedile di dietro mia nonna iniziò a inveire in perfetto tedesco lasciando il vigile di stucco. Si fece da parte e li lasciò andare. 

Sì è sempre il sud di qualcuno. 

Si, ma a parte l’episodio dei 100 Franchi, per noi la Svizzera è sempre stata un mito. Gite alla Jungfrau. Viaggi periodici a Lugano, soprattutto a Sant'Ambrogio, con sosta all'Innovazione per acquistare i regali di Natale, i cioccolatini per addobbare l'albero, i pigiami Calida. A volte un salto anche alla Migross. I miei hanno continuato ad andarci fino all'ultimo. Avevamo i librettini del Pestalozzi della Pro Juventute di Zurigo, e quando giocavo a Subbuteo il campionato era fatto con le squadre svizzere. Poi a proposito di Lugano e Subbuteo ci sarebbe un'altra storia… 

Anche a Oleggio andavi spesso, mi dicevi. 

Quando eravamo piccoli a Oleggio ci andavamo tutte le domeniche mattina che aveva comandato il Signore. Il nonno era un patito di ginnastica, anelli, parallele, e da giovane praticava come dilettante. Suo fratello era pugile, anche egli dilettante, e morì durante un incontro. D'estate era obbligatorio esercitarsi agli anelli sotto il "cass", che in piemontese è l'equivalente del magazzino/fienile. Potevi scegliere tra anelli tondi e anelli a bacchetta. I primi ti tagliavano le mani, i secondi troppo grandi per un bambino di 6/8 anni. Poi più grande andavo a pescare o cercavo l'oro sul Ticino con mio padre e a volte con mio zio. Credo di avere ancora l'asse che serviva per selezionare la sabbia e una fialetta di pagliuzze. In tempo di guerra era un modo per portare a casa un po' di soldi, e per mio padre e mio zio credo fosse il modo per ricordare la gioventù. 

La tua, invece, di gioventù, nella Milano degli anni di piombo. 

Anni bui vissuti con l’energia di un lombrico. Attorno casa ne furono uccisi 3 o 4, Gilberto Cavallini, il terrorista nero, ma sarebbe meglio definirlo delinquente comune, frequentava il bar sotto. L'omicidio del giudice Alessandrini avvenne a 200 metri dalla mia scuola, il Liceo Scientifico Albert Einstein: covo studentesco al pari del Berchet e altri, ma quando arrivai io venne trasformato in una sorta di collegio. Un paio di picchetti pro forma in cinque anni e il massimo della trasgressione era gridare "ce ne andiamo o no, ce ne andiamo sì o no" nella tromba delle scale, all'intervallo, finché il preside si rompeva le palle e ci faceva uscire. Erano i prefestivi delle feste comandate. 

E a casa che aria si respirava? 

Mai parlato di politica e di religione. Unica religione il lavoro. Si ascoltava il radiogiornale delle 19:30 nel momento esatto in cui si iniziava a mangiare, ma non ricordo commenti particolari. Tieni conto che il massimo della cultura per noi ragazzi era Alan Ford. Era lo stesso periodo in cui i Decibel attaccavano in giro per il quartiere i loro adesivi db, puoi immaginare a cosa alludessero graficamente. L'attività principale alla domenica (e al sabato) era andare a prendere la morosa e portarla a ballare o al bar. Quando andava bene guardavi le primissime televendite di Aiazzone con Guido Angeli, i cartoni di Roger Ramjet - una delle poche cose di cui vado orgoglioso - e le telecronache NBA di Dan Peterson o gli incontri di pugilato raccontati da Rino Tommasi, che erano “università”: amavo i pesi gallo, pugili come Guadalupe Pintor. 

C’era anche la passione per le moto. 

Passione difficile da coltivare in città e, in effetti, rimase sempre un sogno incompiuto. La mia prima gara a Frassinello Monferrato, chi avrebbe mai detto che dopo 15 anni ci sarei tornato in altra veste. Gare di regolarità, oggi enduro, categoria 125cc, anche se la mia passione è sempre stata la 75cc con il mio agognato Puch Frigerio, bello ancora adesso, con il parafango basso attaccato alla ruota. 

Poi la musica. A casa hai un contrabbasso, tre bassi Rickenbacker, un Fender precision… 

La musica è arrivata con mio fratello che frequentava gli studi della neonata Radio Milano 4 e portava a casa un sacco di roba. Da John Denver ai primi Tangerine Dream, dai Neu a CSN(Y), dai Quicksilver a Loy e Altomare (ai tempi si parlava di west coast italiana). Avrò avuto 13, 14 anni. Poi il periodo punk, quando uscì la prima recensione di It's alive dei Ramones, 1977, letta su “Stereoplay”, rivista di alta fedeltà che aveva una sezione musica con penne di tutto rispetto. Ma più regolare e per un lungo periodo è stato l'acquisto di “Melody Maker”. La facevo arrivare all'edicola lungo la strada per andare a scuola. Arrivava una volta su tre. Del basso mi ha sempre attirato il suono o forse è la stessa storia dei pesi gallo, meno scontato di una chitarra. Ma il primo penso di averlo acquistato solo nel 1982, con un amplificatore Roland arancione: un basso Arirang, imitazione del Fender Jazz. Adesso, oltre il contrabasso di cartone, ne ho uno elettrico NS 5 corde, un Laurus Quasar T 900 5 corde, un Warwick Thumb 5 corde, un Fender jazz 5 corde American deluxe, un altro 4 corde e un Precision Dee Dee Ramone. Credo di non aver dimenticato nessuno. 

Masnaghetti punk? 

Non ero punk, mi piaceva la musica punk. Sono autarchico. Sono da sempre un ammiratore di Totò, ai tempi considerato dall'intellighenzia meno della serie C, e nel frattempo guardavo Ecce Bombo: una gran cosa, lo vedevi e ti sembrava di ritornare a scuola, ti sentivi a casa. La mia filosofia la puoi riassumere così: un disco di Gregory Isaacs e uno dei Ramones, nello stesso scaffale, non ci stanno male. Anzi è proprio meglio che ci siano. Cultura è una parola che ho sempre fatto fatica a gestire. Uno è quello che è non quello che vuole essere, o almeno dovrebbe, se proprio deve infilarsi in un recinto. Ti direi che sono molto legato ai primi Skiantos, ma anche qui, “culturalmente” abbiamo poco in comune. 

Nel vino hai iniziato con Veronelli che, in questo campo, ha alfabetizzato l’Italia. 

Dopo la Laurea in Ingegneria Nucleare - tra l’altro per la tesi ebbi il premio ANDIN consegnatomi da Edoardo Amaldi in persona, te lo dico perché è da allora che ho iniziato a diffidare dei premi - sono partito per il corso Ufficiali e durante il servizio militare a Sabaudia lessi il primo numero de L’Etichetta. Prima erano solo guide ai ristoranti e ai vini, che avevo imparato a memoria. 
Alfabetizzazione è un termine che non userei, ma in un certo senso credo sia nata con le condotte Arcigola: la loro creazione, la voglia di raggiungere ogni angolo d'Italia, coinvolgere persone che a quell'epoca manco sapevano cosa fossero il cibo e il vino. I primi giochi del piacere, aprile ’88, una cena-degustazione che si svolgeva contemporaneamente in ristoranti di tutta Italia. La organizzai l’anno dopo per la condotta di Novara che avevo fondato, ricordo che c'erano in assaggio La Corte di Castello di Querceto e Château La Louvière. Prima è preistoria: una fase pioneristica, di viaggio e ricerca, più culturale e quindi elitaria. 

Elitaria? 

Se guardi “La Gola” di Gianni Sassi, le firme e l’approccio, è una sorta di “Nuovi Argomenti”. Una palestra e in quanto tale non ha dato contributi alle cose concrete. Ma la stessa “Etichetta” di Veronelli era estremamente raffinata, tra i firmatari c’era persino Giulio Andreotti. Nel manifesto dello Slow Food, 1987, oltre Petrini e Bonilli, ci sono nomi della cultura e dello spettacolo: da Gina Lagorio a Francesco Guccini, da Dario Fo ad Antonio Porta o Gerardo Chiaromonte. 

Il tuo primo articolo? 

Per “L’Etichetta”, 1990, “Quei Bravi Novaresi”, ma in realtà il primo fu “La Rocca di Pieropan” che venne pubblicato in seguito. Francamente non ho mai fatto un'analisi di quei testi, non parlo solo dei miei, e ci vorrebbe un occhio distaccato. Non vorrei, ma credo che l'origine di molti mali di oggi stia proprio negli articoli di quel periodo. Dare al vino altri significati solo per fare sfoggio della propria "cultura" e quindi mettersi su un piedistallo rispetto al lettore. Ci voleva - e ci vuole - un attimo per diventare un venditore di elisir come nel vecchio west. C'è poi un'altra stortura ovvero la glorificazione a prescindere. Glorificazione che ovviamente non dispiaceva affatto ai produttori e allo stesso tempo rafforzava il piedistallo di chi scriveva. Poi, certo, ci si innamorava allora come oggi. Il paradosso è che oggi puoi, ma sono considerati dei cretini quelli che si innamoravano allora, nonostante fossero gli inizi. 

È difficile parlare con serenità di quei tempi: o il santino o il capro espiatorio. 

Veronelli ebbe sempre il buon cuore di non abbinare certe “divagazioni culturali” a una recensione di vino o, almeno, non nel modo in cui si fa oggi. E quanto all'oggi, la proposta di commentatori non è mai stata così ampia. I problemi sono la sciatteria del linguaggio fatto passare per linguaggio “giovane”, i contenuti orecchiati, la partigianeria, la mancanza di visione complessiva e, appunto, il voler tirare troppo e far diventare il vino una cosa che non è. 

Tornando a quei tempi, il ’95 è stato un anno fortunato: membro fondatore del Grand Jury Européen e Il Giornale. 

“Il Giornale” forse è la mia maggiore soddisfazione perché credo che nessuno, se non Paolini sul “Sole24ore”, avesse all’epoca uno spazio continuativo su un quotidiano. Mi riuscì anche di rifare il Giro d’Italia come lo aveva fatto Veronelli, che significò non seguirne una tappa perché facevo il percorso il giorno prima, in sala stampa non ci sono mai andato. Il Gran Jury fu una bella esperienza che aprì degli orizzonti nuovi, ma mi sentii anche piccolo piccolo. C’erano degustatori come Armin Diel, Joel Payne, Nico Waldbillig, Bettane e Desseauve, tutta gente preparatissima che sapeva fino al nome dello zio di terzo grado di tutti i produttori di Borgogna. Un conto è essere un bravo degustatore, essere affidabile, un altro conto è il bagaglio culturale. Allora, come ancora oggi, capivi quale era il grosso limite dei giornalisti italiani: essere focalizzati sui propri vini, mentre loro, certo non conoscevano quanto te i vini italiani, ma il 90% dei vini del mondo sì. Noi non avevamo alle spalle “Vinum”, la “Revue du vin de France” o “Falstaff”, e anche ci fossero stati i mezzi non ci sarebbe stato il pubblico per il racconto di determinati vini. Poi la differenza economica l’ho constatata quando ho lavorato per “Vinum” o per winetoday.com, il portale del “New York Times”: fu tramite Burton Anderson che non aveva alcuna voglia di fare la macchina da degustazione. È una persona che non ho mai ringraziato abbastanza e cui devo molto. 

Nel ’96 lasci Veronelli e l’anno dopo diventi editore. 

Con “Ex Vinis” alla Veronelli editore recensivamo i vini di tre anni prima, bell’esercizio ma inutile. “Enogea” I serie era la voglia di creare uno strumento che servisse. Una newsletter con le note di assaggio che, nel mio piccolo, facesse concorrenza alle guide: lanciò la rincorsa ad assaggiare i vini il prima possibile, prima degli altri, sempre prima. Erano gli anni, durati fino al periodo all’Espresso, in cui conoscevo dal microproduttore in fondo alla Puglia fino alla più grande Cantina Sociale, tutta la produzione, quanto gli avevo dato, da quanti anni…tutta questa perversione qui. Oggi l’offerta è tale che è impossibile e sei costretto a specializzarti e infilarti in un recinto. Al tempo, però, mi sentivo il più figo tra i fighi, poi capisci che è limitante e in sostanza fu il motivo per cui mollai L’Espresso così come avevo chiuso la prima serie di “Enogea”. Quando tornai con la II serie, nel 2005, le esigenze erano cambiate, ma i primi segnali erano già contenuti nella Guida de L’Espresso. 

Quali segnali? 

È la prima guida in cui non c’erano solo le degustazioni, ma parlavi delle Denominazioni, le spiegavi. Spiazzò completamente il pubblico, alcuni me lo dissero: cercavano le schede dei produttori che, invece, erano messe in coda, ed estremamente sintetiche. Certo non aiutò il fatto che premiai meno di 40 vini cercando di spiegare, inutilmente anche in questo caso, che in qualsiasi attività umana, dal cinema alla musica, è difficile trovare 300 capolavori ogni anno. Quando tornai con la seconda serie di “Enogea” nel 2005 l’esigenza era di andare oltre la macchina da degustazione, c’era la voglia di approfondire e provare a scrivere anche con registri differenti, fare più una rivista e iniziare il discorso dei cru. 

Ah, com’era la storia di Lugano e il Subbuteo? 

Ci sono solo due cose che ho realmente desiderato in vita mia e che non ho mai avuto. O forse mi sembra di avere desiderato solo quelle proprio perché mi sono state negate. Ho il ricordo di un Natale, all’Innovazione, di questo bellissimo Subbuteo su un tavolo, con tutti gli optional come lo potevi trovare solo in Svizzera e mai a Milano. Oltre le recinzioni i fari, gli uomini a bordocampo e gli spalti, tutto lo stadio con i tifosi, il tabellone. Io ci ronzavo attorno, ci tornavo ogni tanto a quel tavolo, ma niente, non ci fu verso di convincere i miei. 

L’altra? 

Il cappello da David Crockett. Lo vendevano alla UPIM di piazzale Corvetto. 
Così va il mondo. 


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Alessandro Masnaghetti (Milano, 1962), assaggiatore, giornalista e editore. Ha collaborato con Luigi Veronelli dal 1990 al 1996, come autore de L’Etichetta, come direttore della newsletter indipendente Ex Vinis e curando con Daniel Thomases la guida I Vini di Veronelli (1994/1997). È stato autore dei libri: Catalogo Veronelli dei Vini da Meditazione, Dizionario Veronelli dei Vini da Meditazione e Dizionario dei Termini enologici Veronelli. Membro fondatore e primo membro permanente italiano del Grand Jury Européen fino al 2000. Ha ideato e curato la Guida I Vini dʼItalia de LʼEspresso (2002/2003), ha collaborato con la Revue du Vin de France (2000/2002), Winetoday.com portale internet del New York Times, la rivista svizzera Vinum (1995/2000). È stato commentatore enologico per Il Giornale (1995/2000) e Mondo Economico (1995/fino alla chiusura). Come editore ha pubblicato e diretto Torpedo, prima rivista indipendente per gli amanti del sigaro (1998/2000), Enogea, newsletter bimestrale indipendente sul vino (1997/2002 - 2005/2015), la collana I Cru di Enogea, mappe delle principali zone viticole italiane, e i libri Barolo MGA e Barbaresco MGA, enciclopedie delle vigne di Langa. 
Hobby: fumare il sigaro, tentare di suonare il basso e andare in tandem (mountain bike).

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I record di Torino Napoli



Durante la telecronaca, subito dopo l’ennesimo gol, Paolo Del Genio ha osservato che è una miseria doversi occupare di secondo o terzo posto. Minuzie, davanti ad un Napoli e un calcio così bello ed efficace: saranno gli altri a preoccuparsi di incontrarci dovessimo arrivare terzi. Al di là della ricaduta sul piano economico e quindi di eventuali ripercussioni sulla prossima campagna acquisti, che non credo ci saranno, Del Genio ha ragione. Seguire la partita di ieri sera, il risultato, badare alla classifica, sono miserie umane davanti al gioco espresso da questo Napoli, apprezzato in tutta Europa dall’ambiente, in tutto il mondo dagli appassionati, temuto dalle due squadre, Juve e Real, che si affronteranno a Cardiff nella finale di Champions. 

Continuare così non basta eppure come ha notato Sarri la prossima campagna acquisti non è così semplice: il Napoli non è ancora un società che possa permettersi top player (3 a me medesimo) e allo stesso tempo ha una rosa i cui giocatori sono forti. In un’altra intervista lo ha detto anche Insigne: noi teniamo la palla a terra perché siamo tutti grandi giocatori. In buona sostanza, il Napoli i top player (2 a me medesimo) li ha già, se li è costruiti, forse anche i tifosi dovrebbero prenderne consapevolezza, loro ne hanno e l’hanno rivendicata anche in sede contrattuale. È vero, anche ieri lo hanno dimostrato: Insigne, Mertens, Koulibaly, Hamsik, sono giocatori che molti club europei di primissima fascia hanno cercato e cercano ancora, soprattutto dopo questa stagione. Dietro di loro giovani promettenti come Zielinski (prima stagione, 5 gol), Diawara, Rog, Maksimovic. Molto di questo è stato preparato in due anni di Benitez, e realizzato in soli due ani da Sarri: e una società che sbaglia perché fa, ma che alla fine ha costruito un gioiello. Un gioiello che ha infranto record su record, da 46 gol fuori casa, nel campionato dove si esaltano le difese, nonostante sia complessivamente ancora dietro a Premier e Liga, ma in recupero: guardate in Europa chi è riuscito a farlo. Parte di questo è stato fatto con i 90 milioni che ci ha dato la Juve che si appresterà a vincere lo scudetto la settimana prossima probabilmente a +5. L’anno scorso di quanti punti ci hanno staccato? Gli scaramantici possono legittimamente pensare che l’infortunio di Milik sia stata la giusta punizione per non averli ringraziati abbastanza. 
Ah, il voto, stavolta, è 9 per tutti. Questo Napoli rimarrà nei ricordi e nei cuori per molti anni, nei numeri è già nella storia. 

Trentaseiesima di campionato. Torino - Napoli 0 a 5 

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posted by Mauro Erro @ 10:23, , links to this post


La sposa, o di Napoli Cagliari




La giusta premessa a qualsiasi racconto è: se le nostre bestie nere sono storicamente Sassuolo, Chievo o Atalanta, quest’anno il Cagliari è stata la perfetta sposa in luna di miele. Tra andata e ritorno ne ha presi otto e uno glielo abbiamo regalato al culmine degli incontri per corrispondere, di più non potevamo, a tanta generosità. È un tiki taka verticale come l’ha definito L'Équipe solo se si guarda esclusivamente al pallone, spesso, il massimo concesso agli avversari. Se invece dimentichiamo per un attimo la palla e guardiamo gli uomini allora noteremo quella specie di danza, un tango a più figure, uno viene e l’altro va via, nello spazio, verso una promessa d’incontro, qualcosa che è più di una speranza, è presagio di occasione. O è solo un diversivo, si ricomincia d’accapo, il respiro e l’unica figura si ritrae, si allunga dall’altro lato, un braccio a cingere e a concludere l’offensiva. 

È tutto fin troppo facile e se non fossimo così vezzosi da cercare anche nella finalizzazione non la concretezza e il risultato, ma la bellezza del gesto, ieri sarebbe finita in goleada. Mertens (8) per quel che ha fatto e quel che sta facendo merita solo applausi, e se non sprecasse altrettanto per dispersione di elettricità il suo voto potrebbe essere più alto. Ghoulam (7 e mezzo) fa due assist e mezzo: anche sul gol di Insigne ci mette lo zampino. Troppa grazia. Insigne (7): il peggio che possa fare è affrettare i tempi, essere scomposto per eccessiva eccitazione, e non procedere serenamente nel suo percorso, coniugare genialità con continuità, approfittare dell’esperienza per essere decisivo piuttosto che cercare la giocata maradoniana: quel pallonetto non s'adda fare. Per il resto, c’è ancora Hamsik (sempre sia lodato, 7) e la sua sopraffina intelligenza calcistica. 
Tutti ben al di sopra della sufficienza, menzione per Albiol (7) poco considerato quando c’è, ma di cui si sente sempre la mancanza quando assente.

Trentacinquesima di campionato. Napoli - Cagliari 3 a 1

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Capisci a me: il dolceamaro dei fiano 2008



Caro Marty, 
sto frequentando un corso di approccio al vino e durante una di queste serate il panciuto, canuto e talvolta contraddittorio relatore ha detto: “il sapore dolce è quello che ha la maggior durata”. Eppure io ricordo di aver letto tutt’altro, ma non ricordo dove. Mi sbaglio? 

Dolceamaro66, da Catania 

Emile Peynaud in un classico testo del 1980 scrive che per annullare l’amaro di 10 milligrammi di sali di chinino in un litro occorrono 32 grammi di saccarosio. In un testo più recente (Gusto, Laterza) Rosalia Cavalieri spiega che l’amaro è la sensazione più studiata ed analizzata, in virtù della sua fondamentale funzione biologica: evitare le sostanze velenose. Alloggiate sulla parte posteriore della lingua, le papille gustative che percepiscono l’amaro possono per questo provocare conati di vomito. La Cavalieri conclude: la reazione al dolce è la più immediata ma svanisce in fretta, mentre quella all’acido e al salato la segue di pochi secondi, ma è più persistente; la reazione all’amaro, invece, tarda a comparire ma aumenta e persiste nella bocca anche dopo aver rigettato il liquido. Come vedi, ed esperienze di vita insegnano: il dolce dura ben poco, l’amaro, invece… 

Marty, 
sono una giovane produttrice e con l’arrivo di maggio, Cantine aperte e il bel tempo, mi arrivano numerose richieste di visite in cantina la domenica. Considerate le dimensioni dell’azienda molto piccole non posso delegare a nessuno, che non sia io, l’accoglienza di curiosi e clienti e mi toccherebbe lavorare anche il giorno di festa. Urgono suggerimenti. 

Aliceaquelpaese 

Anche Dio riposò un giorno, figurati se puoi tu. Se, invece, non hai altro o di meglio da fare, allora…(preoccupati). 

Ehi Marty, 
l’altra sera ho stappato un Fiano di Avellino 2008: buono, ma a mio parere un po’ troppo evoluto. E non è il primo che mi capita. 

Paolo Pre-Fox 

La 2008 è una delle “ultime” annate del Fiano di Avellino che più ho apprezzato, due vini su tutti: quello di Ciro Picariello e quello di Clelia Romano (Colli di Lapìo). Ma li sto stappando tutti senza alcuno indugio anche io. 

[prove tecniche di rubrica: Capisci a me.] 

posted by Mauro Erro @ 11:24, , links to this post






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