La 2014 in una foto

Quando una foto vale più di tante parole

"Il 2014, al di là di quello che uscirà dalle vasche, è stata comunque l'annata in cui, più di altre, abbiamo dato tutto noi stessi".
Stefano Berti, vignaiolo in Romagna

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Il successo è una lunga pazienza

Los Angeles 1984, i fratelli Abbagnale vincono il loro primo oro olimpico

Alle 12 e 28 del 5 agosto la temperatura registrata era di 32 gradi, il tasso di umidità stazionava al 65%, ero imbottigliato in 5 chilometri di coda e, senza un goccio d’acqua, ero stravolto. Non erano solo le condizioni appena descritte che mi facevano sentire del tutto sfatto, era proprio quel periodo a non essere tra i migliori. Mancava poco alle ferie, ma sembrava che non arrivassero mai, e per chi come me mangia e beve per lavoro era il momento più intenso. Nell’ultimo mese sull’agenda tre volte la settimana era segnata la parola ristorante e almeno un migliaio di vini assaggiati avevano fatto da condimento. Con quel caldo che sfriggeva sembrava di sudare alcol e frittura: lasciai perdere, tanto non sarei mai arrivato in orario al ristorante dove ero diretto, presi l’uscita per Castellamare di Stabia alla ricerca di un po’ d’acqua. 
Quando mi resi conto di essermi perso mi trovavo in via Bonito, e un cartello alla mia destra indicava il Circolo Nautico Stabia: un poco d’acqua volevo, non esageriamo. 
All’incirca una quarantina di anni fa davanti a quello stesso cartello e quasi per caso ci era finito Giuseppe Abbagnale. Era l’alba, aveva più o meno quattordici anni e non sapeva nuotare. Secondo alcuni era stato suo padre Vincenzo a mandarlo lì: aveva pensato che nuotare lo avrebbe reso più forte. Più forte per aiutarlo nei campi giacché Giuseppe era il primogenito, e con Carmine e Agostino avrebbe dato una mano al padre, mentre Maria e le gemelle Nunzia e Rosanna avrebbero aiutato mamma Virginia in casa. Secondo altri Giuseppe si trovava lì perché non aveva nessuna intenzione di coltivare gladioli a Messigno, piccola frazione del comune di Pompei. [continua a leggere su Campaniastories...]

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Tsundoku


Qualcuno ha provato a tradurre questa parola giapponese come l’atto di comprare un libro e poi non leggerlo, di solito mettendolo in una pila di altri libri non letti. Io ho scoperto questa sintesi giapponese di una nevrosi che ben conosco grazie a Guido Vitiello*, che l’ha usata come titolo di una sua rubrica su l’Internazionale: Di questa diffusa nevrosi da bibliomane aveva scritto Giuseppe Rensi nelle Lettere spirituali: “Quante volte non ti è accaduto di sentire che se non hai quel libro ti manca un elemento capitale della tua cultura, di resistere a lungo alla tentazione di acquistarlo, ma invano, ché più resistevi più quel libro ti appariva indispensabile e vergognoso l’esserne privo; e, quando finalmente hai ceduto e lo hai acquistato, dopo un’occhiata all’indice e ad alcune pagine, vederti improvvisamente venir meno il bisogno di esso, cosicché non lo hai letto più per gran tempo seppure lo hai letto mai! Non accade diversamente circa il desiderio d’una donna”

Non accade diversamente circa il desiderio di una bottiglia di vino. Ovviamente se con il vino si è pari ai bibliomani più incalliti che, come ci segnala Vitiello, non mancavano di indugiare in tutti e sette i vizi capitali secondo Louis Bollioud-Mermet (De la bibliomanie, 1761). 

È una mania di cui pian piano sto cercando di liberarmi. Perché è scientifico che dopo un certo numero di bottiglie accatastate in cantina non basterà una vita per consumarle. E quand’anche si riuscisse nell’impresa, è questa l’aggravante rispetto ai libri che giacciono a casa mia ovunque, per molte delle bottiglie sarà troppo tardi. 

Come per i libri (o per i dischi in vinile) più la bottiglia di vino è rara più aumenta il desiderio di possederla. Se si è alle prime esperienze il costo elevato diventa un elemento di ulteriore fascinazione. 
Nel tempo e dopo opportune cure che ancora perseguo mi permetto due suggerimenti. 

1. Le bottiglie vanno bevute. Meglio tre mesi prima che tre anni dopo. Fidatevi. 
2. Appena vedete i primi sintomi della nevrosi (siete in enoteca, fissate inebetiti lo scaffale, vostra moglie vi chiama insistentemente e non la sentite perché state pensando a quanto spazio vi è rimasto nella frigo cantina…), correte a casa e stateci per un paio di giorni chiusi dentro. Prima di mettere a rischio il vostro conto in banca e prosciugarlo ricordatevi che il bello del bere è bere. Non possedere.
Ripetetelo per tre volte, tre volte al giorno, cinque giorni su sette. 

Ps. Ovviamente, per chi volesse una mano a liberarsi di un po’ di bottiglie stipate in cantina, stappandole, sa dove cercarmi. 

* Di Vitiello segnalo anche lo scritto Pornocibo sull'ultimo IL, l'inserto de Il sole24ore.

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Sancerre 2013: io compro


Mentre sul web e sulla carta stampata impazza la discussione e ci si chiede come sarà questa annata che volge alla vendemmia - a tal proposito consiglio questo pezzo divertentissimo di Paolo De Cristofaro su Campaniastories - io mi sono dedicato ultimamente ai 2013 di uno dei miei vini preferiti: Sancerre.
Di questa denominazione della Loira e dei sauvignon blanc che si producono ho già scritto diverse volte, per cui basta fare una piccola ricerca per reperire un po' di informazioni qualora ne siate sprovvisti. Qui mi limito a due considerazioni volanti. La prima: io compro. Perchè la trovo un'annata deliziosa, più piccola nelle dimensioni rispetto alla bella 2012 per quel che ho avuto modo di assaggiare, ma reattiva, fresca, con acidità vispe e bel dettaglio aromatico.
La seconda, invece, è più un'indicazione che una considerazione, ossia tre vini che mi sono particolarmente piaciuti, da zone e produttori diversi (vedi anche alla voce scopri l'acqua calda): Sancerre Clos La Neore, Edmond e Anne Vatan; Sancerre La Grande Cote di Pascal Cotat; Sancerre Nuance di Vincent Pinard.

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Note a margine


Una carrellata di recenti assaggi. Oltre il punteggio, da uno a cinque chioccioline, e il prezzo, troverete uno smile quando il vino bevuto, al di là delle ragioni e le informazioni di cui dicevo poc’anzi, mi ha particolarmente colpito in positivo.

Chianti Classico Riserva il Margone 2008, Molino di Grace @@@  - € 30 ca.
Quando l’ho aperta, mi son chiesto: ma perché l’ho aperta? Per curiosità, ma il vino è ben lungi dall’essere risolto. Compatto e carnoso, il legno dolce ancora lo imbriglia. Più polpa che sfumature. Da tenere in cantina ancora un po’.

Gattinara Osso San Grato 2004, Antoniolo @@@@ - € 40 ca.
O una bottiglia non al meglio o un momento no. Non che il vino non sia buono, anzi, ma l’attesa di fuochi d’artificio rimane delusa. Più sul frutto che sulla nota rugginosa/minerale tipica della zona, più sostanza che dettaglio, e al palato il tannino frena ancora e il legno non è del tutto integrato. Anche in questo caso meglio lasciare in cantina per qualche altro decennio (più o meno). 

Terra Petit Derthona 2013, Walter Massa @@ - € 10 ca.
Non conoscevo quest’etichetta dei vigneti Massa, non so se sia la prima uscita o questo petit Derthona è figlio di un’annata particolare, sta di fatto che è un timorasso meno imponente del solito, giocato più sull’immediatezza e la facilità di beva, con un palato piccolo, ma ben dimensionato. Naso verdeggiante e sbarazzino. 

Etna Contrada Rampante 2008, Passopisciaro @@@@ :-) - € 35 ca.
Non sono tra gli ultrà che assiepati in curva non smettono di gridare alla grandezza dei vini rossi dell’Etna. Sono più un tifoso sobrio, pacatamente contento, ma anche abbasta esigente. Considerando l’areale nella sua interezza il definitivo salto di qualità non è stato ancora fatto. Soprattutto in termini d’identità. Spesso i vini, pur ottimi, sembrano un film già visto. E certo non sono proposti a prezzi popolari. Questo è un buon esempio di ciò che invece potrebbe e dovrebbe essere. Non solo capacità tecnica, ma anche personalità. 

Sancerre rouge 2008, Comte Lafond - Baron de Ladoucette @@ - € 30 ca.
Arieggiare i locali prima di soggiornarvi. In questo caso arieggiare il vino perché puzzette varie e assortite non mancano. Infine, dopo una buon’oretta, ecco il lato salmastro di questa parte di Loira fare capolino al naso. Non ha molto altro da offrire questo pinot nero, visto che al palato è abbastanza leggerino ed emaciato. Per quel che costa (circa 30 euro) si può farne a meno. 

Taurasi 2007, Antico Castello @@@ - € 18 ca.
Peccato che la bottiglia non sia stata conservata al meglio e, di conseguenza, l’evoluzione non sia delle migliori. Perché la stoffa è davvero buona, mentre il rapporto con il legno in questa bottiglia non è del tutto sereno. Nonostante ciò il vino si beve con piacere e non ti accorgi che è figlio di un’annata calda e difficile. 

Vermentino di Sardegna Costamolino 2013, Argiolas @ - € 10 ca.
Aromatico al naso, tra moscato e sauvignon blanc; leggermente dolce al palato. Se è quello che cercate, è tecnicamente ineccepibile. 

Melodia 2013, Fiano Colli di Salerno @@ :-) - € 10 ca.
Un vino intelligentissimo da un’areale (Campagna, tra Eboli e Paestum) che di certo non è famoso per la coltivazione della vite. Leggera macerazione che gli da quel pizzico di peso in più. E poi sale alla bocca. Non ci sono abissi di complessità da perlustrare, ma si lascia bere con piacere lasciando la bocca pulita. Come aperitivo per aprire un pranzo o una cena. 

Sancerre Les Chasseignes 2009, Claude Riffault @@@+ - € 25 ca.
Assaggiando questo 2009 si potrebbe dare tranquillamente ragione al buon Edmond Vatan che stravedeva per questa annata. Io rimango più cauto, ciò nonostante questo è il momento per godersi questa bottiglia. L’uso del legno non è quello dei grandi manici della denominazione, di certo è più un vino orizzontale che verticale al palato, il lato vegetale volge al sottobosco, ai funghi e alle foglie secche; allo stesso tempo però è ben dimensionato ed armonico, e nel berlo non avverti la fatica che si incontra in alcuni esemplari di questa annata calda per la denominazione. 

Particella 928, Fiano Campania 2012, Cantina del Barone @@1/2 - € 14 ca.
Se amate il genere dei "selvaggi" questo è sicuramente uno dei migliori che possiate trovare in circolazione. Soprattutto se avrete la pazienza di aspettare che si liberi di quelle note un po' omologanti. Con un po’ di ossigeno non sarà difficile riconoscerlo come fiano. Palato succoso ma non del tutto disteso. Aspettarlo e tenerlo in cantina non è una cattiva idea. 
Ps. Indipendentemente dalle scelte di cantina, le vecchie versioni di Luigi Sarno, classiche vinificazioni in bianco, a me non dispiacevano affatto, soprattutto nel raccontare la zona di Cesinali.

Alsace Riesling Sommerberg JV 2010, Albert Boxler @@@+ - € 30 ca.
Non è una zona, quella alsaziana, che per gusto pratico spesso, abituato come sono a frequentare il lato tedesco del vitigno, ed è un errore quando i vini proposti sono questi. Armonico, misurato, leggiadro e di bella tessitura, asciuttissimo nel finale nonostante il leggero residuo zuccherino. 

Cotes du Roussillon Villages Rouge Muntada 2008, Gauby @@@@ :-) - € 80 ca.
Bevuto di fianco all’alsaziano che lo precede paga qualcosa in termini di precisione e dettaglio aromatico, avendo qualche impuntatura olfattiva di cui fatica a liberarsi con l’ossigeno. Anche perché è difficile dargli il tempo per farlo visto che al palato coniuga succo e energia e la bottiglia finisce in un istante. E io che apprezzavo più i bianchi di questo produttore. 

Fiano di Avellino 2012, Colli di Lapìo @@@ - € 14 ca.
Non sarà tra le migliori versioni uscite da questa cantina, ma ha dalla sua una maggiore facilità di beva considerando la tipologia. Perché se il Fiano di Avellino non è certo un vino piccolo nelle dimensioni, lo è questo di Colli di Lapìo: soprattutto alla bocca, snella più che polposa. Ma ogni tanto può essere anche un vantaggio. 

Taurasi Poliphemo 2010, Luigi Tecce @@@@ :-) - € 40 ca.
Le annate pari portano bene a Luigi. E il 2010, pur nella sua diversità, nel suo essere austero e settentrionale visto anche l’andamento climatico, conferma le belle impressioni che si ricavano assaggiando 2006 e 2008. Con una differenza: l’annata sarà stata complice, ma si può nutrire il sospetto che più Luigi fa vino, più lo fa meglio. E la differenza qui è tutta nell’estrazione tannica che ci regala un Taurasi di rara finezza. 

Suburbia, English Ipa, Birra Perugia @@@@ :-) - € nd.
Chiudere con una birra che ripulisca il palato ci sta sempre bene. Sarà che amo particolarmente l’eleganza inglese, ma questa di Antonio Boco mi è piaciuta un bel po’. Una "British Punk Ale" in collaborazione con Toccalmatto e il King Arthur Pub di Ciampino. Il nome è un omaggio allo storico locale di Perugia, tra i più importanti club rock di tutta Italia, mi dicono. Cura, precisione, aderenza allo stile, ed eleganza sfumata nel finale. Da non perdere.

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Il Barbaresco bianco, e quello frizzante di Giovanni Arpino


Dal numero 56 della rivista di Alessandro Masnaghetti, Enogea, in distribuzione da ieri, parte una mia piccola rubrica. Caffè sospeso, titolo mutuato dalla vecchia e nobile pratica partenopea di lasciare un caffè pagato al bar per chi non può permetterselo. Perchè son storie che durano il tempo di un caffè. In omaggio per i lettori del viandante la prima di queste. 
Il costo, invece, di una copia di Enogea è 12 euro (clicca qui), l'abbonamento annuale a sei numeri costa invece 58 euro (clicca qui).


Se grazie alla fotografia pubblicata dal Masna nel precedente On the Road sappiamo che un tempo è esistito persino il Barbaresco bianco, la notizia che un dì esisteva quello frizzante io l'ho avuta da Giovanni Arpino (anche se qualcuno, sarcasticamente, mi dirà che ancora oggi non mancano bottiglie a testimoniarlo). L'incontro con Arpino è stato del tutto fortuito e causato da Gianni Mura. Quest'ultimo in un'intervista proponeva implacabilmente un raffronto mundial riguardo alla categoria cui oggi è sempre più difficile appartenere: "Nei mondiali dell'82 le partite della nazionale venivano commentate da Giovanni Arpino, Oreste del Buono, Gianni Brera e Mario Soldati. Chi aveva la Rai a quelli del 2006? Mazzocchi, la Ferrari...". 
Una débâcle fuor di ogni dubbio. 
All'epoca in cui ascoltai l'intervista non conoscevo il giornalista de La Stampa di Torino. Né, tantomeno, sapevo che le cronache calcistiche e quelle gastronomiche furono solo una piccola parte della ben più ampia opera di Arpino. Quanto al nostro campo di indagine l'esempio per eccellenza è nobilissimo: è a lui che Veronelli fa aprire il Piemonte nell'edizione del 1961 de I Vini d'Italia di Canesi. E Arpino certo non perde l'occasione per denunciare con vena polemica la difficoltà nel reperire vini di qualità, in un testo colorato di spunti e scene divertentissime: "si fa troppa fatica, oggi, a bere un buon bicchiere. Bisogna avere ostinazione da ricercatore di tartufi, il fiuto di una guida indiana, l'orecchio da mercante di un vetturino romano, lo scetticismo di un filosofo greco. Se non si possiedono queste doti, toccherà bere non Barbera, ma un barberato qualunque, non un Barolo, ma una mistura affumicata, non un Dolcetto, ma un taglio zuccheroso che al quarto bicchiere denuncia l'odore della botte nuova". 
Nato a Pola nel '27 dove il padre, ufficiale di carriera, era di guarnigione, ha passato gli anni della giovinezza a Bra, città della madre. Il resto della sua vita, sin dagli anni della formazione universitaria, lo ha trascorso a Torino. Narratore, poeta, drammaturgo, giornalista, critico, epigrammista, per Arpino la scrittura non è stata semplice mestiere: "un bisogno impellente dello spirito, una necessità di vita"; "fatica sì, ma anche felicità"; "Io so chi sono, cosa penso, cosa voglio, soltanto quando ho la macchina da scrivere davanti. Scrivere mi dà ordine, serenità, costanza, rimorsi, pentimento, fede". Tra i romanzi val la pena ricordare La suora giovane (1959), L’ombra delle colline (1964) e Il buio e il miele (1969), che molti conosceranno nella trasposizione cinematografica  - Profumo di donna -  di Dino Risi con Vittorio Gassman; nella versione americana valse l'Oscar ad Al Pacino nel 1993. 
Barbaresco, invece, è il titolo della sua seconda raccolta di poesie pubblicata, quando aveva 27 anni, dalle Edizioni della Meridiana grazie al sostegno di Elio Vittorini. Le ragioni della scelta e i titoli scartati li scopriamo nel carteggio tra Arpino e il curatore Vittorio Sereni: Calibro 9; Arpino e Torino; A Torino, un aprile. Infine si decise per Barbaresco, che, come spiega Arpino in una breve nota finale, "è un paese delle Langhe, stretto sulla cima di una collina. E’ anche un vino frizzante. Da Barbaresco i partigiani scendevano in pianura per rubare armi ai tedeschi e per azioni sulla ferrovia che porta ad Alessandria".

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Nuova vita per i bianchi macerati?

foto di repertorio tratta dal web

Se riuscissimo a pensare alla macerazione nei bianchi come uno strumento e non come una categoria, una tipologia a sé, allora forse riusciremmo a cambiare prospettiva. 
Uno strumento al pari dei legni di affinamento: oggi usati molto più consapevolmente da buona parte dei produttori rispetto a 20 anni fa. 
Non ci fossero stati dieci anni di sperimentazioni ed eccessi barricati, oggi non berremmo i vini che beviamo. 

Possiamo applicare lo stesso ragionamento ai bianchi macerati? 
Secondo me sì, e parto subito con un sospetto e un esempio recenti che vengono dalla mia regione. 
Si tratta di due fiano (vitigno che si presta a questo tipo di tecnica senza perdere troppo in identità), uno irpino, la Congregazione 2012 di Villa Diamante ben diverso dalla sue versioni precedenti (Antoine ma la fa e in che modo la macerazione? - 20 euro circa in enoteca), l’altro salernitano, il Melodia Fiano dei Colli di Salerno di Casula Vinaria, annata 2013 (circa 10 euro in enoteca). 

Non si tratta dei classici vini orange, tutt’altro, ma di due vini che sarebbero in grado di esprimere a loro modo la tecnica della macerazione. 
Il risultato? 
Vini che non soffrono di eccessive imprecisioni olfattive, di note omologanti e che al sorso non risultano svuotati e appiattiti sulle durezze. Anzi. 

Contatti
- Villa Diamante, 0825.670014 - villadiamante1996@gmail.com 
- Casula Vinaria

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