Raffreddori senza freddi

Robby Muller,
Kensington, Santa Monica, Los Angeles, 1985


Barolo 2005, Bartolo Mascarello: è la prima vendemmia che Maria Teresa Mascarello affrontò senza suo padre Bartolo, figura mito della Langa. Il vino conserva il frutto, maturo, cui affianca note di erbe officinali e balsami, pot-pourri, cuoio, terra e corteccia; al sorso l’ingresso è carnoso, ma è sull’asse acido/tannico che sviluppa la sua dinamica: tannino di estrema finezza, sottile e incisivo, chiude su note di erbe scure per via retro-nasale. 

Brunello di Montalcino 2010, Fattoi: carattere mediterraneo, immediate sono le note di ciliegia e goudron, succede l’intarsio di erbe aromatiche e spezie; al palato è morbido e goloso, potente ma carezzevole: cordiale l’abbraccio alcolico finale che non frena il sorso né i ritorni. È il suo momento. 

Chianti Classico 2016, Cantina Ripoli (€ 15): se le informazioni in mio possesso sono corrette dovrebbe trattarsi di un esordio, quello di Francesco Sarri, appassionato bevitore nonché collezionista di vini che ha deciso di mettersi in gioco prendendo in fitto un pezzetto di vigna in Radda di proprietà di Istine. Spontaneo nei profumi, nel vino spicca un bel frutto: è succoso, fluido e scorrevole, ha finale fresco e soffuso. Buona la prima. 

Fiano di Avellino 2010, Rocca del Principe: se siete fortunati, vi capita la seconda delle bottiglie stappate e vi ritrovate con il vino già descritto decine di volte anche qui: cera d’api, burro, cedro, note fumè, erbe aromatiche; bocca compatta, cremosa, più potente che dettagliata, ritmata dal sale: derapata alcolica sul finale, mai domo. (La prima, gentilmente offerta da un amico, era troppo oltre: ciononostante, servita alla cieca, era riconoscibilissima). 

Volnay VV 2010, Domaine Joseph Voillot: Luci del sole al secondo piano, Edward Hopper: la sensazione provata è quella. Stessa luminosità a disegnarne i contorni e analoga soffice serenità. Non tanto dopo aver sniffato il calice, dove finezza e frutti, carnosi, ti fanno subito esclamare pinot nero, Borgogna, alleluia!, quanto al palato: compiuto accordo tra succo ed energia. Non ha il peso ovviamente di un premier, ma avercene di vini così. 

Erbaluce di Caluso Le chiusure 2018, Favaro (€ 18): seppur giovane il tratto aromatico, oltre il lato vegetale finissimo con note pepate e balsamiche, tratteggia un mondo di agrumi e nuances esotiche. Bella energia al palato, il finale è sapido e asciutto. Dimenticatelo per un po’ di tempo. 

Pigato 2018, Terre Bianche (€ 15): ha carattere mediterraneo, guarda al mare e alle Alpi, ed ha traccia minerale. Frutta bianca, fiori gialli ed erbe aromatiche al naso, sensazioni più dolci ed echi resinosi; all’assaggio ha polpa, vispa freschezza e timbro sapido. Va solo aspettato affinché dispieghi la sua potenza aromatica trasformandola in dettaglio. 

Malvasia Chioma Integrale 2016, Vignai da Duline (€ 25): vino in sottrazione, aromatico lieve e molto fine, agrumi, fiori, balsami. Al palato ha brio, quasi pungente per la traccia minerale evidente: il finale è secco, sapido e nitido. 

Lessona, coppia: per chi ama i nebbiolo dell’alto Piemonte e in particolar modo quelli che spiccano per immediatezza di beva, dotati di succo e sostenuti da energia acida più che dall’impalcatura del tannino, ecco una bella coppia di Lessona: il 2015 de La Prevostura (€ 33), e il Pizzaguerra 2016 di Colombera&Garella (€ 27). Più disegnato il primo (fiori blu, lavanda, glicine, note di radici e pepate, bocca succosa e scorrevole) da cui inizierei, più viscerale, fruttato e polposo il secondo, cui darei invece ancora del tempo in bottiglia. 

Giorgio Grai: lascio ritratti e coccodrilli a chi lo ha conosciuto meglio di me. Di vini fatti da lui ne ho bevuti un po’, tra i bianchi alcuni straordinari, ma qui oltre il cordoglio annoto il rammarico per non aver mai trovato l’occasione, la scusa, il modo per andare su a Bolzano e scambiarci due chiacchiere con calma. Una voglia che mi era venuta qualche anno fa (2012) quando mi ero trovato a montare alcune vecchie interviste fattegli dal Masna che forse finirono in qualche numero di Enogea e di cui c'è qualche traccia qui come sorta di bootleg. Avrei voluto chiedergli di quando era pilota di rally ad esempio, e di cento altre cose che aveva fatto o pensato durante una vita interpretata intensamente. 

Tachifludec gusto limone, Angelini: è l’agre freschezza a bilanciare le rotondità zuccherine - stucchevole la versione al gusto arancia - rendendo il sorso pulito, indubitabili i ritorni balsamici a mitigare la lieve asciugatura. Talvolta un po’ caldo: ma basta soffiarci su. Visto l’abuso di questi giorni vi farò sapere delle versioni alla menta e a limone e miele. (Poco meno di 8 € per 10 dosi). 

Viaggio a Echo Springs, Storie Di Scrittori e Alcolismo, Olivia Laing, Il Saggiatore: per Fitzgerald smettere di bere significava non toccare super-alcolici, li sostituiva con la birra, che per lui era come bere acqua. Tennessee Williams si chiede in una lettera a Elia Kazan "Perché un uomo beve?", dandosi subito due risposte: se la fa sotto dalla paura per qualcosa; non riesce ad affrontare la verità su qualcosa. John Cheever e Raymond Carver, di 30 anni più giovane, si incontrano e si conoscono ad Iowa city nel 1973: vivono nel dormitorio dell’Università dove tengono i loro corsi al Writers' Workshop, e dove passeranno un anno senza mai toccare la macchina da scrivere e mai sobri. Fragilità, debolezze, solitudini e molto altro, da Hemingway a Berryman, in questo libro adatto a chi ama, come me, la letteratura americana, vista da fondi di bottiglia.

posted by Mauro Erro @ 12:19, ,


Primi vitti autunnali

Kerry Skarbakka


2016, quaterna: Greco di Tufo 2016, Tenuta Ponte (€12*): frutta, erbe aromatiche, agrumi e diffusa traccia minerale - composto e grammaticalmente ineccepibile come al solito -, al sorso è più potente che ricamato: chiude sapido, fresco e persistente. Al contrario, è più ricamato che potente il Fiano di Avellino 2016, Vigne Guadagno (€15), dalla evidente impronta minerale, si esprime sulle sfumature della torba: al palato chiude sottile, terso e particolareggiato nei ritorni retro-olfattivi. Di immediata bevibilità il Sangiovese di Romagna Serra Assiolo 2016, Costa Archi (€13), gioviale, fruttato ed innervato di energia, per cui val la pena recuperare un vecchia definizione tanto semplice quanto chiara: da bersi a secchi. Infine il Pinot Nero 2016, Podere della Civettaja (€30): se amate la vivacità e il brio del pinot nero e cercate un’interpretazione fuori dal suo territorio di elezione, la sacra Borgogna, questo è un buon approdo: prodotto sull’appennino toscano, a Pratovecchio nel Casentino, è gioioso e screziato al naso, un particolare intreccio di fiori ed erbe aromatiche; al palato ha bella densità, e la fresca e pulita chiusura finale è il controcanto al cordiale abbraccio alcolico. Dategli qualche anno. 

Sancerre Chene Marchand 2012, ’13, ‘14, Vincent Pinard (€45 ca.): Chêne Marchand è uno dei vigneti più rinomati e di lunga tradizione di Sancerre, esempio delle Caillottes (calcare oxfordiano), sottosuolo diverso dal tanto citato Kimmeridgian e su cui il sauvignon blanc esprime note diverse: situato sull’altopiano ad occidente di Bué, esposto a sud-est, ha una estensione di circa una 30ina di ettari su cui insistono diversi produttori e molteplici interpretazioni. Quella di Clement e Florent Pinard restituisce un vino austero, più o meno luminoso a seconda delle annate, che si muove compatto al palato sorretto da un calco minerale, sapido e incisivo. Già disponibili la 2012 e la 2013 (leggere le note da botrite che spesso s’incontrano in quest’annata), da attendere la 2014. 

Barolo Brunate 2012, Marcarini (€50): quando li stappo, i Barolo di casa Marcarini, anche in annate più complicate come questa, trovo sempre quello che spero. Classico senza essere antico, austero senza essere rigido o duro: di belle trasparenze, floreale, piccante, con note terrose, di cuoio ed elicriso ad arricchire il quadro olfattivo; bocca saporita e scorrevole, chiude con maestria, ben rifinito nel tannino. 

Chianti Classico Terre di Lamole 2013, I Fabbri (€17): il profilo ricalca quello di chi lo ha preceduto: classico, ma più aereo nelle sensazioni olfattive, con un frutto, ciliegia, più in evidenza, accompagnato da pot-pourri. Diverso anche il peso al palato, ovviamente più leggero, e il finale di bocca, cristallino e limpido, incentrato sull’acidità più che sul tannino, ormai del tutto risolto. In beva. 

Romagna Sangiovese 2018, Noelia Ricci (€13): è ancora sbarazzino nelle note fruttate e floreali che s’intrecciano con quelle di erbe aromatiche e balsamiche (glicine, lavanda, salvia, eucalipto): al palato ha succo, energia, leggero grip tannico. Tra un anno sarà più buono. 

Neurogastronomia: All’origine del gusto, la nuova scienza della Neurogastronomia, Gordon M. Shepherd, Codice Edizioni: pubblicato dalla Columbia University Press nel 2012, solo quest’anno ha trovato spazio sul mercato italiano per la traduzione di Luca Piercecchi. Professore di Neuroscienze a Yale, Shepherd ci accompagna in un viaggio affascinante, con linguaggio scorrevole anche se abbastanza tecnico, spiegandoci le complesse interazioni tra molecole, retro-olfatto, i sensi e il cervello nella formazione del sapore. 

Giampiero Pulcini: Vino sincerissimo, tre bit Edizioni, opera prima, raccoglie gli scritti apparsi negli anni sul web, innanzitutto sull’Accademia degli Alterati. Scritti di viaggio - nei luoghi, in sé e nel tempo - densi di umanità, che incoraggiano lo sguardo obliquo sul vino e l’afflato letterario, inconfondibili tratti della voce di Pulcini: ispirata, talvolta sofferta, sempre meditata, ritmata da assonanze ed echi di filastrocche antiche. Rocce appese alle rocce, vigne aggrappate alle tracce rapprese di gente passata, una luce accecante che scalda discese ventose e accarezza pietre di vicoli ombrosi. Iniziava così il suo popolare racconto sulla rinascita del Rossese di Dolceacqua, pubblicato su questo blog qualche anno fa e inserito nel libro, che vi da subito contezza. Accattatevillo, diceva Sophia Loren in una celebre reclame e cliccate qui. 

Cioccolato Madagascar 64%, Vestri (50 gr - 4,5€): cioccolato Trinitario proveniente dal Magadascar, (e lavorato ad Arezzo) particolarmente fruttato, amarene, chiude equilibrato sul tabacco e la liquirizia. 

Sancerre Grand Chemarin 2013, Vincent Pinard: Sembra Il pensionato di Guccini. [Valentina V.]. Quando capita la bottiglia storta e la descrizione giusta. 

Erro-ri: Sbagliai. Anche i grandi sbagliano. Mi riferisco ad Attilio Veraldi che in Uomo di conseguenza (Rizzoli, 1978) scrive cognac in minuscolo. Vale come per Champagne. Luogo geografico oltre che pregiato distillato, quindi si scrive: Cognac. A parte questo, libro delizioso che chiude le vicende, iniziate con La Mazzetta, di Sasà Iovine, faccendiere, sensale, implicato in una storia di quadri da collezione in una Napoli che non c’è più, rappresentata da personaggi kafkiani come l’Avvocato Petrella o Donna Pereta: perfetto per un film di Tarantino. 

Napoli segreta, Nuova Napoli: e a proposito di vecchia e nuova Napoli, due album che, usciti nel 2018, ultimamente sento molto spesso: il primo recupera e remixa in chiave funky brani meno conosciuti della musica napoletana degli anni ‘70 e ‘80, il secondo invece è fatto da inediti, ma ci potete trovare testi tratti da  Je vulesse truvà pace di Eduardo De Filippo messi in musica. Quanto agli autori, si tratta di un collettivo talmente ampio che faccio prima a segnalarvi questa intervista di qualche tempo fa su Vice, e il loro spazio su soundcloud dove trovate anche molti altri dischi.

* prezzi (medi) enoteca.

posted by Mauro Erro @ 13:02, ,


Estate 2019

Piergiorgio Branzi, Senigallia, bar sulla spiaggia, 1957


Piedirosso dei Campi Flegrei 2015, Contrada Salandra: traffico, spiaggia, crema solare, mare, tanga, tanga, ancora tanga, racchettoni, super santos, sudorazioni, sabbia, abrasioni, doposole e da capo. Un ciclo continuo che raramente mi ha visto in posizione eretta. Niente città deserta e serrande abbassate, Equipe 84 e Paolo Conte, niente supermercati desolati in cui gareggiare con i carrelli con altri mariti malinconici e felici. Niente mangiate folcloristiche o bevute infinite. A farmi compagnia, oltre i poveri congiunti(vi), soprattutto il Piedirosso 2015 di Giuseppe Fortunato di Contrada Salandra: mai come in questa versione così goloso. Oltre il consueto e minuzioso corredo di erbe aromatiche (origano, timo) e le leggere sensazioni affumicate che ricordano l’origine vulcanica dei Campi Flegrei, tanta frutta (ciliegia) che si impone nei profumi e rende il sorso saporito, ricco di energia e oltremodo polposo. 14/15 euro in enoteca.

Sbuffi: di balsami o di fiori oppure di baccello, ultimamente, quando leggo qualche recensione, c’è da sbuffare. Ho peccato anch’io in passato, ma all’epoca - almeno ai miei occhi - l’utilizzo era raro quanto indossare un Borsalino durante l’ora di aquagym. Oggi siamo all’abuso. Ci fossero ancora le redazioni e i Beppe Viola sarebbero 5 euro di multa per ogni sbuffo e birra pagata per un mese. Mura, Gianni (giornalista e scrittore), avrebbe scritto (o forse lo ha già fatto): vini impazienti. 

Brera: Gioanfucarlo, San Zenone al Po, 8 settembre 1919. 
Mi sono poggiato educatamente a Viola e Mura per prendere confidenza e rendere l’argomento più intimo. Per Brera ho sempre avuto un rispetto deferente e una certa distanza, visto in tv o letto su carta non è mai cambiato molto: un Gadda tutti i giorni, una volta la mise giù così parlando di sé. Era un bevitore appassionato, un cultore della buona tavola e nel racconto gastronomico ci è entrato come esperto e da intervistato in una delle prime trasmissioni della Rai: a parlar di rane e di cucina della Bassa con Mario Soldati, impegnato in Viaggio nella valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini (1958). Del grande Po o dei suoi storioni Brera ha scritto bellissimi articoli, tante parole ha speso per il Barbacarlo di Lino Maga, il suo vino preferito, ma c’è tanto da leggere oltre quello strettamente gastronomico: quando racconta della Raleigh o della Pirovano da corsa, o di Furtunà 'l biond, campione per come sapeva trattare il ferro o sulla materassina della lotta greco-romana. A 100 anni dalla nascita appofittate: Il principe della zolla, Il Saggiatore (a cura di Gianni Mura).

Suggerimenti (varia): affanni, aliti, aneliti, ansimi, aspirazioni, boati, boccheggi, fiati, fragori, gemiti, inalazioni, inspirazioni, muggiti, refoli, respiri, ruggiti, sbruffi, scrosci, singhiozzi, singulti, soffi, sospiri, spasimi, spiri, spruzzi, sussurri, tossi, ululati, vagiti.
Facendoli ruotare con la sapienza e la parsimonia del ragioniere dovreste evitare di utilizzare sbuffi per un po’. È consigliabile (ancora?), a mo’ di esempio per confondervi, utilizzare spruzzi per i vini di costa, muggiti per quelli di pianura, ruggiti per i vini da circo, singhiozzi per quelli poco riusciti o vagiti per quelli di annata recentissima. Cambiate l’ordine se vi sentite Marcello Marchesi o se conducete un corso di scrittura creativa. 

Poetry slam drink: Impressionante per come la materia si traveste fino ad abbracciare la consistenza di una nuvola. [dal web] 

champagne: come un triste presagio, un libro lasciato incustodito su un lettino da un vicino di ombrellone imprudente. “Nuovo” editore, Solferino, vecchi errori: in quarta di copertina, tra un virgolettato e l’altro, leggo champagne in minuscolo*. Non vi dico - ve lo sto dicendo - quando nel mio Posizione di Tiro (Einaudi) leggo di uno champagne spagnolo: impallidisco (al mare). Causa del pallore, l’autore francese: Jean-Patrick Manchette - che dicono bravo, bravissimo - scrittore, sceneggiatore, critico letterario, traduttore, jazzista, nato a Marsiglia il 1942. Errore di traduzione? Un francese anomalo? Quei maledetti marsigliesi? Alla fine mi sono ricordato perché giaceva su una mensola - nonostante sia bravo, bravissimo -  da un bel po’ di tempo. Ci è finito di nuovo. Tra qualche anno, quando avrò dimenticato il particolare, vedrò come sono invecchiato e il mio livello di tolleranza. 

Champagne Presence extra brut Marie Courtin: una novità, per me, questa etichetta di una produttrice che bevo spesso e volentieri. Da Polisot, Aube, diversamente dalle altre etichette e dalla concezione aziendale - single grape - questa nasce da chardonnay e pinot bianco; lo stile, invece, è quello solito di Dominique Moreau: fragrante, fresco, fine, essenziale, misurato. Per coloro che apprezzano il dettaglio più della potenza. Circa 80 euro.

Attilio Veraldi: sono sicuro, se riesco a trovare i pochi libri scritti (Uomo di conseguenza, Il vomerese, Naso di cane, L'amica degli amici, Donna da Quirinale, Scicco, L'ombra dell'avventura, L'inseguimento) non leggerò mai Champagne in minuscolo. Traduttore, tra gli altri, di Norman Mailer, John Updike, Kurt Vonnegut, Raymond Chandler, Patricia Highsmith, Ira Levin, Veraldi era andato a vivere in Svezia nel dopoguerra**, svernava in Costa Azzurra, e quando scendeva a Milano portava casse di Borgogna. Veraldi già beveva Borgogna. Ha iniziato a scrivere tardi e quasi controvoglia, secondo alcuni il miglior giallista d’Italia. Io ho riletto La mazzetta per l’ennesima volta, lo ha ripubblicato recentemente Ponte alle Grazie, ne fecero anche un film con Manfredi e Tognazzi per la regia di Corbucci nel '78. Quanto agli altri si tratta di caccia al tesoro, nel frattempo si spera che un editore illuminato...

Canonica: Giovanni, (vignaiolo e produttore garagista), Barbera d’Alba, 2017. Non so dove ho letto che si tratta dell’ultima annata che sarà prodotta, spero di essere smentito. Un vino raro e ricercato, un migliaio di bottiglie prodotte da pochissime piante oramai (mal dell’esca) di barbera piantate lì dove non c’è (ancora?) nebbiolo nella vigna Paiagallo in Barolo. Stappo, snaso, verso in un calice e lascio perdere per almeno mezz’ora. Quando torno il vino si è liberato da una serie di cattivi odori di riduzione scoprendo un bel frutto, resine, sensazioni più pungenti di spezie. Mi colpisce la compostezza nonostante i 16 gradi alcolici: così si muove al palato: succo, discreta energia, chiude asciutto. 

Orchidea: gelateria, Capaccio-Paestum, zona Laura (0828723673). È un evergreen, ma se non la conoscete e vi trovate da quelle parti consiglio la sosta: la deviazione dalla statale è semplice quanto rapida. Questa estate l’ho trascorsa soprattutto con il gusto Cilento: con fichi e granella di noci. Mitico (come fossi Homer). 

Poetry slam drink 2: Si muove sinuoso e sensuale, ma senza mai perdere di grazia, con il piglio di un felino selvaggio. [dal web] 

Cioccolato: per la precisione Trinitario di Domori. Hanno recentemente cambiato il catalogo, quindi dovrò assaggiarli tutti per indicarvelo con esattezza, intanto vi dico che aveva il sapore dei datteri e dei frutti rossi, e qualcosa che ricordava il tabacco. Una barretta da 75 gr. per due persone è stato troppo poco. 

Silenzi: Non ho scelto io il silenzio, e il silenzio che ha invaso me. [Ezra Pound] 


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* Champagne è una provincia e una (ex) regione (Champagne-Ardenne) della Francia dove si produce l’omonimo vino spumante. Essendo un luogo geografico indicato, appunto, anche in etichetta si scrive in maiuscolo come Campania o Capri bianco. 

** A domanda diretta di Antonio Franchini sulle ragioni, oltre quelle lavorative, per cui si trasferì, rispose: “Perché in Svezia si chiavava, a Napoli no.”

posted by Mauro Erro @ 17:41, ,


Vini naturali e Vini di terroir

foto di André Kertész, New York 8 novembre 1949

L’istanza principale del movimento dei vini naturali, sul finire degli anni ’70 e i primi anni ’80 in Francia, e successivamente in tutto il mondo, fu di restituire vita e voce ai territori nobili del vino attraverso pratiche più rispettose dell’ambiente. Opporsi alle evidenti derive che il vino industriale aveva portato tra campagne e cantine, ergersi a difesa dei territori sciupati dall’uso eccessivo della chimica, contrapporsi a quei vini che, poco fedeli all’identità che andavano vantando in etichetta, finivano tra gli scaffali di enoteche e ristoranti, sulle tavole dei consumatori omologandone il gusto: tutti simili, tutti compiacenti e inoffensivi, dolcini e rotondi. 

Produrre insomma vini di Terroir per dirla con le parole di Jacky Rigaux*: ritrovare il luogo nel bicchiere, per quanto mi riguarda, quel che voglio bere il 99% delle volte. Una definizione che racchiude il fine e che preferisco a vino artigianale o vino naturale: il poco interventismo in cantina rappresentava una giusta pratica, un opportuno mezzo. Ora per un certo numero di produttori sembra sia diventato il fine, quello di produrre vini naturali, con annesso dibattito identitario sulla validità del termine e sul come si possa essere sempre più naturali. Non è una semplice sensazione né di contro ho a disposizione alcun dato statistico, mi limito ad osservare le dichiarazioni dei produttori stessi, e mi riferisco alle etichette dei vini che inebetito guardo e che sempre più spesso recano inverosimili nomi di fantasia: sia Francia o Italia non è strano imbattersi in cose come bibidibobidibù, wilrock&roll, heidielesuecaprette, etichette che sanno essere anche deliziose nel font, accattivanti nei disegni, ma completamente dissociate dal territorio di provenienza. 

Ci sono tante ragioni per cui ciò accade, ma sempre più spesso nel catalogo di un produttore naturale capita di imbattersi in questi che sono definiti giochi, o succede di incontrare produttori che non si riconoscono più in una denominazione e/o disciplinare e decidono di uscirne, o altri che una denominazione non ce l’hanno o non abbastanza forte e conosciuta e decidono di prendere altre strade. C’è da segnalare come a 40 anni di distanza dalla sua origine il movimento del vino naturale sia sempre più multiforme, che si debba sempre più parlarne nel particolare e meno in generale, perché nelle sue ambiguità il termine vino naturale oggi può essere declinato in tantissimi modi: se è vero che spesso un vino di terroir è un vino naturale, non è detto che quest’ultimo sia sempre un vino di terroir e non perché presenti dei difetti, ma semplicemente perché non vuole esserlo, vuole essere altro o, arbitrariamente, vuole ambire a riscrivere i confini di quel che definiamo terroir: un bel passo in avanti. 


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*In La degustazione geosensoriale ed. Terre en vues, 2013 - Prima edizione italiana: Il vino capovolto: La degustazione geosensoriale e Altri scritti di Jacky Rigaux e Sandro Sangiorgi, Porthos edizioni 2017.

posted by Mauro Erro @ 12:36, ,


Consigli per gli acquisti: Rosso di Montalcino 2015, Baricci



C’è una cosa che amo particolarmente dei sangiovese di Toscana: l’eleganza e la finezza che i migliori possiedono. Vette cui difficilmente si giunge: poi puoi chiamarti pinot nero e trovarti in Borgogna nelle mani attente di un bravo vignaiolo, ma tutto è più semplice quando stai mediamente 1/1,5% gradi alcolici sotto. Passatemi la battuta, ma è quello che ho pensato quando incidentalmente ho messo gli occhi sulla retro etichetta facendo caso al grado. Quattordicivirgolacinque. E chi se ne era accorto; intanto, avevo scolato la bottiglia. Non è uno stupido inno a una gioia alticcia, a una bevuta allegra. Lo dico allo stesso modo in cui si direbbe di un romanzo da cui non si è riusciti a togliere gli occhi fino a giungere alla fine. E il bello è che nel caso del Rosso di Montalcino di Baricci la fine è ancora lontana. Tanto è, che in questi giorni di festa, con la scusa di farlo assaggiare a qualcun altro, ne ho stappate diverse. Finezza ed eleganza che potrei tradurre non solo come piacevolezza ma come dettaglio, misura, equilibrio. Dire di questo vino come di un piccolo Brunello sarebbe una sintesi sbagliata, perché invece rivendica il proprio status giovanile con un frutto croccante ben presente arricchito dalle spezie, dalla nota di goudron, da quelle floreali e in assenza dell’intreccio di erbe officinali che spesso propone il Brunello di casa Baricci. Al sorso è pieno senza essere invadente, saporito, di bella freschezza ed energia, lungo. Avesse un po’ di profondità in più starebbe tra i grandissimi, ma già è tantissime cose. Per 23 euro circa in enoteca.

posted by Mauro Erro @ 14:00, ,


Scuole elementari di approccio al vino, Napoli da Divinoinvigna



Quando dieci anni fa ho iniziato a proporre un corso di approccio al vino per il consumatore, oggi Scuola Elementare, non avrei mai immaginato che si sarebbe trasformato in un percorso articolato in cinque classi, sviluppato per soddisfare la curiosità sempre crescente degli alunni (ripetenti e non). Trovate tutto qui, argomenti, temi, l’elenco dei vini degli ultimi corsi tenuti, le date dei nuovi che stanno per partire, sul nuovo sito dell’enoteca divinoinvigna, prologo del trasloco anche di questo blog al nuovo indirizzo. Ci vorrà ancora un po’ ma finalmente sono riuscito a mettere un po’ di ordine, a sistemare le cose, quindi prendete nota che tra un po’ mi trasferisco qui
Intanto, le Scuole elementari; una nuova prima classe è in partenza lunedì 25 settembre, (8 serate e una 50ina di vini in assaggio): c’è ancora qualche posto. Dovrebbe invece essere chiusa la (prima) quarta classe. Ancora seggiole libere nella seconda (per chi ha già fatto la prima) in partenza mercoledì 27. Che poi, diventare alunni della Scuola elementare, comporta ulteriori vantaggi: diritto di prelazione per altre serate e laboratori, sconti, e una newsletter tutta speciale.
Alè.

posted by Mauro Erro @ 12:34, ,


L'extra



- Salve, buonasera, sono Riccardo, l’extra. 
- Sei in ritardo. 
- Sì Signore, mi scusi, ma davvero non si ha idea di quanto tempo si possa perdere quando la tangenziale è deserta. 
 - Non chiamarmi Signore, e non perdiamo altro tempo. Seguimi. Questa è la nostra saletta privata, per i clienti speciali: Carlo mi ha detto che mi posso fidare di te e che ci sai fare. 
- Sì signo… mi scusi signo… Sì. 
- Appena entrano i clienti, li fai accomodare e tiri fuori la banda dall’armadio. 
- Dall’armadio? 
- Sì, quello lì, quello giallo, mi raccomando con delicatezza, piano piano, l’oboe è di costituzione fragile, mi si raffredda, e poi ci tocca infornarlo, e con il delirio che ci sarà non posso occupare un forno, e un oboe raffreddato può essere stonato come la Callas. 
- La Callas? 
- Maria Callas. Non la conosci? 
- No Signo…mi scusi. 
- Callas, Maria Callas, puoi chiamarmi così. 
- Maria Callas? 
- Sì, era una donna bellissima, dolcissima, tenera, ma quando cantava non si poteva ascoltare. 
- Lei canta Maria? 
- A giorni alterni. Ma non perdiamo altro tempo. Seguimi. 
Dopo che hai tirato fuori la banda dall’armadio, ah, mi raccomando, contali, sono 36 elementi, e disponili per bene, in quell’armadio da un metro stanno larghi e quando escono tendono ad addossarsi, forse anche per timidezza, ma tu disponili bene, altrimenti poi perdiamo tempo in ospedale, già mi sono capitati diversi traumi cranici ad opera del trombone e qualche accecamento da parte dei violini. Dicevo, una volta che hai fatto accomodare i clienti, tirato fuori dall’armadio la banda, torni dai clienti e gli porti il conto. 
- Il conto, Maria? 
- Esattamente. Prima in questo ristorante non si poteva proprio entrare se non con i soldi in bocca, ma il proprietario ci tiene alle buone maniere, e dire buonasera con tre, quattro, cinque banconote da cento in bocca non è semplicissimo. 
- Usate ancora le banconote Maria? 
- Sì, siamo un po’ passatisti. Dopo che i clienti hanno saldato il conto - ricordati che devi portarlo alla signora, e se il numero di persone al tavolo è maggiore di due, sempre a quella più giovane -
- Valgono anche i neonati? 
- Non mi interrompere che poi ritrovo il filo ed è la fine. Comunque no, i neonati no perché non usano le banconote. Dicevo dopo che hai portato il conto, porti il dolce. 
- Il dolce. 
- Precisamente. Senza un po’ di dolcezza iniziale cosa si riesce a fare? 
- Giusto. 
- Dopodiché vai a prendere i vini da abbinare: distillato per le donne, passito per gli uomini. 
- Non avete un sommelier in questo ristorante? 
- Sì imbalsamato. Dopo te lo porto a conoscere. Ma usalo solo per casi estremi, devi rompere la teca e chi rompe non paga, quindi poi devi riportare il conto ai clienti per la riparazione della teca, e a riesumarlo ci vuole un sacco di tempo: raramente l’ho visto vivo. 
- Dopo il dolce porto il sorbetto e delle salviettine umide per pulirsi le mani, giusto? 
- Bravo, Carlo me lo aveva detto che eri un ragazzino svelto. 
- Sì, vero, lo sono stato. 
- Quanto tempo fa? 
- Dalla campagna pubblicitaria dell’autunno 2026. Tre anni. So fare molto bene il limone. 
- Che tipo di limone? 
- Tutti, anche quello di Sorrento, di Amalfi, che sono più dolci, ma io sono più per il salato, non amo il dolce, quindi mi ci vuole un po’ più di tempo per entrare nella parte. 
- Stanislavskij? 
- Sì, esattamente, un percorso faticoso, ho studiato 5 anni: finiti i tempi del cinematografo c’erano centinaia di corsi di recitazione creativa. Ma poi mi è toccato cambiare mestiere con la crisi dell’industria dei detersivi del ’29. 
- Mi ricordo ancora quella meravigliosa pubblicità delle uova da galline in batteria. Neanche uno ha saputo fare l’uovo come De Niro. 
- Con Toro scatenato la sua migliore interpretazione, concordo. Nessuno come lui ha saputo lavorare tanto sul proprio fisico fino a stravolgerlo. 
- Vero, ma non perdiamo altro tempo, seguimi. In questo comò Feodor Kamprad XVI, 
- Feodor Kamprad? 
- Sedicesimo. Ti ho detto che non mi devi interrompere che poi ritrovo il filo, vero? 
- Sì Maria. 
- E allora perché lo fai? Guarda Riccardo, se vuoi fare carriera, e non vedo perché un ragazzo svelto come tu sei stato dovrebbe avere in mente una sciocchezza del genere, ma mettiamo il caso tu volessi fare carriera nel mondo della ristorazione organizzata, ricordati, mai interrompere e mai fare domande. Chiaro? 
- Si. 
- Ecco. Comunque Feodor Kamprad XVI è il sedicesimo re svedese. In questo comò trovi le stoviglie, piatti fondi, piatti piani, bicchieri, forchette, tutto l’occorrente. Ma mi raccomando, i nostri sono clienti ben istruiti e tendono ad affezionarsi al loro piatto e non vogliono dar fastidio al lavapiatti, non lo vogliono cambiare, il piatto dico, noi il lavapiatti non lo abbiamo, e fanno la scarpetta, lo ripuliscono per bene, lasciando qua e là qualche sgommata di salsa per poterlo riconoscere quando glielo renderai nuovamente con la portata successiva. 
- Chiarissimo. 
- Perfetto. Ho perso completamente il filo. 
- Dopo il sorbetto immagino la carne, no? 
- Sì, precisamente, poi il pesce, la pasta, gli antipasti, la minestra, più si va avanti e più si deve alleggerire fino al piccolo Arrivederci del cuoco, l’hussite. 
- Ah, anche voi avete un cuoco e non uno chef? 
- E dove li trovi più. Dopo la crisi dell’industria pubblicitaria del ’33, quella editoriale era bella che morta da un ventennio, sono quasi del tutto estinti, due o tre, quelli noti, resistono, ma scrivono ricette su internet, hanno perso qualsiasi manualità per cui non metterli mai davanti a un forno a microonde. Possono inguaiarti pure un’insalata di pomodori. 
- Capisco. 
- Ah, dimenticavo, una cosa a proposito del cuoco. Mettiti sempre alla sua sinistra. 
- Sinistra, Maria? 
- Esattamente. La mano sinistra ce l’ha perché ce l’ha, ma non sa usarla quindi ti risparmi una possibile coltellata. 
- Il cuoco accoltella? 
- Talvolta, quando si annoia. Prima aveva a disposizione i critici. Ma sono almeno 30 anni che non se ne vede uno in giro, e recensire i clienti su Tripadvisor è robetta che ti insegnano il primo anno dell’istituto alberghiero. 
Ora vai a cambiarti che tra poco si inizia: in cucina, nel frigo, trovi la divisa.

posted by Mauro Erro @ 10:47, ,






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