Speciale rifiuti: Super B, Chiaiano e l’inceneritore

foto tratta dal quotidiano newsweek.com

Nelle puntate precedenti: dal 1994, anno in cui viene dichiarato lo stato d’emergenza per la situazione rifiuti in Campania, è un susseguirsi di inciuci tra pubblico e privato, ai confini del lecito, in quel sottobosco della legalità, dove a sguazzarci c’è la camorra, gli amministratori locali e il mondo della finanza. Lo smaltimento dei rifiuti percorre due strade parallele: da una parte c’è il binario cammoristico che conduce al conferimento in discariche abusive di materiali tossici extra-regionali; da un’altra, esiste il circuito dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, gestito negli anni da un gomitolo di politica, imprenditoria e criminalità organizzata.
Quando Impregilo entra nell’affare della gestione dei rifiuti in Campania, mette in piedi una politica aziendale dove, a volere essere semplici, l’emergenza stessa è la fonte del danaro. Perpetuata essa, perpetuato il danaro. E per non farci mancare niente, ci prendiamo anche i rifiuti pericolosi dal Nord. Il Prof. Giuseppe Messina, agronomo, da anni cerca di sputare la sua verità: “Ogni anno in Italia le imprese dichiarano tra le 17 e le 20 tonnellate di scarti industriali, le Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente, ndr) denunciano che per il 40% di queste non c'è certificazione su dove finiscano”.
Qui e qui gli articoli precedenti, dopo l’intro incazzato.


Siamo arrivati nel 2008. Questo è un anno particolare perché scoppia nuovamente nel capoluogo campano il caso monnezza. Le strade sono invase dai rifiuti, i turisti immortalano queste scene, Napoli figura tristemente tra i titoli dei quotidiani internazionali. La situazione politica italiana è in crisi anch’essa: cade il governo Prodi e assurge nuovamente al potere Silvio Berlusconi, che decide di tenere il primo consiglio dei ministri proprio a Napoli.
In quell’occasione viene emanato il decreto legge n° 90 del 23 maggio 2008.
L’impianto generale del decreto si basa sul concetto di “stato di necessità” in cui non è punibile chi per salvare sé o gli altri commette reato. Vale a dire: io ti risolvo il problema, ma con ogni mezzo, contro tutte le indicazioni provinciali, regionali o europee vigenti.
Quanto alla strategia fattuale prevista dal decreto, essa prevedeva la costruzione di altri 3 inceneritori (in contrasto con le indicazioni europee), la messa in funzione di quello di Acerra (in deroga al dl 59 del 2005, Valutazione d’Impatto Ambientale), la possibilità di bruciare nello stesso rifiuti pericolosi, come fanghi, scorie e ceneri pesanti (in contrasto con la normativa europea), l’apertura di 10 nuove discariche anche in siti non idonei (in contrasto con i piani regionali e provinciali) o la riapertura di discariche dismesse (perché sature). Le discariche sono rese siti di interesse strategico nazionale, ovvero militarizzate e poste al di fuori del controllo e della critica (in contrasto con l’art. 21 della costituzione); viene di fatto istituito il reato di riunione e delle attività ad esso correlate (in contrasto con l’articolo 17 della costituzione); vengono differite competenze giudiziarie con l’affidamento delle stesse alla sola Procura di Napoli quale unico organo competete (in contrasto con l’articolo 107 della costituzione). Non trascorre neanche una settimana che l’Unione Europea boccia il decreto legge appena approvato. Ma la bocciatura della comunità europea non è vincolante, e Silvio Berlusconi non si ferma: con l’ordinanza del 16 luglio 2008 dispone il commissariamento degli impianti di produzione del CDR (combustile da rifiuti) trasformati in semplici centri di tritovagliatura e imballaggio. Due giorni dopo, il 18 luglio 2008, l’emergenza rifiuti viene dichiarata conclusa.

La propaganda illuse i cittadini. Si diceva che finalmente le discariche sarebbero state a norma e fuori dal controllo della camorra, che il termovalorizzatore sarebbe stato un’innovazione tecnologica, uno strumento all’avanguardia a basso impatto ambientale, capace di produrre energia. Si disse che così avremmo guadagnato soldi, invece di spenderli per mandare i rifiuti in Germania, cha a sua volta ci guadagnava bruciandoli. Si disse anche che dietro i manifestanti (nacquero proteste in tutta la provincia di Napoli) c’era la camorra. Si disse che Napoli era tornata ad essere una città occidentale.
La storia andò diversamente.

Scontri a Chiaiano, dal CorrieredelMezzogiorno.it

Il 18 Febbraio 2009 viene aperta la discarica di Chiaiano. Essa abbraccia un bacino di popolazione di 250.000 abitanti ed è sita interamente all’interno del Parco Metropolitano delle colline di Napoli. Le proteste dei giorni precedenti erano state violente, numerosi gli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine.
Ma tra i “manifestanti” ci sono anche intellettuali: da anni a Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, esiste un appuntamento domenicale in materia di rifiuti; la contestazione si esprime nel merito. Il Prof. Franco Ortolani, Ordinario di Geologia dell’Università di Napoli Federico II, produce un documento tecnico sul perché la cava di Chiaiano non è idonea per farci una discarica. Il Prof. Giovan Battista de’ Medici nel frattempo (già nel 2007) aveva già enunciato i criteri di non idoneità e si domanda: “Un commissario straordinario che ha ampi poteri non capisco perché non possa scegliersi dei siti più idonei dal punto di vista geologico, dal punto di vista ambientale, paesaggistico, turistico e da tutti i punti di vista. Scusate ma perché solo su cave dismesse?
La risposta: “Voi sapete benissimo che le cave in Campania sono quasi tutte in mano alla camorra...
La cava di Chiaiano è di proprietà della Impregilo, che l’ha pagata 8 volte in più rispetto al precedente prezzo d’acquisto del 2002. Ma in alcuni casi le cave (Impregilo ne detiene ben 12 in quell’area) sono acquistate e rivendute a Impregilo nella stessa giornata, davanti allo stesso notaio.
Nel frattempo la cava di Chiaiano aveva ripulito le strade e tutto sembrava essere tornato alla normalità, tra proclami tronfi e slogan elettorali.
Il 26 marzo 2009 viene inaugurato l’inceneritore di Acerra in presenza di Silvio Berlusconi. In realtà l’impianto era stato appena ultimato e si avviava alla fase di collaudo. I rifiuti che vi arrivano per essere combusti non sono stati trattati. Ci raccontano la bugia che adesso siamo in grado di farlo da soli, piuttosto che pagare qualcuno - la Germania - che lo faccia per noi. La notizia viene smentita dalle autorità tedesche: i rifiuti campani vengono riciclati in modo da formare materie prime secondarie (plastica, metallo, ecc.) che la stessa Italia ricompra. In più spedire i rifiuti in Germania ci è costato paradossalmente meno (da 215 a 400 euro a tonnellata, di cui la metà per il traporto) che smaltirli in regione (da 290 a punte di 1000 euro a tonnellata).
Ci raccontano anche la bugia che l’impianto è sicuro e non produce danni: la provincia di Napoli pubblica una relazione in cui dichiara tutti i motivi per cui l’inceneritore non risulta conforme alle norme di legge; l’ARPAC, l’agenzia regionale per la protezione ambientale, secondo gli ultimi dati pubblicati (Ottobre 2010), dichiara che i livelli di PM10 (polveri sottili emesse dalla combustione) hanno superato i livelli consentiti 100 volte.
Questi dati non fanno altro che aggiungersi a quelli prodotti da tecnici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che durante uno studio epidemiologico della durata di 7 anni (dal 1995 al 2002) arrivano a queste, agghiaccianti, conclusioni: aumento della mortalità femminile del 12%, aumento della mortalità maschile del 9%, aumento di linfomi, tumori allo stomaco o malformazioni congenite del 84%. Tutti i dati differiscono in maniera statisticamente significativa dalla media nazionale o europea. E secondo loro, la causa sono i rifiuti.

La storia però vuole che l’inceneritore continui a funzionare, anche se male: delle tre linee di combustione il più delle volte ne funziona solo una; tuttavia, dato l’esito positivo del collaudo, Silvio Berlusconi decide di rescindere il contratto precedentemente stipulato con Impregilo, che vende l’inceneritore alla Regione, e ne affida la gestione alla società A2A di Brescia.
Nel Dicembre 2009 l’emergenza viene dichiarata conclusa per decreto.
La storia vuole però che l’anno successivo la crisi si manifesti nuovamente in tutto il suo dramma. D’altronde, le ecoballe da smaltire erano nel frattempo diventate 5 milioni.
Napoli torna sulle pagine dei giornali. Nuovi scontri e proteste nascono nell’area vesuviana, perché la strategia è aprire nuove discariche. Il ministro della difesa si dichiara pronto a inviare l’esercito.
Io sono stato a Terzigno e ho visto quello che nessun giornale ha scritto: questa narrazione però assomiglia più a un bollettino di guerra e merita ahimè altro spazio.

(fine terza puntata)

Roberto Erro
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Il vino (buono) vive... davvero!

Giorgio Grai

Fin da bambino quando stavo alle elementari tutti mi facevano i complimenti per la mia incredibile memoria. Durante tutto il corso dei miei studi, fino alla laurea, sulla mia memoria ho fatto più volte affidamento. Una volta al lavoro, in azienda, non potei far a meno di notare che mio padre, anche lui dotato di una formidabile memoria, aveva l'abitudine di registrare tutto in un'agenda. Non parlo solo di scontate notizie contabili ma un po' di tutto. Naturalmente le cose che lui riteneva importanti. Questa abitudine, quasi maniacale, mi lasciò piuttosto perplesso. Perchè mio padre nonostante ricordasse praticamente tutto e nei minimi particolari sentiva il bisogno di tenere una rubrica? Quando ho iniziato ad ingripparmi di brutto con il vino mi sono accorto ben presto che con il numero di assaggi che si moltiplicavano la mia memoria, quella gustativa, non era all'altezza ed iniziava a vacillare, non tanto per quei vini straordinari che si stampavano indelebili nei miei ricordi ma soprattutto per quelli più anonimi, i vini dotati di un minor impatto emotivo e, talvoltà, di personalità. Decisi subito di acquistare un diario per annotare i miei assaggi. Dopo la prima migliaia di bottiglie appuntate nel giro di qualche mese mi accorsi che il metodo tradizionale cartaceo non faceva al caso mio. Mio padre con i computer non ci ha mai voluto avere a che fare, io non potevo farne a meno. Detto, fatto. Mi feci aiutare ad impostare un archivio semplice e funzionale con "access" e via. Oggi questo mio archivio risulta fonte indispensabile per potermi orientare tra le ormai oltre diecimila note di degustazione che ho scritto in questi anni ma soprattutto fondamentale quando devo seguire l'evoluzione di un vino nel tempo. Non sempre questo accade secondo un processo decisionale premeditato, può accadere spesso per caso. Così è stato per il Pinot bianco 2007 di Giorgio Grai. Ho bevuto la mia prima bottiglia a dicembre del 2009. Leggo uno stralcio dalle mie note di allora: "un ottimo vino dal frutto esuberante ed intenso", un profilo decisamente convenzionale per quanto riuscito e godibile da bere. Non mi convince come altre etichette dello stesso produttore. L'assaggio di un Pinot Bianco 2001 dello stesso Grai mi lascia comunque la speranza di ampi margini di miglioramento. A distanza di tempo nel luglio del 2010 ci riprovo con un'altra bottiglia. Annoto: "ricchezza materica ed aromatica quasi eccessiva", si fa, comunque, ancora una volta, bere senza problemi, ma, di nuovo, senza risultare in nulla eclatante o trascendentale. Le speranze di un futuro lungo e radioso cominciano ad affievolirsi. Che questo vino rimarrà per sempre così, mi domando, monolitica scultura di generosa frutta? Poi l'altra sera viene il momento di una terza bottiglia. Ho ospiti a cena. C'è un amico a cui piace bere un buon bicchiere ma assolutamente non un intenditore. Decido di procedere con la classica sequenza di rito: una bolla, un bianco ed un rosso. Meglio andare sul sicuro e scegliere, come bianco, un vino "facile", o meglio immediato, dal frutto integro e croccante senza "complicazioni". Il Pinot bianco 2007 di Grai dovrebbe essere l'ideale, penso. Sorpresa. Per inciso: stiamo parlando dello stesso identico vino che avevo bevuto sei mesi prima, ed una anno prima ancora, stesso lotto a voler esser precisi. Ecco effluvi balsamici fare capolino nel bicchiere. Del frutto è rimasta solo una labile traccia. Profumi di macchia mediterranea, erbe aromatiche ed oli essenziali, resina di pino. Il vino sembra respirare in quelle ondate odorose che escono fuori dal bicchiere. Avverto non una grande ampiezza o complessità ma una bella ed inaspettata profondità. I fragranti cavalloni si infrangono finalmente sul palato. Al palato è fresco, si beve con piacere, polpa e succo a centro bocca, non lunghissimo, ma dal finale austero, secco ed asciutto. Allora il vino, quello buono, è davvero, proprio come un organismo vivente. Non è un modo di dire, non è un esagerazione. Non è l'invenzione di un produttore innamorato della sua "creatura", nè l'iperbole poetica di qualche degustatore sognatore. Conservate bene le vostre bottiglie, quelle a cui siete affezionati ma anche quelle a cui lo siete un pò meno. Potrete così condividerne la vita, con i successi e gli insuccessi della loro imprevedibile curva evolutiva... e qualche volta una piacevole sorpresa!

Fabio Cimmino
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La foto della settimana: I segreti di Julian Assange

Julian Assange

C'è attesa per la pubblicazione alle 22:30
dei segreti di stato rubati da Wikileaks

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Arance al caramello

"Io voto per il sottoscritto"
"Anch'io voto per il sottoscritto"
"Io sto con voi, ragazzi"

Everett (George Clooney), Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson), Fratello, dove sei?, Joel Coen, Ethan Coen, Usa 2000.


Ingredienti: 8 arance; 300 gr di zucchero di canna; acqua; mezzo cucchiaino di semi di cardamomo; gelato alla vaniglia o alla panna o alla crema...
Lavate e asciugate le arance. Prelevate la scorza, scartando la pellicina bianca. Tagliate la scorza a listarelle sottili; sbollentate le listarelle di arancia per due minuti in acqua portata a ebollizione, scolatele e raffreddatele. Pelate quindi le arance al vivo, eliminando tutta la pellicina, e trasferitele in una terrina che le contenga di misura. Ponete lo zucchero di canna in una casseruola d'acciaio con il fondo pesante, bagnate con 2,5 dl di acqua e cuocete a fuoco vivace; quando lo zucchero sarà sciolto e comincerà appena a prendere colore, unite mezzo cucchiaino di semi di cardamomo tritati e le scorzette d’arancia d'arancia. Mescolate e continuate la cottura finché il caramello avrà preso una bella sfumatura ambrata. Distribuite le scorzette e il caramello caldissimo sulle arance pelate al vivo e conservate in frigo per 4 ore. Al momento di servire, adagiate le arance con il caramello su piattini da dessert e accompagnate con palline di gelato a vostra scelta.

Adele Chiagano
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Forse mi sbaglio

Forse mi sbaglio. Ma una delle questioni più importanti che riguardano il vino, risiede nel gusto, e nella sua relazione con il potere.
«Una regina chiedeva a Simonide di Ceo, […] se era meglio nascere ricchi o dotati di ingegno. “Ricchi, rispose lui, perché l’ingegno si trova sempre vicino alle case dei ricchi”. Il gusto è oggi al servizio del potere – eppure, suprema ironia, ogni volta che il vero gusto si esprime, il potere ne risulta sovvertito. L’espressione del gusto è l’espressione della libertà. Rinunciare ad assumersi le proprie responsabilità o affidarsi ad altri in materia di gusto significa rinunciare alla propria libertà.» E’ questo il tema (ma non è un libro a tema) del bel libro di Jonathan Nossiter, tradotto in Italia da Einaudi (Stile libero Extra, 16 euro) col titolo Le vie del vino: il gusto e la ricerca del piacere. Regista, scrittore e sommelier, Nossiter ha ottenuto la Palma d’oro a Cannes nel 2004 con il documentario Mondovino. Continuiamo: “Un buon vino, prodotto da un terroir complesso, in cui i grappoli nascono pieni di vigore (e senza veleni chimici) e le condizioni di sviluppo sono favorevoli, ha la stessa speranza di vita di un essere umano, tra i 60 e gli 80 anni (come per un vigneto ben conservato tra l’altro, e sicuramente non è una coincidenza) . Senza dimenticare che il vino evolve in continuazione, una volta imbottigliato, dalla nascita alla morte”. Insomma, non solo la memoria del vino assomiglia a quella degli esseri umani, ma lo è “nella sua forma più fluida e dinamica.” Affascinante. Nossiter assaggia vino dall’età di due anni; gliene dava il padre (poche gocce, eh) giornalista di politica, corrispondente dagli esteri per i più importanti quotidiani americani, grande appassionato di vini. Il racconto (ma non è un racconto) procede con gli incontri dei “buoni” (una coppia di giovani appassionati enotecari in un quartiere appartato di Parigi) e dei “cattivi” (una star della ristorazione in confidenza con M. Rolland). Troviamo le sue considerazioni sul cinema e sulla cultura, il backstage del documentario, altri incontri, viaggi, i problemi tra padri e figli e quelli del terroir, e una bellissima degustazione con alcuni giovani produttori di Borgogna. Non poteva mancare un mistero: è il caso Fonsalette, che solo nell’epilogo sarà risolto. (A proposito - si fa per dire - sulla memoria e, soprattutto, sulla libertà come questione veramente centrale per noi umani, si potrebbe utilmente leggere, o rileggere, il Purgatorio di Dante: poeta sradicato dal suo terroir, apolide per necessità).
Poco prima della fine del libro, c’è la cena con Charlotte Rampling, alle Caves Legrande:

– Allora cosa beviamo? – mi chiede con un gran sorriso.
– Cosa vuoi?
– Fa freddo. Ho voglia di un rosso. Ma dopo dodici ore di riprese non ho voglia ancora di stancarmi con qualcosa di pesante.
– Ho capito. Il dottore prescrive un borgogna leggero. Chiedo a Gérard, che spiava l’arrivo della star, cos’ha come Marsannay […] Gérard prende una bottiglia di Marsannay 2000 di Jean-Louis Trapet. Io esclamo:
– Tutto tranne Trapet! Troppo levigato per me. Troppo moderno.
– Fidati, risponde Gérard. E’ buono.
Non ho molta voglia di fidarmi, perché penso di conoscere il produttore. Ma dico di si, per non perdere troppo tempo a discutere del vino mentre Charlotte mi aspetta a tavola. E poi il vino è a 20 euro, un prezzo estremamente ragionevole per un borgogna. Dieci minuti dopo mi rendo conto che mi sto già versando il secondo bicchiere. Il vino è allegro, delizioso, rinfrescante. Gérard aveva ragione. Ecco eliminato un altro pregiudizio. E non sono l’unico a trovare che questo vino dà energia. L’umore di Charlotte è cambiato completamente. Più nessun segno di fatica: è radiosa e divertente come suo solito. La bottiglia ha fatto tilt. Mi sento fortunato. Mi trovo in uno dei templi del vino più seducenti della Francia. Sto bevendo un vino che è una pura delizia, il cui piacere è raddoppiato dal fatto di aver sconfitto la mia ignoranza e i miei pregiudizi .


Bene, lasciamoli alla loro cena. Per me, il caso Fonsalette non è ancora risolto. Lo cerco in rete. Ecco, su e-bay c’è una cassa di Fonsalette, e proprio del ’97, a meno di 400 euro. Ma non mi fido e poi volevo solo una bottiglia, mica dodici; e se non mi piace? Certo, l’annata è la ’97, la stessa del libro. La ricerca continua e mi porta a Frascati. Si, avete capito bene, in un ristorante di Frascati, c’è un Fonsalette in carta. Che fortuna, dovrebbe essere una 2005, però. Lo trovo: è a 100 euro (dico cento!). Che … simmetria. Meraviglioso. Cento, proprio come i canti della Divina Commedia! Che fare? Prenotare? Ci penso. Ora, mi abbacchio.

Maurizio Arenare
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Piedirosso dei Campi Flegrei 2008, Contrada Salandra

Giuseppe Fortunato (foto tratta da LucianoPignataro.it)

Il destino del Piedirosso è simile a quello di uno dei territori dove maggiormente è coltivato: i Campi Flegrei. Ci si chiede sempre perché tanta beltà non sia evidenziata, valorizzata, attentamente preservata, e ci s’interroga su un futuro incerto.
Una zona tanto bella da poter produrre ricchezza in quantità e che invece si sta ammazzando con il cemento.
Resistono, impavide, alcune sentinelle di cultura e gusto; Peppino Fortunato – il Bob Dylan del Piedirosso – con sua moglie Sandra Castaldo, una di queste.
Un giovane quasi ingegnere che si dedica all’apicoltura e che poi ha deciso – nel 2004 – d’iniziare ad imbottigliare falanghina e piedirosso dalle vigne ormai ventenni mentre Sandra conduce la bottega di prodotti biologici ed equo solidali a Pozzuoli.

Il piedirosso è un vitigno difficile, poco produttivo, a maturazione più o meno tardiva (seconda-terza decade di ottobre) che qui esprime una netta carica minerale, sentori floreali (spesso geranio) e fruttati, ma su cui si sa ancor poco e che in alcune espressioni è capace di donarci autentiche emozioni come nel caso del Vigna delle Volpi di Lello Moccia e come in questo, spalancando interessanti orizzonti. Se per l’aglianico bisogna avere la pazienza di aspettare anni prima di assurgere a livelli di finezza che appartengono al vitigno, qui c’è solo da bere: un sorso schietto, sincero e diretto. Polputo e godurioso, fresco e sapido e che posiziona il piedi rosso in una fascia di mercato oggi in forte crescita. Non solo. Bottiglie che spesso rappresentano un affare: capaci di durare sino a dieci anni svelando autentiche sorprese.

Questo il 2008 di Peppino, un vino di trascinante beva, con un impercettibile residuo di carbonica che ne facilita il sorso, e che dimostra una maggiore consapevolezza del lavoro che si sta svolgendo in vigna, della materia che si ha tra le mani e che nel calice si svela nell’armonia del sorso fino alla sua delicata chiusura.
Come ho già detto il parallelo con i succosi e diretti Gamay s’affaccia sempre alla mente ad ogni sorso.

Circa 7-8 euro in enoteca.
Che aggiungere?

Ah, sì, se vi va di assaggiarlo - e potete venire - sabato 4 Dicembre dopo la presentazione della guida Slowine ad Avelino alle ore 16:oo (presso Tenuta Montelaura, Celzi di Forino, Avellino; ticket 10 euro) con Luciano Pignataro lo presenteremo nella degustazione Slow Red. Con questo 2008 ci saranno il 2005 della stessa azienda, il 2003 e il 2007 del Vigna delle Volpi di Moccia, il piedirosso (anche in versione rosata) dei Di Meo de La Sibilla.
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Il Fumin della Valle d’Aosta

Foto di Francesco Sisti

Valle d’Aosta, incantata regione di montagna. Camosci, stambecchi, Alpi e castelli rendono l’immagine di questo luogo ricco di suggestioni e i vini della Valle d’Aosta la rispettano in toto.
Vini verticali, rustici, di montagna che ad ogni assaggio riportano il pensiero all’aria rarefatta e ai monti che circondano le valli vitate. Valli vitate sì, ma a quote eroiche (in questa regione ci sono vigneti a piede franco ai piedi del Monte Bianco a circa 1300 metri), dove nemmeno la fillossera a suo tempo è riuscita ad intrufolarsi.
Sui vini della Valle d’Aosta e ancor di più sul Fumin, interessante vitigno a bacca rossa vinificato ora quasi esclusivamente in purezza, non si ha uno storico ben dettagliato. Si sa però che i piccoli e, ancora oggi, poco noti produttori valdostani, con gli estremi sacrifici che la viticoltura di montagna richiede, hanno difeso per anni il loro patrimonio vinicolo. Le particolari condizioni climatiche, l’isolamento geografico e l’attaccamento alle tradizioni hanno fatto sì che in questa regione si acclimatassero vitigni unici, introvabili anche nelle regioni confinanti, offrendo un panorama ricco di spunti originali, con vini spesso molto caratterizzati e, allo stesso tempo, spesso frenati da una tecnica non all’altezza.
Negli ultimi anni anche questa piccola realtà ha subito un processo di “civilizzazione” come lo definisce Masnaghetti, perdendo nei suoi vini una buona parte del carattere freddo e selvatico che li rendeva immediatamente riconoscibili e acquisendo una forma espressiva più comprensibile anche al di fuori dei confini regionali. Fino a pochi anni fa, per esempio, le vigne erano un mix di tantissime varietà e quando si decideva di vendemmiare venivano raccolte tutte nello stesso momento.

Foto di Francesco Sisti

Vini e territorio della Valle d’Aosta

A partire dagli anni ‘60, la Regione ha investito notevoli risorse finanziarie nel settore viticolo, negli anni 71-72 ottiene la Denominazione di Origine Controllata per i vini Donnas e Enfer d’Arvier e nel 1985 è una delle prime regioni in Italia ad avere una DOC che racchiude tutte le produzioni ottenute sul territorio. Oggi la Valle d’Aosta è rappresentata da sette sottodenominazioni di area: il Blanc de Morgex et de La Salle , l’Enfer d’Arvier , il Torrette , il Nus , il Chambave , l’ Arnad-Montjovet e il Donnas e quindici di vitigno: Chardonnay , Cornalin , Fumin , Gamay , Mayolet , Merlot , Müller Thurgau , Nebbiolo , Petite Arvine , Petit Rouge , Pinot Blanc, Pinot Gris, Pinot Noir , Prëmetta e Syrah. Quando si parla di territorio valdostano bisogna distinguere innanzitutto tra Adret e Envers. L’Adret corrisponde alla sinistra orografica della Dora Baltea, il lungo fiume che nasce proprio in Valle d’Aosta sul Monte Bianco, e l’Envers alla destra. Il lato sinistro è il versante più soleggiato e più intensamente esposto, il lato destro il meno esposto, dove la vigna trova spazio solo in alcune situazioni particolari. Dopo questa distinzione occorre suddividere ulteriormente il territorio in Bassa Valle, Centro Valle e Alta Valle. La Bassa Valle si sviluppa dal confine con il Piemonte fino a Montjovet e comprende le due denominazioni: Donnas e Arnad-Montjovet (oltre il vitigno più presente che è il nebbiolo, si trovano muller thurgau, chardonnay e petite arvine). Il Centro Valle, che è in assoluto la più estesa delle tre zone e la più intensamente vitata, va da Montjovet a Sarre, Saint-Pierre, Introd e Villeneuve, alla periferia ovest di Aosta. Qui le tre denominazioni di riferimento sono Chambave, Nus e Torrette. L’Alta Valle invece va da Arvier fino a La Salle e Morgeux, qui il repentino restringimento della valle e l’innalzamento della quota altimetrica riduce la presenza della vite che si limita alla zona di Arvier per i rossi e a quella di Morgex e de la Salle per i bianchi, che sono poi le due uniche denominazioni di riferimento della zona.

Foto dell’Institut Agricole Régional

Il Fumin

Il Fumin è uno dei vitigni caratteristici del Centro Valle. Il grappolo, da medio a piccolo, ha forma piramidale e la sua caratteristica è la colorazione dei grappoli, “grigio fumo”, da cui il nome fumin, dalla buccia molto pruinosa, di buona consistenza e di colore blu opaco in maturazione. Sottratto negli anni 70 all’estinzione, rivive oggi grazie alla passione dei vignerons locali. Di recente ha ottenuto il riconoscimento di Doc Valle D’Aosta e ultimamente si stanno costituendo nuovi impianti sull’areale che si estende da Saint-Vincent a Villeneuve, sul lato sinistro della Dora Baltea fino ad un’altitudine di 600/650 metri, ma è ancora piuttosto diffuso nei vecchi vigneti di Aymavilles, spesso in associazione con il Petit Rouge. Ciò che colpisce subito è il suo colore, molto carico, con tonalità marcatamente violacee; i tratti erbacei e le note fumé caratterizzano il naso e l’elevata acidità e la sapidità il palato. Probabile longevità si intravede in questo rosso valdostano, ricco e corposo, che spesso viene affinato in legno e vendemmiato tardivamente.

Valle d’Aosta Fumin 2007 Cave des Onze Communes
La Cave des Onze Communes, inaugurata nel 1990, raccoglie e trasforma le uve di duecentoventi soci conferitori, provenienti da vigneti di undici comuni del centro Valle. I vigneti sono estremamente parcellizzati, molti dei quali disposti su ripidi pendii. Il loro Fumin proviene da un assemblaggio di uve dei vigneti della destra e della sinistra della Dora Baltea, ad altitudini comprese tra 550 e 650 metri s.l.m. Colore carico tendente al violaceo per questo Fumin 2007, al naso si avverte subito qualche nota verde accompagnata da sentori di frutta scura, richiami balsamici e sfumature animali. In bocca prevale la forte acidità su un sorso che si ferma a metà bocca e un tannino ancora molto ruvido.

Valle d’Aosta Fumin 2007 Institut Agricole Régional
L’Institut Agricole Régionale è una fondazione regionale che si occupa di ricerca e formazione in campo agronomico, enologico, viticolo e altro. E’ un vero e proprio campo sperimentale nel cuore della Valle d’Aosta con l’obiettivo di formare e aiutare gli imprenditori agricoli ad affrontare la sfida dell'agricoltura di montagna. La vasta gamma dei vini prodotti, curati da Luciano Rigazio, nasce per assecondare più le esigenze sperimentali che quelle puramente commerciali. Nel loro Fumin 2007, rosso rubino con unghia violacea, fanno capolino le note speziate di rabarbaro e zenzero, ma anche di china ed erbe aromatiche. La bocca è acida, salata, s’avverte al momento un pizzico di legno in eccesso, il tannino asciuga un po’ il sorso nel finale e una leggera nube alcolica torna dopo la deglutizione.

Valle d’Aosta Fumin 2008 Les Granges
L'azienda Les Granges, condotta da Liana Grange e Gualtiero Crea, nasce nel 1991. I terreni, situati sull’assolata collina di Nus, si estendono per 2,6 ettari. Inizialmente l’idea era quella di recuperare i vecchi vigneti di famiglia per non abbandonarli, solo più tardi, con l'ampliamento della superficie coltivata, l'attività si è trasformata in professionale fino ad arrivare, nel 2005, dopo anni di conferimento delle uve a La Crotta de Vigneron, alla creazione di una cantina e alla produzione del vino direttamente in azienda. Il Fumin 2008 di questa piccola azienda ha un naso scuro e speziato molto intrigante, di pepe nero, inchiostro e liquirizia. Si fanno largo leggere sfumature salate di acciuga e note affumicate ben marcate. La bocca, anch’essa contraddistinta dalla forte componente acida e sapida, è succosa e il sorso lungo con un tannino presente, ma di bella trama.

Valle d’Aosta Fumin 2007 La Vrille
La Vrille è innanzitutto uno splendido agriturismo nei dintorni della Dora Baltea, gestito da Luciana Deguillame e dal marito Hervé. La coppia produce vino da appena quattro anni, prima Hervé era un conferitore e socio della Crotta di Vegneron di Chambave. I Deguillame coltivano, su terreni che si estendono per circa 3 ettari, anche il gamay, il cornalin e il fumin. Quest’ultimo è frutto di una doppia vendemmia di cui una leggermente ritardata. Il naso è marcato dalla presenza di frutta rossa, con la mora che fa capolino e da accentuate sfumature balsamiche, peccato per il leggero sbuffo alcolico e per il pizzico di volatile che sporcano il quadro olfattivo. Bocca piena ed equilibrata, sorso lungo e tannino presente.

Valle d’Aosta Fumin 2007 L’Atouéyo Fernanda Saraillon L’Atouéyo
La prima etichetta della piccola cantina valdostana di Fernanda Saraillon e del marito Claudio Jerusel risale al 2000. I vigneti dell’azienda sono tutti situati nel territorio del Comune di Aymavilles e suddivisi in tanti piccoli fazzoletti di terra per una estensione totale pari a 20.000 mq, ad altitudini tra i 600 e i 650 m. L’Atouéyo, simbolo utilizzato in etichetta, è un termine dialettale per indicare i piccoli oratori disseminati lungo i sentieri delle vallate, praticati nell'antichità dai viandanti, i quali venivano protetti nel loro viaggio dalle Divinità o dai Santi ai quali l'Atoueyo era dedicato. Il primo naso di questo Fumin 2007 vendemmiato tardivamente è speziato con toni balsamici e dolci accenni floreali di rosa, a seguire intensi i sentori di frutta sciroppata e animali di pelle e cuoio. Bocca grassa con presenza di residuo zuccherino; finale leggermente amaro.

Adele Chiagano

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Ais Napoli
Luciano Pignataro Wine Blog

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23 Novembre 1980



Se su queste pagine parliamo di Irpinia, subito la mente va al territorio campano a maggior vocazione viti-vinicola, con le sue tre forti denominazioni. Taurasi. Fiano. Greco.
Ma oggi, che è 23 Novembre, parliamo d’altro.
Esattamente 30 anni fa, il 23 Novembre 1980, un terremoto di magnitudo 6,5 sulla scala Richter della durata di circa 90 secondi scosse un’area a cavallo tra l’Irpinia e il Vulture.
Quasi 3000 morti e 9000 feriti. Poco meno di 300000 gli sfollati. Tutto il resto è storia che tutti dovrebbero conoscere.
Sandro Pertini tuonò: “Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”.
La gestione dell’emergenza e la ricostruzione post-terremoto fu un boccone succoso, grondante di sangue, che si spartirono in molti, in un groviglio di tangenti e imprenditori amici.
Ancora Pertini: “Se vi è qualcuno che ha speculato io chiedo, è come dovrebbe essere in carcere?”
Il processo istituito si è conlcuso solo 29 anni dopo i fatti con la prescrizione (ma guarda un po’) per tutti gli indagati (tra cui Pomicino e Ferlaino, nomi noti ai partenopei). Unico colpevole, l’ex presidente della regione Campania Antonio Fantini, condannato a 2 anni e 10 mesi di reclusione.
Il Sud venne abbandonato: la reazione fu un massiccio flusso di volontari che da ogni angolo d’Italia vennero in Irpinia per dare una mano e costituendo uno zoccolo duro di solidarietà che non ha uguali nella storia italiana moderna.
Oggi, che le emergenze sono altre, ma di analoga portata e ugualmente svilenti la dignità umana, dovremmo ritrovare quel sentimento di solidarietà che fu nostra salvezza 30 anni fa e che oggi assume dimensione di urgenza e necessità.
In fondo è della nostra terra che stiamo parlando, di quella terra senza cui Tecce, Picariello, Muto e tanti altri non avrebbero senso di esistere.
Quella terra senza cui le nostre disquisizioni sull’abbastanza fine e complesso altro non sono che proclami radical chic, vuoti di significato e cacofonici all’udito, di qualcuno che di nascosto beve redbull.
Io, signori miei, oggi non bevo.

Roberto Erro
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Contorto

Tralci di Aglianico (starseti) a Taurasi, foto di Adele Chiagano

Come sanno bene gli amici che mi frequentano, ho sempre pensato che nel mondo del vino ci si prenda troppo sul serio. Del resto, è sufficiente dare una veloce occhiata ad uno dei tanti forum e blog di cui è pieno il web, per verificare giornalmente come lo sport preferito dai più sia quello di sparar sentenze, ovviamente definitive, sul tal vino o sul tal personaggio. Meglio ancora se la sentenza viene emessa dopo un fugace assaggio del tal vino, appena imbottigliato, ad un banco di assaggio astutamente allestito in una sala, gremita di gente, in perfetto stile equatoriale. I canonici tre gradi di giudizio non vengono concessi, ca va sans dir, neanche al giornalista di turno o al semplice ma incauto appassionato che si sono permessi di dire che gli è piaciuto il tal vino, reo di non incarnare lo stereotipo del grande vino di quel momento.
L’ironia è a mio avviso l’arma migliore per difendersi da questo andazzo. E’ per questo che mi sento fortunato di aver sempre avuto intorno a me amici che hanno fatto dell’ironia il proprio marchio di fabbrica, così aiutandomi a capire e a sbagliare di meno.
Due storielle descrivono perfettamente ciò che voglio dire.
La prima risale a una ventina di anni fa e vede protagonista il mio amico Enrico (Papero per gli intimi, in seguito Assagai - dal nome di un complesso afro-rock sudafricano che, ovviamente, conosceva solo lui – oggi autore apprezzato di romanzi noir). Era il periodo “toscano” (anche allora si andava a fasi, nulla è cambiato) e stavamo bevendo una bottiglia di Concerto di Fonterutoli (se nessuno si offende, mi permetto di piangerne la scomparsa, trattandosi, a mio gusto e almeno per l’epoca, di uno dei pochi blend sangiovese-cabernet davvero convincenti) al fianco di una di Pergole Torte. Sul finire delle bottiglie, il perfido Assagai, approfittando di una mia momentanea assenza, mischiò i resti dei due vini in un unico decanter e, appena tornato, mi sottopose il mischione. Vi faccio grazia di quello che riuscii a tirar fuori dalla mia bocca, ma è d’uopo sottolineare che non mi accorsi di nulla. Alla mia domanda di che vino si trattasse, sempre più perfido mi disse che era una bottiglia di “Contorto”, una “chicca” di un piccolo e sconosciuto vignaiolo toscano, prodotto solo nelle annate migliori. Ne risi allora e me ne ricordo sempre quando mi viene la tentazione di sparar sentenze.
La seconda storiella è molto più recente e vede protagonista il mio amico Bruno, Max Vinella per gli intimi, della cui feroce ironia sono ancor oggi vedovo inconsolato. Prima di dare inizio ad una serata pre-natalizia (nel corso delle quali era tradizione dar corso a ignobili svuota-cantina, con la giustificazione che l’importante non era quello che si beveva ma farsi gli auguri), Bruno aveva preparato una piccola competizione “…considerato che ormai siete degustatori esperti e scaltri…”. Si trattava di assaggiare due vini, serviti al buio più totale della sua cantina, e avremmo dovuto dire se si trattava di due vini rossi, due bianchi, un bianco e un rosso, chi se la sentiva anche vitigno, zona, produttore e quant’altro potesse meglio identificarli. Ovviamente vennero ipotizzate tutte le possibili combinazioni, anche se quella che riscosse i maggiori favori fu rosso italiano il primo, bianco francese il secondo. Non per proteggermi dall’ignominia, ma per dovere di cronaca (vabbè…..per proteggermi dall’ignominia) io dissi che si trattava di due vini rossi italiani, poco altro. Solo chi ha avuto il privilegio di esserci, quella sera, può godere ancor oggi del ricordo di Bruno, delle sue risate e prese per il culo (culo non si dice? Forse, ma ci sta tutto) nello scoprire l’unica bottiglia che avevamo bevuto, perché sì, si trattava dello stesso, unico vino, e neanche uno di noi se ne era accorto. Il fedele cronista annota che era un sangiovese di romagna, acquistato da Bruno al supermercato con l’intenzione di proporlo alla cieca in una serata dedicata al sangiovese, poi dirottata alla cena delle beffe.
Chi aveva detto trattarsi di due vini bianchi, ovviamente uno italiano e uno francese (“sur lie, inconfondibile”) non si fece vedere per qualche mese con le scuse più varie. Bruno, ormai soprannominato il sanguinario, li accolse alla prima occasione utile portando a tavola, con l’immancabile stagnola, due bottiglie di forma diversa. Inutile dire che nella bottiglia “bordolese” aveva messo un Borgogna e in quella “borgognotta” aveva messo un Bordeaux. Come andò a finire potete immaginarlo, ma almeno nessuno aveva detto che si trattava di vini bianchi.

Giancarlo Marino
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La foto della settimana: Birmania

Liberata Aung San Suu Kyi

Foto Tgcom

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Le Crêpes (di Megumi)

Lei è stato arrestato almeno cinque volte per aggressione. Cosa sa dirmi in proposito?
Cinque combattimenti. Rocky Marciano ne ha fatti quaranta ed è diventato miliardario!

Dr. John Spivey, Dean R. Brooks, Randy P. McMurphy, Jack Nicholson, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Milos Forman, Usa 1975

Ingredienti: 125 gr di yogurt magro senza zucchero; 1 vasetto (150gr) di latte; 2/4 cucchiai di farina 00; 2 cucchiai di burro sciolto oppure olio extra vergine di oliva; 1 uovo; un pizzico di sale.
Sbattete l'uovo e aggiungete il latte e lo yogurt. Stemperate la farina e regolatevi sulla quantità: la pasta deve essere molto fluida. Aggiungete il burro e amalgamate. Ricoprite e conservate in frigo per circa un'ora. Riscaldate la padella con un po' d'olio, poggiatela quindi su di un panno umido e versate un cucchiaio colmo di pasta. Riportate sul fornello e cuocete la crêpes due minuti per lato. Continuate il procedimento alla stessa maniera. Megumi le ha completate così: ha preparato uno sciroppo di limone (zucchero, succo di limone e un po’ d’acqua), ha poi caramellato nello sciroppo alcune fettine di limone. Intanto ha piegato a portafoglio le crêpes, ha aggiunto del rum alle fettine di limone ancora sul fuoco, e per concludere ha fiammeggiato i portafogli.

Adele Chiagano

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Chiacchiere anarchiche


Imprenditore - Arnald

Bene, Maurizio, banalmente la questione si potrebbe ridurre al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Spesso accade quando parlo con quelli della tua generazione e la cosa spiega i vent’anni che ci separano, quando il mondo è cambiato velocemente. Ci toneremo su questo argomento, ti assicuro, quando ti racconterò un paio di storielle divertenti.
Stiamo ai fatti, dunque, per te ciò che Lello Moccia scrive sulla retro etichetta del suo vino – prodotto a tiratura limitata – è l’affermazione della revolucion mentre a me appare il grido dell’indiano assediato dai soldatini di cemento del generale Carter che si prende la sua rivincita. Di contro, il giovane enotecaro procidano che scopre la bellezza della Corricella solo quando vi apre il suo ristorantino (che l’anno appresso chiuderà) è – come i Vinti del Verga – vittima del progresso, e delle mode eno-gastronomiche, la fiumana gli era passata sopra, ma da prima; anzi, per così dire, preventivamente.
Senza romanticherie che evocano il mercante Marco Polo e le Città invisibili di Calvino come si può davvero biasimarlo? Almeno, lui, la bellezza l’ha riconosciuta. La voleva sfruttare, certo, ma un buon oste vale come un buon poeta, come un buon vino vale Neruda o Troisi.

Sai, mi stupisce quando sento dire che c’è crisi di valori, oggi.
Davvero? Eppure a me appare evidente che ce n’è uno inossidabile, indistruttibile ed incontrovertibile nell’intera umanità occidentale e non solo.
L’utile.
Ciò che è conveniente, che reca o può recare vantaggio, profitto. Tutti ragioniamo ogni secondo della nostra vita su ciò che è conveniente dire e su ciò che non lo è, se facciamo un buon affare quando compriamo qualsiasi cosa; è la cultura del 3x2, l’Io del supermercato ovunque affermato; puoi starne certo, scrivi su un cartello offerta e venderai il più puzzolente dei cessi.
D’altronde, chi è spesso un truffato? Un arrogante che ha creduto di essere più furbo del suo Shylock a cui, credimi, preferisco il tuo Marco Polo procidano.
Ti scrivo queste cose mentre bagno le labbra con il Valgella di Motalli, nebbiolo chiavennasca della Valtellina del 2005, vino, questo, sì utile - che può usarsi al bisogno, che può servire – già nel nome evocatore che vale molto più dei pochi euro – 8, 9 – che servono per acquistarlo.
Valgella, già nel suono onomatopeico mi ricorda il divertentissimo Benigni.
La Valgella è come la gattina, la chitarrina, la passerottina, la fisarmonica, la mona e la pucchiacca, la tacchina, la topa e la patonza. Il suo suono e già fecondatore di bellezza (della bellezza delle parole quando dense dei loro significati, siano esse quelle di Lello Moccia o la Valgella, concordiamo amico mio) prima ancora che si senta il suo accogliente seno profumato di fragola e se ne assapori il suo gusto cordiale, caldo e piacevole.
La bellezza è l’unico motivo per una vera rivoluzione. La bellezza fecondatrice.
La fica e i soldi guidano il mondo come si suol dire.
Ma è bene ricordarsi in questi tempi in cui la prima si affitta o si vende con solerte evidenza che dai diamanti non nasce niente, dalla fica nascono(anche) i fior.
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Vittorio Graziano, libero vignaiolo praticante

L’uva lambrusco è coltivata prevalentemente in tutta la provincia di Modena, e già invade la finitima Reggio; col lambrusco grasparossa di collina e col lambrusco salamino di Carpi si fa un vino serbevole e robusto degno d’accompagnarsi alle lasagne verdi e alle bombe di riso; col lambrusco della regione circostante fanno nelle cantine sociali di Nonantola decine di migliaia di ettolitri di vino barbèra. (Così è. Hanno lambicchi e congegni modernissimi, macchine per invecchiare di anni il vino in poche ore, strumenti per dosarne il gusto e il colore; parlano, questi enologi, un linguaggio guerriero e magico: “noi pigliamo il mosto, gli togliamo il nome, lo uccidiamo, lo facciamo rivivere con altro nome e altra patria”).
[Paolo Monelli, “Il ghiottone errante” - 1935]


A quel paese la retorica e a quel paese chi la fa.
Biglietto sola andata a chi ha sputtanato le parole “tradizione”, “territorio”, “naturale” e compagnia ruspante, riempiendosene la bocca per dare un colpo di straccio alla coscienza propria e a quella del consumatore improvvisamente convertito al bioloGGico.
Tutti in fila per l’indulgenza plenaria col SUV buttato sul marciapiede a motore acceso (embè? è Euro5, mica inquina), visto che il vigile la mascherina ce l’ha davanti alla bocca e non sopra agli occhi: sempre meglio poter sgommare via rapidi, alla bisogna.
Non è forse un bio-precetto per eccellenza quello di riciclare? E allora ricicliamoci, cribbio.
Evviva i “c’era una volta” ruminati da chi una volta era da tutt’altra parte, intento a farsi i cavoli propri con ciò che più conveniva fregandosene del resto. Evviva il marketing, l’industria, la nicchia di mercato, lo spago annodato sul tappo che fa così “d’autrefois” per la gioia dei più nostalgici.

O forse no, non per tutti almeno.

Vittorio Graziano sta a Castelvetro di Modena, ha 59 anni e fa vino dall’’82.
Prima ogni altro lavoro possibile, poi la scelta di un mestiere che finalmente gli appagasse l’anima.
Non avendone una familiare alle spalle, la tradizione l’è andata a stanare casa per casa, per le colline d’intorno, parlando coi vecchi che perpetuandola senza troppe domande finivano per dargli una forma nuova ogni volta.
Oggi sono tutti altrove, questi qui.
Che ne so io di cosa sapesse il trebbiano murato, mica l’ho mai bevuto: trent’anni fa mi raccontavano che così si faceva e così l’ho rifatto. Che poi il mio assomigli al loro non lo so, di scritto non c’è niente, ci vorrebbe una seduta spiritica…

Triple A? In un certo senso…

Ancestrale
I frizzanti diventano tali al primo tepore che congeda l’Inverno, con rifermentazione in bottiglia innescata esclusivamente da lieviti e zuccheri dell’uva finita lì dentro.
Niente autoclave, niente liquer, niente di niente.
Che succede alle bottiglie quando il vino si sveglia? Se ne restano buone, cosa vuoi che facciano, che si mettano a ballare?!
Biologico? Biodinamico? Mah.
Si comincino a guardare gli occhi e le mani delle persone, prima di cercare bollini sull’etichetta.

Autoctono
Il “Fontana dei Boschi” è Grasparossa, the dark side of Lambrusco. Collina, fibra spessa, profumi brumosi.
Il Trebbiano è Modenese, “tira di alcol e acidità, con gli anni diventa interessante, non è mica un trebbianello qualunque”. Va nel “Ripa del Bucamante” insieme a tre vitigni bianchi di cui uno è un Trebbiano diverso, gli altri due non si sa “ma sicuramente sono del posto, le marze l’ho prese da vigne vecchie cent’anni nascoste tra i boschi, danno gli aromi, son buoni”.
Il “Sassoscuro” – che è fermo - è Malbo Gentile, una varietà ormai quasi scomparsa in quanto un po’ stitica, più una miscellanea di altre uve locali da far venire l’emicrania al più bravo degli ampelografi.
Il “Tarbianaaz” – fermo anche lui - è Trebbiano Modenese in purezza, da far solo nelle annate migliori mettendo un cappello di gesso sopra le vinacce appena riemerse. Un buco per lo sfiato e via fino a Natale, di qui il nome di “trebbiano murato”; cinquant’anni fa te ne offrivano un bicchiere e ti sentivi importante, oggi ne parli e ti guardano come un aborigeno attaccato alla pianta.
Le grappe sono due, una di Lambrusco l’altra di Malbo & Co., entrambe distillate da Marolo. Il consiglio è di lasciarle perdere perché vanno giù come un Crodino ma fanno rispettivamente 45° e 51°.


Ancora!
Per quante bottiglie puoi mettere a tavola, ne mancherà sempre qualcuna. “Già è finita?! Ce n’è un’altra per caso?
Il “Ripa del Bucamante” è candido nelle premesse e paglierino nel colore.
Sboccato a richiesta ha il tappo di sughero ed è limpido; se invece sei macho e i lieviti li vuoi tutti per te ti becchi il fondo, il tappo a corona e pure la bidule. Tié.
Oggi ha naso stretto e gentile di ostia, fiori bianchi e acqua di ruscello; domani chissà, in genere allarga i profumi col tempo. La bocca è lieve, gessosa, la scia salina una carezza dolce allungata dalla carbonica.
Abbinamento consigliato: tutto, ma anche niente, a qualsiasi ora del giorno.

Il “Tarbianaaz” ha naso crudo, spalle larghe e bocca secca, senza quei rigurgiti albicoccosi che nei bianchi macerati tout court – si può dire? – avrebbero ormai saturato le pa…pille.
Terra, fragole e arancio, appena tannico, a non poterlo vedere penseresti di un rosso leggero; il calore minerale lo fa bello su un pollo arrosto che sia degno di essere chiamato tale.

Il “Sassoscuro” è rustico e rassicurante come un maglione fatto a mano dalla nonna.
Ha naso dolce di frutta rossa matura, bocca morbida e orizzontale. Le uve sono vendemmiate “à point”, senza sovramaturazione di sorta, ma sentirselo dire mentre ci stai facendo i gargarismi può sovvertire congetture sul punto di diventare certezze. Superlativo col Parmigiano.

Il “Fontana dei Boschi” è un manifesto.
Rubino cupo impenetrabile, spuma soffice e densa, sempre. Poi dipende da quanti anni ha.
Il 2009 è esuberante e primario, scuro e compresso al naso, di bocca succosa ma resa semplice dalla gioventù. Molto gourmand, da attendere.
Il 2004 è roccioso e severo, lo sguardo accigliato si fa ancora più vigile a un giorno dall’apertura.
Il 2001, asciutto e speziato, è la miglior cosa da trovare nei pressi di un carrello dei bolliti, purché il rapporto bottiglie/commensali non sia inferiore a 1:1 per evitare ammucchiate rugbistiche a centro tavola in perfetto stile 6 Nazioni.
Di ’99 ce n’erano due bottiglie, oggi non ci sono più. Tappo a corona, nessuna etichetta, bottiglia verde e liquido nero. Una bomba.
Naso intenso di china, fiori secchi, frutta rossa macerata nell’alcol e poi terra, il marchio di fabbrica. La sorpresa di trovare un lambrusco così diventa spaesante nell’attimo in cui senti i tannini morderti i denti, l’anima dura del vino dispiegarsi sfrontata mentre la faccia del produttore si fa di sale e il tono scanzonato diventa un bisbiglio.“E’ sorprendente, io non ne ho più… non l’avrei mai detto…
Che col piccione alla brace la morte sua fosse un Lambrusco invecchiato 10 anni, manco io.

Da un paio d’anni completa la gamma un rosato frizzante, stesso metodo e stessi vitigni localissimi, dal nome che è tutto un programma: “Lo Smilzo”.
In mancanza di assaggi diretti riporto le note di degustazione aziendali: “No, che quando d’estate torni accaldato dalla vigna metti due cubetti di ghiaccio nel bicchiere e rischi di seccarti la bottiglia da solo. E una bibita!


Eccole, così.
Bottiglie briose, autoironiche, originali ma coi piedi piantati per terra, essenziali e generose insieme, straordinariamente simili in questo all’indole di chi le fa.
Bottiglie quotidiane che poi stappi a Natale o per il tuo compleanno, quando le uniche cose che cerchi davvero sono calore e spontaneità.
Bottiglie che mettono di buon umore solo a guardarle, che lasciano la bocca buona, da bere d’istinto e finire di gusto creando una tacita complicità tra le persone che vi si trovano intorno.

Se la vera eleganza non sta tanto in ciò che si indossa ma in come, allora i vini di Vittorio Graziano - “libero vignaiolo praticante” in Castelvetro di Modena - vanno annoverati a pieno titolo tra i piccoli gioielli che in questa Italia sempre più impoverita, nonostante tutto, sanno ancora brillare di una luce incorrotta.


Vittorio Graziano
Via Ossi, 30 - Castelvetro di Modena (MO)
Tel. 059.799162

Giampiero Pulcini

Foto di Giampiero Pulcini, Vittorio Graziano e Lambrusco
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Speciale rifiuti: Impregilo e le intercettazioni

La multinazionale Impregilo era entrata nell’affare monnezza in Campania. Quello che succede dal 1994 ai primi anni del secondo millennio, l’ho raccontato qui.
Sono tempi questi, appena scongiurato il millennium bug, confusi e felici. Almeno apparentemente. La polvere viene spazzata sotto al nostro tappeto.
Daniele Fortini, amministratore delegato della società deputata alla sola raccolta dei rifiuti (ASIA), è stato intervistato qui e ci da una mano a capire cosa succede in quegli anni. Grazie al tipo di contratto firmato, Impregilo ha la possibilità di poter decidere la politica di gestione dei rifiuti e punta tutto sugli stir, i centri in cui i rifiuti vengono divisi in quelli adatti alla produzione di combustibile (CDR) tramite l’inceneritore, dalla frazione organica, che se lavorata può essere adatta alla trasformazione in un surrogato fertilizzante chiamato compost. Va da sé che questo tipo di politica scoraggia la raccolta differenziata - che infatti non è mai realmente partita nonostante le assunzioni ad hoc - perché la frazione di rifiuti da bruciare, le ecoballe, devono contenere una certa quantità di materiali riciclabili come la plastica affinché producano una quantità conveniente di energia.
A volere essere schematici, Impregilo guadagna su ognuno dei seguenti passaggi:
divisione e imballaggio dei rifiuti negli impianti stir (più rifiuti più soldi)
stoccaggio delle ecoballe nella discariche di sua proprietà (più rifiuti più soldi)
incenerimento delle ecoballe negli inceneritori (più rifiuti più soldi)
contributi cip6 (più brucio rifiuti più soldi)
Si legge negli atti della Commissione Parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse della XIV legislatura: “ [...] i profili vantaggiosi e positivi, dal punto di vista dei finanziatori, dell'iniziativa di finanziamento del progetto del sistema integrato del ciclo dei rifiuti proposto dalla Fibe in Campania erano stati riposti -a quanto emerso- nella produzione del cdr (combustibile da rifiuti, ndr), con i connessi benefici del Cip 6: bruciare energia e venderla era parte fondamentale del business di Fibe e per le banche rappresentava il 60 per cento dei ricavi del progetto.
E se Fortini aggiunge: “Questi impianti non hanno mai funzionato a norma e sono un grosso deterrente alla differenziata nei comuni”; Corrado Catenacci, l’allora commissario straordinario dell’emergenza, intercettato durante una telefonata con Guido Bertolaso, ci rende chiara l’entità degli introiti per Impregilo. È il 7 marzo 2005.
Catenacci Ci sono almeno due milioni e mezzo di balle in tutta la Campania. Per quanto riguarda gli importi, secondo me sono circa 400 miliardi di lire.
Bertolaso Perché loro bruciandoli ricavano energia elettrica, no?
Catenacci Gliela pagano a tariffa agevolata, tutto uno strano movimento che hanno fatto loro. [...]
Catenacci Ho fatto i conti con Turiello (sub-commissario all’emergenza, ndr), viene una cifra mostruosa, 1.325 miliardi di lire.
Bertolaso Mortacci ragazzi!
Quanto alla frazione organica nessuno se ne occupa, perché il compost non rende, e così va a finire nelle discariche senza trattamento, non stabilizzata. Sostiene ancora Daniele Fortini: "Tra luglio e agosto (2010, ndr) l'ufficio flussi della Regione ci ha ordinato di conferire (in discarica, ndr) 43 mila tonnellate di rifiuto organico non stabilizzato. Abbiamo eseguito il compito."
C’è confusione in quegli anni perché iniziano ad arrivare alla Procura di Napoli numerose denunce su presunti illeciti commessi da Impregilo. Così gli impianti lavorano a singhiozzo: vengono più volte sequestrati per poi essere dissequestrati. Ma i pm continuano a lavorare all’inchiesta per accertare i presunti illeciti della multinazionale. Le responsabilità vengono sballottate tra Impregilo e le amministrazioni.
Il 5 marzo 2003 viene intercettata una conversazione dell'allora amministratore delegato di Fibe Armando Cattaneo.
Pelliccia (direttore generale di Fibe, ndr) È meglio lasciare il giocattolo in mano alla Regione.
Cattaneo [...] Ci bruciamo tutto quello che non ci crea problemi, ci piace così ed è finito.

Il clima non è dei migliori. Nel Febbraio 2005 la Commissione di Impatto Ambientale rilascia una relazione sulla sostenibilità ambientale dell’inceneritore di Acerra, le cui indicazioni, come vedremo, verranno più volte derogate e disattese.
Con un decreto del Novembre 2005 dell’allora governo Berlusconi il contratto con Impregilo vede la risoluzione: la Regione ha maggiori responsabilità e la protezione civile maggiori poteri. Ma in sostanza non cambia niente. Impregilo mantiene la gestione dei rifiuti, conservandone la struttura di fondo e promettendo la vendita dell’inceneritore di Acerra alla Regione Campania. I rifiuti vengono smistati come piace a Impregilo, le ecoballe diventano 3 milioni e la frazione organica non viene stabilizzata, le discariche continuano a riempirsi in maniera mostruosa.
Il problema è che, se anche la strategia di fondo è malata, viene pure applicata male: i 7 centri campani deputati alla selezione e al trattamento dei rifiuti in ingresso negli impianti di incenerimento funzionano male. Nelle ecoballe ci va a finire di tutto, e tutto questo viene bruciato. Salvo poi, facendo delle rilevazioni dei livelli di inquinanti prodotti, capire che ci stanno avvelenando. Hanno reso migliaia di ecoballe paradossalmente inutilizzabili, tanto che la Germania, nostra acquirente di rifiuti per la produzione di CDR, li ha rispediti dietro al mittente, a nostre spese*, perché non idonei all’incenerimento.
Una montagna di immondizia che ha saturato le discariche.

Sito di stoccaggio a Macchia Soprana, Serre (SA)

È il Maggio 2007, la discarica di Villaricca è diventata "una piscina di percolato". Ancora Angelo Pelliccia viene intercettato mentre parla con Sergio Asprone, altro dirigente della Fibe.
Asprone Mò cosa succede? Se stanotte io vado e ce metto altre 2200-2300 tonnellate, non faccio altro che fare il Vajont, vado sopra e spingo.
Pelliccia Certo, quello sale ed esce.
Asprone E sparo fuori stà roba. Dato che è previsto pure pioggia, noi ci siamo attivati in tutto e abbiamo fatto tutto il possibile.
[...]
Asprone Oltretutto rischiamo di brutto perché qua la patata è veramente pericolosa e bollente. Vabbò che mo' viene Malvagna (amministratore delegato di Fibe, ndr)
Pelliccia Anche perché quello che dice lui è: ma scusate, allora perché non ci mettiamo del materiale inerte sopra, così almeno la cosa appare visivamente più pulita?
Asprone E ce l'ho, avrei qualcosa come 500 metri cubi di legnetti da biofiltro che sò secchi e assorbono acqua.
Pelliccia Ma lui parlava di sabbia, no? Ci metti sabbia, terreno, quello si asciuga, ricopri così, si vede meglio.
La discarica di Villaricca ha continuato ad essere riempita oltre il limite imposto per legge di 400 metri cubi, fino alla scoperta di un lago di percolato.
I dati d’inchiesta in mano alla Procura di Napoli sono stati sufficienti per istituire un processo con l’accusa, tra le altre, di truffa aggravata nei confronti dello Stato. Siamo nel 2008: 25 persone, tra amministratori pubblici e dirigenti di Impregilo, vengono arrestati. Il Processo è ancora in corso e tra gli indagati c’è Bassolino, ma questa è un’altra storia che deve ancora concludersi.
Nel 2008 l’emergenza appare tal quale.
Nel 2008 però Silvio Berlusconi decide di scendere in campo: il consiglio dei ministri si tiene più volte a Napoli.
(fine seconda parte)

*I dati in possesso dell’Avvocatura di Stato, costituitasi parte civile nel processo, parlano di 500 milioni di euro totali relativi all’emergenza rifiuti sborsati dai cittadini dal 2001 al 2007.

Roberto Erro

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Piove, Madonna come piove!

Esondazione del Sele; salvataggio ad opera di un pompiere (agropoli live)

Piove, piove e continua a piovere. Piovono monnezza e intemperie su questa regione ormai sempre più provata.
Berlusconi qui a Salerno ancora non è arrivato, forse troppo impegnato con altri affairs, intanto dopo il Veneto sotto i riflettori ci siamo anche noi. La monnezza fa spazio per un po’ ai disastri ambientali che non poche ripercussioni economiche hanno avuto su questa terra già tanto provata.
Pare che i danni causati dal maltempo ammontino a circa 5-6 milioni di euro. C’è emergenza idrica. A causa della rottura di un acquedotto del Basso Sele 500.000 persone vivono nel disagio più totale perché costrette senz’acqua, potabile e sanitaria.
Strazianti le immagini relative alle bufale nuotatrici che per cercare salvezza vagavano come ippopotami. Interi allevamenti di ovini invece non ce l’hanno fatta. L’agricoltura ha subito danni irreversibili, gran parte della produzione di ortaggi che riempiono le tavole degli italiani sotto il nome di Bonduelle e che provengono da lì, dalle serre ormai allagate della piana del Sele del salernitano, sono in malora.
La produzione di mozzarella di bufala è ferma, pochi i fortunati che possono continuare perché dotati di pozzi idrici e vasche di raccolta.
Bar, ristoranti, pizzerie completamente nel caos. Questo solo per non estendere agli altri settori, come scuola e uffici pubblici.
E poi, di così poco tempo fa, la notizia della frana di Atrani, piccolissimo paese della costiera amalfitana che ha portato alla morte una giovane barista il cui corpo è stato ritrovato dopo mesi a largo delle coste sicule. La costiera, terra di limoni, che forse avrebbe potuto, proprio grazie ai limoni, salvarle la vita.
Flavia Amabile scrive nel suo libro di recente uscita, recente sì, ma antecedente al disastro di Atrani, che “solo i limoni salveranno la costiera amalfitana”. Ma per quanto riguarda i famosi terrazzamenti della costiera amalfitana pare che costi troppo coltivarli con i sistemi tradizionali così che i contadini desistono e lasciano al loro destino i caratteristici terreni terrazzati. Ma anche a quello di tutti noi a quanto pare, perché il rischio idrogeologico deriva dall’abbandono dei terreni.
“Finché le colline sono coltivate, l’acqua piovana scende lentamente e si riduce il pericolo di incendi perché la terra è abitata. Oggi metà dei campi di limoni sono incolti: sono diventati poco remunerativi. Si preferisce scavare le colline per costruire enormi parcheggi per i turisti”.
I disastri ambientali così continueranno ad esserci, perché non si può continuare a intervenire, laddove si interviene (e non si fa solo finta) a disastro avvenuto: è troppo tardi. Bisognerebbe prevenire prima di curare. Lo dice Legambiente:
Secondo gli ultimi dati di Ecosistema rischio in Campania sono ben 474 i comuni a rischio frane o alluvioni, ossia l’86% del totale. Tra i 5 capoluoghi campani, il primato di provincia più fragile va a Salerno, con il 99% delle municipalità classificate a rischio. L'80% dei comuni - ricorda Legambiente - ha abitazioni nelle aree golenali, negli alvei dei fiumi o in aree a rischio frana, il 25% delle amministrazioni presenta addirittura interi quartieri in zone a rischio, mentre il 54% ha edificato in tali aree strutture e fabbricati industriali, con evidente pregiudizio non solo per l'incolumità dei dipendenti ma anche per eventuali sversamenti di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni (..) E sul fronte della mitigazione del rischio idrogeologico – secondo i dati di Legambiente - soltanto il 16% dei comuni campani svolge un lavoro complessivamente positivo(..)
Poco incoraggiante anche la situazione della pianificazione degli interventi in emergenza e dell'organizzazione della protezione civile locale: il 54% dei comuni ha predisposto un piano d'emergenza con il quale fronteggiare situazioni di crisi come frane e alluvioni, ma solo il 38% delle municipalità hanno aggiornato tale piano negli ultimi due anni
Insomma a quanto pare nulla di nuovo. Sabato 20 novembre alla galleria Ichome di Milano, frattanto, si parlerà attraverso le foto di Ico Gasparri dell’equilibrio geologico della costiera amalfitana, battaglia ambientale e culturale portata avanti dalla giornalista Flavia Amabile. Qui aspettiamo il Berlusconi di turno che tra un bunga bunga e un altro forse verrà a farci visita…

Adele Chiagano
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D’altronde che la politica del Governo – se ha senso usare il termine politica – è determinata da Bossi e i suoi compagneros, per cui nel Veneto il fatto è diventato notizia mentre da noi si parla, tra le tante emergenze, solo di monnezza, e se ne parla senza saperne niente, nella più facile retorica anti-meridionalista, è cosa evidente. Quanto alla costiera e i terrazzamenti di limoni ormai abbandonati dai contadini, è l’ultimo esempio di come quest’ultimi siano fondamentali e necessari al mondo. (m.e.)
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Chiacchiere anarchiche

Anni fa a Procida ho conosciuto un giovane enotecaro. Poco più che ventenne, aveva aperto il suo negozio vicino al porto, ai piedi della salita che conduce, curvando a sinistra, fino a Terra murata. A quel tempo frequentavo l’isola, soprattutto in primavera, con un gruppo variegato di amici. “Finalmente, un’enoteca!” ci dicemmo, lieti di poter aggiungere un nuovo luogo enoico a quelli consueti: l’enoteca, minima, all’Olmo, la salumeria proprio di fronte all’imbarcadero. Poi c’erano per noi il vino ruspo di Chiara nella campagna dell’Ottimo, e quello sciolto dell’isola, più spesso di Ischia o dei Campi flegrei, che ci procuravamo da Gorgonia, ristorante da me prediletto, alla Corricella. E proprio alla Marina della Corricella, sulla scia del successo, struggente, de Il postino di Troisi, il giovane enotecaro aveva intenzione di intraprendere un’altra attività, “un ristorantino o qualcosa del genere”.

Le cose però non andarono bene. Nonostante le sue, alquanto esibite, capacità imprenditoriali, dopo un solo anno non aveva riaperto il locale. Lo appresi, mentre mi attardavo a stipare bottiglie nello zaino, una sera e partecipavo, lo ammetto, con moderazione, al suo insuccesso. Al momento dei saluti, forse perché parlavo della bellezza dei luoghi, il ragazzo (davvero non riesco a ricordarne il nome) mi confessò che prima di allora non aveva mai messo piede alla Corricella. Un senso amaro mi attraversò allora: Procida non è mica New York! Davanti a me, c’era un vinto e di una specie strana. Come in un romanzo di Verga (semmai uno di quelli che non ha scritto) la fiumana del progresso lo aveva travolto. La sua isola, per me luogo d’incanto, non gli apparteneva. Non gli era mai appartenuta. L’attracco dei pescherecci, le case dei pescatori, le reti, gli odori (pipì di gatto, quella vera, e infinite sfumature di salmastro), la luce, le scale, i colori: mai esistiti. Almeno fino a quando un’ avventura, beninteso commerciale, non lo aveva spinto in quell’angolo remoto (non proprio sconosciuto ai procidani e al mondo), ma con grandi prospettive di sviluppo. Vittima del progresso, e delle mode eno-gastronomiche, la fiumana gli era passata sopra, ma da prima; anzi, per così dire, preventivamente.
Di tutto questo mi ricordo, dopo aver letto di Raffaele Moccia e del suo Vigna delle volpi. Compare la parola vinti. Questa la molla, lo scatto, l’occasione. Non lo conosco, Lello, non l’ho mai visto, se non in foto. Amo i suoi vini. Me li hai presentati, or volge l’anno, tu, che un po’ conosco e ammiro. Ma non ci credo. Non credo (certo, spero) che l’onda possa travolgerlo.
Il vino è il canto della terra verso il cielo, ha detto maestro Veronelli. È così. Sale, da questo lembo di terra assediato dal cemento, un canto. Lo sento nell’ultimo sorso di questa Falanghina dei Campi flegrei 2009: fresca suadente polputa lieve (ma gli aggettivi potrebbero essere facilmente moltiplicati).
La controetichetta recita, e le labbra si atteggiano a un sorriso, che il vino è “prodotto a tiratura limitata”. Basta leggere, dunque.

Maurizio Arenare

foto di Michele Mazzella: Procida Corricella
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Filari di Timorasso 2007, Luigi Boveri

Sarà la lettura di un libro meraviglioso, denso, colto, rivoluzionario, anarchico come quello pubblicato da Stampa Alternativa che raccoglie le lettere intercorse tra Luigi Veronelli e Pablo Echaurren sulla rivista Carta e pubblicato con il titolo Le parole della terra, manuale per enodissidenti e gastroribelli, ma talvolta si può provare allo stesso tempo la leggerezza dell’essere e il peso dell’omologante cappa della realtà che ti circonda, sentire il corpo che tenta di librarsi e liberarsi (potere della verità) verso il cielo e avvertire nello stesso istante i coglioni che ti si spandono e ti tengono rasente il bitume e incominciano a roteare. E ringrazi iddio, se ci credi, o Veronelli stesso, perché ancora ti riesce d’incazzarti.
Ci pensavo ieri, quando a pranzo bevevo questo vino sublime, questo Timorasso prodotto da Boveri. Giallo paglierino appena attraversato da fulmini dorati quando ci giochi con il calice che fai roteare. Primo naso austero, composto, impettito, di ombrosa mineralità, cinerea e cener(ina); profuma di pompelmo e benzene poi, di erbe aromatiche sottili e pungenti. Bocca piena e avvolgente all’ingresso, ma con incedere lieve, in punta di piedi arrivando solerte e spedito sino alla fine dove si distende e s’allunga: ti saluta sulla porta, ma torna ad abbracciarti calorosamente.
Un vino amichevole quando ci prendi confidenza e da cui non ti stacchi più fin quando si fa forte la voglia di stapparne una seconda ché la prima bottiglia è finita.
Ed allora t’incazzi quando vai nell’ennesimo ristorante di prima fascia e guardi la carta dei vini che è un collage di giornali, riviste e affini fatto male. C’è il vino dell’eno-strippato che lo fa macerato perché è una questione di etica e invece puzza solo di acetica e quando il sommelier lo ha stappato, me lo ha portato, io l’ho guardato.
- Ma che cazzo m’hai portato?
Datemi da bere, per Dio, uno Chablis.
Comprate Chablis. È chardonnay, ma è conveniente, è saporito, è longevo, è un affare, maledetti che capite solo di numeri e cartoni in sconto merce.
Ne ho le palle piene dell’ennesimo chardonnay piemontese passato nel legno (o è il legno che è passato e trapassato nel vino?) che costa un fottio di soldi ed è una truffa bella e buona.
Ma pagateveli da soli i vostri additivi e migliorativi enologici e beveteveli voi, soprattutto.
Sono vent’anni ormai che Massa e dietro di lui una schiera di vignaioli fanno a Tortona vini meravigliosi, scalpitanti, saporiti, longevi e pure questi sono un affare. Al consumatore costa una ventina di euro sta meraviglia di Boveri.
Un po’ più giù c’è Gavi, li pagate ancora meno e la 2008 è stata meravigliosa.
Le Marne, La Raia per dirne un paio.
Maledetti che non siete altro, io vorrei scrivere di vino e voi leggete solo di soldi!
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La foto della settimana: Crolla Tutto

Pompei, foto da La Repubblica
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Cheese Cake all’arancia

Buono questo dolce! L’ha fatto sua moglie?
No, non sono sposato.
L’ha fatto sua madre?
No, non sono nato.

Maria (Nicoletta Braschi), Dante ( Roberto Benigni), Johnny Stecchino, (Roberto Benigni),
Italia 1991

Ingredienti. Per la base: 200 gr di biscotti McVities Digestive; 60 gr di burro;1 cucchiaino di cannella. Per il ripieno e la copertura: 320 gr di Philadelphia; 200 gr di panna fresca; 2 arance; 2 fogli di gelatina; 80 gr di zucchero semolato; 70 gr di zucchero a velo.

Lavate un’arancia, asciugatela e tagliatela a fettine molto sottili. Versate lo zucchero semolato in una casseruola, copritelo a filo di acqua, portate ad ebollizione, unite le fettine di arancia e cuocete per 10 minuti. Togliete dal fuoco e sgocciolatele.
Sciogliete sul fuoco bassissimo il burro e fatelo leggermente raffreddare. Passate i biscotti al mixer, aggiungete il burro e la cannella e mescolate. Rivestite di carta da forno bagnata e strizzata uno stampo a cerniera e distribuite il trito di biscotti sul fondo. Schiacciatelo bene con l’aiuto delle mani e mettetelo in frigo per almeno mezz’ora. Fate ammorbidire la gelatina in acqua fredda. Riscaldate il succo di un’arancia su un pentolino facendo attenzione che non si bruci, strizzate la gelatina e fatela sciogliere nel succo d’arancia. In una terrina mescolate la Philadelphia con la panna fresca, aggiungete lo zucchero a velo e il succo d’arancia con la gelatina. Mescolate bene, versate il composto sui biscotti, adagiatevi sopra le fettine di arancia caramellate e riponete in frigo per altre tre ore.

Adele Chiagano
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Speciale rifiuti: le radici dell’emergenza

"[...] Napoli è tornata ad essere una città pulita, una città occidentale, dove non c'è più il disastro della spazzatura nelle strade. [...] Era una missione impossibile, ma ci siamo riusciti."
[Silvio Berlusconi, Luglio 2008]


A due anni di distanza, i proclami venduti in campagna elettorale si sono dimostrati puramente propagandistici. Allora, non si è fatto altro che buttare la polvere sotto al tappeto, nutrendo l’illusione che l’emergenza rifiuti in Campania fosse davvero finita. Oggi, a due anni di distanza, appare evidente che il problema non è stato risolto e che era solo stato tamponato alla men peggio. Ma in che modo? Perché oggi siamo punto e a capo, con cumuli di immondizia che invadono le strade? Perché Terzigno è diventata teatro di una guerriglia senza sosta?
Per capire a fondo l’emergenza rifiuti in Campania bisogna fare qualche passo indietro.

foto di Elisabeth Wallays

È il 1994 quando nasce il commissariato per l’emergenza rifiuti in Campania: la camorra ha il controllo sia della raccolta che dello smaltimento dei rifiuti, che assicura in discariche di sua proprietà in maniera incontrollata. Arrivano e si smaltiscono, tra l’altro, rifiuti pericolosi dal nord. L’idea è quella di entrare in concorrenza con la camorra creando delle discariche “pubbliche”, che poste a valle del ciclo di smaltimento dei rifiuti possano tamponare l’emergenza. La strategia risulta inefficace per diversi motivi: dapprima l’incapacità di acquisire o aprire nuove discariche rispetto alle 18 previste dal piano per l’emergenza; in secondo luogo, le nuove discariche, come dimostrato dalle indagini di Carabinieri e Corpo Forestale, assorbono in pieno i meccanismi, il personale e le attrezzature delle vecchie discariche gestite dalla camorra.
Fino al 1999, quindi le cose restano tal quali. Per di più, in questo gioco delle parti, le amministrazioni locali contribuiscono a peggiorare l’emergenza per convenienza propria: come si evince dagli atti parlamentari dell’inchiesta Barbieri, la partecipazione nella gestione dei rifiuti viene utilizzata impropriamente come ammortizzatore sociale (Bassolino assumerà 2000 addetti per una raccolta differenziata che non vedrà mai luce). In più, ai comuni campani questa situazione conviene sia dal punto di vista elettorale che economico: le aziende gestite dalla camorra infatti propongono per lo smaltimento prezzi assolutamente fuori mercato, dalle 10 alle 52 lire al kilo contro la media nazionale di 140 lire per kg di spazzatura.
Giuseppe Romano, prefetto e commissario straordinario di allora, dice: “Il 90 per cento delle ditte che lavorano nei rifiuti è della Camorra o sotto la sua influenza”. E il tentativo di acquisire le discariche fallisce. In poche parole, tutte le operazioni messe in atto durante questi quattro anni di stato di emergenza risultano fallaci. E si decide di cambiare strategia: coinvolgere un privato nella gestione dei rifiuti.
Anno domini 2000: la FIBE vince l’appalto statale per l’intero ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti in Campania.

La mappa del potere

Come le scatole cinesi: la FIBE è un acronimo ottenuto dai nomi delle imprese Fisia, Impregilo, Babcock ed Evo. FIBE e FIBE Campania sono aziende del gruppo Fisia, a sua volta controllata al 100% da Impregilo. Quest’ultima è una multinazionale quotata alla Borsa di Milano e il principale gruppo italiano nel settore dell’ingegneria e dell’edilizia. Al suo curriculum vanta un capitale sociale di oltre 700 milioni di euro, un portafoglio d’ordini superiore ai 20 miliardi di euro, più di diecimila dipendenti, il passante di Mestre, tratti della Salerno-Reggio Calabria, la ferrovia Torino-Milano e quella Bologna-Firenze, l’ampliamento del Canale di Panama, la diga di Karanjukar in Islanda e ancora, in progetto, il Ponte sullo stretto di Messina. Attualmente il pacchetto di controllo di Impregilo è detenuto da IGLI S.p.A., il cui assetto societario è parimenti costituito dal Gruppo Gavio, dal gruppo Ligresti e dalla famiglia Benetton.
Uno dei principali motivi per cui l’appalto fu aggiudicato da Impregilo e non alla concorrente Enel, fu il ridotto tempo di realizzazione dell’impianto di termovalorizzazione, stimato e contrattualizzato in 300 giorni.
Ma il riferimento all'accordo di programma che, come previsto dal bando di gara, avrebbe obbligato il vincitore a fare i conti con le indicazioni della committenza viene eliminato.
Si legge negli atti parlamentari della commissione di inchiesta Russo: “L'eliminazione dell'accordo di programma cancella la possibilità di un'ulteriore negoziazione del contratto con Impregilo-Fibe, indispensabile per superare la sostanziale genericità del progetto. A cominciare dai tempi di realizzazione degli impianti, dagli obblighi nelle more della sua realizzazione”.
L’ex sub-commissario Giulio Facchi nel frattempo dichiara: “La mattina della firma del contratto con Impregilo, presi Bassolino da parte. Gli dissi: Antonio, se firmiamo siamo fottuti. Non ne usciremo vivi. Lui si infuriò. Naturalmente, non aveva letto una sola riga del contratto, perché per lui, quel che contava era "la questione politica". Il resto era "roba da tecnici"... Cominciò a gridare: E allora me lo spieghi tu cosa succede se non firmo? Non abbiamo più discariche disponibili! Mi spieghi che succede quando tra qualche mese avrò i rifiuti in strada e dovrò pagare ad Enel 120 lire per chilo di rifiuto smaltito, quando invece ne pagherò 80? Me lo spieghi cosa diremo tra dieci mesi, quando saremo in campagna elettorale?
Impregilo entra quindi nell’affare rifiuti e la disfatta elettorale alle amministrative viene scongiurata.
La multinazionale acquisisce nuove discariche per lo stoccaggio delle ecoballe. Afferma ancora Facchi: “Nel 2002, viene chiusa a Giugliano la discarica dove sono state sin lì stoccate le ecoballe. Quella di Raffaele Giuliani, uomo di Camorra. Impregilo-Fibe ne acquisisce un´altra, sempre a Giugliano, che, curiosamente, anche negli atti ufficiali, viene definita "cava Bianco". Peccato che quello non sia il nome del suo proprietario. Perché definirla così? Perché non trattare mai direttamente con chi davvero possiede i terreni?
Nel frattempo di giorni ne sono passati più di milleduecento: siamo nel 2004 quando Impregilo chiede e ottiene dal ministro dell'Ambiente del nuovo governo di centro-destra (Matteoli), l'autorizzazione ad allacciare il futuro termovalorizzatore di Acerra alla rete Enel, condizione necessaria perché inizi a funzionare.
Nel frattempo Impregilo gode degli incentivi Cip 6, pagati in bolletta dai cittadini circa 60 euro in più all’anno.
Nel frattempo Impregilo, in ristrettezze economiche, gode del soccorso finanziario pubblico per pagare i siti di stoccaggio temporaneo delle ecoballe.
Impregilo trasforma in oro l’immondizia, meglio del Re Mida. Ha tutta la convenienza affinché l’emergenza continui: viene pagato a kilo smaltito e non a risultato ottenuto. Più immondizia c’è, più guadagna.

...Continua

Roberto Erro
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