Piedirosso dei Campi Flegrei 2008, Contrada Salandra

Giuseppe Fortunato (foto tratta da LucianoPignataro.it)

Il destino del Piedirosso è simile a quello di uno dei territori dove maggiormente è coltivato: i Campi Flegrei. Ci si chiede sempre perché tanta beltà non sia evidenziata, valorizzata, attentamente preservata, e ci s’interroga su un futuro incerto.
Una zona tanto bella da poter produrre ricchezza in quantità e che invece si sta ammazzando con il cemento.
Resistono, impavide, alcune sentinelle di cultura e gusto; Peppino Fortunato – il Bob Dylan del Piedirosso – con sua moglie Sandra Castaldo, una di queste.
Un giovane quasi ingegnere che si dedica all’apicoltura e che poi ha deciso – nel 2004 – d’iniziare ad imbottigliare falanghina e piedirosso dalle vigne ormai ventenni mentre Sandra conduce la bottega di prodotti biologici ed equo solidali a Pozzuoli.

Il piedirosso è un vitigno difficile, poco produttivo, a maturazione più o meno tardiva (seconda-terza decade di ottobre) che qui esprime una netta carica minerale, sentori floreali (spesso geranio) e fruttati, ma su cui si sa ancor poco e che in alcune espressioni è capace di donarci autentiche emozioni come nel caso del Vigna delle Volpi di Lello Moccia e come in questo, spalancando interessanti orizzonti. Se per l’aglianico bisogna avere la pazienza di aspettare anni prima di assurgere a livelli di finezza che appartengono al vitigno, qui c’è solo da bere: un sorso schietto, sincero e diretto. Polputo e godurioso, fresco e sapido e che posiziona il piedi rosso in una fascia di mercato oggi in forte crescita. Non solo. Bottiglie che spesso rappresentano un affare: capaci di durare sino a dieci anni svelando autentiche sorprese.

Questo il 2008 di Peppino, un vino di trascinante beva, con un impercettibile residuo di carbonica che ne facilita il sorso, e che dimostra una maggiore consapevolezza del lavoro che si sta svolgendo in vigna, della materia che si ha tra le mani e che nel calice si svela nell’armonia del sorso fino alla sua delicata chiusura.
Come ho già detto il parallelo con i succosi e diretti Gamay s’affaccia sempre alla mente ad ogni sorso.

Circa 7-8 euro in enoteca.
Che aggiungere?

Ah, sì, se vi va di assaggiarlo - e potete venire - sabato 4 Dicembre dopo la presentazione della guida Slowine ad Avelino alle ore 16:oo (presso Tenuta Montelaura, Celzi di Forino, Avellino; ticket 10 euro) con Luciano Pignataro lo presenteremo nella degustazione Slow Red. Con questo 2008 ci saranno il 2005 della stessa azienda, il 2003 e il 2007 del Vigna delle Volpi di Moccia, il piedirosso (anche in versione rosata) dei Di Meo de La Sibilla.
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posted by Mauro Erro @ 11:13,

2 Comments:

At 25 novembre 2010 11:49, Anonymous Anonimo said...

mi piacerebbe capire se il Lacryma Christi del Vesuvio di Mastroberardino può essere confrontabile. inoltre avendo note fumé trovò che abbia delle sommiglienze con il pinotage sudafricano. Sbaglio? grazie. delphine.

 
At 25 novembre 2010 13:12, Blogger Mauro Erro said...

Il Lacryma di Mastro (e tutti gli altri) non sono confrontabili anche se i punti di contatto ci sarebbero. In prospettiva, sperando che cresca, nutro fiducia nei vini di Terre di Sylva Mala.
Quanto al Pinotage sudafricano non ho dati sufficienti (assaggi) per azzardare un parallelo. Ciao Delphine.

 

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