Vittorio Graziano, libero vignaiolo praticante

L’uva lambrusco è coltivata prevalentemente in tutta la provincia di Modena, e già invade la finitima Reggio; col lambrusco grasparossa di collina e col lambrusco salamino di Carpi si fa un vino serbevole e robusto degno d’accompagnarsi alle lasagne verdi e alle bombe di riso; col lambrusco della regione circostante fanno nelle cantine sociali di Nonantola decine di migliaia di ettolitri di vino barbèra. (Così è. Hanno lambicchi e congegni modernissimi, macchine per invecchiare di anni il vino in poche ore, strumenti per dosarne il gusto e il colore; parlano, questi enologi, un linguaggio guerriero e magico: “noi pigliamo il mosto, gli togliamo il nome, lo uccidiamo, lo facciamo rivivere con altro nome e altra patria”).
[Paolo Monelli, “Il ghiottone errante” - 1935]


A quel paese la retorica e a quel paese chi la fa.
Biglietto sola andata a chi ha sputtanato le parole “tradizione”, “territorio”, “naturale” e compagnia ruspante, riempiendosene la bocca per dare un colpo di straccio alla coscienza propria e a quella del consumatore improvvisamente convertito al bioloGGico.
Tutti in fila per l’indulgenza plenaria col SUV buttato sul marciapiede a motore acceso (embè? è Euro5, mica inquina), visto che il vigile la mascherina ce l’ha davanti alla bocca e non sopra agli occhi: sempre meglio poter sgommare via rapidi, alla bisogna.
Non è forse un bio-precetto per eccellenza quello di riciclare? E allora ricicliamoci, cribbio.
Evviva i “c’era una volta” ruminati da chi una volta era da tutt’altra parte, intento a farsi i cavoli propri con ciò che più conveniva fregandosene del resto. Evviva il marketing, l’industria, la nicchia di mercato, lo spago annodato sul tappo che fa così “d’autrefois” per la gioia dei più nostalgici.

O forse no, non per tutti almeno.

Vittorio Graziano sta a Castelvetro di Modena, ha 59 anni e fa vino dall’’82.
Prima ogni altro lavoro possibile, poi la scelta di un mestiere che finalmente gli appagasse l’anima.
Non avendone una familiare alle spalle, la tradizione l’è andata a stanare casa per casa, per le colline d’intorno, parlando coi vecchi che perpetuandola senza troppe domande finivano per dargli una forma nuova ogni volta.
Oggi sono tutti altrove, questi qui.
Che ne so io di cosa sapesse il trebbiano murato, mica l’ho mai bevuto: trent’anni fa mi raccontavano che così si faceva e così l’ho rifatto. Che poi il mio assomigli al loro non lo so, di scritto non c’è niente, ci vorrebbe una seduta spiritica…

Triple A? In un certo senso…

Ancestrale
I frizzanti diventano tali al primo tepore che congeda l’Inverno, con rifermentazione in bottiglia innescata esclusivamente da lieviti e zuccheri dell’uva finita lì dentro.
Niente autoclave, niente liquer, niente di niente.
Che succede alle bottiglie quando il vino si sveglia? Se ne restano buone, cosa vuoi che facciano, che si mettano a ballare?!
Biologico? Biodinamico? Mah.
Si comincino a guardare gli occhi e le mani delle persone, prima di cercare bollini sull’etichetta.

Autoctono
Il “Fontana dei Boschi” è Grasparossa, the dark side of Lambrusco. Collina, fibra spessa, profumi brumosi.
Il Trebbiano è Modenese, “tira di alcol e acidità, con gli anni diventa interessante, non è mica un trebbianello qualunque”. Va nel “Ripa del Bucamante” insieme a tre vitigni bianchi di cui uno è un Trebbiano diverso, gli altri due non si sa “ma sicuramente sono del posto, le marze l’ho prese da vigne vecchie cent’anni nascoste tra i boschi, danno gli aromi, son buoni”.
Il “Sassoscuro” – che è fermo - è Malbo Gentile, una varietà ormai quasi scomparsa in quanto un po’ stitica, più una miscellanea di altre uve locali da far venire l’emicrania al più bravo degli ampelografi.
Il “Tarbianaaz” – fermo anche lui - è Trebbiano Modenese in purezza, da far solo nelle annate migliori mettendo un cappello di gesso sopra le vinacce appena riemerse. Un buco per lo sfiato e via fino a Natale, di qui il nome di “trebbiano murato”; cinquant’anni fa te ne offrivano un bicchiere e ti sentivi importante, oggi ne parli e ti guardano come un aborigeno attaccato alla pianta.
Le grappe sono due, una di Lambrusco l’altra di Malbo & Co., entrambe distillate da Marolo. Il consiglio è di lasciarle perdere perché vanno giù come un Crodino ma fanno rispettivamente 45° e 51°.


Ancora!
Per quante bottiglie puoi mettere a tavola, ne mancherà sempre qualcuna. “Già è finita?! Ce n’è un’altra per caso?
Il “Ripa del Bucamante” è candido nelle premesse e paglierino nel colore.
Sboccato a richiesta ha il tappo di sughero ed è limpido; se invece sei macho e i lieviti li vuoi tutti per te ti becchi il fondo, il tappo a corona e pure la bidule. Tié.
Oggi ha naso stretto e gentile di ostia, fiori bianchi e acqua di ruscello; domani chissà, in genere allarga i profumi col tempo. La bocca è lieve, gessosa, la scia salina una carezza dolce allungata dalla carbonica.
Abbinamento consigliato: tutto, ma anche niente, a qualsiasi ora del giorno.

Il “Tarbianaaz” ha naso crudo, spalle larghe e bocca secca, senza quei rigurgiti albicoccosi che nei bianchi macerati tout court – si può dire? – avrebbero ormai saturato le pa…pille.
Terra, fragole e arancio, appena tannico, a non poterlo vedere penseresti di un rosso leggero; il calore minerale lo fa bello su un pollo arrosto che sia degno di essere chiamato tale.

Il “Sassoscuro” è rustico e rassicurante come un maglione fatto a mano dalla nonna.
Ha naso dolce di frutta rossa matura, bocca morbida e orizzontale. Le uve sono vendemmiate “à point”, senza sovramaturazione di sorta, ma sentirselo dire mentre ci stai facendo i gargarismi può sovvertire congetture sul punto di diventare certezze. Superlativo col Parmigiano.

Il “Fontana dei Boschi” è un manifesto.
Rubino cupo impenetrabile, spuma soffice e densa, sempre. Poi dipende da quanti anni ha.
Il 2009 è esuberante e primario, scuro e compresso al naso, di bocca succosa ma resa semplice dalla gioventù. Molto gourmand, da attendere.
Il 2004 è roccioso e severo, lo sguardo accigliato si fa ancora più vigile a un giorno dall’apertura.
Il 2001, asciutto e speziato, è la miglior cosa da trovare nei pressi di un carrello dei bolliti, purché il rapporto bottiglie/commensali non sia inferiore a 1:1 per evitare ammucchiate rugbistiche a centro tavola in perfetto stile 6 Nazioni.
Di ’99 ce n’erano due bottiglie, oggi non ci sono più. Tappo a corona, nessuna etichetta, bottiglia verde e liquido nero. Una bomba.
Naso intenso di china, fiori secchi, frutta rossa macerata nell’alcol e poi terra, il marchio di fabbrica. La sorpresa di trovare un lambrusco così diventa spaesante nell’attimo in cui senti i tannini morderti i denti, l’anima dura del vino dispiegarsi sfrontata mentre la faccia del produttore si fa di sale e il tono scanzonato diventa un bisbiglio.“E’ sorprendente, io non ne ho più… non l’avrei mai detto…
Che col piccione alla brace la morte sua fosse un Lambrusco invecchiato 10 anni, manco io.

Da un paio d’anni completa la gamma un rosato frizzante, stesso metodo e stessi vitigni localissimi, dal nome che è tutto un programma: “Lo Smilzo”.
In mancanza di assaggi diretti riporto le note di degustazione aziendali: “No, che quando d’estate torni accaldato dalla vigna metti due cubetti di ghiaccio nel bicchiere e rischi di seccarti la bottiglia da solo. E una bibita!


Eccole, così.
Bottiglie briose, autoironiche, originali ma coi piedi piantati per terra, essenziali e generose insieme, straordinariamente simili in questo all’indole di chi le fa.
Bottiglie quotidiane che poi stappi a Natale o per il tuo compleanno, quando le uniche cose che cerchi davvero sono calore e spontaneità.
Bottiglie che mettono di buon umore solo a guardarle, che lasciano la bocca buona, da bere d’istinto e finire di gusto creando una tacita complicità tra le persone che vi si trovano intorno.

Se la vera eleganza non sta tanto in ciò che si indossa ma in come, allora i vini di Vittorio Graziano - “libero vignaiolo praticante” in Castelvetro di Modena - vanno annoverati a pieno titolo tra i piccoli gioielli che in questa Italia sempre più impoverita, nonostante tutto, sanno ancora brillare di una luce incorrotta.


Vittorio Graziano
Via Ossi, 30 - Castelvetro di Modena (MO)
Tel. 059.799162

Giampiero Pulcini

Foto di Giampiero Pulcini, Vittorio Graziano e Lambrusco
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posted by Mauro Erro @ 11:19,

5 Comments:

At 19 novembre 2010 12:04, Anonymous Anonimo said...

Che bello! E quanta curiosità che mi ha aggiunto questo articolo. Grazie.

Alessandro Zingoni

 
At 19 novembre 2010 12:59, Anonymous Anonimo said...

… non l’avrei mai detto…
grazie Mauro
grazie Vittorio

 
At 19 novembre 2010 13:01, Anonymous Anonimo said...

sono sempre quello di prima,chiedo scusa.
Grazie Giampiero

 
At 19 novembre 2010 13:37, Blogger Davide Bonucci said...

Ho pianto, manco fosse l'apparizione della Madonna di Lourdes.
Vittorio e Giampiero... SANTI SUBITO!!! :-)

 
At 17 febbraio 2011 11:13, Anonymous Davide Rosi said...

Ieri sera ho bevuto una delle loro grappe ed effettivamente "vanno giù come un Crodino" pur essendo intorno ai 50°.

Davvero grappe incredibili!!!

 

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