Lello Moccia e il vigna delle Volpi

Raffaele Moccia

Lello Moccia è una figura simbolica. Appartiene a quella categoria di persone ben definita da Giovanni Verga come i vinti, coloro che nella lotta per l'esistenza sono destinati ad essere sconfitti travolti da questa marea chiamata "fiumana del progresso".
Lo presentammo al pubblico, con Luciano Pignataro, alla prima edizione delle Piccole Vigne a Castelvenere un paio d’anni fa.
Non venne. Mandò la giovane figlia che, per le dieci della sera, era già andata via di fretta e furia. Aveva degli affari suoi da svellere.
Lello Moccia non sa cosa significhino le parole pubbliche relazioni, non ha un ufficio stampa. La massima espressione comunicativa che potrà offrirvi saranno le sue vecchie vigne di ottanta e cento anni allevate alla vecchia maniera della pergola puteolana; in mezzo a questa vecchia vigna qualche asse di legno a mo’ di casupola dove troverete, a mezzogiorno in punto, il padre di Lello – la cui età è simile a quelle delle piante più vecchie – che in canotta dinanzi al suo piatto di pasta e al suo vino mentre guarda le vigne vi chiederà di unirvi a lui.
Lello Moccia è, banalmente, un contadino.
O un ingegnere della campagna se si vuole giocare con le parole per tenere la mentre distratta e non pensare alla fatica mentre si salgono i terrazzamenti perfettamente progettati e realizzati – perdere un solo goccio d’acqua è un delitto – e, quando s’alza il vento, si respira questa sabbia bianca polverosa, di matrice vulcanica, a pieni polmoni.
Arrivati in cima si è a ridosso della riserva naturale degli Astroni da cui vi separa solo un muro sgarrupato attraverso il quale, di notte, arrivano le volpi (da cui il nome del vino che da qui nasce a base piedirosso), che divertendosi a giocare tra i tralci combinano non pochi guai.
Dall’altra parte, Napoli. Agnano e l’ippodromo, parte della zona flegrea abbracciata dalle coste di tufo. Il cemento e, d’estate, gli incendi appiccati qua e lì sulle colline come dimostrazione della continua ignoranza e continua inciviltà contro cui Lello deve combattere.
Eppure, viste da qui, le cose assumono significati diversi come sa chi ha la fortuna di avere un tetto giardino di 20 mq nel cuore di Manhattan.
Se il paragone può avere un senso, quello che era la vigna Barbacarlo per Veronelli, questa è per me, anche per la naturale empatia che si ha per i vinti che, come se non bastasse tutto ciò, se non bastasse che il lavoro svolto in questa piccola vigna non è dignitosamente retribuito visto il numero di bottiglie ed il loro costo, devono lottare con i ragionieri e i burocrati.
Ogni anno a Lello tocca interrogarsi sul limite entro il quale snatura troppo il suo vino per entrare nella Doc (Deo gratias).
La 2007 ha nei profumi un viaggio di andata e ritorno da Beaujolais e il gamay, che ricorda nei tratti scuri, alla Borgogna e il pinot nero, di cui ha la leggiadria dell’incedere.
Fiori, frutta, il tratto minerale accompagnato da un legno ben dosato. Al palato è succoso ed è dotato di un’acidità mortificante – sì, mortificante, ogni volta che lo si stappa ci si sente un po’ pedofili.
Ad oggi sei, sette anni dura. Di questo vino si producono solo 600 bottiglie. Una scusa per andare da lui, guardare le cose in modo diverso, ed assaggiare con lui gli altri suoi vini.

Agnanum di Raffaele Moccia, Napoli
Tel/Fax 0812303507
3385315272
info@agnanum.it
www.agnanum.it
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posted by Mauro Erro @ 12:22,

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