Chiacchiere anarchiche


Imprenditore - Arnald

Bene, Maurizio, banalmente la questione si potrebbe ridurre al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Spesso accade quando parlo con quelli della tua generazione e la cosa spiega i vent’anni che ci separano, quando il mondo è cambiato velocemente. Ci toneremo su questo argomento, ti assicuro, quando ti racconterò un paio di storielle divertenti.
Stiamo ai fatti, dunque, per te ciò che Lello Moccia scrive sulla retro etichetta del suo vino – prodotto a tiratura limitata – è l’affermazione della revolucion mentre a me appare il grido dell’indiano assediato dai soldatini di cemento del generale Carter che si prende la sua rivincita. Di contro, il giovane enotecaro procidano che scopre la bellezza della Corricella solo quando vi apre il suo ristorantino (che l’anno appresso chiuderà) è – come i Vinti del Verga – vittima del progresso, e delle mode eno-gastronomiche, la fiumana gli era passata sopra, ma da prima; anzi, per così dire, preventivamente.
Senza romanticherie che evocano il mercante Marco Polo e le Città invisibili di Calvino come si può davvero biasimarlo? Almeno, lui, la bellezza l’ha riconosciuta. La voleva sfruttare, certo, ma un buon oste vale come un buon poeta, come un buon vino vale Neruda o Troisi.

Sai, mi stupisce quando sento dire che c’è crisi di valori, oggi.
Davvero? Eppure a me appare evidente che ce n’è uno inossidabile, indistruttibile ed incontrovertibile nell’intera umanità occidentale e non solo.
L’utile.
Ciò che è conveniente, che reca o può recare vantaggio, profitto. Tutti ragioniamo ogni secondo della nostra vita su ciò che è conveniente dire e su ciò che non lo è, se facciamo un buon affare quando compriamo qualsiasi cosa; è la cultura del 3x2, l’Io del supermercato ovunque affermato; puoi starne certo, scrivi su un cartello offerta e venderai il più puzzolente dei cessi.
D’altronde, chi è spesso un truffato? Un arrogante che ha creduto di essere più furbo del suo Shylock a cui, credimi, preferisco il tuo Marco Polo procidano.
Ti scrivo queste cose mentre bagno le labbra con il Valgella di Motalli, nebbiolo chiavennasca della Valtellina del 2005, vino, questo, sì utile - che può usarsi al bisogno, che può servire – già nel nome evocatore che vale molto più dei pochi euro – 8, 9 – che servono per acquistarlo.
Valgella, già nel suono onomatopeico mi ricorda il divertentissimo Benigni.
La Valgella è come la gattina, la chitarrina, la passerottina, la fisarmonica, la mona e la pucchiacca, la tacchina, la topa e la patonza. Il suo suono e già fecondatore di bellezza (della bellezza delle parole quando dense dei loro significati, siano esse quelle di Lello Moccia o la Valgella, concordiamo amico mio) prima ancora che si senta il suo accogliente seno profumato di fragola e se ne assapori il suo gusto cordiale, caldo e piacevole.
La bellezza è l’unico motivo per una vera rivoluzione. La bellezza fecondatrice.
La fica e i soldi guidano il mondo come si suol dire.
Ma è bene ricordarsi in questi tempi in cui la prima si affitta o si vende con solerte evidenza che dai diamanti non nasce niente, dalla fica nascono(anche) i fior.
a

posted by Mauro Erro @ 10:18,

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