Contorto

Tralci di Aglianico (starseti) a Taurasi, foto di Adele Chiagano

Come sanno bene gli amici che mi frequentano, ho sempre pensato che nel mondo del vino ci si prenda troppo sul serio. Del resto, è sufficiente dare una veloce occhiata ad uno dei tanti forum e blog di cui è pieno il web, per verificare giornalmente come lo sport preferito dai più sia quello di sparar sentenze, ovviamente definitive, sul tal vino o sul tal personaggio. Meglio ancora se la sentenza viene emessa dopo un fugace assaggio del tal vino, appena imbottigliato, ad un banco di assaggio astutamente allestito in una sala, gremita di gente, in perfetto stile equatoriale. I canonici tre gradi di giudizio non vengono concessi, ca va sans dir, neanche al giornalista di turno o al semplice ma incauto appassionato che si sono permessi di dire che gli è piaciuto il tal vino, reo di non incarnare lo stereotipo del grande vino di quel momento.
L’ironia è a mio avviso l’arma migliore per difendersi da questo andazzo. E’ per questo che mi sento fortunato di aver sempre avuto intorno a me amici che hanno fatto dell’ironia il proprio marchio di fabbrica, così aiutandomi a capire e a sbagliare di meno.
Due storielle descrivono perfettamente ciò che voglio dire.
La prima risale a una ventina di anni fa e vede protagonista il mio amico Enrico (Papero per gli intimi, in seguito Assagai - dal nome di un complesso afro-rock sudafricano che, ovviamente, conosceva solo lui – oggi autore apprezzato di romanzi noir). Era il periodo “toscano” (anche allora si andava a fasi, nulla è cambiato) e stavamo bevendo una bottiglia di Concerto di Fonterutoli (se nessuno si offende, mi permetto di piangerne la scomparsa, trattandosi, a mio gusto e almeno per l’epoca, di uno dei pochi blend sangiovese-cabernet davvero convincenti) al fianco di una di Pergole Torte. Sul finire delle bottiglie, il perfido Assagai, approfittando di una mia momentanea assenza, mischiò i resti dei due vini in un unico decanter e, appena tornato, mi sottopose il mischione. Vi faccio grazia di quello che riuscii a tirar fuori dalla mia bocca, ma è d’uopo sottolineare che non mi accorsi di nulla. Alla mia domanda di che vino si trattasse, sempre più perfido mi disse che era una bottiglia di “Contorto”, una “chicca” di un piccolo e sconosciuto vignaiolo toscano, prodotto solo nelle annate migliori. Ne risi allora e me ne ricordo sempre quando mi viene la tentazione di sparar sentenze.
La seconda storiella è molto più recente e vede protagonista il mio amico Bruno, Max Vinella per gli intimi, della cui feroce ironia sono ancor oggi vedovo inconsolato. Prima di dare inizio ad una serata pre-natalizia (nel corso delle quali era tradizione dar corso a ignobili svuota-cantina, con la giustificazione che l’importante non era quello che si beveva ma farsi gli auguri), Bruno aveva preparato una piccola competizione “…considerato che ormai siete degustatori esperti e scaltri…”. Si trattava di assaggiare due vini, serviti al buio più totale della sua cantina, e avremmo dovuto dire se si trattava di due vini rossi, due bianchi, un bianco e un rosso, chi se la sentiva anche vitigno, zona, produttore e quant’altro potesse meglio identificarli. Ovviamente vennero ipotizzate tutte le possibili combinazioni, anche se quella che riscosse i maggiori favori fu rosso italiano il primo, bianco francese il secondo. Non per proteggermi dall’ignominia, ma per dovere di cronaca (vabbè…..per proteggermi dall’ignominia) io dissi che si trattava di due vini rossi italiani, poco altro. Solo chi ha avuto il privilegio di esserci, quella sera, può godere ancor oggi del ricordo di Bruno, delle sue risate e prese per il culo (culo non si dice? Forse, ma ci sta tutto) nello scoprire l’unica bottiglia che avevamo bevuto, perché sì, si trattava dello stesso, unico vino, e neanche uno di noi se ne era accorto. Il fedele cronista annota che era un sangiovese di romagna, acquistato da Bruno al supermercato con l’intenzione di proporlo alla cieca in una serata dedicata al sangiovese, poi dirottata alla cena delle beffe.
Chi aveva detto trattarsi di due vini bianchi, ovviamente uno italiano e uno francese (“sur lie, inconfondibile”) non si fece vedere per qualche mese con le scuse più varie. Bruno, ormai soprannominato il sanguinario, li accolse alla prima occasione utile portando a tavola, con l’immancabile stagnola, due bottiglie di forma diversa. Inutile dire che nella bottiglia “bordolese” aveva messo un Borgogna e in quella “borgognotta” aveva messo un Bordeaux. Come andò a finire potete immaginarlo, ma almeno nessuno aveva detto che si trattava di vini bianchi.

Giancarlo Marino
a

posted by Mauro Erro @ 09:48,

5 Comments:

At 22 novembre 2010 10:55, Blogger Lucio said...

Fantastico...Quando si dice Bastard Inside!

 
At 22 novembre 2010 10:58, Blogger Mauro Erro said...

e vi lamentate di me...

 
At 22 novembre 2010 11:22, Anonymous Lello Tornatore said...

C'è da contorcersi dalle risate, Mauro!!! Non credo che molti altri degustatori avrebbero avuto il tuo coraggio nel fare "outing enoico", così come hai fatto tu...non mi sbagliavo, sei una persona umile e quindi molto intelligente !!!

 
At 22 novembre 2010 11:26, Blogger Mauro Erro said...

@ Lello: il pezzo è di Giancarlo Marino, ma è lo stesso, anch'io potrei raccontarne delle belle :-)

 
At 14 novembre 2014 10:13, Anonymous vini rossi Abruzzo said...

Che splendida idea per una serata speciale. Degustazione di vini suona davvero emozionante.

 

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