Note di degustazione con segnalazione: La Maggiorina, Azienda Le Piane, Boca

Riporto di seguito un mio vecchio scritto pubblicato su un altro spazio tempo fa. Al di là delle vetuste note di degustazione, l’indicazione dell’azienda e, soprattutto, della zona di produzione è quanto mai attuale e mi permette di segnalarvi il bellissimo reportage, Boca, la memoria e la rinascita, scritto da Armando Castagno e pubblicato sull’ultimo numero della scintillante e patinata rivista Bibenda. Armando “Aramis” Castagno è uno dei più bravi, competenti e capaci degustatori di vino italiani (nonché di una squisita umiltà e riservatezza) e sarà a Napoli ad Aprile, su mio invito, per il secondo appuntamento della Cantina dei Sogni, per raccontare proprio delle Denominazioni “minori” piemontesi di nebbiolesca declinazione (intanto, domani sera, s’inizia con Giancarlo Marino e la Borgogna: beato chi ha trovato posto!).
Bravo Armando. Bravo, bravissimo, bis.


All’età di ottant’anni Antonio Cerri decise di andare in pensione. Così offrì la propria proprietà, le sue vigne a Boca e la sua cantina a Christoph Künzli, esportatore di vini, e Alexander Trolf, enologo, entrambi innamorati di quei luoghi dell’est Piemonte.
Il paese tra le colline novaresi, di poco al di sotto dei quattrocento metri, situato tra la Valesesia ed il Lago d’Orta a cui fanno da sfondo le Alpi Pennine e le Prealpi, è luogo ove dimora da sempre il nebbiolo, uva rossa per antonomasia, la croatina, la bonarda e l’uva rara. I terreni costituiti da porfido e ghiaia in superficie, che taluni hanno paragonato a quelli della Côte Rôtie, e le favorevoli condizioni climatiche, grazie all’influenza delle Prealpi e delle colline intorno, ci regalano vini straordinari di un Piemonte “minore” e non celebrato.
La Maggiorina 2004 dell’azienda Le Piane è prodotto dalle uve sopraelencate da viti vecchie tra i venti e i trent’anni, raccolte a mano. Il metodo di allevamento è quello della maggiorina, da cui il nome del vino, formato da quattro viti che si sviluppano secondo i quattro punti cardinali. Metodo, questo, che fu addirittura perfezionato dall’architetto Antonelli, progettista della Mole Antonelliana. Effettuata la fermentazione, il vino sosta in acciaio per un anno, poi in vetro prima della commercializzazione.
Il vino gaio e limpido ha un colore rubino dai riflessi violacei, che lascia, quando roteando il bicchiere lo svegliamo, scie rosa sulle pareti di cristallo. Al naso è strabiliante, nebbioleggiante con i suoi profumi di rosa e viola, pungente nel suo essere etereo e vinoso richiamando alla mente odori d’anice, poi il pepe rosa ed i frutti pieni, ciliegie, more, lamponi e amarena su tutti. Al palato l’ingresso è troppo rilassato, morbido, fattore che in questi tempi caldi può divenire virtù che insieme al basso tenore alcolico, dodici gradi, lo rendono invitante. La finezza degli odori non è corrisposta in bocca, e nel ritorno finale prorompente emerge l’amarena e la buona acidità che, asciugando il palato, lo invita a nuovi sorsi. Lo abbinerei a della buona musica cangiante, mi viene in mente l’allegra Aretha Franklin ed il suo respect. Sicuramente questo vino non ha la potenza della sua voce. Ma è altrettanto vero che questi vini quasi dimenticati, figli di un Piemonte “minore”, meritano tanto rispetto. (18/7/2007)

Aretha Franklin, Respect.

Nota: la foto della Bottiglia di Boca dell’azienda Le Piane è di Viaggiatore Gourmet alias Altissimoceto

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Giovani speranze

Negli ultimi tempi ho avuto modo di saggiare diverse bocce di denominazioni importati, bottiglie da lungo invecchiamento (si spera), alcune delle quali mi hanno colpito da un lato per la prontezza, dall'altro proprio per il potenziale in divenire. Ecco delle rapide note.

Pommard 2006, Catherine e Claude Marechal: è un'azienda del cuore, rapporto qualità-prezzo sempre molto conveniente. Rubino scarico a ricordarmi che si tratta di Pinot noir Borgognone, al naso piccoli frutti rossi sotto spirito, note floreali e spezie, vaniglia, il tutto è dominato da una mineralità di natura ematica. Al palato la beva è trascinante per l'acidità nerboruta, il tannino è cazzuto ma per nulla fastidioso, persistenza finale medio-lunga. Ha bisogno solo di un po' di assestamento per l'alcool, moderato, ma un po' scisso.

Barolo Cannubi 2004, Burlotto: Colpisce per la prontezza. Lasciato ossigenare per un po' dispiega i propri profumi su note dolci, viola, rosa, rimandi terrosi. Al palato è ancora giovane. Buona acidità, tannino e persistenza.

Maestro Raro 2004, Felsina: e se Cabernet Sauvignon deve essere che sia questo! Costa un quarto dei più rinomati supertuscan, ma privilegia l'eleganza: profluvio di piccoli frutti rossi, ribes, cassis, giusto un velo di peperone e tanti, ma tanti rimandi terrosi. Beva elegante e vellutata, ottima acidità a rinfrancarne la massa, comunque presente. Non amo il vitigno, ma questa è una bella bottiglia.

Sincerità, Arisa.

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Una grave perdita

Ogni parola detta o scritta in questo momento sarebbe inopportuna. Non sono capace di esprimere il mio dolore per la grave perdita di una persona come Baldo Cappellano, capace, con la sua storia ed i suoi vini, di accendere in me il fuoco della passione e dell'amore per il vino, per la terra e per la cultura che racchiude. Un abbraccio a Baldo e soprattutto, in questo momento di dolore a tutti i suoi cari, e ad Augusto, suo figlio.

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Aglianico del Vulture 2005, Camerlengo

In una serata di “sangiovesca” declinazione, dopo un sontuoso Nobile di Montepulciano riserva di Susanna Crociani targato ’99, un insperato e ancor vivo Morellino di Scansano Vigna I Botri ’98 e il pari annata Castello di Ama di fascinoso palato, spunta una boccia di diversa fattura, ma di medesima eleganza: Aglianico del Vulture 2005 Camerlengo. Colore compatto e vivo, naso incentrato sui frutti sussurrati, le spezie, la nota mineral-vulcanica. Il palato largo, lungo, equilibrato, elegante, ove tutto è in equilibrio e il legno ben dosato.
Da un vigneto di circa 5 ettari ad un’altitudine di 500 metri s.l.m., da vigne vecchie 40 anni allevate a guyot, alberello e capanno su suolo vulcanico ed esposte a sudest.
Da bere adesso con gaudente serenità e tra qualche anno con matura consapevolezza.

Simona Molinari, Egocentrica.

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Tempo di Anteprime: riflessioni sul tema

Tempo di anteprime. Vorrei rendervi partecipi di un interessantissimo dibattito che si è sviluppato qualche tempo fa sul forum della rivista Porthos di Sandro Sangiorgi. L'argomento quanto mai attuale, considerato il proliferare di manifestazioni "en primeur", riguarda la validità che possano avere giudizi su campioni in anteprima, siano essi di botte o di bottiglia, riferiti a quei vini che sono solitamente destinati a lungo affinamento.
Vorrei partire con le considerazioni di un grandissimo personaggio, esperto di Borgogna, che corrisponde al nome di Giancarlo Marino, avvocato romano col pallino del Pinot Noir: «Può capitare che un vino non sia nella forma migliore appena imbottigliato ma richieda del tempo, a volte anni, per manifestarsi nel suo vero essere. Così come può capitare che un vino sia leggibile in una prima fase per poi chiudersi o comunque passare delle fasi meno felici, per poi ritornare con il tempo a mostrarsi in forma migliore. Se l'assunto è vero, e io credo sia vero, dovremmo tutti essere più cauti a dare giudizi definitivi. Invece vediamo giudizi sui vini di bordeaux da parte del critico xxxxx o yyyyy appena sei mesi dopo la vendemmia, ma anche sui vini della Borgogna, addirittura prima della conclusione della fermentazione malolattica. Di ciò potremmo tranquillamente fregarcene, e personalmente me ne disinteresso, ma a volte siamo noi stessi a commettere errori simili. Valutare e capire un vino ai suoi primi vagiti, se non addirittura nel grembo materno di botti più o meno grandi, è cosa ardua e richiederebbe, comunque, una conoscenza sconfinata del vino e del produttore. Sotto altro profilo, la tendenza generalizzata a giudizi precoci potrebbe essere, o sbaglio?, uno dei motivi per cui in tutto il mondo si tende a commercializzare vini che siano fin da subito pronti a mostrarsi. Dopo 15 anni di assaggi di botte ho imparato ad essere cauto; del resto gli errori di giudizio stanno lì a ricordarmi che alcuni vini hanno solo bisogno di tempo e che, spesso, quelli che già si esprimono in bella scrittura alla loro uscita potrebbero rilevarsi di ben diversa fattura. Questo per tacere delle, ovvie direi, mutazioni del nostro percorso enoico, della nostra capacità introspettiva."
Illuminante al riguardo l'intervento del Grillo, nickname sotto il quale si cela un collaboratore della stessa rivista Porthos, un eccezionale «wine-scout»: «È il grosso limite della critica, è il limite dettato dal mercato, il limite delle guide. Il vino viene giudicato troppo presto, il giudizio si basa su come il vino potrà essere, sempre con un ottica da "future", un'ottica previsionale. Da qui le grandi delusioni delle degustazioni a post. Questa critica en primeur io la vedo un po' come quei genitori che agli amici raccontano di come il loro figlio di sette anni diventerà un grande avvocato o un medico rispettato. Per carità un amico indiano mi disse un giorno che i bei frutti in una pianta si vedono da subito .... ma non esageriamo".
Il Suonatore Jones si scaglia contro la critica giustizialista: "Un vino (ma anche e sopratutto una persona) dovrebbe essere più che giudicato capito e per capire è necessario sapere ascoltare ed avere tempo".
Andrea dà il suo contributo e chiosa: "Ma perché poi dovremmo dare tutti sti giudizi? A parte il «mi piace»? Anche andare ad assaggiare i vini in cantina, non pronti, che senso ha, se non per vedere se già così mi piace o no? senza voler dare un giudizio di altro tipo. Al massimo, se c'è un po' di esperienza, se ne valuta la potenzialità ad esprimersi nel tempo. Io è già da un pezzo che ho smesso di chiedermi, e di annunciare al popolo via web, se un vino sia migliore di un altro, o sia in assoluto grande x o grande y. Al limite racconto cosa mi ha dato e perché mi piace o no...."
Dudley sottolinea il punto di vista dell'eno-appassionato: "la critica valutando i vini en primeur fa proprio il lavoro che le aziende che vendono en primeur vogliono che faccia" mentre "...nell'assaggio degli enoappassionati interviene anche il grado di esperienza nell'assaggio della singola tipologia ed il grado di conoscenza del singolo produttore". "Ritorna ancora la lentezza, anche nel vino. Forse ci vogliono anche i soldi che molti - anche fra gli enoappassionati - non sono disposti a investire, per quello che non conoscono. Forse, al di là delle tasche, alcuni vini non sono per tutti. E lo dico includendo me stesso fra gli ignoranti non meritevoli".
Cheers puntualizza e difende il ruolo di certa stampa: "La critica, tutta, può essere vista come sostegno esterno alle vendite dei produttori. Quello che derime fra critica buona e cattiva non è la funzionalità agli interessi della produzione, intenzionale o accidentale che sia, tanto è inevitabile. Quello che derime è la serietà del giudizio e la capacità di offrire buona informazione riguardo alle reali qualità del vino, omissioni comprese, al proprio pubblico. Non c'è solo la scorciatoia economica, anche perché il problema del giudizio precoce rimane anche se uno le bottiglie se le compra e paga o se l'assaggio è fatto in condizioni ideali, come accade spesso durante le visite dai produttori, ad esempio. C'è anche, e forse soprattutto, la voglia di poter dire la propria, di partecipare al dialogo, di prendere posizione su quanto scritto dal grande critico. Quindi bisogna essere pronti sulla pagina calda di stampa o meglio ancora «uscire» in anticipo. È una delle tante manifestazioni della società dello spettacolo, insomma"...ed insomma, lo dico pure io. Le problematiche e le dinamiche connesse agli assaggi en primeur sono molto più complesse, forse troppo, di quanto si possa immaginare. Io sono un ottimista e sono sempre per la buona fede di chi scrive almeno fino a prova contraria. I lettori, gli appassionati, devono, però, sapere che tutto va letto e preso con la giusta cautela e la doverosa prudenza che non è mai, a maggior ragione nel caso degli assaggi en primeur, troppa. Io, indipendentemente da ogni considerazione sopra esposta, rimango dell'idea che qualunque giudizio, sia esso en primeur sia esso espresso su un qualunque altro vino, debba passare attraverso la fondamentale conoscenza di quello che io chiamo «filtro». Il filtro che ciascun degustatore rappresenta, inevitabilmente, perchè per quanto bravo egli sia nello sforzarsi di essere oggettivo rimane pur sempre un inevitabile componente soggettiva. Ogni giudizio deve essere, in questo senso, sempre letto attraverso - anche, se non soprattutto - la conoscenza (mi riferisco, è bene rimarcarlo, a quella virtuale, non di certo ad una frequentazione personale che non dico è impossibile ma è quasi sempre impraticabile n.d.a.) che si ha e si può ricavare dei gusti e delle preferenze di chi scrive semplicemente leggendo in maniera analitica e sistematica.

Fabio Cimmino, tratto dal sito Enodelirio

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Cantina dei Sogni: 1° Appuntamento, La Borgogna e Giancarlo Marino

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Provate a chiudere gli occhi ed immaginare di degustare una verticale di Volnay 1er cru Les Fremiets di Voillot che attraversa i millesimi 1971, 1983, 1990, 1991, 1999 e 2005…Un Pinot Noir di razza, che sa coniugare struttura ed eleganza, eccellente interprete dell’inimitabile stile borgognone. No, non state sognando, potete pure aprire gli occhi. A volte il confine tra realtà e immaginazione è estremamente sottile…Giancarlo Marino, mentore delle terre di Borgogna, ci guiderà in questo viaggio nel cuore della Cote d’Or. Un luogo baciato dal dio Bacco che, nonostante gli onori che il mondo enoico continua a tributargli dappertutto, ha saputo conservare la sua anima profondamente terragna grazie alla perfetta armonia tra uomo e natura.
A Napoli, al Romeo Hotel, “La Cantina dei Sogni”: un progetto nato da un’idea “semplice” di Mauro Erro e Tommaso Luongo: portare nel capoluogo partenopeo le grandi terre del vino raccontate da grandi degustatori.
Un’occasione di crescita e di confronto per tutti noi, comodamente seduti nella sala Lauro del Romeo hotel, prestigiosa struttura la cui creazione ha coinvolto alcuni dei nomi più celebri dell’arte contemporanea e del design.
Il Pinot Noir e Giancarlo Marino saranno i protagonisti del primo appuntamento, ma i sogni non finiscono qui…Ad Aprile Armando Castagno con l’Alto Piemonte, a Giugno con il Riesling tedesco e Francesco Agostini; ancora, dopo l’estate, Giovanni Ascione con il Bordeaux e poi la Rioja con Fabio Cimmino, e infine…wine in progress!


Giancarlo Marino, Magister Burgundiae, visita regolarmente la Borgogna da 17 anni; dal 2001 ha fatto importare e conoscere agli appassionati, non solo romani, alcuni tra i produttori migliori della Cote d’Or, tra gli altri ricordiamo Roty, Dugat-Py, Desaunay-Bissey, Fourrier, Domaine des Lambrays, Clos de Tart, Dujac, Chevillon, Mugneret-Gibourg, Bruno Clavelier, Voillot, Roulot, Francois Jobard, Fichet, Bart, Roblet-Monnot, Cecile Tremblay, Rossignol-Trapet.
Di se dice: In realtà, l'unica cosa di cui vado fiero, ma di cui non si può certo parlare in un "curriculum", è quella di essere riuscito a riunire intorno ad un tavolo, con cadenza annuale e con appuntamenti ormai divenuti dei "classici", alcuni dei più bravi giovani degustatori italiani: Armando Castagno, Franco Siciliano, Luca Santini, Fausto Ferroni, Giampiero Pulcini, Fabio Cimmino e sicuramente ne dimentico qualcuno, che 7, 8 anni fa non conoscevano nulla o quasi della Borgogna e che invece oggi conoscono e divulgano con grande maestria i vini di questa zona.

Domaine Voillot: E' un Domaine di grandi tradizioni, che gode di ottima reputazione a Volnay. Basti sapere che nelle loro cantine hanno bottiglie che risalgono ai primi decenni del 20° secolo. Jean- Pierre Charlot è il genero di Joseph Voillot, ancora vivo, con il quale ha collaborato per molti anni fino a prendere le redini del Domaine a metà degli anni '90. Jean-Pierre è un personaggio a tutto tondo, ha insegnato per molti anni enologia a Beaune e moltissimi degli attuali giovani rampanti sono stati suoi allievi e hanno mantenuto con lui un rapporto stretto e vero. Pur avendo apportato alcuni cambiamenti, soprattutto in cantina, Jean- Pierre Charlot è rimasto fedele al concetto di classicismo borgognone. (G. M.)

1° Appuntamento: La Borgogna e Giancarlo Marino.
Degustazione del 1er Cru Les Fremiets di Domaine Voillot, 1971-1983-1990-1991-1999-2005
Venerdì 27 Febbraio, ore 19:00, sala Lauro, Romeo Hotel, euro 55,00.
Per info e prenotazioni:
info@aiscampania.it
0823/345188
Prenotazione obbligatoria



Tommaso Luongo
Delegato Ais Napoli
http://www.aisnapoli.it/

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Dolcetto di Ovada Gli Scarsi 2005, Pino Ratto

Rubo allo spazio Facebook degli amici di Cantina Giardino questa foto che ritrae Pino Ratto con Daniela Di Gruttola e altre sorridenti donzelle durante un’edizione di Critical Wine, in segno di ringraziamento ad Antonio Di Gruttola, così gentile da regalarmi l’ultima bottiglia che ho tracannato del Dolcetto Gli Scarsi. Post domenicale, quindi snello e onde evitare di essere ridondante vi invito a leggere le parole scritte qui da collega bottegaio Fiorenzo Sartore sul suo Diario enotecario e, poi, l’omaggio scritto da Marco Sartori sulla versione on-line di Porthos, qui. Aggiungo qualche informazione di carattere tecnico: la zona di produzione è Rocca Grimalda, al confine con Ovada. I vigneti sono esposti a sud su giacitura collinare, terreno miocenico, terziario, marna e arenarie. La messa a dimora delle piante risale al 1935, portainnesto 420/A scelto in quanto “beve poca acqua”, sistema di allevamento: guyot basso. La fermentazione avviene in botti di cemento vetrificato, con macerazione sulle vinacce da 30 a 60 giorni. La fermentazione malolattica e l’affinamento avvengono in barriques depurate fino a due anni. Chiarifica con bianco d’uovo e sosta sulle fecce fini da tre a nove mesi.
Ah, quasi dimenticavo, è ‘bbono, assai ‘bbono, longevo, molto longevo e costa niente. 10, 12 euro o giù di lì.

Seal, A change is gonna come.

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Degustazione alla cieca di Taurasi: GMG Vinicola Taurasi e Antonio Caggiano

Degustazione al buio di 5 annate di Taurasi di due produttori: Antonio Caggiano e GMG Vinicola Taurasi.
La degustazione è preceduta da una dettagliata e partecipata presentazione del mondo vinicolo Taurasino dal professionale Paolo De Cristofaro che sottolinea come nonostante la docg Taurasi sia stata la prima in Campania non ci sia una storia e una bibliografia consolidata su questo vino.
Diventa pertanto molto aleatorio definire uno stile moderno ed uno stile tradizionale per questo vino perchè manca una sperimentazione che abbia una certa scientificità, ci si attiene allora alle personali sensazioni gustative dei partecipanti per individuare le differenze tra i vini in batteria partendo dal presupposto che Caggiano impiega barrique nell'affinamenro mentre la Vinicola GMG impiega nel processo produttivo botti grosse di Slavonia.
I° campione:
Granato con riflessi aranciati, media consistenza, discreta limpidezza e trasparenza, impatto centrato su piccoli frutti sotto spirito con la roteazione evolve su note floreali di geranio, ibisco poi chiude su note tartufate e di chiodi di garofano, in bocca prevalgono le sensazioni dure mentre alcoli e polialcoli sono più in sordina, penso subito a GMG, al gusto una netta sensazione di mela cotogna e cipria, la persistenza non è lunga e anche il corpo è magro, non ha granchè da evolversi (GMG 1998)
II° campione:
Rubino, presenza di particelle in sospensione, abbastanza consistente, primo naso smaltato e su note terziarie di ceralacca poi si allarga su note balsamiche e di terra bagnata, è molto ritroso nel farsi conoscere ma elegante e complesso, chiude su accenni di liquirizia e marasche sotto spirito, il tannino è molto vivo ma ben bilanciato dalle sensazioni alcoliche e da una discreta morbidezza, la bocca è larga e carnosa con un gusto che va dalle ciliegie alla liquirizia, alle spezie aromatiche, buona persistenza (GMG 1999).
III° campione:
Rubino con qualche riflesso granato, media consistenza, limpido, subito al naso si avvertono note ematiche e minerali poi gradualmente emerge il frutto (prugna secca) per virare d'improvviso su accenni di confettura di corniole e note di cenere, emerge rispetto ai precedenti una più netta sensazione sapida accompagnata da un bel tannino ben fuso alle componenti morbide in discreto equilibrio, bocca carnosa e ruffiana, sia intenso che complesso, in bocca esprime il suo meglio alternando al gusto sensazioni di visciole, tabacco, vaniglia e cannella (GMG 2000).
IV° campione:
Rubino impenetrabile, limpido, di buona consistenza, lacrime fitte e numerose, primo naso sul floreale di rosa canina e geranio, poi con l'ossigenazione si allarga su note speziate di pepe nero e terziarie di grafite e goudron, molto equilibrato nonostante un ben percepibile tannino che però in questo caso viene spalleggiato da polialcoli muscolosi, segno di una macerazione più lunga sulle bucce, in bocca manco a dirlo il frutto si mastica ma si avverte anche la sensazione di frutti secchi e una nota elegantemente ammandorlata nel finale che prolunga la persistenza e la complessità (Caggiano 2001).
V° campione:
Rubino, limpido, consistente, primo naso con assoluta certezza su note di frutta in maturazione (cassis, mirtilli) sensazioni minerali di pietra focaia e di confettura di uva spina e agrumi, in bocca è ancora scomposto con sensazioni tanniche e morbidezza non in sintesi, al gusto emerge tutta la sua gioventu con note poco evolute e un gusto tutto in divenire (Caggiano 2004)

Claudio Tenuta

Note: Un ringraziamento particolare a Paolo De Cristofaro, responsabile Gambero Rosso in Campania, per aver accettato il mio invito. (M.E.)

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Cupo il vino, ma non la locanda: La Maschera di Avellino

È al terzo incontro che mi sono riconciliato con il celebrato Cupo 2005, selezione di Fiano di Avellino di Sabino Loffredo dell’azienda Pietracupa, vino bianco dell’anno secondo il Gambero Rosso nel 2007. L’occasione è stata una gita di piacere e lavoro in terra Irpina nella locanda d’Autore di Gino Oliviero, La Maschera ad Avellino. Una bella serata trascorsa piacevolmente grazie al grande senso dell’ospitalità di Gino che sa come coccolare con naturalezza i propri clienti. È ormai da qualche anno che in cucina a Lino Scarallo trasferitosi a Napoli in quel di Palazzo Petrucci, è succeduta Antonella Iandolo. La cosa che colpisce è l’ottimo rapporto che in questa locanda si ha con le verdure dell’orto ed i legumi (segnalo la zuppa di cipolle di Montoro), una cucina semplice e divertente sin dai menù e dall’indicazione dei piatti. D’estate è possibile cenare nello spazio all’aperto ricavato, a quanto sembra da una costruzione risalente all’epoca dei Normanni. Bello lo spazio cantina e il locale dove Gino, grande appassionato, affina i formaggi da lui selezionati. Sufficiente la carta dei vini, soprattutto se avete voglia di bere campano cercando di viaggiare indietro nel tempo. Le sale sono accoglienti e ben arredate e, per i fumatori come me, la possibilità di una saletta, dove su comodi divani, sorseggiare qualche buon distillato. 35 euro, vini esclusi, il costo medio a persona.
Quanto al vino, non rientra nella categoria dei miei best, ma finalmente sono riuscito ad apprezzare la grande eleganza di questo fiano considerata la materia prima importante e l’alcool sostenuto. Si contraddistingue per il suo timbro mentolato, le sfumature floreali, i ricordi di sambuco, i rimandi di erbe. Al palato grande tensione e ottima chiusura. Molto apprezzabile il sorso, diventa forse difficile scolarsene qualcosa in più di due bicchieri, ma con le nuove leggi italiane, finisce con il diventare un merito.

The Kinks, Sunny Afternoon

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Del vino...

Ho lasciato che il post precedente fosse all’attenzione dei lettori di questo blog per tutta la settimana e che si sviluppasse la discussione con i vari commenti anche ben al di là del merito, di una degustazione sui cosiddetti supertuscan. Adesso qualche considerazione personale di sintesi lasciata al fine settimana, quando solitamente calano gli ascolti, cercando di essere meno noioso possibile ed offrire, nel mio piccolo, qualche spunto di riflessione.
La prima cosa che ho notato spesso e che ogni disquisizione inerente al vino, al suo giudizio ed alla sua comunicazione pare non riesca a svincolarsi dal mero approccio mercantilistico. Le osservazioni riguardanti il vino come un bene (anche) di consumo e sul mercato che, oggi, è molto più stratificato di quanto non fosse dieci anni fa, mi sembrano sicuramente di buon senso, ma cosa c’entrano? Ne prendiamo atto, va bene, ma con l’aspetto degustativo, la valutazione e la conseguente comunicazione, ripeto, cosa c’entrano? Il paradosso è che sia io a dirlo che il vino lo vendo in quanto bottegaio.
Spesso la conseguenza di questo tipo di approccio porta poi a considerare il buono o la “piacevolezza” come unico giudice supremo nella valutazione di un vino. Sinceramente, osserverei, che il buono attiene all’estetica del gusto: relativismo puro.
L’altro giorno parlavo al telefono con un amico che fa l’importatore di vini italiani a New York che mi spiegava come il mercato americano fosse cambiato e come si fosse maggiormente complicato. Si cerca eleganza, verità, ma allo stesso tempo il Pinot Grigio di aziende come Santa Margherita o Cavit sono i prodotti più venduti. Ora, senza mancare di rispetto i consumatori americani, né eccedere in uno snobismo "palatale", io credo che chi si assume il compito di divulgare e comunicare il vino debba slegarsi da certi discorsi, a meno che non voglia risolvere la propria mansione in puro e semplice marketing. Perché secondo me è di questo che si tratta. Ho imparato nel tempo e nei miei studi giovanili che se si sceglie più o meno consapevolmente di scrivere – in questo caso di vino – ci si dovrà pur porre nobili principi, tanto per capirci, citando Alessandro Manzoni “l'utile per iscopo, il vero per oggetto e l'interessante per mezzo”. Ove l’utile, in questo caso, è il ruolo pedagogico di educatore che, forse anche presuntuosamente, si vuole svolgere. Quindi, un conto, in base all’esperienza accumulata in questi anni, è ridiscutere i parametri secondo cui giudichiamo i vini introducendone di nuovi, come i concetti di bevibilità o aderenza al territorio o di naturalezza espressiva di un vino, un conto è limitarsi a dire che tutto ciò che risulta piacevole è di conseguenza un grande vino o che a decidere è il mercato, arrivando di conseguenza, citando l'amico Paolo De Cristofaro, ad un relativismo valutativo ed enologico [...] un supposto democraticismo modello talk show, che finisce con l'essere un riduttivo, volemose bene.
Forse sbaglio, ma un vino non lo si valuta con i dati delle sue vendite alla mano.
Ovviamente il discorso è ancora molto lungo ed ha tantissime altre implicazioni che forse di volta in volta affronterò.

E adesso abballate, Earth Wind & Fire, Jupiter.
Buon fine settimana.

posted by Mauro Erro @ 11:49, , links to this post


Under the (Super)tuscan sun

Le note e le considerazioni a quattro mani che state leggendo, seguono una degustazione alla cieca di nove supertuscan che ho organizzato in collaborazione con la delegazione di Napoli dell’Associazione Italiana Sommeliers. Ho chiesto all’amico Tommaso Luongo, Sommelier Master Class e attuale Delegato di Napoli dell’Ais, di scrivermi delle brevi note e considerazioni che corroborassero le mie. È doverosa una premessa: non ho mai amato questi vini, neanche nel loro periodo d’oro. Sia chiaro, per i vini bomboloni, ipermarmellatosi, iperbarricati e ipertutto, ci sono passato anch’io nel mio percorso di bevitore come tutti, ma con i tagli bordolesi made in Tuscany non ho mai avuto un feeling particolare, a differenza di alcuni sangiovese 100% che, invece, continuano a figurare tra i miei vini preferiti. Mi sono sempre chiesto quale fosse l’idea ispiratrice di questi vini al di là del mero aspetto commerciale: tentare di imitare il modello Bordeaux o attraverso l’utilizzo di vitigni bordolesi, molto facili ad acclimatarsi, raccontare in maniera diversa il terroir toscano?
Beh, ancora oggi ho grandi difficoltà a dare una risposta. Ma prima di continuare, ecco l’elenco dei vini in degustazione: Sassicaia 2000, Tenuta San Guido - Lupicaia 1998, Castello del Terriccio – Guado al Tasso 1998, Antinori – Ornellaia 2000, Tenuta dell’Ornellaia – Giorgio Primo 1997, Fattoria La Massa - Schidione 1995, Iacopo Biondi Santi – Saffredi 1998, Fattoria Le Pupille – Tignanello 2000, Antinori – Tenuta di Trinoro 1998, Tenuta di Trinoro.
Bene, una considerazione iniziale riguarda le annate: alcuni di questi vini sono stati degustati in annate “minori”. Ok, ma i prezzi non erano certo minori, né le valutazioni che hanno ricevuto da guide e riviste oltreoceano e nostrane. Tralascio l’aspetto emozionale che può coinvolgere alcuni di voi che stanno leggendo e allo stesso tempo, indossando la veste giustificazionista non penso neanche lontanamente di voler giudicare una “categoria” di vini solo ed esclusivamente da un singolo assaggio. Anzi, farò di più, tanto per capirci, ci sono annate in cui (vedi ’85 e ’88 per il Sassicaia) alcuni di questi vini hanno dato ottime performance: ma ciò basta affinchè li si elegga come portabandiera del vino made in Italy all’estero?
Da un punto di vista tecnico, questi vini hanno mostrato molto più di un limite: finezza, complessità, eleganza, armonia, bevibilità, erano termini sconosciuti a questi vini. I rappresentanti migliori non sono andati oltre il compitino di vini tecnicamente fatti bene che non raccontavano null’altro, figuriamoci il terroir toscano. Per alcuni l’invecchiamento era precoce, altri erano completamente scomposti al palato o al naso. L’unico capace di elevarsi (non che ci volesse molto) è stato il Tignanello 2000. Ora una domanda: c’è ancora qualcuno di voi, che si chiede perché questi vini rimangono invenduti in buona parte delle cantine dei ristoranti italiani?
L’unico rammarico è stato per il Tenuta di Trinoro che ha avuto un problema di tappo e che, con buone probabilità, per ciò che ha lasciato intravedere si sarebbe classificato primo su tutti.
Ora lascio la parola a Tommaso, segnalando le brevi ma incisive note di Fabio Cimmino che potete leggere qui e quelle un po’ più “democratiche” di Pasquale Brillante che potete leggere qui, sul blog dell’Ais Napoli.
Nota positiva: l’incasso della serata sarà devoluto in beneficenza.

Sui famigerati Super Tuscan, tanto per citare i desaparecidos Jalisse - menzione doverosa visto che il clima sanremesco inevitabilmente si avvicina - sono stati scritti fiumi di parole, e dire qualcosa di originale rischia di essere un’impresa piuttosto ardua…
Portabandiera dell’enologia italiana sui mercati esteri, i Super Tuscan sembrano aver ormai smarrito l’identità tanto da essere descritti, da un po’ di tempo a questa parte, come una sorta di ibridi etilici in odor di de profundis. Le due batterie etiliche evidenziano fin da subito una forte distanza dal prototipo dell’eleganza bordolese che dovrebbe costituire (in questi casi il condizionale è d’obbligo…) il modello di riferimento per i vini di questa tipologia. Il più vicino alla souplesse di ispirazione Peynaudiana è proprio forse il Sassicaia. La ciccia è sicuramente tanta, e si nota per come si adagia flessuoso sul palato, ma poi riesce a sollevarsi con scioltezza grazie ad una buona spinta di freschezza. L’Ornellaia delude per l’eccessivo e pervasivo volume di bocca e per l’essere del tutto privo di qualsiasi forma di tensione gustativa; oltremodo spesso e denso si impantana, non potendo godere di una sufficiente spalla acida per sostenere in modo efficace l’impressionante e muscolare mole estrattiva. Tra i due blasonati litiganti la spunta il Tignanello: timido e reticente, diventa con il passare dei minuti sempre più convincente soprattutto dal punto di vista emozionale.
Ma a parte quest’ultimo, il timbro made in Tuscany con la tradizionale e profonda mineralità ferrosa a far da battistrada alle scure tinte ematiche e terragne finisce per essere per tutti gli altri vini in degustazione solo un timido accenno, mentre la nota dominante parla il linguaggio erbaceo del cabernet immaturo con prepotenti note balsamiche traslate dai piccoli legni di affinamento.
Non giudicabile il Tenuta di Trinoro che, anche se irrimediabilmente segnato “alla distanza” dal sentore di tappo, dimostra una personalità olfattiva non comune tanto da riuscire ad offuscare inizialmente le grevi note sugherose…Che peccato!
Super forse, Tuscan sicuramente no…

Mauro Erro e Tommaso Luongo

Fiumi di parole, Jalisse

posted by Mauro Erro @ 11:52, , links to this post


Bourgogne rouge 2006, Robert Chevillon

Chiedere a Giancarlo Marino e Armando Castagno, e se il concetto non fosse chiaro farselo ribadire da Fabio Cimmino qui. Il prezzo dovrebbe – dovrebbe, visto che non ho notizie certe circa la distribuzione di questo produttore in Italia – aggirarsi intorno ai 15 euro. Un borgogna base da uve Pinot Nero, ca vans dire, di Robert Chevillon. Colore rubino scintillante d’intriganti trasparenze, il primo naso è legnoso di vaniglia e note affumicate. Attendere prego. L’ossigenazione permette al vino di aprirsi su note fruttate di ciliegia e amarena, su sentori appena appena vinosi, echi floreali, spezie e note fumè su un sottofondo terroso. Beva sconquassante grazie all’acidità, chiede il cibo inesorabilmente; tannino leggermente ruvido. Best buy. Vivaddio esistono ancora “vinelli così”.

Meravigliosa creatura.

posted by Mauro Erro @ 10:53, , links to this post






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