Under the (Super)tuscan sun

Le note e le considerazioni a quattro mani che state leggendo, seguono una degustazione alla cieca di nove supertuscan che ho organizzato in collaborazione con la delegazione di Napoli dell’Associazione Italiana Sommeliers. Ho chiesto all’amico Tommaso Luongo, Sommelier Master Class e attuale Delegato di Napoli dell’Ais, di scrivermi delle brevi note e considerazioni che corroborassero le mie. È doverosa una premessa: non ho mai amato questi vini, neanche nel loro periodo d’oro. Sia chiaro, per i vini bomboloni, ipermarmellatosi, iperbarricati e ipertutto, ci sono passato anch’io nel mio percorso di bevitore come tutti, ma con i tagli bordolesi made in Tuscany non ho mai avuto un feeling particolare, a differenza di alcuni sangiovese 100% che, invece, continuano a figurare tra i miei vini preferiti. Mi sono sempre chiesto quale fosse l’idea ispiratrice di questi vini al di là del mero aspetto commerciale: tentare di imitare il modello Bordeaux o attraverso l’utilizzo di vitigni bordolesi, molto facili ad acclimatarsi, raccontare in maniera diversa il terroir toscano?
Beh, ancora oggi ho grandi difficoltà a dare una risposta. Ma prima di continuare, ecco l’elenco dei vini in degustazione: Sassicaia 2000, Tenuta San Guido - Lupicaia 1998, Castello del Terriccio – Guado al Tasso 1998, Antinori – Ornellaia 2000, Tenuta dell’Ornellaia – Giorgio Primo 1997, Fattoria La Massa - Schidione 1995, Iacopo Biondi Santi – Saffredi 1998, Fattoria Le Pupille – Tignanello 2000, Antinori – Tenuta di Trinoro 1998, Tenuta di Trinoro.
Bene, una considerazione iniziale riguarda le annate: alcuni di questi vini sono stati degustati in annate “minori”. Ok, ma i prezzi non erano certo minori, né le valutazioni che hanno ricevuto da guide e riviste oltreoceano e nostrane. Tralascio l’aspetto emozionale che può coinvolgere alcuni di voi che stanno leggendo e allo stesso tempo, indossando la veste giustificazionista non penso neanche lontanamente di voler giudicare una “categoria” di vini solo ed esclusivamente da un singolo assaggio. Anzi, farò di più, tanto per capirci, ci sono annate in cui (vedi ’85 e ’88 per il Sassicaia) alcuni di questi vini hanno dato ottime performance: ma ciò basta affinchè li si elegga come portabandiera del vino made in Italy all’estero?
Da un punto di vista tecnico, questi vini hanno mostrato molto più di un limite: finezza, complessità, eleganza, armonia, bevibilità, erano termini sconosciuti a questi vini. I rappresentanti migliori non sono andati oltre il compitino di vini tecnicamente fatti bene che non raccontavano null’altro, figuriamoci il terroir toscano. Per alcuni l’invecchiamento era precoce, altri erano completamente scomposti al palato o al naso. L’unico capace di elevarsi (non che ci volesse molto) è stato il Tignanello 2000. Ora una domanda: c’è ancora qualcuno di voi, che si chiede perché questi vini rimangono invenduti in buona parte delle cantine dei ristoranti italiani?
L’unico rammarico è stato per il Tenuta di Trinoro che ha avuto un problema di tappo e che, con buone probabilità, per ciò che ha lasciato intravedere si sarebbe classificato primo su tutti.
Ora lascio la parola a Tommaso, segnalando le brevi ma incisive note di Fabio Cimmino che potete leggere qui e quelle un po’ più “democratiche” di Pasquale Brillante che potete leggere qui, sul blog dell’Ais Napoli.
Nota positiva: l’incasso della serata sarà devoluto in beneficenza.

Sui famigerati Super Tuscan, tanto per citare i desaparecidos Jalisse - menzione doverosa visto che il clima sanremesco inevitabilmente si avvicina - sono stati scritti fiumi di parole, e dire qualcosa di originale rischia di essere un’impresa piuttosto ardua…
Portabandiera dell’enologia italiana sui mercati esteri, i Super Tuscan sembrano aver ormai smarrito l’identità tanto da essere descritti, da un po’ di tempo a questa parte, come una sorta di ibridi etilici in odor di de profundis. Le due batterie etiliche evidenziano fin da subito una forte distanza dal prototipo dell’eleganza bordolese che dovrebbe costituire (in questi casi il condizionale è d’obbligo…) il modello di riferimento per i vini di questa tipologia. Il più vicino alla souplesse di ispirazione Peynaudiana è proprio forse il Sassicaia. La ciccia è sicuramente tanta, e si nota per come si adagia flessuoso sul palato, ma poi riesce a sollevarsi con scioltezza grazie ad una buona spinta di freschezza. L’Ornellaia delude per l’eccessivo e pervasivo volume di bocca e per l’essere del tutto privo di qualsiasi forma di tensione gustativa; oltremodo spesso e denso si impantana, non potendo godere di una sufficiente spalla acida per sostenere in modo efficace l’impressionante e muscolare mole estrattiva. Tra i due blasonati litiganti la spunta il Tignanello: timido e reticente, diventa con il passare dei minuti sempre più convincente soprattutto dal punto di vista emozionale.
Ma a parte quest’ultimo, il timbro made in Tuscany con la tradizionale e profonda mineralità ferrosa a far da battistrada alle scure tinte ematiche e terragne finisce per essere per tutti gli altri vini in degustazione solo un timido accenno, mentre la nota dominante parla il linguaggio erbaceo del cabernet immaturo con prepotenti note balsamiche traslate dai piccoli legni di affinamento.
Non giudicabile il Tenuta di Trinoro che, anche se irrimediabilmente segnato “alla distanza” dal sentore di tappo, dimostra una personalità olfattiva non comune tanto da riuscire ad offuscare inizialmente le grevi note sugherose…Che peccato!
Super forse, Tuscan sicuramente no…

Mauro Erro e Tommaso Luongo

Fiumi di parole, Jalisse

posted by Mauro Erro @ 11:52,

48 Comments:

At 4 febbraio 2009 11:22, Blogger Paolo De Cristofaro said...

Condivido in gran parte le vostre analisi ma penso che il discorso sia ancora piuttosto aperto. E' innegabile che in questo momento i Supertuscan appaiono come una sorta di "reduci" di una stagione che si sta chiudendo. Ma a mio avviso, è proprio quella stagione a dover essere messa in discussione. I vini che avete assaggiato appartengono esattamente agli anni "ipertutto", come efficacemente sottolineava Mauro. Ma è un aspetto che non tocca soltanto i vini con contributo alloctono: riassaggiare tanti sangiovesi in purezza e perfino molti Chianti Classico delle annate '96/2001 significa molto spesso arrivare alle stesse conclusioni. Non è tanto l'uvaggio ad essere centrale, quanto il progetto che c'è stato per un certo periodo dietro a questi vini, a prescindere che fossero superetichette nate ad hoc o vini con già una storia dietro. Ma provate a riassaggiare dei Tignanello, dei Solaia, dei Sassicaia, perfino dei Siepi, degli anni '80 o di inizio anni '90 e ditemi se non sono dei vini che sanno di Toscana fino al midollo. Possono non essere nelle nostre corde, ma non gli si può imputare certo una carenza di identità.
Ci sarebbe molto da dire anche sulla curva evolutiva dei tagli bordolesi ma il discorso diventerebbe troppo lungo. Così come molto mi viene in mente sulle ibridazioni più o meno dichiarate delle denominazioni classiche. In questo senso, se il progetto di un Supertuscan (che sia o meno vino di punta non importa) serve a "proteggere" il Brunello 100% sangiovese o il Chianti Classico autentico, io dico viva i Supertuscan.

 
At 4 febbraio 2009 11:39, Blogger Mauro Erro said...

Innanzitutto benvenuto e, aggiungo personalmente, finalmente!!! Mancavi solo tu...:-)
Bell'intervento, soprattutto mi è piaciuto questo passo: "E' innegabile che in questo momento i Supertuscan appaiono come una sorta di "reduci" di una stagione che si sta chiudendo. Ma a mio avviso, è proprio quella stagione a dover essere messa in discussione"..sono d'accordo anche perchè è arrivato il momento di passare a quello che gli americani definiscono next step.
Detto questo, però, non capisco perchè dovremmo aver bisogno dei supertuscan per proteggere il 100% sangiovese delle nostre denominazioni storiche. Capisco il senso delle tue parole, ma dovremmo slegare le due cose e uscire dal do ut des per avere una visione diversa della situazione…

 
At 4 febbraio 2009 11:55, Blogger Paolo De Cristofaro said...

Non ho detto che c'è un rapporto di causa-effetto, io partivo da un'altra considerazione. The next step, come dici tu, secondo me non significa chiudere un'era omologante per aprirne un'altra, seppur di segno inverso. Io non sono convinto che alcuni blend con apporti alloctoni in alcune zone della toscana non aggiungano niente in termini di qualità e identità. Così come non sono convinto che il sangiovese 100% non è sempre la soluzione perché ci sono zone (e sono tante in Toscana) dove il sangiovese non matura o matura troppo. Siamo sicuri che un sangiovese 100% di maremma o di Bolgheri (ma aggiungerei anche Panzano) è per forza più identitario e territoriale di un blend con cabernet o sirah?
Il discorso sul rapporto alloctoni-denominazioni è un altro: mantenendo una dignità laica e una riconoscibilità nei rossi igt probabilmente (che non significa per forza continuare a sfornare etichette senza storia a 100 euro la prima annata), probabilmente renderebbe più facile e chiaro il progetto vino di un'azienda. Col supertuscan che può fare il supertuscan e il chianti classico che può fare il chianti classico, senza ibridazioni. Le difficoltà di vendita di questi elefanti del passato stanno facendo diminuire numero di bottiglie ed etichette prodotte. Ma tutto il cabernet e merlot che è stato piantato in quegli anni dove va a finire adesso? E soprattutto, siamo convinti che gli ammorbidimenti da apporto alloctono siano già così invisi ad un mercato globale di consumatori medi? Forse adesso sono stato più chiaro...
ps grazie per il benvenuto, credo che adesso mi dovrai sopportare più spesso...

 
At 4 febbraio 2009 13:10, Blogger Mauro Erro said...

discorso lungo e complicato non risolvibile in questo scambio di battute e tra la'ltro come osservavi, non esiste un unico mercato, ma tanti segmenti...in ogni caso le tue sono osservazioni di buon senso...

P.S. ma quale sopportare...

 
At 4 febbraio 2009 16:49, Anonymous Lello del Franco said...

Non voglio entrare nei discorsi di oppotrtunità o meno di tagliare il Sangiovese con altri vitigni oppure produrre vini con estratti altissimi. Voglio solo dire che tutti i Supertuscan sono stati i miei miti enologici, vini che hanno fatto riaccendere le luci su un settore che stava decadendo. Sono stati secondo il mio parere i vini che hanno dato nuova linfa all'enologia Italina. Come lo sono stati il Cabernet di Tasca d'Almerita e lo Chardonnay di Planeta in Sicilia. Siamo sicuri che si sarebbe parlato dei vini dell'Etna se non ci fossero stai prima loro? Ogni vino recita una parte nella storia, quindi mettiamo i Supertuscan nella loro casella e basta. Adesso bevo Sangiovese in purezza anche grazie a loro.

 
At 4 febbraio 2009 17:26, Blogger Paolo De Cristofaro said...

Io non penso che la storia del vino debba scriversi necessariamente per capitoli, anche perché spesso esistono più storie da raccontare su uno stesso vino. Non credo che i Supertuscan tout court abbiano smesso il loro ruolo: certamente sono stati il simbolo di un'era che sta rapidamente evolvendo in qualcos'altro, ma non sono così convinto che li si possa archiviare come un reperto estinto del recente passato modernista. Qualcuno ha assaggiato Lupicaia '04? Oppure Masseto '05? Lo sapete, non sono certo i primi vini che mi verrebbe in mente di portare per una bicchierata tra di noi, ma se devo essere sincero mi affascina molto questo processo di "rimessa a punto" degli elefanti, a volte più di quanto leggo in tanti sangiovese 100% che improvvisamente spuntano come funghi. Esattamente come prima spuntavano altre cose e come sempre ne spunteranno, ogni volta che cambierà la parola d'ordine che pretende di sintetizzare un mercato sempre più complesso.

 
At 4 febbraio 2009 17:30, Blogger Mauro Erro said...

@ Lello: infatti qui non si vuole crocifiggere nessuno, è una questione di percorso e oggi a bocce ferme credo se ne possa discutere serenamente e pacatamente. I vini di oggi sono sicuramente anche frutto dell'esperienza accumulata, ma affrontare determinati discorsi credo possa essere solo utile.
Ad esempio il ruolo e il peso dell'informazione, soprattutto quella americana, Parker e soci, credo ad esempio abbia avuto un suo peso. Anche il ruolo della comunicazione "vinosa", andrebbe forse rivista in questo senso, non solo il vino in quanto prodotto deve andare avanti, ma il "sistema vino" tutto. Noo?

 
At 4 febbraio 2009 17:35, Blogger Mauro Erro said...

@ Paolo: ok, perfetto, ma iniziamo a dare delle "definizioni" di vino, di bere ecc. ecc., se non partiamo dal definire ciò di cui parliamo, iniziamo a rincorrerci senza arrivare a nulla...
tra l'altro, scusate se insisto su un aspetto non secondario, non si può guardare al vino solo dal punto di vista mercantilistico e non culturale, noo?

 
At 4 febbraio 2009 17:53, Blogger Paolo De Cristofaro said...

1) Dovunque si discute di vino oggi, leggo delle forti critiche al ruolo della comunicazione "vinosa" e forti auspici per un cambiamento del sistema vino tutto. Perfettamente d'accordo, ma non sono ancora riuscito a capire come deve cambiare. Per decreto forse? Io credo che il sistema, qualunque esso sia, lo creano le persone e sono solo le persone a poterlo cambiare. E' facile oggi sparare su una certa critica enologica che avrebbe dato impulso a certe interpretazioni rivelatesi inconsistenti o "di plastica" alla distanza. Ma non ci dimentichiamo che questo è stato possibile perché prima di tutto le aziende e poi i consumatori hanno accettato di conferire un potere a questa critica ben superiore a quelle che forse erano le intenzioni. Non mi sembra che ci sia stato un governatore che per legge abbia imposto all'improvviso che certe valutazioni dovevano influenzare le scelte stilistiche dei produttori e il mercato. Così come oggi non è per decisione estemporanea che si reinventa un altro modo di fare e vivere la critica enologica. Chi ci crede, si impegna, ci mette la faccia, approfondisce e sa farsi ascoltare contribuirà al cambiamento. Tutto qua.
2) Non capisco di quali "definizioni" parli. Secondo me rischiamo di rincorrerci senza arrivare a nulla quando pretendiamo di fissare a priori quello che va bene o no, quello che è giusto o no, quello che è mercantilistico e quello che è culturale. Posso affermare con certezza che dopo un po' di anni non sono ancora in grado di stabilire con sufficiente affidabilità la differenza. Se parliamo invece di identità aziendale e territoriale, coerenza personale, corsi e ricorsi storici, qualche idea più chiara ce l'ho. :-)

 
At 4 febbraio 2009 18:01, Anonymous Anonimo said...

@ Mauro io non voglio difendere nessuno ti racconto un fatterello. Immagina negli anni 80 un giornalista che fa le degustazioni di vini Toscani e si trova davanti il Camartina, Il Siepi, Il Casalferro insieme al Chianti di San Felice e quello di Castello di Gabbiano,ma con quello che girava siamo sicuri che se diceva che i primi tre erano dei vini della madonna sbagliava? Io credo di no, anche perchè ci sono cascato pure io. Quindi incolpare anche la critica in questo senso mi sembra esagerato. Il problema è stato che la critica in quegli anni accecata, force poco lucida, da questi vini non si è ricordata di quello che di buono c'era prima, affossando vini come Pergole o come il Brunello di Biondi Santi, relegandoli a semplici comprimari. Questo si. Ma che abbiano tutti preso un abbaglio non ci credo. Voglio solo ricordare che anche un Straeloggiato vignaiolo come DE Marchi di Isole e Olena che ha il Cepparello nel cuore produce La Collezione De Marchi di Cabernet, e Chardonnay con gradi e consapevoli risultati. quindi anche i vignaioli ci credevano di loro non perchè spinti dalla critica

 
At 4 febbraio 2009 18:02, Anonymous Anonimo said...

Anonimo sta per Lello

 
At 4 febbraio 2009 18:13, Blogger Mauro Erro said...

1) Qua non si vuole sparare a nessuno, neanche alla critica, ma, riferendomi al discorso che faceva Lello, ho semplicemente detto, ai supertuscan riconosciamo tutto quello che si vuole, ma si potrà anche muovere qualche critica o no? Tutto qui. Avere dello spirito critico non ha mai fatto male a nessuno. Hai ragione, bisogna metterci la faccia, e tu lo stai facendo.
2)Non ho detto che bisogna dire aprioristicamente ciò che è buono e ciò che non lo è, ma solo fissare i parametri secondo i quali diamo i nostri giudizi e opinioni (cambiano anche quelli nel tempo). Quali i criteri? Per capirci: bevibilità, aderenza la territorio ecc. ecc.
Scusami, in quanto al discorso culturale/mercantilistico, allora ti chiedo perchè difendere il 100% sangiovese di denominazioni come Brunello o Chianti? E quando tu scrivi "identità territoriale", non ti pare che stai parlando di un aspetto culturale?

 
At 4 febbraio 2009 18:18, Blogger Mauro Erro said...

@ Lello: ripeto, non impegoliamoci in discorsi inutili. Il mondo del vino Italiano è recente, 20, 30 anni. Il mondo del vino e quello della critica si sono scoperti vicendevolmente. Le derive non ci interessano, non siamo neanche noi a dovercene occupare. Capire gli errori può essere utile solo per non ripeterli, tutto qui...Da più parti sento dire ad esempio che il sistema delle guide è vecchio...allora sforziamoci di trovarne uno nuovo...tutto qui.

 
At 4 febbraio 2009 18:22, Anonymous Anonimo said...

@ Mauro io sto difendendo quello che di buono è stato creato con "l'invezione" dei supertuscan, ma anche io sono critico verso molti dei vini citati. Diciamo che tranne una decina gli altri non hanno mai avuto senso per me. Quello che non mi piace è lo sparare a zero su una categoria in assoluto. Poi che la critica ha sbagliato e che i Supertuscan sono stati anche un danno quello lo penso anche io.

 
At 4 febbraio 2009 18:27, Blogger Mauro Erro said...

@ anonimo/Lello: vai oltre. Dimmi perchè alcuni avevano senso e perchè altri non ne avevano (senza necessariamente far nomi).

 
At 4 febbraio 2009 18:31, Blogger Paolo De Cristofaro said...

Io invece non penso che il discorso di Lello sia inutile. Perché nel mondo del vino, come in qualsiasi altro ambito della vita e della passione umana, ogni cosa si intreccia e si influenza. Se avessimo fatto questa serata quattro anni fa, sono sicuro che gli "esiti" e le impressioni di partecipanti e organizzatori sarebbero state molto diverse, per non dire agli antipodi. Bisogna tenerne conto, altrimenti rischiamo veramente di guardare certe cose come se fossero "invasioni aliene" venute da chissà dove.
Io non penso che siamo su posizioni opposte, infatti credo che l'esercizio di critica e la sintesi valutativa siano due tra le più importanti azioni culturali. Ma, come sottolinei anche tu, sono variabili e contestualizzabili solo in un certo periodo. Per questo mi sembra per molti versi ozioso "pretendere" di fissare dei criteri oggettivamente validi e duraturi.
Vogliamo giocare a fissare i parametri di oggi, di questa precisa fase? Ok, ci sto, divertiamoci pure. Ma siamo così sicuri che non ci sia qualcuno che già li ha fissati per noi? Ieri le guide, oggi un altra lobby. Che dietro cultura e poesia riesce a far passare le sue parole d'ordine. Che sempre in un conto in banca portano, nonostante qualche personaggio più simpatico...

 
At 4 febbraio 2009 18:40, Blogger Mauro Erro said...

Ma infatti secondo me non siamo assolutamente su posizioni opposte. E tutto va contestualizzato in un dato periodo storico. Alla fine, però, fai un ricamo anche tu se parli di lobby, inverso, ma proporzionale a chi ricama su poesia e romanticismo. Tu sei un giornalista di vino ed hai trent'anni, perchè hai una visione così cinica? Dimmi semplicemente ciò che ti guida nella valutazione di un vino oggi, cosa ti emoziona, cosa guida la tua penna...mi basta questo...e forse a qualche definizione ci arriviamo, e poi lo hai detto stesso tu, sono le persone che fanno il sistema...

 
At 4 febbraio 2009 19:12, Anonymous tommaso said...

In primis...Molto interessante il vostro scambio di battute anche se confesso la mia idiosincrasia per i botta e risposta "telematici"(non riesco a seguirli)e continuo a preferire di gran lunga quelle belle chiacchierate di una volta!
In secundis...Solo una considerazione: non è che, magari, a prescindere da guide, lobby, istanze culturali e mercantilistiche siamo cambiati noi e con noi le nostre percezioni ancor prima dei vini che stiamo bevendo?

 
At 4 febbraio 2009 19:16, Blogger Mauro Erro said...

@ Tommaso: Si, ma per telefono ce li facciamo noi e noi...se li scrivi dai la possibilità a chi ti legge di interessarsi se vuole...
In secundis, è proprio di questo che stiamo parlando...

 
At 4 febbraio 2009 19:32, Anonymous Luciano Pignataro said...

@Tommaso
Cambiamo noi come soggetto, certo. Ma anche l'oggetto è in mutazione costante
@Lello, Mauro e Paolo
L'altra sera ho cordinato proprio su questi temi una riunione organizzata da Enzo Ercolino con Franco Ricci, Roberto Burdese e Gigi Salerno. Le domande, anche arrabbiate della sala, piena di agenti, cioé di operatori in trincea, erano le stesse che vi siete fatti reciprocamente. Che ci facciamo tra noi.
Risposte in sintesi:
1-il buono come metro di giudizio resta l'unico criterio possibile anche se non elude errori su persone e aziende, nè taroccamenti sui vini.
2-Le guide sono nate come risposta alla crisi post-metanolo. Ora vanno sicuramente ripensate ma non si trovano formule più efficaci di quelle conosciute anche perché il mercato, seppur in misura minore, continuano a chiederle.
3-La strada alternativa non è costituita da vini naturali, biodinamici e altro anche se bisogna tenere conto di questi fenomeni e non ignorarli come in passato.
4-Internet è importante ma il 2.0 non sostituirà le guide.
Io penso che prima il mercato degli appassionati era più omogeneo perché nuovo e immaturo, adesso si è notevomente stratificato e modificato e penso che, rispetto al passato, non ci sarà mai più chi potrà rappresentarlo tutto.
Questa, forse, è la verità. La guerra è finita.

Ps:Mauro puoi salvare in altra forma questa conversazione? Grazie

 
At 4 febbraio 2009 20:13, Blogger Mauro Erro said...

@ Pignataro: Salomonico.

Procedo, anche se aspetto che qualcuno aggiunga qualcosa...

 
At 4 febbraio 2009 22:08, Anonymous Tommaso said...

@Luciano
a telefono con Mauro stavo parlando proprio di questo...
e ne approfitto per rilanciare questa riflessione anche via web
Ma di quali oggetto-SuperT stiamo parlando? Di quelli che negli anni 70 hanno rivoluzionato la ricetta ottocentesca del barone Ricasoli confezionando vini di grande classe o di quelli che, qualche lustro dopo, hanno continuato ad inseguire il modello bordolese senza accorgersi che nel frattempo i produttori girondini sollecitati dai nègociants e dall'evoluzione del gusto nei mercati di riferimento preferivano ispirarsi, a loro volta, ai colleghi californiani tutti "ciccia e brufoli".Poi Bordeaux e California hanno dimostrato di sapersi rinnovare mentre molti ST hanno segnato il passo!Il discorso è lungo e l'intervallo della partita è finito...

 
At 5 febbraio 2009 08:07, Anonymous Anonimo said...

Fare i nomi dei dieci che salvo è facile per me, e il perchè lo ha spiegato molto bene Tommaso nella sua precedente riflessione. Quelli che salvo e che hanno un senso sono quelli nati alla fine degli anni 70 fino all'85, perchè figli di una visione differente e consapevole, il consapevole per me è fondamentale, perchè mi fa capire che quel vino nasce da un substrato culturale del produttore ben radicato in qualcosa. per es. Il suo gusto, vedi Camartina per il patron di Querciabella oppure il Tignanello per Antinori oppure lo stesso Pergole che nasce come innovatore ed è finito nei tradizionalisti (come vedete il limite alcune volte è estremamente sottile). e quelli che non salvo sono quelli successivi nati forzatamente sulla scia del successo altrui e non su un radicamento culturale. Lasciando stare adesso i nostri cari Supertuscan il discorso mi sembra entrato in un vicolo differente è più ampio, cioè i limiti attuali della comunicazione e su questo ragazzi non basta questo post. caso mai ci sentiamo dopo altrimenti devo scrivere un libro.
Lello

 
At 5 febbraio 2009 08:35, Anonymous Anonimo said...

Continuo...
Sono perfettamente daccordo con Luciano quando dice: "Io penso che prima il mercato degli appassionati era più omogeneo perché nuovo e immaturo, adesso si è notevomente stratificato e modificato e penso che, rispetto al passato, non ci sarà mai più chi potrà rappresentarlo tutto". Quindi convinciamoci che non ci sarà nessun altro strumento che sostituendosi alle guide avrà lo stesso successo. Ogni altra New Entry avrà il suo pezzo di mercato ma non tutta la torta. Questo è nella naturale dinamica dei cicli di qualsiasi settore. Non meravigliamoci e non andiamo a trovare qualcosa che ricalchi i successi del passato, perchè quel periodo non esiste più.
Lello

 
At 5 febbraio 2009 10:55, Anonymous Luciano Pignataro said...

@Lello
Completo il tuo ragionamento. Questo vale per le stesse guide ovviamente. Non potranno più avere quella parola definitiva di qualche anno fa su un prodotto. Ma questo è un bene, io che vengo da un giornale monopolista poi aggredito dalla concorrenza so che solo in queste condizioni poi si innescano meccanismi migliorativi e diversificativi. Ma non più omnicomprensivi. Più bello così. No?

 
At 5 febbraio 2009 11:02, Blogger Mauro Erro said...

@ Lello: "il consapevole per me è fondamentale, perchè mi fa capire che quel vino nasce da un substrato culturale del produttore ben radicato in qualcosa. per es. Il suo gusto..."
ergo, se un produttore si affida ciecamente ad un consulente esterno che applica un protocollo, se un produttore non ha un proprio gusto e una capacità degustativa, se il produttore no ha un'idea del vino che vuole fare si corre il rischio di un prodotto omologato e privo d'identità? Giusto? io approvo...
Riguardo alle guide, secondo me neanche prima si rivolgevano all'intero mercato. Io penso che la massa continui a ignorare chi sia Cernilli, Rizzari ecc. ecc.

@ Pignataro: Non sono d'accordo sul punto 4. Dal carataceo si passerà prima o poi allo schermo (il tempo che si trasferiscano soldi e risorse) e sarà un grande vantaggio per le guide: la possibilità di aggiornare continuamente il proprio lavoro, corregendo continuamente gli errori e verificando così gli assaggi.

 
At 5 febbraio 2009 11:09, Blogger Mauro Erro said...

@ Lello: una domanda: come si traduce la consapevolezza del produttore in termini organolettici nel bicchiere?

 
At 5 febbraio 2009 11:22, Anonymous Anonimo said...

@Mauro
SI! Giustissimo
@Luciano
Ragionamento Completato
Adesso però che ci siamo detti tutto e, forse, abbiamo anche trovato un punto di accordo, anche su concetti, forse, già sentiti altrove, mi dite dove dobbiamo andare? Chi è l'assassino? 26 interventi solo per capire come la pensiamno su certe tematiche? Esercizio utile comunque, ma vogliamo cercare di trovare una soluzione? Qualcuno di voi l'ha trovata?

 
At 5 febbraio 2009 12:19, Blogger canesciolto said...

Negli anni '80 anch'io ho amato alcuni supertuscan: Grattamacco 85, Sassicaia 81, o, negli anni '90 il Carbonaione. Ma la mia crescita degustativa (ovviamente ancora in crescita) mi ha confermato e mi conferma assaggio su assaggio che 2 sono i grandi vitigni italiani che, lavorati con tradizione e con continue innovative sperimentazioni, possono dare sensazioni degustative notevoli: nebbiolo e aglianico.
Continuo a comprare (ogni tanto) questi supertuscan: li apriamo e li degustiamo sperando sempre che ci smentiscano, che abbattino l'idea preconcetta che ci siamo fatti in 32 anni di degustazioni: e invece.....
Vanno bevuti per crescere.

 
At 5 febbraio 2009 17:15, Blogger Paolo De Cristofaro said...

come faccio a reinserirmi senza scrivere la divina commedia? giusto dei flash allora:
@Mauro: non si stava parlando dei miei criteri di valutazione ma dei supertuscan come categoria culturale per ripensare ad un passato non troppo lontano. E la parte più semplice e forse banale della mia idea è che se questo passato appare come criticabile è perché ci sono stati dei cambiamenti. Non c'è un prima sbagliato e un oggi giusto: tra cinque anni sono sicuro che ripenseremo con ironia a certi vini che oggi infiliamo in tutte le degustazioni, valutandoli come dei bluff esattamente come certi supertuscan non radicati in un progretto culturale o estetico, quelli che salva Lello. E anch'io.
@Lello: condivido praticamente tutto ed è strano: forse la prima volta...
@Luciano: come Lello penso anch'io che il passaggio chiave sia quello della stratificazione dei mercati degli appassionati. Winenews ci campa una settimana ogni anno perché, guarda caso, ogni stagione in più fa sì che sia sempre più piccolo l'elenco dei vini che premiano tutti. A me questo scenario piace da matti, non mi piace la bocciatura tout court al "sistema delle guide" che non leggo qui ma molto altrove che mi sa tanto di slogan e di un altro sistema che si nasconde dietro e ambisce a soppiantarlo.

 
At 5 febbraio 2009 17:22, Blogger Paolo De Cristofaro said...

Preciso meglio l'ultimo pensiero: mi piace da matti che si riapra il laboratorio delle idee e dei criteri valutativi. Mi piace meno la sensazione che in questo legittimo cercarsi lo spazio di ognuno, a volte si decida forzatamente di ignorare certe storie e certi valori acquisiti nel tempo. Non mi piace l'idea che la soggettività possa diventare l'alibi per non cercare una metodologia e una professionalità che abbia delle basi non soltanto nel gusto personale. Lo Chambertin di Rousseau o Chateau Lafite tutti gli anni prendono 20/20, a prescindere che scriva Gault Millau, Revue du Vin o Bettane & Dessauve... Non è così alienante avere dei punti fermi, se quei punti fermi non sono solo dei monumenti museali.

 
At 5 febbraio 2009 17:23, Blogger Mauro Erro said...

@ Paolo: invece, sul tuo ultimo passo sono meno d'accordo. Non tutto è relativo. Dimentichiamo che siamo giovani (non io e te, ma il mondo del vino Italiano) e semplicemente stiamo cercando il modello, stiamo facendo la nostra storia e tradizione, poi certo cambiamenti ce ne saranno sempre e tra dieci anni sarà diverso, ma oggi, può darsi sbagli, si costruisce l'identità del vino Italiano. Quei territori che hanno realmente un'identità, ovviamente.

 
At 5 febbraio 2009 17:24, Blogger Mauro Erro said...

Ovviamente mi riferivo al commento precedente...su Rousseau c'è poco da dire...

 
At 5 febbraio 2009 17:26, Blogger Mauro Erro said...

Anzi sul tuo ultimo commento sono molto d'accordo...ed è proprio su quello che s'adda faticà...

 
At 5 febbraio 2009 17:33, Blogger Paolo De Cristofaro said...

@Mauro: non ho capito su quale passo non sei d'accordo. Se rileggi il mio intervento ti rendi conto che è tutto meno che una difesa del relativismo valutativo ed enologico. Anzi, credo proprio che dietro questo supposto democraticismo modello talk show si nascondano la maggior parte delle insidie per chi è convinto che gli errori siano solo nel passato...

 
At 5 febbraio 2009 17:41, Blogger Mauro Erro said...

Su questa: "E la parte più semplice e forse banale della mia idea è che se questo passato appare come criticabile è perché ci sono stati dei cambiamenti.Non c'è un prima sbagliato e un oggi giusto"
Non sempre quello che viene dopo è meglio, ma spesso lo è. Oggi si ha la possibilità di fare meno errori in virtù di una maggiore esperienza. Io sono convinto che il passato bisigna ringraziarlo, compresi i supertuscan, le guide ecc. ecc., poi capire quali gli errori per migliorare. Tra cinque anni faremo lo stesso, ma prima o poi a un punto arriveremo, al di là dei risvolti del mercato.

 
At 5 febbraio 2009 17:46, Blogger Mauro Erro said...

Anzi aggiungo questo, mi piace molto questa tua affermazione: "relativismo valutativo ed enologico. Anzi, credo proprio che dietro questo supposto democraticismo modello talk show si nascondano la maggior parte delle insidie per chi è convinto che gli errori siano solo nel passato..." che mi trova concorde ed è secondo me in contrasto con quanto affermava Pignataro qualche commento più su: "il buono come metro di giudizio resta l'unico criterio possibile..."
Il Buono attiene all'estetica del gusto: argomento relativo per eccellenza....

 
At 5 febbraio 2009 20:19, Blogger Paolo De Cristofaro said...

Punto primo: mi trovo con te quasi su tutto, ma contesto il concetto di "errore" riferito a certe cose che oggi non condividiamo o condividiamo meno. L'equivoco è nel fatto che una certa qualcosa (in questo caso stili e progetti riassunti nel modello supertuscan) abbia preso piede a tal punto da diventare limitante per altre visioni. Ma l'errore non risiede nella cosa in sé quanto nel potere che le persone gli attribuiscono. Se il fenomeno dei supertuscan fosse rimasto solo uno dei tanti ingredienti della ricetta vino italiano e non apparentemente LA ricetta, non credo si innescherebbe un così profondo processo di revisione.
Punto secondo: "il buono come metro di giudizio resta l'unico criterio possibile" nella misura in cui parliamo tra di noi e ci raccontiamo le esperienze, le cose che preferiamo, le situazioni che ci fanno stare bene, e viceversa. Quando siamo in quest'ambito di libera espressione del pensiero, secondo me è un concetto difficilmente contestabile. Completamente diverso è il discorso quando la chiave del buono soggettivo vuole aprire la porta dell'agorà comunicativo. Entra nella toppa della serratura ma non ce la fa a girarla, perché se dietro la tua espressione del buono non c'è una forza di coerenza, metodologia, ripetibilità, comprensibilità, difficilmente questa riuscirà ad avere l'efficacia, gli effetti e la persistenza di un'azione critica degna di questo nome. Ed è questo il motivo per cui uno diventa Parker o Wine Spectator e un altro/altri no.

 
At 5 febbraio 2009 21:34, Blogger Mauro Erro said...

azz'.
Dammi il tempo di riflettere e ne riparliamo.

 
At 6 febbraio 2009 15:12, Anonymous Anonimo said...

@ Tutti
Ma quanto azzeccata è la canzone abbinata a questo articolo?
Lello

 
At 6 febbraio 2009 15:19, Blogger Paolo De Cristofaro said...

tra l'altro a me piaceva allora e non mi dispiace risentirla anche adesso ogni tanto. non mi sembra la canzone più brutta della storia: vogliamo parlare di Nel Blu dipinto di blu e di Piccolo Grande Amore?
ps mauro, ti faccio notare che la parola che mi uscita da inserire per validare il commento è "hoppio"... siamo su scherzi a parte?

 
At 6 febbraio 2009 17:06, Blogger Mauro Erro said...

No, sul viandante bevitore...

x la canzone dovete ringraziare l'esimio delegato...

 
At 6 febbraio 2009 21:21, Anonymous Anonimo said...

Non intervengo. Mi rendo conto che tra questi "fiumi di parole" risulterei offensivo nei riguardi di Mauro e Luciano i cui discorsi mi paiono assennati ma per diverse ragioni non pertinenti (mi riferisco ai Super Tuscan)perche' non pensano abbiano entrambi la necessaria esperienza sull' argomento.

Paolo e Lello (immagino entrambi ma e' anche questa una supposizione) penso che l'abbiano potuta e dovuta maturare per rispettivi ruoli ed trascorsi.

Secondo me alla fine siete andati fuori tema. Ma vi devo ringraziare tutti per avermi comunque aperto gli occhi.

Buona notte da Parigi.
Fabio

 
At 6 febbraio 2009 21:25, Anonymous Anonimo said...

Ooops.. volevo dire penso e non "pensano", sorry penso che l'effetto della Cuvee' Muller Thurgau trocken, del Crozes Hermitage, del Pinot Nero, dell'Armagnac e del Cuba Libre finale comincino a farsi sentire.

 
At 7 febbraio 2009 10:22, Anonymous Anonimo said...

@ Fabio
Beato te che ti alcolizzi a Parigi sai l'alcol nella Capitale Francese ha un altro senso..Per quello che mi riguarda, io ha scritto praticamente quello che mi è capitato durante la mia vita vinicola, l'esaltazione iniziale, il passaggio e l'attuale situazione. Per il fuori tema, come avrai notato ho segnalato il passaggio di tema, ma sai, quando si parla di alcuni argomenti si finisce automaticamente a discutere anche di tutto quello che vi è correlato.

 
At 7 febbraio 2009 10:55, Anonymous Anonimo said...

Un punto cruciale che riguarda i Super Tuscan e, per certi versi, similitudini, la new wave barolista e' rappresentanto non solo e non tanto dalla critica piu' o meno influente ma anche se non soprattutto dai mutamenti interventuti nelle "pratiche" di cantina. Mi riferisco a macchinari e prodotti che probabilmente fino alla fine degli anni ottanta non esistevano (o non si conoscevano o non erano semplicemente diffusi perchè non c'era richiesta perchè non sempre era possibile sostenerne il costo) e che, in particolar modo, nella seconda meta' dei novanta hanno preso tragicamente il sopravvento. in contemporanea sul blog AisNapoli, per la cronaca, sto disucutendo porprio di questi aspetti riferiti ai vini di "A Casa". C'e' chi ha mantenuto uno stile coerente di vinificazione inalterato senza tradire la propria filosofia e svenderla al mercato mentre molti, tanti, troppi non hanno resistito a giocare al piccolo chimico, gli enologhi, consulenti e non, in primis...
Io sono un estremista e sinceramente non accetto neanche il salasso tra le tecniche considerate, quasi da tutti, naturali di concentrazione. Alla fine non mi interessa solo se un vino sia buono o meno ma come quel vino sia stato realizzato. Lasciamo perdere se alla cieca un vino costruitissimo finisce col piacere pure a me, come nella prima parte della serata, per un po', mi è capitato con Giorgio I. Pensavo fosse un riuscito taglio col Syrah, pensate un po'... Anche Tommaso ha avuto l'onesta' degustativa di sostenerlo fino alla fine... Purtoppo a fine serata il vino rimasto nel bicchiere mostrava tutti i suoi limiti. Un vino costruito in cantina con lieviti selezionati, tannini aggiunti, enzimi di vario tipo, acidificato o disacidificato, con l'ausilio di macchinari blablabla potra' pur essere buono ma a me, personalmente, non solo non interessa ma addirittura vorrei che l'etichetta riportasse tutto cio' e che il consumatore ne fosse al corrente per poter fare consapevolmente le sue scelte. Tornando ai Super Tuscan ecco che molti, anche nomi storici, sono andati in questa direzione e chi e' arrivato dopo nel vano tentativo imitativo ha scelto le stesse scorciatoie, a seguire o in contemporanea, fate voi, i barolo boys...
Ecco sono andato fuori tema e con fiumi di parole anch'io. Perdono.
Salutations
Fabio

 
At 7 febbraio 2009 11:56, Blogger Paolo De Cristofaro said...

@ Fabio: molto interessante il tuo intervento, in effetti era una parte importante dell'analisi che non avevamo toccato, se non indirettamente. Proprio per questo penso che non ci sia un tema e un fuori tema. Del resto il post si chiude con un punto di vista forte: "Super forse, Tuscan sicuramente no". Ed è su questo che si è iniziato a ragionare, poi The Big Ear ha scatenato l'artiglieria critico-guidaiola e i fiumi di parole sono diventati oceani. Ma ben venga...
ps è in preaparazione una seconda puntata dell'Etilic Masson Night, questa volta in terra irpina. Scaldate i motori...
ps 2: l'anti spam continua a prendermi per il c@@o. la parola da inserire questa volta è: "chianto"

 
At 7 febbraio 2009 12:15, Blogger Mauro Erro said...

@ Paolo: rifletterei sul fatto che il mio antispam ti prenda per il culo... :-)

 

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