Conferme con sorpresa

In questo settembre denso d’impegni, mi sono (ci siamo, n.d.a.) dedicato all’assaggio delle nuove annate dei vini che più amo, con qualche escursione in terre, persone e vini a me poco conosciuti. Molte piacevoli sorprese, alcune belle conferme, ed altre inevitabili delusioni. Tra le piacevoli conferme vi segnalo:

Fiano di Avellino Ciro Picariello 2006: L’amico Ciro accompagnato dall’insostituibile moglie Rita, mi ha portato la nuova annata in commercio del suo Fiano. Anche quest’anno (e vale anche per la 2007) le uve provenienti dai due vigneti di Summonte e Montefredane concorrono assieme alla realizzazione di questo vino. Non sono tempi economicamente sicuri per separare i due cru, nell’attesa che ciò avvenga potete godere di questo vino che pur non arrivando ai picchi del 2004, l’ultima grande annata in tutta Italia, si presenta con una naturalezza espressiva al naso sussurrata ed una facilità di beva al palato che invoglia a svuotare la bottiglia velocemente. Insomma, bella esecuzione, giocata sull’eleganza e l’armonia tra le componenti. Prezzo indicativo in enoteca, intorno i 10 euro.

Timorasso Derthona Walter Massa 2006: Si tratta dell’entry level dell’azienda, del prodotto base più accessibile in termini economici. Un gran bel vino, di sicuro. I vini di Walter Massa hanno sempre giocato tutto sull’equilibrio tra tanta ciccia e materia prima e spina dorsale acida e minerale. Adesso che è ancor giovane e l’opulenza ancora non si dispiega su tutto il cavo orale occupandolo orizzontalmente vi sembrerà, come si suol dire, di ciucciare i sassi. Tra i 15 e i 18 euro.

Clarae Balter 2006: Questo produttore trentino tira fuori quest’uvaggio di chardonnay, sauvignon e traminer di grande livello e potenzialità d’invecchiamento. Non burroso e mellifluo come molti chardonnay sono, non eccessivamente aromatico e stucchevole come molti sauvignon e traminer sono, è un equilibrio sulla follia tra le parti in divenire: oggi bello, domani stupendo. Tra i 13 e i 15 euro.

Carema riserva 2003 cantina dei Produttori del Carema: Se volete godere delle gioie del nebbiolo senza svenarvi ecco ciò che fa per voi. La 2003 fu annata torrida ed in questo caso lo si evince dalla facilità di approccio e dal frutto che generoso si offre. Ma diventa un punto di forza: goduriosa facilità di beva corroborata dalle sfumature che il nebbiolo sa dare. Piccolo accorgimento, attendere che l’inverno arrivi o servirlo abbassando la temperatura di uno o due gradi, eviterete che quel filo di alcool in eccesso arrechi un minimo fastidio. Intorno ai 15 euro.

Barbera d’Alba 2006 Giuseppe Rinaldi: Parlare con Giuseppe “citrico” Rinaldi è già un buon motivo per comprare e bere tutti suoi vini. Non solo i magnifici Barolo. Nonostante la difficoltà nel trovarli o farseli recapitare, tutta la fatica per averli è compensata dalla bontà. Un vino schietto e immediato, succoso e fragrante grazie al giovanile frutto, ideale per accompagnare il pasto. È stato da poco commercializzato, fatelo assestare ancora un poco in bottiglia e perderà anche quelle leggere nuance legnose. Che bontà. Intorno i 12 euro.

Riesling d’Alsace Clos de Capucines 2006, Domaine Weinbach: Anche questa è l’etichetta “base”. Senza arrivare alle cifre iperboliche dei suoi famosi cru, berrete bene, molto bene. Al naso ha un’ampiezza dei profumi impressionante, echi moselliani direi (l'ampiezza dei profumi di un wurzgarten per chi mi può capire), al palato tanta ciccia, ma anche un’invidiabile freschezza che rende la beva molto facile. Da alcuni mesi il distributore genovese Velier l’ha lasciato: speriamo che qualcuno abbia provveduto a sostituirlo. Tra i 25 e i 30 euro.

Kerner 2007, Pacherhof: Finalmente. Habemus papam quasi direi. Tra i tanti assaggi dei bianchi targati 2007, eccone uno che pur essendo specchio dell’annata, rappresenta una buona esecuzione. La 2007 è stata un’annata torrida e siccitosa, il che ha significato per buona parte dei vini saggiati, eccessiva ostentazione a cui faceva pendant una certa rilassatezza (per non dire che molti vini erano proprio seduti). In questo caso, invece, pur avendo una lieve lascivia aromatica al palato (retro-palato ad esser precisi), il vino ha ottima spina dorsale acida e minerale, e una discreta complessità dei profumi. Tra i 16 e i 18 euro.

Somebody to love, Queen.

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Di un Valtellina Inferno del ’69 di Arturo Pelizzatti Perego e del perché del vino

Nell’introduzione alla serata di qualche giorno fa al ristorante il Papavero di Eboli di cui vi ho parlato (trovate il racconto della serata qui, a firma di Michela Guadagno), Tommaso Luongo, brillante Delegato di Napoli dell’Ais e compagno di viaggio in diverse avventure ha detto: “I Pelizzatti Perego stanno alla Valtellina, come i Biondi Santi o Soldera stanno a Montalcino o Bartolo Mascarello alle Langhe e il Barolo.”
Mi sembra calzante.
Ho avuto modo di ripensare a questa affermazione in seguito, a fine serata, quando Isabella, figlia di Arturo, oggi alla guida dell’azienda con suo fratello Emanuele, ha rifiutato di farsi accompagnare a casa per rimanere con i ragazzi del ristorante, dando una mano ad asciugare i calici fino alle tre passate della notte.

Ho pensato anche alle due bottiglie di Valtellina Inferno del 1969 che si trovavano sul tavolo, vuote, di fianco i decanter in cui era stato versato il vino per farlo respirare, e ai ragazzi della brigata che dalla cucina a vista di tanto in tanto si affacciavano e mi chiedevano: “Ma quanto vale quel vino?”
Non ha prezzo”, mi limitavo a dire.

Mi sono ricordato, anche, delle parole che avevo letto qualche giorno prima scritte da Andreas Merz, caporedattore della rivista Merum, a proposito dei vini di Arturo: “I vini la cui produzione richiede un tale dispendio di lavoro e mezzi mi incutono rispetto. In un certo senso, così almeno mi sembra bevendoli, il piacere del vino si sviluppa in una dimensione molto più elevata”.

Talvolta mi chiedo cosa significhi raccontare il vino, cosa al di là dell’esibizionismo di chi scrive e della lista degli abbastanza consistente, abbastanza fine, abbastanza complesso, di una noia mortale, si debba narrare. Del senso ad esempio di raccontare una bottiglia del ’69 di Valtellina Inferno. Nessuno di voi potrà comprarla. Ce ne saranno si e no cinque o sei bottiglie nascoste nelle cantine dell’azienda a Sondrio.
Quindi?

Poi ripenso a quante persone io abbia conosciuto durante il mio viaggio alla ricerca di “vini che non siano soltanto nomi e niente di più”, alla mia compagna ad esempio, agli amici, alcuni fraterni, che ho conosciuto grazie ad una bottiglia di vino, a quante emozioni e stati d’animo abbia condiviso con loro.
Mi piace conoscere i produttori che allevano un vino, sentire le loro storie, entrare in confidenza con loro per parlare di tutt’altro che il vino. Sono loro, le persone più del vino stesso, che orientano le mie scelte, i vini che bevo e che amo far bere.
Il vino si beve, soprattutto se è buono, ma le elucubrazioni segaiole di taluni, le mie comprese, non raccontano ciò che il vino è: una serata, degli amici e delle storie.

Era la consistenza rarefatta del vino e le sue trasparenze che dal cuore granato degradavano fino ad un’unghia tersa a dare l’impressione non di un liquido, ma di un gas, di un profumo aereo, leggero come una nuvola. Profumi di cuoio, di pelle, note animali e lontani echi di frutta, sfumature floreali e note affumicate, poi carrubo, cioccolato, pepe nero, timo, sensazioni balsamiche. Un continuo cangiare come se si entrasse in una erboristeria passando in rassegna le spezie e gli aromi, avanti e indietro, per annusare l’una o l’altro. Il sapore penetrante rimaneva sulle labbra come il primo bacio di una donna e li si soffermava intensamente: la persistenza durava infinitamente.
Non era semplicemente un vino, ma la storia di Arturo Pelizzatti Perego, e Isabella, sua figlia, la raccontava.
Ed una storia, una bella storia, non ha prezzo.

Jeff Buckley, Hallelujah.

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Gennaro Esposito, la minestra di pasta e l'alta ristorazione

Una di queste sere di settembre trascorse in giro per lavoro, mi trovo a casa di un amico a cena. Finalmente, mi rilasso un po’, penso. Arrivo in cucina, poso i bicchieri che avevo portato e mi trovo dinnanzi gli occhi Gennarino Esposito ai fornelli. Per chi non lo conoscesse, Gennaro Esposito è il patron e Chef della Torre del Saracino di Vico Equense, l’ex enfant prodige dalla cucina campana, oggi stella affermata del firmamento dell’alta ristorazione Italiana, e, con Ciccio Sultano (della visita agostana a Ragusa Ibla al Duomo di Ciccio Sultano vi parlerò prossimamente), sicuramente portavoce della cucina del sud e della cucina mediterranea in Italia e nel mondo. Che Cxxo, staranno esclamando alcuni di voi. Effettivamente, credo sia la giusta affermazione.
Gennarino stava preparando La minestra di pasta, che poco più di un mese fa Marco Bolasco ha definito il suo piatto dell’anno. Ora, perché raccontarvi di un fatto in fin dei conti personale? Ci arrivo subito, prima, vi racconto del piatto. La minestra di pasta è l’insieme di paste diverse (mmescafrancesca o pasta mista) rigorosamente calate nell’acqua bollente una ad una e via via rispettando i tempi di cottura di ciascuna, conditi da una zuppa di pesce: scorfano, pettine, murena ecc. ecc.
Il piatto che mi è arrivato davanti gli occhi, il naso ed a portata di palato, aveva le sembianze di una pasta mista con fagioli, ma i fagioli non c’entrano un ficco secco. Mangio, faccio il bis e dopo, lacrime di gioia. La leggerezza, il sapore, la semplicità. Tutto perfetto.
Veniamo ora alle motivazioni di questo scritto. L’altro giorno leggevo le parole che condivido in toto di Luciano Pignataro a proposito dell’alta ristorazione e della cucina della mamma, partendo dall’esempio di Mauro Uliassi.
Aggiungo a quelle parole alcune piccole considerazioni personali. In questo periodo di crisi economica, parlare di alta ristorazione, di una ristorazione sicuramente elitaria può sembrare folle. Ma in fondo non è così. E ne parlo io che sono sempre stato un tipo più da trattoria che da cucina stellata. Certo i 120 euro per un menù degustazione da Ciccio Sultano, vini esclusi, o i 90 che spendereste da Gennaro non sono alla portata di tutti, ma in giro di vere occasioni e di esperienze uniche ce ne sono. A Napoli, tranne qualche isolata e lodevole eccezione, per mangiare una pizza con un antipasto di frittura all’italiana (per due) e una bottiglia d’acqua spendo intorno i venti euro (a testa). Se vado al ristorante e voglio mangiare pesce ne spendo 40 o 50 e mi mangio il solito spaghetto ai frutti di mare e qualche pesce che spesso mi viene spacciato per fresco e non lo è, o addirittura, un pangasio che mi viene venduto per spigola o chissà che. Il vino è quello della casa nell’improponibile brocca e visto che qui nessuno naviga nell’oro, ho, più o meno, buttato 50 eurini come se niente fosse. Se parliamo di carne la solfa non cambia: Angus, Kobe o Chianina di dubbia provenienza che pago una cifra blu e mi arriva cotta male.
Dunque, la cultura della cucina come del vino da noi, rispetto ai francesi, è arrivata molto dopo, e quindi istruire le persone a tale cultura, al mangiar meglio, più sano, e meno è e sarà opera difficile. Ma fatevi due conti, piuttosto che spendere male 40 euro e mangiar peggio, perché non andare da Lino Scarallo di Palazzo Petrucci a Napoli o da Maurizio Somma e Mimmo Vicinanza al Papavero di Eboli, due amici che cito come esempio (cercando ne trovate degli altri) dove per 40 euro mi faccio il menu degustazione: un’esperienza più unica che rara?

These Boots Are made For Walking.

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Vivo e vegeto, ancora per un po’ almeno…

Questo Settembre si è rivelato più duro del solito e la ripresa dopo le vacanze faticosissima. Si finisce tardi di lavorare e si beve poco, grazie anche al raffreddore che immancabile mi è venuto a far visita giusto tre giorni prima della serata che si sta mettendo a punto, di cui vi ho informati qualche post più dietro e di cui vedete la locandina di fianco. Sigh, ed io che già pregustavo quel nebbiolo del ’69, puro Valtellina Inferno targato Arturo Pelizzatti Perego.
In ogni caso mi scuso con voi, le trasmissioni riprenderanno al più presto, ripartendo dai racconti del viaggio in Sicilia e di qualche bottiglia e persona incontrata in questo scorcio di Settembre.

Per adesso, America.

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Di una bevuta, di un vino

Talvolta rimpiango i tempi in cui ho iniziato a bere. Otto anni fa, circa, se non ricordo male. I tempi in cui famelico bevevo qualsiasi cosa mi capitasse a tiro. I tempi in cui il piacere edonistico era l’unica cosa che contasse veramente. Quando, cosa che mi capita di vedere adesso in un giovane bevitore, riconoscere in un vino il profumo di una mora piuttosto che d’una mela renetta provocava uno stato di soddisfazione e contentezza. Eureka, allora è vero!
Oggi, dopo tanti anni, le cose sono cambiate, come cambiano a tutti coloro che continuano curiosi a chiedersi di vino bevendolo. Al piacere edonistico si affianca l’aspetto culturale e la maniacale curiosità condita dalla voglia, sempre presente nell’essere umano, di definire le cose anche quando sono tra le più sfuggenti. Definiamo l’Amore e Dio, figurarsi il vino. Acida tartarica, malica, citrina, pirazine, tannini ellagici, solforosa, trattamenti fittosanitari, si potrebbe continuare a lungo, molto a lungo. Ogni sensazione riportarla alla causa che l’ha prodotta. E non sempre è così semplice: capita, spesso, di non capirci un “h” di un vino. Ciò provoca uno stato d’insoddisfazione non da poco. Soprattutto per chi del vino ha fatto anche la propria professione. Quando vedo, allora, un giovane bevitore e la sua soddisfazione perché ha avvertito il profumo di una mora in un calice, mi capita d’invidiarlo.
Ieri sera sono stato a cena con amici, fini bevitori, di quelli, tanto per capirci, che in circolazione se ne trovano davvero pochi. Con insistenza vado cercando queste situazioni in cui io mi concedo il lusso di potere stare in silenzio. Mi godo il vino e lascio che siano gli altri a raccontarmelo. Quella che chiamo degustazione condivisa, il tentativo di giungere ad una verità più alta e partecipata. Con due amici, da quest’idea ci ho creato anche un progetto. Il tutto in un clima di convivialità scherzosa ove si parla di vino senza alcuna sacralità, così come si parlerebbe di donne e calcio. Con fede, passione e rispetto. Ad un certo punto della serata, ecco un vino, servito alla cieca.
Indovinate cos’è?

A me il compito di scartarlo dopo che ognuno aveva detto la sua. Rimango per una frazione di secondo a fissare quell’etichetta inebetito mentre gli altri insistentemente mi chiedono cosa sia. Un naso fresco e fragrante, balsamico, aghi di pino e frutta. Al palato un’acidità assassina. Blaterle. E che caspita è un Blaterle? Ho avuto occasione di berlo un’unica volta, quello di Mayr, chissà quanti anni fa e mentre gli altri chiedevano inisistentemente mi sono passati otto anni di bevute davanti gli occhi mentre acquisivo consapevolezza di una realtà cristallina.
La verità sapete qual è? L’unica cosa che valga la pena fare con il vino
è condividerlo.

Nota: Blaterle 2006 Eberlehof

Mozart

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Gurrida

11/08
Il fido Cariola ci racconta di una meraviglia: il vigneto sommerso.

Corriamo più in fretta che possiamo. Abbiamo lasciato le meraviglie tecnologiche dei Calabretta e ci dirigiamo verso quelle naturali di Gurrida: ad attenderci, il capo cantiniere Cariola.
Sorridente e disponibile ci porta in giro per l’azienda iniziando a raccontarne la storia. 170 ettari di proprietà, di cui, solo 40 vitati: 35 di Grenache portato in Sicilia dall’enologo francese Fabre su richiesta dell’ammiraglio Nelson, a cui fu data in dote la Ducea di Bronte dopo il suo intervento contro re Ferdinando di Borbone, e 5 di Merlot.
Passiamo dinnanzi la vigna, le viti allevate a contro spalliera: si innesta attraverso il metodo della propaggine. La storie del vigneto è affascinante. Nel periodo invernale quando il fiume Flascio che nasce dai Nebrodi, straripa, nonostante le sue acque confluiscano nella diga naturale creata dalla colata lavica dell’Etna del 1536 del lago Gurrida, il vigneto viene quasi interamente sommerso. Ciò ha preservato le viti o meglio, gran parte di esse, dalla peste che fu la fillossera. L’azienda Gurrida è innanzitutto un teatro naturale di meraviglie faunistiche e floristiche di cui godere.
Passiamo in rassegna le botti di castagno, i tini d’acciaio, i vecchi contenitori in cemento, le barrique, ma il tutto quasi perde di significato davanti alla particolarità di questo vino, di come esso nasce: il Victory. Il 2001 è di colore rubino, al naso frutti rossi e sfumature floreali, spezie. Il palato è elegante, nonostante sia dotato di un corpo considerevole e di una dose d’alcool per me, forse un po’ eccessiva. Ne esiste anche una versione passata in barrique, al mio palato meno pregevole. Rimango incantato dall’amore con cui ne parla Cariola.
“Per voi è il Victory, un vino unico, per me no. Per me c’è la botte otto, la botte due, quelle ad esempio sono le migliori. Sembrerà strano forse per voi, ma non è tutto uguale. Non saprei neanche spiegarvelo, ma ogni botte, è un vino diverso, ed io so perfettamente da quale botte esce il vino che a me più piace”.
Saggiamo il Triumph, etichetta di ricaduta.
Il Victory è sicuramente un vino particolare, e la particolarità è insita nella sua storia e nella sua produzione. Viene commercializzato solo quando le condizioni lo permettono.
Una meraviglia della natura. Andiamo via, verso Bronte: in cerca di pistacchi.

Somebody to love, Jefferson Airplane

Nota: La foto della vigna mi è stata fornita dall'azienda.

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Informazione pubblicitaria: messaggio promozionale

Interrompo i racconti del mio viaggio in Sicilia per informare gli amici e lettori di questo blog del ciclo d’incontri che, con Adele Chiagano, giornalista free lance e autrice del blog Violamelanzana e Tommaso Luongo, Delegato di Napoli dell'Associazione Italiana Sommeliers, nonché autore del blog “Premiata bottiglieria…”, ho ideato ed organizzato e dal titolo “Incontri proibiti, storie di ordinaria sperimentazione”. La serata d’apertura, che rappresenta il primo degli eventi dell’Associazione Italiana Sommeliers di Napoli di questo nuovo anno e che vede la collaborazione della delegazione di Salerno, avrà come ospite Isabella Pelizzatti Perego (in foto durante il recente sopralluogo) e i vini di casa Ar.pe.pe.: tra le chicche un Valtellina Inferno del 1969, tanto per non farci mancare niente…
Secondo voi, il nebbiolo chiavennasca valtellinese può fare l’amore con il pesce?
A Maurizio Somma e Domenico Vicinanza, rispettivamente Patron-chef e Chef del ristorante Il Papavero, il compito di chiarirci il dubbio. Di seguito il comunicato stampa.


Ristorante Il Papavero e Associazione Italiana Sommeliers Delegazione di Napoli e Delegazione di Salerno

in collaborazione con

Divinoinvigna enoteca

presentano

“Incontri proibiti, storie di ordinaria sperimentazione”

Scaloppa di petto di quaglia
con scampo lardato, coscettine di quaglia fritte con polentina di mais
e consommè di scampo al timo e limone con
Valtellina Superiore Dogc Grumello Riserva Buon Consiglio 1999

Non basta?

Ravioli con mantecato di baccalà su acqua di legumi e
quenelle di scarola,
Perla di colatura di alici cristallizzata con
cioccolato fondente con

Terrazze Retiche di Sondrio Igt Il Pettirosso 1997

Ora?

E se dicessimo

Valtellina Superiore Inferno 1969?

E se dicessimo che abbiamo altre sorprese, vi avremmo tentato abbastanza?

Non dovete far altro, allora, che venire martedì 23 settembre al Ristorante Il Papavero di Eboli, quando, in un equilibrato gioco di abbinamenti, tonno, scampi, triglie, alici, raia da soli o combinati tra loro, incontreranno il nebbiolo chiavennasca valtellinese di casa Ar.pe.pe, azienda che, da cinque generazioni, dal lontano 1860, produce secondo tradizione.

Sarà Isabella Pelizzatti Perego, quindi, ad inaugurare questo nuovo ciclo di appuntamenti: un gioco pensato per incuriosire, per osare, per sperimentare, ma soprattutto per raccontare, dove il ricercato equilibrio sempre al limite della sperimentazione e dell’istinto del duo Maurizio Somma e Domenico Vicinanza sarà messo alla prova dagli arditi abbinamenti etilici pensati da Adele Chiagano, Mauro Erro e Tommaso Luongo.
In questo primo incontro, la dolce Isabella, che con i fratelli Gianni ed Emanuele continua la tradizione di Famiglia, ci racconterà la storia di suo padre, Arturo, e dei suoi vini: “Vini scabri, essenziali, volutamente non ruffiani, autentici sino in fondo”*.

“Cena degustazione”, Ristorante Il Papavero
C.so Garibaldi 112, Eboli (Sa)

Martedì 23 Settembre, ore 21, euro 90, posti limitati.
Per Info e Prenotazioni rivolgersi a
Adele Chiagano
329/64676000828/330689


* Franco Ziliani, Giornalista e wineblogger (Vino al Vino – Vinowire)

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Calabretta

11/08
Siamo già in ritardo. Massimiliano Calabretta, trentenne segaligno, barbetta rada e occhiali inforcati c’attende al centro di Randazzo – paesino sul versante nordoccidentale dell’Etna – dinnanzi quella che scoprirò essere la sua cantina. Un palazzotto malandato poco più in la d’una pompa di benzina.
Entriamo in quello che potrebbe essere un normalissimo garage, ma che, invece, si rivelerà il frutto del genio, dello studio, dell’applicazione, del rispetto di due menti brillanti.
Siamo in ritardo, lo so, e lo avverto dal tono concitato che la voce di Massimiliano assume quando gli comunico che dovrò raggiungere Gurrida e la sua vigna sommersa di lì a due ore. Già per telefono, quando avevamo concordato la visita, avevo colto la sua voglia di raccontare e raccontarsi, di far vedere e saggiare: due ore, non sarebbero mai bastate.
Vedo appena entrato contenitori in acciaio, botti di legno da 60 ettolitri di rovere di Slavonia dei maestri bottai Garbellotto di Conegliano e, disseminate qua e là, barrique francesi.
Gli faccio, per rompere il ghiaccio, alcune domande di routine...

Potete leggere lo scritto completo qui, sul sito di Luciano Pignataro.


Paul Simon e Art Garfunkel, The Sounds of Silence Lyrics

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Serra della Contessa 2001, Etna Doc, Azienda Benanti

11/08
Ricordo di aver letto che bere un vino lì dove viene prodotto, rappresenta un’emozione di gran lunga superiore rispetto a berlo, tal quale, a migliaia di chilometri di distanza a casa propria. Ed è una verità, non scientifica, ma pur sempre una verità. Il rosso rubino del vino pare si scurisca, dunque, come volesse assomigliare alla tonalità della terra ove sono piantate le viti da cui nasce, terreni sabbiosi, di natura vulcanica, scuri, quasi neri, gli stessi che ho sotto i piedi, qui a Milo, sull’Etna. Viagrande, il paese dove è ubicata la vigna – piante vecchie di cent’anni e talune a piede franco – sul Monte Serra, a 500 mt d’altitudine è a pochi chilometri. Il profumo riporta la mente al giro che ho fatto sull’Etna ieri, quell’odore acre, di polvere da sparo, che avvertirò nel bicchiere sussurato. Un bicchiere di rara eleganza, di profumi nitidi che ad uno ad uno si esprimono, senza mai essere precipitosi, arroganti, troppo intensi e fastidiosi: è ammaliante come sa esserlo il vulcano. Frutti rossi tra cui la ciliegia e l’amarena, toni speziati, toni d’agrumi che al palato, trovando affinità con l’acidità doneranno al sorso quel giusto guizzo nel finale che lascerà la bocca pulita. Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio come la buona consuetudine di qui vuole, affinati in barrique per 12 mesi. Basta avere la pazienza d’aspettare e regalarsi al momento opportuno, un vino di grande eleganza come questo.

Doors, Light my fire.

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Il Barone di Villagrande

11/08
A Casa del professore Sessa.
Il fantasma della pasta cu macco.
Il Barone di Villagrande.

Non avrei potuto trovare migliore guida del professore Sessa: docente di lingua inglese in pensione, ex sindaco di Milo, organizzatore della manifestazione ViniMilo per un certo numero di anni. Già all'arrivo ero rimasto impressionato dalla mole di libri dedicati alla Sicilia, all’Etna, a Milo e al vino che avevo trovato in casa sua. Tra gli altri, presi a sfogliare quello sul Brunello di Montalcino di Guelfo Magrini; di altri, tra cui un testo a sua firma, me ne farà dono alla mia partenza per Catania.
È affabile, disponibile, prende a raccontarsi e raccontare in maniera spontanea, ma soprattutto con quella capacità che non tutti gli insegnanti hanno di farti appassionare alle cose che dice.
“Dovrete assolutamente assaggiare la pasta cu macco!”
“E che è?”
“Una pasta con le Fave, e, imprescindibilmente, il finocchietto selvatico”.

Nel momento in cui lo racconta inizia a gesticolare, ma in un modo soave, artigiano, quasi artistico direi. Gesti minuziosi, misurati, che ho visto fare solo a grandi cuochi e grandi forchette che nel gesto di raccontarti un piatto o nel cucinarlo con faccia sorridente, estasiata, e gli occhi che brillano, stanno già godendo del sapore e, forse consapevolmente, te ne fanno sentire lo sciauro. Mi fece venire una voglia tale che non insistetti più di tanto sul fatto che le fave erano fuori stagione, e dopo che il professore ebbe chiamato al ristorante di un suo caro amico, accertatosi che la pasta cu macco ci sarebbe stata servita, stavo aspettando solo il momento in cui, dopo averne saggiato il primo boccone, avrei detto: “Signuri Ti Ringraziu!”
Non sarà così. La sera, quando arriverò al ristorante, non godrò d’altro che del mio nirbuso, mitigato appena da un Serra della Contessa 2001 dell’azienda Benanti di cui prenderò nota in seguito, scoprendo non solo che la pasta cu macco sarà solo un fantasma che mi ha inquietato, ma che mi ritrovo in uno di quei posti, i quali, sembra, noi meridionali teniamo tanto a preservare, in cui si fa l’apologia, l’esaltazione dell’arruffone!

A Milo, nell’azienda del Barone di Villagrande, ci accoglie la Signora Maria, che ci farà accomodare nella sala degustazione dopo che, dall’alto di un belvedere, avremo misurato, fotografato e goduto i filari delle vigne ben disposti che a forma di L, esposti in direzione sud ovest e nord est, quietamente si godono il sole caldo di quel mattino.
Ci raggiungerà, poi, il giovane Giuseppe Rapisarda, enotecnico e collaboratore dell’azienda, che gentilmente risponderà a tutte le nostre domande sui vini che assaggeremo.
Dispongono di venticinque ettari di proprietà di cui diciotto vitati, mentre i rimanenti sono destinati a bosco da cui un tempo l’azienda ricavava i legni per le grandi botti di Castagno, da duecento ettolitri e più, ricordo di un’enologia che fu, in terra siciliana, e di cui alcuni, come avremo modo di scoprire, hanno voluto conservare un ricordo. Le piante hanno tra i quindici e i vent’anni, anche se da tre anni si sta provvedendo a nuovi innesti, allevando le piantine con il sistema del cordone speronato, piantando i tralci ad una distanza tale da averne 5000 ceppi per ettaro, su terreni, ovviamente, sabbiosi di origine vulcanica.
Delle settantamila bottiglie prodotte, suddivise in sei etichette, ci servono dapprima i base eccezion fatta per il rosato. Il bianco, annata 2007, da uve Carricante, è con mia somma meraviglia, e dopo averlo assaggiato, passato per 4 mesi in legno. Tonneaux e barrique. Leggero, acidulo, al naso si lascia andare a un andazzo zuccheroso, segno che, la disgraziata annata che è stata la 2007 per i bianchi che ho incontrato per l’Italia, non ha risparmiato neanche quelli di qui. Il rosso, 2005, appellatosi Nerello Mascalese per la gran parte con lontane tracce del Cappuccio, è robusto, caldo, al palato ancora astringente per un tannino non domo e al naso ancora irretito dalle inutili dolcezze dei legni in cui sosta 10, 12 mesi per maturare. Peccati di gioventù. Se resiste ancora qualche anno, come penso, avrà perso tutte le tracce di questi inutili convenevoli, di questa voluta gentilezza di circostanza per mostrarsi più schietto. Dieci euro ciascuna per un bere corretto.
È il turno dei vini di punta.
Sciara, targato 2004, un abbraccio paritario tra il Nerello Mascalese ed il Merlot, affinato per 14, 16 o 18 mesi. Scuro, speziato al naso, entra morbido e se ne va acidulo con un tono leggermente amarognolo per un tannino non del tutto risolto. Equilibrato, non stucchevole, non si presenta con alcun sentore di frutto maturo. Eppure, è noto, il Merlot non mi fa simpatia. Ben fatto, indiscutibilmente.
Fiore 2006: ivi sono lo Chardonnay e il Carricante, in equilibrio paritario, ad incontrarsi. Dorato luminoso, si lascia a femminili profumi di cipria, talco, frutta candita. Al palato scorre morbido. I due vitigni passano sei mesi, in legni, a conoscersi.
Concludo la visita della cantina nella bottaia e vado via interrogando il giovane Rapisarda sulla Malvasia prodotta dai possedimenti dell’azienda in Salina, di cui mi hanno ben parlato e del perché dell’utilizzo del Merlot, come dello Chardonnay. Saluto la gentile disponibilità di chi mi ha tenuto compagnia facendomi l’idea che i due vitigni francesi asservano ad un compito non facile: aggiustare, ammorbidendola tanticchia, l’acidità di vitigni come il Carricante ed il Nerello, difficile a domarsi per via dell’altitudine dei vigneti. Allo stesso tempo, credo si voglia strizzare, sempre tanticchia, l’occhio al mercato condizionati da quella che fu, qualche anno fa, la nouvelle vogue siciliana, che ancora non ho ben capito esista ancora o sia tramontata, molto decisa sull’utilizzo dei piccoli caratelli francesi e dei vitigni internazionali migliorativi, di cui, idea che già avevo e che si è via via durante questo viaggio confermata, i vini etnei non hanno bisogno alcuno.
Ci muoviamo in direzione Randazzo: mi aspetta Massimiliano Calabretta.

The Beach Boys, Here Today.

posted by Mauro Erro @ 16:45, , links to this post






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