Di un Valtellina Inferno del ’69 di Arturo Pelizzatti Perego e del perché del vino

Nell’introduzione alla serata di qualche giorno fa al ristorante il Papavero di Eboli di cui vi ho parlato (trovate il racconto della serata qui, a firma di Michela Guadagno), Tommaso Luongo, brillante Delegato di Napoli dell’Ais e compagno di viaggio in diverse avventure ha detto: “I Pelizzatti Perego stanno alla Valtellina, come i Biondi Santi o Soldera stanno a Montalcino o Bartolo Mascarello alle Langhe e il Barolo.”
Mi sembra calzante.
Ho avuto modo di ripensare a questa affermazione in seguito, a fine serata, quando Isabella, figlia di Arturo, oggi alla guida dell’azienda con suo fratello Emanuele, ha rifiutato di farsi accompagnare a casa per rimanere con i ragazzi del ristorante, dando una mano ad asciugare i calici fino alle tre passate della notte.

Ho pensato anche alle due bottiglie di Valtellina Inferno del 1969 che si trovavano sul tavolo, vuote, di fianco i decanter in cui era stato versato il vino per farlo respirare, e ai ragazzi della brigata che dalla cucina a vista di tanto in tanto si affacciavano e mi chiedevano: “Ma quanto vale quel vino?”
Non ha prezzo”, mi limitavo a dire.

Mi sono ricordato, anche, delle parole che avevo letto qualche giorno prima scritte da Andreas Merz, caporedattore della rivista Merum, a proposito dei vini di Arturo: “I vini la cui produzione richiede un tale dispendio di lavoro e mezzi mi incutono rispetto. In un certo senso, così almeno mi sembra bevendoli, il piacere del vino si sviluppa in una dimensione molto più elevata”.

Talvolta mi chiedo cosa significhi raccontare il vino, cosa al di là dell’esibizionismo di chi scrive e della lista degli abbastanza consistente, abbastanza fine, abbastanza complesso, di una noia mortale, si debba narrare. Del senso ad esempio di raccontare una bottiglia del ’69 di Valtellina Inferno. Nessuno di voi potrà comprarla. Ce ne saranno si e no cinque o sei bottiglie nascoste nelle cantine dell’azienda a Sondrio.
Quindi?

Poi ripenso a quante persone io abbia conosciuto durante il mio viaggio alla ricerca di “vini che non siano soltanto nomi e niente di più”, alla mia compagna ad esempio, agli amici, alcuni fraterni, che ho conosciuto grazie ad una bottiglia di vino, a quante emozioni e stati d’animo abbia condiviso con loro.
Mi piace conoscere i produttori che allevano un vino, sentire le loro storie, entrare in confidenza con loro per parlare di tutt’altro che il vino. Sono loro, le persone più del vino stesso, che orientano le mie scelte, i vini che bevo e che amo far bere.
Il vino si beve, soprattutto se è buono, ma le elucubrazioni segaiole di taluni, le mie comprese, non raccontano ciò che il vino è: una serata, degli amici e delle storie.

Era la consistenza rarefatta del vino e le sue trasparenze che dal cuore granato degradavano fino ad un’unghia tersa a dare l’impressione non di un liquido, ma di un gas, di un profumo aereo, leggero come una nuvola. Profumi di cuoio, di pelle, note animali e lontani echi di frutta, sfumature floreali e note affumicate, poi carrubo, cioccolato, pepe nero, timo, sensazioni balsamiche. Un continuo cangiare come se si entrasse in una erboristeria passando in rassegna le spezie e gli aromi, avanti e indietro, per annusare l’una o l’altro. Il sapore penetrante rimaneva sulle labbra come il primo bacio di una donna e li si soffermava intensamente: la persistenza durava infinitamente.
Non era semplicemente un vino, ma la storia di Arturo Pelizzatti Perego, e Isabella, sua figlia, la raccontava.
Ed una storia, una bella storia, non ha prezzo.

Jeff Buckley, Hallelujah.

posted by Mauro Erro @ 14:20,

8 Comments:

At 27 settembre 2008 15:28, Anonymous Luciano Pignataro said...

Quel che hai scritto è molto bello oltre che vero. Io proverei a rovesciare il tuo punto di vista: tu trovi nei vini quello che in realtà hai già dentro. Le tue letture, le tue visioni, i tuoi rapporti, la tua storia, i tuoi momenti. Solo i grandi vini sanno leggerlo ed esprimerlo tirandolo fuori. Tutti gli altri si bevono e si commentano.

 
At 27 settembre 2008 15:55, Blogger Mauro Erro said...

Platone pensava che nell'Iperuranio, al di là della volta celeste, ci fossero le idee immutabili e perfette e che noi, uomini, grazie all'anima, le conoscessimo già. Era solo questione di ricordarsele.

I grandi vini, nel loro valore simbolico, certamente non nelle loro caratteristiche organolettiche, sono forse risposte a domande che mi vado facendo da un bel po’.

Oltre il piacere edonistco, vi è quel qualcosa di culturale che appartiene agli uomini, alle loro storie, alla terra, alle tradizioni e ai luoghi che merita di essere raccontato.

 
At 28 settembre 2008 17:08, Anonymous Anonimo said...

bello questo scambio di enoriflessioni...perchè non lo approfondite!

Tommaso

 
At 29 settembre 2008 16:25, Anonymous Anonimo said...

Sei bravo a raccontare il vino, perchè vai oltre, entri nelle storie delle persone, dei luoghi e questi lo fanno in pochi.COMPLIMENTI
Marina- una sconosciuta

 
At 29 settembre 2008 16:28, Anonymous Anonimo said...

La mastercard riuscirebbe persino a quantificare la dicotomia platonica, risolvendola in un'equazione di stampo decisamente economico. E allora degli uomini nelle caverne e le loro ombre resta un prezzo inciso sulla roccia. Affinché questo non dilaghi occorre innalzare un argine di emozione restituita - nel tuo caso - dalla parola, nella massima preterizione retorica: "non vi parlerò di questo vino, non riesco a raccontarvelo!" e allora si azzera tutta la possibilità denotativa e descrittiva, per lasciar spazio alla connotazione che forse più si approssima all'emozione.

E comunque il vino è sempre il punto di equilibrio tra un fatto naturale ed uno culturale. Altrimenti, semplicemente, non è.

saluti a chi mi precede nei commenti

voc

 
At 30 settembre 2008 11:46, Blogger Mauro Erro said...

@ Tom: appena ho un attimo, promesso.

@ Marina: grazie.

@ Voc: l'acutezza della tua analisi è, come sempre, meravigliosa.

 
At 30 settembre 2008 12:41, Blogger RoVino said...

Bravissimo Mauro, ma devi ammettere che un bel pezzo di ciò che hai scritto è merito di quel vino straordinario (ne sono sicuro).
Perché si parla a volte di vini che altri non potranno mai assaggiare? A volte per puro compiacimento, e questo si potrebbe evitare, a volte perché in quel vino c'è un mondo che va raccontato, come hai fatto tu, e che fa capire come lo stile, la filosofia, la personalità di chi lo ha fatto vengono alla luce con chiarezza proprio con certi vini, al di là dell'annata, magari vecchia e introvabile.
Raccontare un vecchio vino serve (non sempre) per ricordarci che può essere grande, quasi eterno, che chi lo ha fatto ha una lunga storia alle spalle, che andrebbe perduta se si parlasse solo di vini appena usciti.

 
At 30 settembre 2008 13:59, Blogger Mauro Erro said...

@ Roberto: perfetto. Hai detto tutto tu

 

Posta un commento

Links to this post:

Crea un link

<< Home






Pubblicità su questo sito