Sigarette…….con un sacco di roba!

In un periodo di restrizione alimentare cosa c’è di meglio da fare se non spulciare vecchie foto?
Tutto sarebbe sano e giusto se le foto spulciate fossero vecchie foto ricordo, che so… una gita fuori porta, amici che non vedi da chissà quanto, mare, balli di gruppo e così via che potrebbero allietare, almeno con felici pensieri, un momento di particolare calo di “zuccheri”. Ma se ad essere spulciate invece sono foto di cibo allora si potrebbe anche dubitare della salute mentale della spulciante. Ebbene sì, per un certo periodo della mia vita io devo fare i conti con petti di pollo, patate, zucchine bollite, sogliole e bel paese e per evitare una crisi mistica da noia alimentare acuta mi sniffo un po’ di cibo digitale. Mentre mugugnavo tra i miei 80 gr di petto di tacchino (ogni tanto si cambia bipede) e i 112 di bieta, mi sono trovata a contemplare questa invitante varietà cromatica. Sono consapevole della non bellissima riuscita della foto, ma fidatevi, se dovesse capitarvi di trovarvela di fronte alla terza settimana di sogliola al vapore vi assicuro che un certo sgomento lo provocherebbe anche a voi. Questa ricetta, estrapolata da un pizzino della mamma, racchiude tutti i sapori e i colori dell’estate, non è eccessivamente elaborata e la sua riuscita consiste nella freschezza degli ingredienti utilizzati. I peperoni di stagione e la provola affumicata danno il tocco speciale ad un piatto semplice ma molto equilibrato. Provare per credere!

Ingredienti

200 gr di funghi champignon
3 peperoni rossi e gialli
400 gr di pomodori
1 cipolla
80 gr di prosciutto crudo a dadini
150 gr di provola affumicata
Basilico
Vino bianco
Olio, sale e pepe


Tagliate il prosciutto a dadini e fatelo rosolare con la cipolla tritata finemente. Bagnate con mezzo bicchiere di vino e fate evaporare. Aggiungete i funghi mondati, lavati e tagliati a fettine. Lasciate cuocere per una decina di minuti; aggiungete i pomodori che avrete prima sbucciato, sbollentato e tagliato a pezzi, salate e lasciate sul fuoco per altri 10 minuti.
Intanto avete arrostito i peperoni, eliminate la pelle e tagliateli a listarelle. Fateli saltare a fuoco vivo i peperoni per qualche minuto in una padella con due cucchiai d’olio. Salate, mescolate e trasferiteli nella padella con gli champignon. Cuocete la pasta che preferite e una volta scolata rovesciatela nella padella con le verdure. Tagliate a pezzetti la provola e aggiungetela alla pasta con le verdure, aggiustate di pepe e fate saltare tutto a fuoco vivo per pochi minuti. Cospargete di basilico a listarelle e buon appetito!

Adele Chiagano

posted by Mauro Erro @ 09:34, , links to this post


Oslavje 1998, Radikon



Dei vini naturali e di Stanslao Radikon, lascio che sia Roberto Giuliani a raccontarvi qui. Io, vi lascio alle note di degustazione di questo bell’esempio di vino, naturale, ma soprattutto buono!
Il colore è ambra, scuro, che degrada mano a mano nell’unghia rilasciando lampi d’oro antico e permettendo alla mente di fantasticare tè d’oriente, calure che si stemperano al sorso di un buon vino. Il naso, a voler ancora stuzzicare l’immaginazione racconta datteri, noci, tabacco e ancora miele d’acacia e agrume candito. Un ricordo terroso e frutti rossi a bicchier vuoto. Ma è il palato a fare la differenza. Nonostante gli undici anni passati, nonostante la tipologia, macerato sulle bucce, riveli spesso una stanchezza, una pesantezza al palato, questo fa eccezione. Il sorso di grande tensione entra fluido, snello scivola come fosse seta distendendosi soavemente sul cavo orale. Tenendolo un pizzico in più, giocandoci ad assaporarne l’essenza, senti le noci, la verve acida che chiude il sorso, citrino, lasciando la bocca pulita, pervasa dal ritorno d’agrume candito con una leggera e piacevole sensazione d’astringenza tannica e una lunga scia sapida.
Da Pinot Grigio, Sauvignon e Chardonnay.
Da manuale.

Michael Jackson, Billie Jean.

posted by Mauro Erro @ 08:50, , links to this post


Sogno di un pranzo di mezza estate…ossia stravolgimento di un cous cous!

Il cous cous per me è zia Enzina e il suo: Talia, che voglia di mangiari ‘u cuscuse! Per lei trapiantata da Trapani a Mozzarellandia il “cuscuse” era un ricordo straziante, per me, bambina, qualcosa di incomprensibile. Mia madre e le sue sorelle, figlie di Trapanesi, il cous cous o cuscus non l’hanno mai imparato a fare, anzi cresciute nel paese della mozzarella, non volevano nemmeno mangiarlo da bambine al punto che la loro madre, la mia nonna, per farglielo mangiare lo condiva con zucchero e cannella. Un giorno io però in Sicilia ci sono andata, e l’ho guardato fare il cuscus. Quando al mio ritorno ho raccontato di aver visto la zia Giovanna “ncucciari la semola” e riempire gli spifferi della “cuscusèra” con pasta di pane, lacrime silenziose hanno rigato il viso di mia madre e ho capito quanto anche lei avesse gelosamente conservato quel ricordo trapanese!
La zia Giovanna versava in una bacinella di terracotta ampia e dai bordi alti la semola poco per volta, contemporaneamente si bagnava la mano destra in acqua condita con sale e pepe, e piano piano cominciava a lavorare la semola, creando un movimento rotatorio (ncucciari la semola) per formare delle piccole palline. Lei aggiungeva acqua e rotava, rotava e faceva le palline sempre più piccole, piccolissime, continuando questo movimento seducente per un tempo che mi sembrò infinito. Poi arrivò la cuscusèra e la cottura al vapore e il cordone di pasta per coprire gli spifferi, e poi venne il pranzo, e poi il ricordo del ferragosto più bello della mia vita…
Eccomi invece qui seduta alla tastiera a raccontarvi la mia recente esperienza col cuscus…Vi avverto, io continuo, ma per voi ci sarà un brusco risveglio dal movimento ipnotizzante della zia Giovanna. Siete pronti? Bene, dimenticate tutto quello che ho scritto finora e tornate alle vostre case, alla pioggia friccicarella di questi giorni e ai supermercati. Svegli? Ok.
Se volevate burghul per farne una bella insalata, ma ahimè non l’avete trovato, comprate una bella confezione di couscous (perché qui è scritto così sulle etichette, non cuscus o cuscuse) precotto, magari biologico che vi fa sentire psicologicamente più a posto, e fate come ho fatto io:

Ingredienti per il cous cous

250 gr di cous cous
5 cucchiai di olio di oliva
Sale

Ingredienti per il condimento

2 melanzane lunghe
2 zucchine
2 carote
4 pomodori maturi
1 cipolla piccola
6 foglie di menta
Una manciata di prezzemolo
Il succo di un limone
Olio
Sale & Pepe

Mettete in un contenitore il cous cous e 3 cucchiai di olio. Amalgamate il tutto con una forchetta in modo da distribuire uniformemente l’olio. Nel frattempo portate ad ebollizione ¼ di litro d’acqua in una pentola (se usate quella antiaderente è meglio, io non l’ho fatto e ne ho pagato le conseguenze!). Salate e versate il cous cous, spegnete la fiamma, coprite e lasciate riposare per qualche minuto. Aggiungete altri due cucchiai di olio e riprendete la cottura per altri tre minuti, sgranando continuamente con la forchetta. Lasciate raffreddare a coperchio chiuso per 8/10 minuti. Frattanto avrete tagliato le zucchine e le melanzane a dadini piccolissimi e messi a cuocere in una pentola a vapore. Mentre il cous cous riposa, tagliate la cipolla a fettine sottilissime, i pomodori a dadini ma non troppo piccoli, triturate menta e prezzemolo, e spremete il limone. Versate il cous cous in una ciotola, aggiungete i dadi di pomodoro, la cipolla tagliata, la menta, il prezzemolo, il succo di limone e un po’ d’olio d’oliva se vi va. Amalgamate il tutto e lasciate riposare. Intanto mettete a scaldare in una padella un filo d’olio, versateci le melanzane, le zucchine e le carote grattugiate. Fate saltare per pochissimi minuti e aggiustate di sale e pepe. Versate il composto nella ciotola e girate. Fate insaporire per una mezz’oretta prima di mangiarlo.

Questo non ha niente a che vedere con zia Giovanna che il cuscus me l’ha fatto mangiare con il pesce e il brodo di pesce…ma se avete voglia di qualcosa di fresco, avete fame e poco tempo a disposizione, potete sempre ovviare su una soluzione del genere, per il cuscuse di zia Enzina può solo aiutarci qualche amico di buona volontà e di buon braccio…oppure la Sicilia!


Adele Chiagano

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Barbacarlo 2006, Lino Maga

Non mi dilungherò troppo sulla storia di Lino Maga e del suo Barbacarlo, delle lotte per preservarne il nome (trattasi di marchio registrato), della collina, della vigna, dello zio (barba) Carlo che fu il primo a produrlo, lasciando che sia la vostra curiosità a guidarvi alla ricerca di queste informazioni; un viaggio ed assaggi più meditati a spingere la mia penna a scriverne approfonditamente tra qualche tempo. È vino contadino di cui non puoi fare a meno, ogni bottiglia diversa dall’altra ed ogni annata pronta a raccontare nuove storie. È nobile e semplice nel suo dichiararsi, affascinante nella sua profondità e ampiezza di naso ed esige, desidera ardentemente sposarsi con il cibo. Il colore è rubino, purpureo, denso e compatto, luminoso. Il naso apre su una nota di arancia sanguinella, poi piccoli frutti rossi, viola, una nota minerale di grafite, terra, un afflato balsamico, e ancora spezie. Al palato ti aspetti la carbonica che lo ha reso celebre, ma in questa bottiglia non c’è. Entra denso, leggermente e seducentemente zuccherino, succoso, frutta croccante, si allarga, elastico il suo incedere, chiude secco, spinto da un’acidità giovane, con un tannino che morde ancora e implora il cibo e l’alcol leggermente nervoso. Ha trovato l’accordo musicale con dei Pennoni degli Antichi sapori di Gragnano, ripieni di ricotta di Bufala e cosparsi di salsa al pomodoro.
Da uve Croatina, Uva Rara e Vespolina.
Magnifico.

Chiusura alla vecchia maniera: It's Only Love, Beatles.

posted by Mauro Erro @ 11:23, , links to this post


Riesling Preview

In attesa che Venerdì prossimo, 26 giugno, si compia il terzo atto della Cantina dei Sogni - di cui potete leggere il comunicato di seguito - progetto a cui sono particolarmente legato e che con Tommaso Luongo, delegato di Napoli dell’Associazione Italiana Sommeliers, ho ideato e organizzato, che vedrà protagonista la Mosella ed i Riesling di Jos. Christoffel (Prum) Jr. raccontati da Francesco Agostini (dopo Giancarlo Marino e Armando Castagno, rispettivamente impegnati con Borgogna e Nord Piemonte), piccola preview per chi ci sarà e per chi ci sta ancora pensando, tanto per farvi venire un po’ di acquolina in bocca.
Vi lascio alle note di degustazione di questi due splendidi campioni di razza teutonica, uno di 27, l’altro di 21 anni “appena” e al comunicato con tutte le coordinate per chi volesse prendere parte a questa degustazione pubblica. (Il giorno dopo, degustazione privata, ma questa è altra storia di cui racconteremo).

Riesling Űrziger Würtzgarten Auslese 1988
Colore dorato brillante. Lo puoi spargere in macchina se ti finisce l’ambipur al pino silvestre*. Rispettoso del vigneto, dopo la nota estremamente caratterizzante ecco un giardino di spezie, sentori di biscotto bruciato, un ricordo fumoso e terroso, su un sottofondo leggero, ma presente, di agrumi e zafferano e di mineralità idrocarburica. Al palato l’ingresso è nervoso, bizzoso, sapido/tattile: la seconda metà della bocca contraddistinta da un’acidità assassina e verticale che rende il finale un’ascesa irta. Di bevibilità compulsiva.

Riesling Wehlener Sonnenuhr Auslese 1982
Colore dorato più carico ed unghia più densa. Altrettanto brillante e vivo.
L’eleganza, l’ampiezza e la solarità del Sonnenuhr. Agrumi, fiori di ginestra e zagara, il profumo delle robinie, pasta di mandorle, sensazioni iodate e idrocarburiche, un ventaglio di profumi da perderci testa e naso. L’ingresso al palato è grasso, denso, contraddistinto da un centro bocca in cui il vino si espande orizzontalmente a più non posso, mentre il finale è caratterizzato da un’acidità ancora vibrante e dal ritorno, dopo la deglutizione, di una piacevole e ripulente sensazione di pompelmo. Oh my God, come direbbero gli anglosassoni.

ASSOCIAZIONE ITALIANA SOMMELIERS Delegazione di Napoli
La Cantina dei Sogni, da un’idea di Mauro Erro e Tommaso Luongo
Voglia pazza di Riesling…Con Francesco Agostini
Verticale di Urziger Wurtzgarten Auslese di Christoffel Junior
1988 1990 1994 1995 1996 2001 2005
Venerdi 26 Giugno ore 19.00 Euro 55
Hotel Romeo, Lungomare Cristoforo Colombo n,4
Prenotazione obbligatoria e impegnativa
Informazioni e Prenotazioni, 0823.345188 info@aiscampania.it

Terzo appuntamento per la Cantina dei Sogni. La calura estiva è scoppiata… Se siete in preda alla sindrome del global warming rinunciate all’antiecologica aria condizionata pompata a mille e ad improbabili soft drinks serviti a temperature glaciali. Avete bisogno di tutt’altro: un bel ristoro etilico a base di Riesling della Mosella! Le vostre papille gustative ( e non solo…) ve ne saranno infinitamente grate.
Ed avrete l’occasione di scoprire un vino che racconta la tenacia tutta teutonica di spettacolari vigneti “free climber” che sfidano, ogni santo giorno, la legge di gravità aggrappandosi su irti pendii a strapiombo; un vino capace di affabulare i palati con un’energia di cristallina purezza che si rinnova ad ogni sorso grazie a taglienti sferzate acide che rendono leggiadro il corpo arricchito dagli imponenti zuccheri residui. L’armonia delle antinomie, un affascinante gioco di equilibri e contrappunti, assonanze e dissonanze che si rincorrono senza tregua: è questa la sua verace quintessenza.
Insomma: Voglia pazza di Riesling…con Francesco Agostini, relatore d’eccezione, a svelare gli intimi segreti del matrimonio d’amore tra la Mosella ed il nobile vitigno tedesco grazie ad una verticale in cui ogni singolo millesimo rappresenterà una delle sue molteplici e multiformi anime.
Ci vediamo al Romeo Hotel, una location di grande fascino, per una degustazione che cambierà il vostro modo di bere…Siete avvisati!

Tommaso Luongo
Delegato Ais Napoli
www.aisnapoli.it

* Copyright Armando Castagno

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Rosa…rosae…Rosella

La prima volta che ho visto questo barattolo ho pensato: Ah beh…è marmellata di cipolle rosse di Tropea! Ma c’era qualcosa che non tornava, c’erano dei filamenti che non quadravano. Ho guardato meglio E voilà: marmellata di rose! Che non sapessi che le rose fossero edibili è possibile, io con le rose ho un rapporto strano, certo se mi si regala un bel mazzo di quelle rosse, proprio rossissime, arrossisco, ma più di pensare, quando vedo una rosa, a Giulietta e al suo: Oh Romeo Romeo perché sei tu Romeo!?
Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi, giura che mi ami e non sarò più una Capuleti.
Solo il tuo nome è mio nemico: tu sei tu.
Che vuol dire "Montecchi"?
Non è una mano, né un piede, né un braccio, né un viso, nulla di ciò che forma un corpo. Prendi un altro nome.
Che cos'è un nome? Quella che chiamiamo "rosa" anche con un altro nome avrebbe il suo profumo.
Rinuncia al tuo nome, Romeo, e per quel nome che non è parte di te, prendi me stessa….
Con questa marmellata sono entrata finalmente in sintonia con le rose, il fiore più famoso, quello dal profumo dei profumi, si è rivelato a me in tutta la sua dolcezza. Un soave composto zuccherino, ma non stucchevole, che ricorda vagamente la cotognata, ma più piacevole e con un affascinante e insolito retrogusto al profumo di rosa. L’autrice della “sintonia ritrovata” è Rosella, amica storica della mia mamma, la donna più positiva, piacevole e brillante che io conosca. Tutto quello che fa Rosella è bello, ha la capacità di rendere gustosissima anche una banale pennetta alla ricotta, con le sue mani manipola di tutto, dalle ragnatele ai nidi d’uccello, creando composizioni meravigliose. E’ una vera e propria artista, ma è più facile godere delle sue creazioni che provare a realizzarle. Rosella fa quasi tutto a occhio, in lei c’è un mix di magia, tanto istinto e soprattutto tantissima attenzione alle cose che lavora, e così è stato anche per questa marmellata. Sapevo che provare a chiedere come l’avesse fatta sarebbe stato pressoché inutile, ma ci ho provato lo stesso, caso mai un giorno avessi voluto ritrovare quella “pace regale”. La rosa è il simbolo per eccellenza del segreto, delle cose da non rivelare o da trattare con la massima discrezione. I suoi petali, sovrapposti in modo concentrico, si raccolgono in un bocciolo centrale che in molte varietà non si schiude mai del tutto: un piccolo e delicato scrigno che non deve essere forzato per nessuna ragione. Ma Rosella ha forzato lo scrigno, lo ha aperto delicatamente distaccandone tutti i petali. E così, petalo per petalo, li ha messi in ammollo nell’acqua. Li ha tolti dall’acqua, dove si erano ridotti un po’, li ha messi in una casseruola sul fuoco, vi ha aggiunto lo zucchero, a occhio, mescolando e assaggiando di tanto in tanto per veder se il gusto fosse quello immaginato. Non contenta del risultato, continuando a mescolare vi ha aggiunto ancora dell’acqua, quella delle rose macerate, sempre a occhio e ha continuato a cuocere…sempre assaggiando di tanto in tanto…Tutto per magia, senza ricetta, senza pesi e quantità, dal giardino al barattolo. Sono sicura che la sua marmellata sia unica, ma per chi volesse cimentarsi vi riporto la ricetta più dettagliata ritrovata su comida de mama, una blogger a cui sono molto affezionata.

Ingredienti:

-200 gr. di petali di rosa
-600 gr. di zucchero
-600 gr. di acqua
-1/2 limone.

Procedimento
Immergere i petali nell'acqua con 200 gr. di zucchero e il succo del limone, ridurli quindi in poltiglia strofinandoli prima con le mani e poi pestandoli in un mortaio.
Sciogliete al fuoco il restante zucchero con l'acqua; quando bolle versarvi i petali di rosa sempre mescolando e cuocete per mezz'ora, finché lo sciroppo sarà addensato. Deve raggiungere la densità del miele. Togliere subito la marmellata dal fuoco per evitare che lo zucchero cristallizzi. Mettere nei vasi e chiudere subito, ermeticamente.
Questa marmellata non è di lunga conservazione ed è preferibile tenerla in frigorifero.
Un consiglio: i petali devono essere di rose completamente sbocciate e devono essere colti possibilmente al mattino presto.

Fare colazione con la marmellata di rose vi mette in pace con il mondo, immaginate quanto possa essere romantico stare seduti su una terrazza di fronte al mare e spennellare le vostre fette tostate con un velo di marmellata di rosa, è come sentirsi regine per un giorno: Io con le rose ci faccio colazione! E se la terrazza sul mare non ci fosse, tranquille, quel profumo di rose che vi ritornerà al palato vi farà sentire regine lo stesso…

Adele Chiagano

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Greco Adam 2005, Cantina Giardino

Da Il Villaggio delle Piccole vigne, sul sito di Luciano Pignataro

C’è una ragazza, avrà sedici o diciassette anni al massimo, figlia di questi tempi. La vedo passare davanti bottega due volte al giorno. Di mattina e di sera. Cammina con fare disinvolto, apparentemente da donna vissuta, su dieci centimetri di tacco. Falcata lunga, testa alta, espressione del viso un po’ corrucciata a voler mostrare il fastidio che prova nell’essere guardata dagli altri.
La vedi arrivare da lontano, passare in mezzo alle due ali di persone che si fanno da parte: sicura, un piede dietro l’altro, con la gamba lunga che fende l’aria come fosse un frustino schioccato dal moto ondulatorio del suo bacino. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Ti passa innanzi e la segui con lo sguardo aspettando il momento in cui la guarderai di spalle e vedrai il suo sedere che si esibisce come un pendolo. Destra, sinistra, destra, sinistra.
E nel momento cruciale, quando la donna che non deve chiedere mai ti passa davanti, il tuo sguardo cade giù di qualche centimetro dal bacino e non puoi fare a meno di notare le gambe storte, da vecchio mediano metodista, a “bancarella” come diciamo noi. Allora pensi: Oriali o Salvatore Bagni?
Quando ho versato l’Adam 2005 nel bicchiere e ne ho guardato il colore ambrato, mi è venuta in mente questa ragazza. Quanti guarderanno questo vino e penseranno, nonostante la luce che emana, la sua brillantezza e la sua vitalità: marsalato, ossidato?
E quanti ancora al primo avvicinarsi del naso, avvertendo la particolarità dei profumi, il tono maturo, quel lieve effluvio che scappa incontrollato di volatile diranno, andato?
Quanti sanno riconoscere la differenza che passa tra un difetto e una particolarità?
Il vino si apre. Pesca sciroppata, note di frutta secca con evidenti rimandi di noci e mandorle, una percezione di agrume. Cambia continuamente. Note di tè, di spezie orientali, un tono pungente, piccante di mostarda, un rimando terroso tipico di un buon greco della zona di Tufo e ancora pan di spagna.
Al palato l’ingresso è snello come spesso accade nei vini macerati sulle bucce che pagano qualcosa in bocca, sensazione accentuata, presumibilmente, da un’annata come la 2005 abbastanza piovosa. Ma in questo caso sembra essere un vantaggio perché dona bevibilità ad un vino che, normalmente, ha tanta materia. Tenendolo un pizzico in più prima di deglutirlo si avverte una sensazione di caramella mou. La persistenza finale è lunga e contraddistinta, dopo la scodata finale dell’alcol, da un piacevole sensazione sapida.
Di questo vino sono prodotte annualmente circa 800 bottiglie da uve provenienti da un vigneto di 3000 metri quadri a Tufo, da terreni arenaceo-argillosi, da piante vecchie 20 anni allevate con il sistema tradizionale della raggiera avellinese. In cantina viene effettuata una criomacerazione pre-fermentativa sulle bucce per 4 giorni e dopo la pressatura manuale con un torchio di legno, la fermentazione, ad opera di lieviti indigeni naturali, avviene in barrique dove il vino affina per 12 mesi. Non viene aggiunta anidride solforosa, non si chiarifica, non si filtra.
Io lo berrei davanti ad un quadro di Dalì in compagnia di una bella donna. Che non sculetta.
Voi potrete preferire l’accompagnamento a carni bianche.

P.S. Per i più curiosi: potete leggere qui qualche informazione più dettagliata sull’azienda e sul progetto enoculturale che porta avanti.
In foto, Antonio Di Gruttola

Sede: Cantina Giardino s.r.l., via Petrara 21/b, 83031-Ariano Irpino (Av). www.cantinagiardino.com - info@cantinagiardino.com -
Tel 0825-872288, Fax 0825-873084.
Ettari di Proprietà: nessuno.
Vitigni: Aglianico, Fiano, Greco, Coda di Volpe bianca, Coda di Volpe Rossa.
Bottiglie prodotte: tra le 10.000 e le 15.000 a seconda dell’annata.

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Greco di Tufo 2007, Cantina dell'Angelo


ll 29 agosto a Castelvenere nell'ambito della Festa del Vino presieduta da Pasquale Carlo si terrà il primo festival meridionale delle Piccole Vigne curate da Luciano Pignataro e dal sottoscritto. Nasce così il Villaggio delle piccole vigne, una rubrica che vi parlerà dei protagonisti le cui storie potrete leggere qui o qui.


Sarà per i ricordi di quando ero ragazzino. C’erano le gite domenicali da amici di famiglia nel casertano, tra Caiazzo e San Leucio. Si andava in campagna “perché l’aria era buona” e i cibi genuini. C’erano prati verdi dove io e mio fratello davamo calci ad un pallone tra i cani, c’erano le vacche, le galline da rincorrere nel cortile cercando di afferrarle manco fossi Rocky Balboa. Poi c’era il vino. Casotti cadenti di mattoni che s’illuminavano appena con una candela. C’erano le botti, le damigiane e la faccia di mio padre e dei suoi amici che assaggiavano compiaciuti. Per me era il frutto proibito. A quell’epoca, almeno per me, non esistevano i grandi casermoni, le linee d’imbottigliamento, i grandi enologi o le barrique. Figuriamoci le polemiche sui lieviti. La lettura di Vino al vino di Mario Soldati arrivò più di dieci anni dopo. All’epoca non vi era nulla di concettuale nel fare vino e nel berlo. Essere contadini era una condizione occasionale tanto quanto il fatto che io fossi nato in città. Non era una scelta naif, non la voglia di un eccentrico imprenditore.
Ricordo le mie ansie felici del mattino della domenica prima di partire. La meraviglia di attraversare un ponte e vedere per la prima volta un fiume e il suo ampio letto, scollinare e vedere le distese di betulle o di querce a perdita d’occhio. Così immensamente alte, immensamente verdi, immensamente belle. Attraversare paesini fatti di case alte due o tre piani sparse qua e là e guardare ai balconi appesi grappoli di pomodori asciugarsi al sole. Io che ero abituato a vedere lenzuola, mutande e calzini appesi tra i vicoli.
In quegli stessi anni, i primi dei ruggenti ’90, Angelo Muto, terza generazione di viticoltori, reimpiantava le sue vigne di greco allevate a guyot a Tufo, in Irpinia, su portainnesti 420/A.
Ecco, le otto del mattino del 2 giugno, festa nazionale che oltre le parate militari pare non dica nient’altro. Buona per fare un ponte di festa per gli italiani e per me, andare a Tufo in giro per vigne. Ma come nel finale più scontato di un pessimo romanzo rosa, mi affaccio alla finestra di casa e i Picentini sono nascosti dalla nebbia, e che il bosco avanti casa non sia stato rapito come in una favola lo evinco dai tronchi che spuntano sotto la coltre bianca. Un temporale di quelli memorabili.
Avevo incontrato Angelo qualche giorno prima, un massiccio metro e novanta che finisce in una testa pelata e abbronzata. Un filo di voce appena afferrabile, ogni parola una rivendicazione. Cinque ettari di vigna coltivati da sempre, gran parte delle uve ancora conferite, poi dal 2006 lo sfizio delle 4mila bottiglia prodotte, curate da lui nella vigna a Campanaro e allevate in cantina dal ventiseienne Luigi Sarno, giovane enologo cresciuto alla corte di Moio, titolare di un’altra piccola cantina irpina.
Mi rimane questo calice che solletica i ricordi. Inaspettatamente buono nonostante sia nato nella calda annata che fu la 2007, con l’alcol che viaggia ad appena 12 gradi e mezzo. Oro nel calice, profuma di mineralità pura, ricco di zolfo senza rinunciare ad un sussurro e niente più di frutta, arricchito da echi balsamici, sbuffi di erbe aromatiche e tanto pepe bianco. Il sorso è interminabile. Tanto pieno e corposo appena lo si saggia quanto sapido nel suo allungo finale. Per chi vuole succhiare tutta l’essenza del territorio. Da bere arricchendo un po’ di pesce fresco su una terrazza in riva al mare. Se non piovesse. Non rimane, allora, che rileggere il mio Mario Soldati: E perciò continuo a ripetere quanto ho già detto: non faccio questo viaggio per poter poi descrivere un vino ai miei lettori; ma solo per invitarli a viaggiare a loro volta, e a scoprire così altri vini, tutti e sempre diversi, perché il gusto di un vino significa qualcosa solo in rapporto alla persona che lo beve, e al luogo e all’ora e alle condizioni in cui lo beve.
Ah, dimenticavo, 10 euro o giù di lì in una buona enoteca.
Più low cost di così?


Sede a Tufo, via Santa Lucia 13. Tel. 0825.998073.
www.cantinedellangelo.com
Ettari: 5 di proprietà.
Bottiglie prodotte: 4000.
Vitigno: greco di Tufo

posted by Mauro Erro @ 08:33, , links to this post






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