Cantina dei sogni, secondo appuntamento: Armando Castagno e il Nord Piemonte




ASSOCIAZIONE ITALIANA SOMMELIERS Delegazione di Napoli

Guardare attraverso gli occhi di chi frequenta le grandi terre del vino abitualmente. Scoprire attraverso i loro racconti i luoghi e i vigneron. Bere le grandi bottiglie che gli appassionati inseguono da sempre.”

Ci eravamo lasciati a fine febbraio con la Borgogna raccontata da Giancarlo Marino…continuiamo a sognare con Armando Castagno e l’Alt(r)o Piemonte. L’appuntamento è per Venerdi 17 Aprile alle ore 19.00. Save the date! Sono ammessi tutti i gesti scaramantici del caso ma, se dobbiamo scegliere, noi preferiamo impugnare i calici illuminati di rosso granato ed inebriarci con i profumi aerei e speziati dei grandi vini delle terre dell’Alto Piemonte, comodamente seduti nella prestigiosa sala Lauro del Romeo hotel, e coccolare così i nostri palati: Gattinara, Ghemme, Bramaterra, Fara, Lessona e Boca. Tutte denominazioni minori, se paragonate ai celebri e blasonati Barolo e Barbaresco, ma che rappresentano le testimonianze più convincenti del sempre più raro connubio tra verace matrice territoriale e puntuale identità varietale. Una degustazione che sorprenderà molti e che sarà l’occasione per conoscere Armando Castagno.
“La Cantina dei Sogni”, un progetto nato da un’idea “semplice” di Mauro Erro e Tommaso Luongo: portare nel capoluogo partenopeo le grandi terre del vino raccontate da grandi degustatori. I sogni non finiscono qui: prossimo appuntamento etilico a giugno con Francesco Agostini e il Riesling della Mosella…wine in progress!

Armando Castagno e l’Alt(r)o Piemonte

Fara vecchie vigne 2004 Dessilani
Gattinara osso san grato 2004 Antoniolo
Boca 2004 Le piane
Lessona omaggio a Quintino Sella 2003 Sella
Bramaterra 2002 Anzivino
Ghemme Collis breclemae 1996 Antichi vigneti di Cantalupo

Venerdi 17 Aprile ore 19.00

Hotel Romeo, Via Cristoforo Colombo n.45 Napoli

Euro 55 Info e prenotazioni: 0823.345188 info@aiscampania.it

Prenotazione obbligatoria ed impegnativa

Oltre ogni immaginazione: La Cantina dei Sogni…

Tommaso Luongo
Delegato Ais Napoli
http://www.aisnapoli.it/

È quasi imbarazzante dover presentare Armando Castagno, dovendo correre il rischio, anzi, avendo certezza che le cose che scriverò, dettate dalla profonda e sincera stima che ho per il suo palato e la sua penna, provocheranno in lui vista l’incredibile umiltà di cui è dotato, uno stato di leggero malessere e di nervosismo nei miei confronti. Ma non posso fare altrimenti.
Classe 1969, giornalista sportivo dal 1986, inizia ad occuparsi di vino dal 1994 potendo contare su un favorevole background viste le origini paterne piemontesi. La penna, intinta nel divino nettare di bacco, incontrerà la carta intorno agli anni 2001-2002 con la collaborazione con la rivista Porthos. Relatore ai corsi Ais di Roma e ai corsi Master Class, collabora, dai primissimi anni, alla realizzazione della Guida Duemilavini e alla rivista Bibenda. Andando a memoria, ricordo gli splendidi reportage dalla Borgogna e le note di degustazione di strabilianti verticali di vini quali la riserva del Brunello di Montalcino di Biondi-Santi o del Taurasi di Mastroberardino, fino all’ultimo, stupendo servizio dalle terre di Boca che più ci riguarda in questa occasione: uno degli scritti di vino più belli che abbia mai avuto la fortuna ed il piacere di leggere. Devo a lui dei sinceri ringraziamenti per la capacità che ha avuto, nel compiere semplicemente il suo lavoro di degustatore e scrittore di vino, di alimentare la mia passione, quella stessa passione che spero trasmetterà voi il prossimo 17 Aprile. (M.E.)


Si ringrazia per la gentile disponibilità Nicola Lucca Dessilani, Lorella Antoniolo, Emanuele Anzivino, Gioacchino Sella, Christoph Kunzli dell’azienda Le Piane e Alberto Arlunno dell’azienda Antichi vigneti di Cantalupo.



Nota: clicca sull'immagine per ingrandirla

posted by Mauro Erro @ 13:26, , links to this post


In lungo e in largo

In viaggio, ultimamente più del solito: da Taurasi a Prato e ritorno; una piccola digressione verso i Picentini innevati, guardandoli dalla piana del Sele, ed alle spalle gli Alburni anch’essi incappellati di bianco da questi ultimi scampoli di freddo che vincono la timidezza di questa primavera ferma sull’uscio. Ci fermiamo da Rispoli, a San Cipriano Picentino, dall’ingegnere appassionato di cucina e professionista da una vita a capo della brigata familiare condotta contro la crisi di questi tempi. Cucina liscia, senza fronzoli, gustosa e gaudente. Ci fermiamo un attimo e incontriamo questa bottiglia di Pinot Nero Vigna Sant’Urbano prodotta da Hofstatter, datata 1995, che ci apre il cuore per i rimandi borgognoni (pardon), di quel rubino che traspare vita, dei primi spruzzi di mineralità ematica che svegliano il naso, della ciliegia ancor viva che appare dopo sul palcoscenico, delle sensazioni fumose e di cenere, delle foglie essiccate e del terroso che ci lascia respirare. Al palato si lascia bere e gustare, nell’ampiezza delle sensazioni che invadono il palato e nella freschezza dell’acidità che allunga il sorso, la vita, ma non la bottiglia che presto finisce. In lungo e in largo, e pazienza per quel tannino leggermente polveroso: nessuno è perfetto.
Si riparte, con un po’ di buona musica e tanto buon umore.

E cerca 'e me capì, Pino Daniele.

Nota: foto di Adele Chiagano

posted by Mauro Erro @ 18:19, , links to this post


St Peter's old-style Porter

Nata in Inghilterra, la Porter era, originariamente, un miscuglio di birre di diverse qualità (molto poco di quella buona, tanto di quella meno buona, per abbatterne il prezzo) che i facchini e la manovalanza inglese consumava in grandi quantità. Uno stile precursore della Stout: un blend, insomma, tra una birra invecchiata e una birra giovane e leggera in percentuali variabili, che risulta essere, scura, strutturata e complessa.
Nata nel 1996, questa Brewery ne produce una di quelle che preferisco: la old style porter.
Il colore è marrone scuro, impenetrabile, con una schiuma densa, compatta e persistente, ma sottile. Gli aromi al naso tendono a note tostate, di caffè, cioccolato e una leggera nuance di liquirizia. Al palato non è impegnativa, si lascia bere, l’ingresso è fluido, il retrogusto di caffè, la carbonica leggerissima, la persistenza lunga: lascia il palato pulitissimo.
Lo sfizio potrebbe essere abbinarla ad un dolce al caffè o al cioccolato.
Intorno i 5 euro il formato da 500 ml.

posted by Mauro Erro @ 12:40, , links to this post


Viaggio nel Tempo: verticale di Taurasi Gmg

La scrittura, come l’arte del bere e del coltivare la vigna, raramente è un atto lineare, talvolta è un viaggio a ritroso nei ricordi; a sprazzi squarci di luce, flashback il cui ordine cronologico è deciso dall’emozioni: dapprima le più intense.

Le vigne e la storia

Sulla collina più alta di Taurasi, in contrada Carazita ammiro parte della vigna discendere e guardare il promontorio innanzi, i filari allevati a cordone speronato schierarsi in direzione del paesino di Sant’Angelo all’Esca dove svetta l’alto campanile della chiesa trecentesca di San Michele Arcangelo. Alle spalle, al di là della vallata, si erge la mole imponente della Montagna di Chiusano San Domenico e immagino alla mia sinistra la strada risalire verso Paternopoli, lo stendersi della valle fino al limite massimo dei monti Picentini, stupendomi nel guardare le cime innevate del Cervialto e del Terminio. A intense folate il vento freddo sferza il viso, il cielo è tinto di grigio perla e c’è silenzio.
Tuttavia, è bene partire dal principio di questo viaggio e dare ordine agli appunti.
È la seconda metà degli anni novanta, un gruppo di viticoltori usciti dalle due cooperative Le Contrade e la Vinicola Taurasi si riunisce creando l’azienda che sarà denominata Gmg vinicola Taurasi. L’avventura dura poco, dopo una serie di disaccordi e di diversità d’opinioni solo due famiglie rimarranno alla guida dell’azienda: i Di Placido e i De Matteis, mentre gli altri scriveranno nuove vicende o perseguiranno la vita da conferitori. A curare la vigna e seguire le pratiche di cantina Emilio Di Placido, uomo caparbio alla ricerca filologica del sapore che fu, di quel Taurasi tanto buono da essere famoso.
Emilio dorme poco. A questo vizio aggiunge quello del pensiero e quello del sogno. Così pensa al suo vino, il vino della pazienza come egli lo definisce: ragiona sui cloni d’aglianico, sulle vigne, sui legni d’affinamento, sull’epoca di raccolta, cerca documenti, chiede ai vecchi, s’affida alla loro memoria storica, ai ricordi.
La vigna di Carazita, oltre l’appezzamento che assorto si rivolge al campanile, ne comprende altri due di leggerissima pendenza separati da una serie di splendidi ulivi. Le piante, giovani sette, otto anni sono innestate su un Paulsen 1103. Il terreno, in alcuni punti in fase di lavorazione, mostra umori di nero vulcanico e affioramenti di pietra calcarea. Tre ettari e mezzo che vedono sorgere e morire il sole a poco più di 360 metri d’altezza.
È a Case d’alto però, che vedo le piante allevate a starse. I tralci vecchi 40 anni si allungano fino ai due metri e mezzo, noi ci passiamo sotto ammirandoli, camminando il mezzo ettaro di piante messe sparse. Le più belle le vediamo tuttavia a Paludisi, in contrada Piano: anche qui in poco più di mezzo ettaro tralci di 100 anni d’età a piede franco allevati alla vecchia maniera locale (quando li si maritava a qualche albero, solitamente pioppi) salire in alto e aggrovigliarsi in linee barocche, contorcersi disegnando fiabesche visioni. Producono poco più di niente.
Poco distante da qui, in zona Fango, l’ultimo fazzoletto di terra, alcuni filari di giovani piante di sette, otto anni di una vigna più grande che si rivolge verso Mirabella Eclano, allevata a cordone speronato. Alla destra dei filari di Guastaferro e di Antonio Caggiano.
Da questi siti arriva l’aglianico che concorre alla produzione delle seimilaseicentosessantasei creature di Emilio. Vendemmiato come un tempo, mai prima del giorno dei morti, il 2 novembre, e a più riprese, se necessario, sino a Natale. Con le sole uve migliori in grado di resistere che diverranno, dopo attenta vinificazione e il giusto affinamento, il Taurasi che, dal 1999, è etichettato sono nella versione riserva.


La degustazione

Troverete di seguito le note di degustazione del Taurasi Docg dell’azienda Gmg vinicola Taurasi, nelle annate 1995, 1996, 1998 e 1999, 2000 e 2001 versione riserva. La degustazione è stata effettuata domenica 8 marzo nei locali del wine bar Vino e caffè di Taurasi, negli anni ’40 cinema, gestito oggi da Oscar Santosuosso che ringrazio. Alcune di queste annate sono state da me bevute a più riprese negli ultimi due mesi. Intendo inoltre ringraziare il produttore Emilio Di Placido per la caparbietà, il fervore delle idee, la tenacia e per la disponibilità, Luciano Pignataro per l’idea di questo viaggio e l’amico Giovanni Ascione, Sommelier Master Class, Relatore ai corsi Ais, per averne tracciato il sentiero, condividendo con noi le sue puntuali osservazioni e impressioni sui vini. Infine, ringrazio tutti coloro che hanno voluto partecipare, tra cui ricordo, scusandomi con gli altri per i difetti della mia memoria, i giornalisti Isao Miyajima, Paolo De Cristofaro (anche per le informazioni gentilmente fornitemi), Dagmar Gross, Annibale Discepolo, Adele Chiagano, Monica Piscitelli, il presidente dell’Ais Campania Antonio Del Franco, il Delegato di Napoli Tommaso Luongo, i sommeliers Marina Alaimo, Michela Guadagno, Liliana Pagano.

1995: La fermentazione è avvenuta in acciaio a temperatura non controllata utilizzando l’inoculo di lieviti selezionati Maurivin. La macerazione sulle bucce si è protratta per circa 10/15 giorni. Dopo la svinatura il primo affinamento è avvenuto in acciaio, dopo vari travasi, ha continuato l’affinamento in Barrique di secondo passaggio per circa un anno. Infine in bottiglia ha riposato in attesa di essere commercializzato. Il colore è di un rubino rarefatto, di veli trasparenti che ondeggiano nel calice fino all’unghia di granato tono. L’umore è terroso, sanguigno, note terziarie di tabacco e spezie, di funghi e sottobosco fanno da sfondo a echi floreali d’intatta bellezza ed un frutto sussurrato ed ancora croccante che s’abbraccia amorevolmente ai toni minerali. Al palato l’ingresso è snello, il corpo agile e fluido, l’acidità è ancora nerboruta, il tannino risolto, l’eleganza affermata. In equilibrio perfetto.

1996: Le pratiche di cantina seguono quelle dell’anno precedente, con la differenza della fermentazione avvenuta a temperatura controllata e dell’affinamento in Barrique, dopo i travasi, di terzo passaggio e nuove per il 30%.
Più cupo già nel tono, meno vivo e brillante. Rispetto al campione precedente si mostra più vecchio e al naso rivela poco che non dica frutta matura e aure balsamiche, con un leggero sospiro etereo di ceralacca. Il palato è leggermente diluito all’ingresso, in maniera scomposta si alternano aromatici toni fruttati e floreali, chiude in una persistenza corta. Nel tempo il naso vira su affascinanti effluvi floreali.

1998: Da questa annata i legni d’affinamento, della Veneta Botti, divengono di rovere di Slavonia, dalla capacità di 20 e 30 ettolitri. In quest’annata, il vino vi ha sostato circa un anno.
Sarà che nelle annate sofferte alcuni vini hanno un’anima sfuggente, uno scarto di lato che a me piace particolarmente, ma questo 1998 mi ha sempre attratto. È l’emozione di qualche attimo, una rincorsa contro il tempo, perché a due ore che lo si è versato nel bicchiere perde la sua battaglia con l’ossigeno. Ma l’incipit è di tutto rispetto. Di frutto carnoso e godereccio, di sfumature speziate e di foglie di tabacco, di echi balsamici. Al palato è immediato, non concettuale, niente di intellettuale, sano e gaudente. La scia amara di un tannino da annata capricciosa è un peccato che gli perdono volentieri.

1999 Riserva: Da quest’annata il Taurasi è prodotto solo nella versione riserva dopo aver svolto l’affinamento nelle Botti di Rovere di Slavonia per circa 18 mesi.
Tende al violetto nel colore, dalla modulazione cupa e più concentrata. Al naso non ha ancora dispiegato in maniera sicura tutte le sue doti. È ancora una fanciulla, acquisirà nel tempo la sicurezza di donna. Il frutto scuro prepotente emerge, le note minerali di grafite sono più evidenti che nei campioni precedenti e allegramente giungono flebili aneliti di geranio. Il tutto è composto, armonico ed equilibrato. Le misure, quelle giuste. Il palato è prorompente, di grande forza, la trama tannica, seppur giovane, mostra una stoffa di sicuro pregio. L’acidità gagliarda fa da scheletro ad una massa consistente. Non fosse per il ritorno dell’alcol leggermente sopra le righe dopo la deglutizione aspirerebbe alla perfezione.

2000 Riserva: Le pratiche di cantina seguono quelle dell’annata precedente. L’affinamento in legno è durato 20 mesi.
Meretrice. Si dona con tutte le sue grazie immediatamente senza chieder conto. Popputo nel frutto non surmaturo come l’annata calda farebbe sospettare, ma succoso, nelle aure balsamiche trova la fuga ardente dall’abbraccio procace che potrebbe soffocare. Alla beva tiene l’acidità a compensare il probabile residuo zuccherino che continua le impudiche tentazioni. Tannino completamente svolto. Per chi ama “tanta roba”.

2001 Riserva: Le pratiche di cantina seguono quelle dell’annata precedente.
Ne ho bevuti vari campioni, allineati nell’idea, ma che si differenziavano in alcuni particolari. Il colore è di un meraviglioso rubino che pensa al viola. Il naso è incentrato su sensazioni di terra e humus che ricordano il primo calice da cui si è mosso questo viaggio. Continua nei suoi profumi su un frutto maturo di amarena, su note di spezie, di cuoio e tabacco, adagiandosi su un sentore di liquirizia. Al palato è caldo, spazioso, largo, lungo nell’acidità e nella sapidità, dal tannino rustico che chiude il sorso su una sensazione amaricante. Nelle capacità di tenuta del frutto e del tempo di levigare il tannino, sostano le nostre speranze di una futura grandezza.


Foto 1: filari di vigna a Carazita, sullo sfondo il paesino di Sant’Angelo all’Esca. Alessandro Caggiano, viticoltore, una delle memorie storiche di Taurasi. Umori neri di natura vulcanica.
Foto 2: in alto le starse a Case d’Alto. In basso, grovigli barocchi di tralci vecchi 100 anni allevati a starse a Paludisi.
Foto 3: in alto a destra, Giovanni Ascione e Emilio Di Placido. A sinistra, Luciano Pignataro, Giovanni Ascione e Isao Miyajima. In basso le bottiglie degustate.

foto di Adele Chiagano

posted by Mauro Erro @ 14:10, , links to this post


Anteprima Taurasi: i complimenti e le impressioni sui vini.

Forse sono la persona meno indicata visto che gli organizzatori della manifestazione sono innanzitutto degli amici e, poi, dei professionisti del settore che stimo, ma sbaglierei se non raccontassi semplicemente quello che ho visto e non facessi i miei complimenti a Lello Del Franco, Paolo De Cristofaro e Diana Cataldo, ad Adele Chiagano che ha dato loro una mano e a tutti i ragazzi, tanti, giovani, che hanno contribuito alla realizzazione di una splendida ed importante manifestazione come Anteprima Taurasi. A conferma delle parole che ho scritto bastava vedere le facce soddisfatte dei professionisti presenti alla degustazione riservata alla stampa a cui ho preso parte e tra cui ho riconosciuto Alessandro Fraceschini (Lavinium, e Ais Lombardia), Roberto Giuliani (Lavinium), Ian D’Agata, Gigi Brozzoni, Gianpaolo Gravina (L’espresso), Maurizio Paolillo e Gianpaolo di Gangi (Porthos), Isao Miyajima, Fabio Cimmino, Giovanni Ascione (Bibenda) tra i tanti.
Fatto ciò che era giusto, veniamo al sodo. La degustazione alla cieca ha riguardato un bel po’ di vini così suddivisi: 6 aglianico 2007, dove segnalo la buona prova di Mastroberardino, Tenuta del Cavalier Pepe e un gradino sotto Colle di San Domenico, nulla di eccezionale, s’intende, ma vini corretti. 5 Aglianico annata ’06 dove rimane il dubbio su D’antiche Terre, a cavallo tra un vino emozionante ed un vino fatto male e si segnala l’exploit di Donnachiara. 5 aglianico tra 2005 e 2004 dove ancora Colle di San Domenico si distingue con il suo Principe 2005.
Ora prima di passare ai Taurasi, due idee che mi sono fatto sull’annata 2005: sarà elegante, con picchi buoni e mediamente discreta, salvo delle poche pessime eccezioni: da medio invecchiamento. Ovviamente quello che ho appena scritto, essendo io abbastanza allergico alle condizioni limite di un’anteprima e al giudizio rabdomantico che ne scaturisce è da prendere con le molle.
I Taurasi 2005 che più mi sono piaciuti, tra i diciotto campioni in bottiglia e i 9 provenenti da botte sono: in pole position quello dei Lonardo di Contrade di Taurasi con il suo naso elegante e quello di Pasqualino Di Prisco da Fontanorosa con la pienezza del palato e la sincera semplicità e pulizia del naso. A seguire il Taurasi Nero Né de Il Cancelliere (molto bello anche l’altro vino saggiato la sera prima, il Gioviano 2006), Lo Spalatrone di Russo, il Poliphemo di Luigi Tecce (che ho anche visitato e a cui riserverò prossimamente un bel post) e quello di Vigna Villae. Non male anche Perillo, Cavalier Pepe e Mastroberardino (tutt’altra cosa il deludente Naturalis Historia). Da capire il Macchia dei Goti di Caggiano a cui voglio riservare un assaggio più meditato perchè l’abbondanza di note di brett è molto discordante con il manico (il Professor Luigi Moio) e lo stile dell’azienda. Infine, tanta materia prima fruttata (forse troppa) nel campione di botte del Taurasi Fatica Contadina di Terredora, che salva la delusione dell’altro Taurasi presentato in batteria che, con quello dei Feudi di San Gregorio e l’aglianico di Quintodecimo, ha rappresentato la più grande delusione, della serie: i bei tempi che non sono più.
Buon Taurasi 2005 a tutti.

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Anteprima Taurasi 2009: l'andamento climatico dell'annata 2005

A cura di Paolo De Cristofaro

Se fosse un romanzo, la vendemmia 2005 sarebbe un appassionante giallo ricco di colpi di scena, uno di quei thriller, insomma, nei quali buoni e cattivi svelano la propria indole solo all’ultima pagina. Là dove i precedenti millesimi si erano contraddistinti per un andamento tutto sommato lineare, pur negli estremi di annate come 2002 e 2003, la 2005 può essere rappresentata solo attraverso una sinusoide. Una lunga controversa stagione nella quale si sono manifestate condizioni climatiche e problematiche produttive molto diverse, rendendo più decisive che mai il lavoro, le scelte e le sensibilità dei singoli viticoltori.

Se la 2004 viene presentata un po’ in tutta Italia come un’annata classica e austera, specialmente per i grandi rossi da invecchiamento, la vendemmia 2005 è stata vissuta fin da subito come la stagione dei dubbi e dei distinguo, obbligando esperti ed appassionati ad un intricato slalom tra espressioni qualitative di segno talvolta opposto. Un millesimo quasi perfetto fino alla seconda metà di agosto, che ha visto poi complicarsi le cose per via delle abbondanti piogge autunnali che hanno interessato buona parte del Bel Paese e hanno condizionato la raccolta, pur con significative differenze da zona a zona o addirittura da vigna a vigna. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se a fronte di aree e produttori che dipingono la 2005 come annata “media” per via di vini un po’ diluiti e talvolta immaturi, ce ne sono altri che invece ne tracciano un profilo quasi entusiasmante, chiamando in causa parole come eleganza, energia, profondità.
Un quadro estremamente variegato e di difficile lettura, al quale non sfugge la provincia di Avellino e il suo rosso di punta. Anche per il Taurasi la 2005 è l’annata delle eccezioni e della variabilità: le precipitazioni di settembre hanno reso più difficili le condizioni di lavoro ma l’incidenza non è stata la stessa per tutte le sottozone e per tutti i produttori. Chi è riuscito a limitare gli effetti delle piogge, specialmente nei siti più alti e ventilati, ha avuto a disposizione prima della raccolta un altro mese dall’andamento più che favorevole. Nelle settimane successive alla vendemmia, alcuni produttori lamentarono nei loro aglianici atti a divenire Taurasi una certa mancanza di polpa e di maturità, resa ancora più evidente dagli elevati livelli di acidità. Di tutt’altro avviso le impressioni di altri vigneron che a più riprese sottolinearono un’interessante contiguità tra le vendemmie 2004 e 2005 per quanto riguarda estratti e quantità di polifenoli. Non è raro imbattersi in produttori che da tempo sostengono una “superiorità” dell’annata 2005 sulla sua predecessora, sottolineando come punti di forza una migliore qualità dei tannini e una produzione in vigna naturalmente più contenuta rispetto alla generosa vendemmia 2004. Tralasciando le singole opinioni, su un punto sembrano tutti concordare: la 2005 sarà ricordata come un grande millesimo per quanto riguarda identità varietale e complessità aromatica. Il rallentamento della maturazione causato dalle escursioni termiche e dalle piogge ha contribuito allo sviluppo di un corredo aromatico originale ed energico, portando in primo piano profumi di frutta fresca e di erbe aromatiche, quasi sempre accompagnate da un deciso timbro minerale e balsamico. Rispetto alle annate successive, caratterizzate da una maggiore maturità fruttata, la 2005 sembra accendere i riflettori su alcuni caratteri dell’aglianico che potremmo quasi definire di stampo “bordolese”: là dove le difficoltà di maturazione non si sono tradotte in note dichiaratamente verdi o in profili olfattivi tenui e diluiti, molti Taurasi del 2005 stupiscono per una splendida vivacità aromatica, che potrà essere ulteriormente approfondita con l’evoluzione. Più difficile prevedere, invece, quale sarà la risposta gustativa alla prova del tempo: la minore concentrazione di estratti rispetto ad annate come la 2001 e, in alcuni casi, come la 2004 potrebbe far pensare ad un millesimo destinato a dare il suo meglio in un medio invecchiamento. D’altra parte gli elevati livelli di acidità e la notevole integrità strutturale e tannica riportano alla memoria vendemmie dal lungo passo come, ad esempio, la 1988, la ’92 o la ’99. Con una decisiva differenza. I Taurasi delle annate citate si presentarono all’uscita (e per molti versi lo sono tuttora) come vini durissimi, difficilissimi da approcciare e da gustare, se non con un adeguato abbinamento. I Taurasi 2005, invece, pur nella loro estrema gioventù, percepibile soprattutto nelle spigolature acide, sono vini estremamente gourmand, che colpiranno fin da subito gli amanti dei vini nervosi ma saporiti, dal respiro arioso ed elegante.

Taurasi 2005, L’Andamento Climatico

La lunga e contraddittoria avventura della vendemmia 2005 inizia con un inverno tra i più rigidi e nevosi degli ultimi dieci anni, specialmente nei mesi di gennaio e febbraio. Le basse temperature e le abbondanti precipitazioni si sono protratte fino all’inizio della primavera, determinando una ripresa vegetativa dell’aglianico leggermente ritardata ma regolare e rigogliosa, con un ottimo germogliamento, una buona fioritura e una discreta allegagione. Dopo un mese di aprile nella norma per temperature e piovosità, la prima significativa sterzata si è avuto per effetto di un mese di maggio estremamente caldo e asciutto, con picchi inusuali di calura a cavallo con l’inizio di giugno, che ha permesso un deciso recupero del ritardo vegetativo. Rispetto all’annata precedente, la scarsità di precipitazioni in questa fase ha creato condizioni ottimali da un punto di vista fitosanitario, consentendo un’efficace difesa dai principali patogeni della vita, peronospora in testa. Un trend confermato da un inizio d’estate soleggiato e siccitoso, con temperature massime raramente oltre i 30 gradi ed escursioni termiche rilevanti. Tra giugno, luglio ed agosto furono registrati soltanto 69 mm di pioggia, a fronte dei 140 mm del 2004 nello stesso periodo. Tutto faceva pensare ad una vendemmia eccellente per l’aglianico, ma lo scenario cambiò completamente tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, quando l’Irpinia fu interessata da un lungo periodo di piogge e temporali, prolungatosi fino ai primi giorni di ottobre. E’ questa la fase che più di tutte ha deciso il livello qualitativo della vendemmia: i rovesci di settembre (104 mm di pioggia registrati dalla stazione di Mirabella Eclano) hanno determinato problemi sanitari nei vigneti non gestiti adeguatamente e un prolungamento della fase di maturazione delle uve e delle operazioni vendemmiali. Dall’ottimismo di fine agosto si è passati rapidamente ad una proiezione a dir poco negativa, specialmente nelle zone in cui le precipitazioni avevano gonfiato gli acini, rendendoli molto fragili e favorendo in alcune occasioni avvii di rotture. Ma la natura non aveva ancora detto l’ultima parola: la seconda metà di ottobre e l’inizio di novembre videro splendere il sole quasi ininterrottamente, regalando giornate tiepide e notti fredde, con importanti escursioni termiche che hanno indubbiamente enfatizzato gli aromi varietali. Rispetto al 2004, il mese di ottobre ha fatto registrare temperature medie più fresche (le più basse dal 2001) e una piovosità minore, con una concentrazione delle precipitazioni tra il 3 e il 9 ottobre, mentre nell’annata precedente gli eventi piovosi si erano manifestati nel periodo più prossimo alla vendemmia, dall’11 al 17. Un clima quasi ideale che ha accompagnato tutta la raccolta dell’aglianico, iniziata introno alla metà di ottobre nelle zone più basse di Venticano e Pietradefusi e protrattasi fino alla prima metà di novembre nei vigneti più acclivi di Montemarano e Castelfranci.
Da un punto di vista quantitativo, la 2005 è un’annata piuttosto scarsa per l’aglianico, specialmente se rapportata all’abbondante vendemmia 2004. In linea con i trend degli ultimi anni, diminuisce ulteriormente la produzione di aglianico destinato a Taurasi Docg. A fronte di 830,17 ettari iscritti all’Albo dei vigneti, le denunce di produzione si riferiscono ad una superficie vitata pari a 262,46 ettari. Da questa superficie sono stati prodotti 14.999,21 quintali di uva e 9.749,65 ettolitri, pari a 1.299.953 bottiglie di Taurasi Docg della vendemmia 2005.

Le Opinioni degli Enologi

Luigi Moio: “Che la 2005 non sia stata un’annata facile è abbastanza evidente: fino al periodo di pre-vendemmia la natura ha fatto bene, poi si è rivelato fondamentale il lavoro dell’uomo, in particolare per quanto riguarda il diradamento, funzionale all’arieggiamento delle piante. Provando a formulare un primo giudizio, comunque, penso si tratti di un millesimo destinato a dare grandi soddisfazioni a chi assaggerà senza preconcetti. Le bucce più sottili hanno consentito una cessione di antociani più facile e i vini hanno colori molto belli, profumi freschi e definiti, adeguati livelli di acidità, tannini in alcuni casi duri ma più maturi che nel 2004. In definitiva un’annata di grande eleganza e compostezza, con ottime prospettive di invecchiamento”.

Fortunato Sebastiano: “Gli assaggi di questi mesi fanno pensare a dei Taurasi 2005 caratterizzati da una sobria austerità e soprattutto da profumi ampi e complessi, mai urlati, con uno spettro olfattivo nel quale frutta e spezie sono in buon equilibrio. La classica irrequieta freschezza dell’aglianico assicurerà un buon invecchiamento e grandi terziari per una vendemmia molto convincente, seppur contraddistinta da un forte eterogeneità di risultati ed interpretazioni”.

Vincenzo Mercurio: “La 2005 sembra essere la classica annata elegante, dotata di freschezza, nerbo e sapore, molto vicina al mio gusto personale. Dal punto di vista dell’equilibrio strutturale sembra essere leggermente inferiore alla 2004, ma buona parte dei Taurasi 2005 potrebbero uscire molto bene alla distanza, regalando belle sorprese fra qualche anno”.

Massimo Di Renzo: “La vendemmia 2005 è stata per molti aspetti vicina alla 2004, con una quantità sensibilmente inferiore e una qualità alquanto eterogenea, in cui la vera differenza è stata fatta dal lavoro in vigna. Chi si è mosso bene ha ottenuto dei vini dotati di grande complessità olfattiva e spiccata originalità. Sono Taurasi che non mirano a stupire per concentrazione e struttura ma che brillano nelle migliori espressioni per carattere, freschezza, articolazione aromatica e, non ultima, notevole riconoscibilità delle sottozone di provenienza”.

Roberto Di Meo: “Fino alla fine di agosto, la stagione 2005 faceva prevedere una vendemmia straordinaria in quanto le condizioni climatiche erano perfette, con escursioni termiche molto favorevoli. Le piogge di settembre hanno modificato tali aspettative, ma chi ha potuto attendere il mese di novembre per la raccolta ha ottenuto dei risultati molto interessanti, trovando uve ricche di sostanze polifenoliche e soprattutto di aromi varietali per vini ricchi, complessi, ben strutturati e adatti all’invecchiamento”.

Pierpaolo Sirch: “L’eterogeneità dell’annata si rispecchia soprattutto nella maturazione dei tannini. Diversi vini tra quelli assaggiati presentano dei tannini duri e gessosi che probabilmente avranno bisogno di molto tempo per ammorbidirsi”.

Lucio Mastroberardino: “L’aspetto più interessante è la presenza di un minimo comune denominatore dell’annata che in questo caso è senza dubbio la grande presenza acida. Una durezza in evoluzione che fa immaginare ottime cose, soprattutto in prospettiva”.

Raffaele Inglese: “E’ un’annata tutto sommato non molto distante dalla 2004: potrebbe essere molto longeva soprattutto grazie alla componente acida molto in evidenza, rafforzata da tannini in evoluzione. Buona la concentrazione, tipici e variegati i profumi”.

P.S. Un sincero in bocca al lupo all’amico Lello Del Franco, organizzatore della manifestazione, a Diana Cataldo, a Paolo, Adele e a tutti i produttori. (M.E.)

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Domenica 8 marzo: Verticale di Taurasi Gmg Vinicola, con Giovanni Ascione

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Borgogna, terra e passione

Sfatare un mito…

Si è soliti sentir dire che la Borgogna rappresenta un punto d’arrivo: l’ultima terra per un appassionato bevitore a cui far visita, e il Pinot Nero la summa delle difficoltà di comprensione e d’analisi per un degustatore. Complice il prezzo d’acquisto elevato anche di un semplice Village e la difficoltà di reperibilità di talune bottiglie – basti citare l’esempio del Grand Cru Chambertin prodotto da Dugat-Py in poco più di 250 bottiglie l’anno – il Pinot Nero di Borgogna è stato considerato, da sempre, l’apice massimo del gotha del vino mondiale.
Eppure, c’è da sfatare qualche luogo comune e l’immagine che della Borgogna un giovane appassionato o un qualsiasi consumatore si potrebbe fare.
Innanzitutto è giusto sottolineare che solo il 2% della produzione totale è rappresentato, nella classificazione piramidale risalente al 1936, dai Grands Crus. I Premiers Crus sono solo il 15%. Il resto della produzione è ripartito poi tra le denominazioni comunali Village (il 30%) e le più generiche denominazioni regionali Bourgogne (il 53%). In sostanza, per una grande, immaginifica, meravigliosa bottiglia di Pinot Nero di Borgogna esiste un mare di vino cattivo e allo stesso tempo, sapendo cercare, esiste una grande quantità di buon vino da denominazioni “minori” dal prezzo molto più contenuto.
Un altro aspetto che va precisato, poi, riguarda il tipo di immagine che si da dei vini di questa zona o per meglio dire, la percezione che se ne ha. L’esperienza insegna che non vi è vino che abbia, come i rossi di questa zona, tale facilità di beva e tale necessità di bersi. I Borgogna si bevono, non si degustano; e la femminilità suadente di alcuni dei migliori campioni come il maschio incedere di tal’altri è di immediata e schietta manifestazione e richiede senz’alcun dubbio l’incontro elettivo con il cibo.
Un buon Borgogna non è un vino cerebrale: tra i grandi rossi del pianeta questi sono indiscutibilmente i più facili da bere grazie alla loro pimpante acidità. E che sia la loro pimpante acidità (così come il loro prezzo, come già detto) il motivo per cui ad un Borgogna ci si debba “arrivare”, si spiega nel primordiale bisogno di ciascuno della rasserenante morbidezza. Ad un Borgogna ci si arriva quando dal bisogno neonatale di morbidezza si passa a quello adulto delle durezze e delle spigolosità.

La Natura e la storia

Altri elementi di fondamentale importanza per delineare, seppur in questa sede in maniera sfocata, i tratti principali della Borgogna sono rappresentati dalla natura e dalla sua storia.
Geologicamente la Borgogna si è formata circa 60 milioni di anni fa. Una grande faglia corre da Digione a Lione, tagliando in due la zona. Altre faglie, di minori dimensioni, tagliano trasversalmente la faglia principale. La Cote de Nuits ha natura anticlinale (la piega degli strati rocciosi è convessa verso l’alto) del periodo Giurassico medio (161-167 milioni di anni fa), mentre la Cote de Beaune ha natura sinclinale (la piega degli strati rocciosi è convessa verso il basso) risalente al periodo del Giurassico superiore (145-161 milioni di anni fa). Tutto ciò contribuisce alla diversificazione del sottosuolo e fornisce una prima spiegazione della originalità dei diversi “climats”
Dobbiamo ai monaci benedettini la prima delimitazione dei “climat”, la classificazione delle differenti parcelle e l’identificazione e la denominazione di ciascun climat e di ciascuna parcella così come ai monaci cistercensi la definizione dei principi fondamentali della viticutura, della vinificazione e dell’invecchiamento dei vini.
L’estrema parcellizzazione dell’attuale vigneto Borgogna, quindi, è innanzitutto il frutto dell’osservazione delle sostanziali differenze del terroir, ma anche dei successivi avvenimenti storici: dei terreni confiscati durante la Rivoluzione Francese alle casate nobiliari e del loro frazionamento, suddivisione e ridistribuzione accelerata con il codice napoleonico del 1790 in base al quale tutti i figli senza distinzione di età o sesso, avevano diritto ad una quota ereditaria.
Accademico è l’esempio del celebre Clos De Vougeot: un vigneto di 50 ettari piantato nel XII secolo dai monaci cistercensi, che è arrivato ad avere fino a ottanta proprietari, scesi oggi a sessanta.
La conseguente riflessione, dunque, ci porterebbe a contrapporre, a titolo esemplificativo, da una lato le grandi proprietà dei Chateaux Bordolesi, dall’altro i vigneron borgognoni tanto attaccati ai loro fazzoletti di terra (dei 7,5 ettari del 1er cru Les Fremiets di Volnay, il Domaine Voillot di cui andremo a raccontare la degustazione, possiede solo 60 are) da esserne tanto e più gelosi che della propria consorte.

Volnay, il 1er cru Les Fremiets e il Domaine Voillot

La Cote De Beaune di cui fa parte Volnay, come già scritto, ha natura sinclinale ed è caratterizzata da un substrato calcareo del periodo Giurassico superiore (generalmente dei periodi Kimmeridiano e Oxfordiano, 151/161 milioni di anni fa). Tuttavia, il calcare del Giurassico medio (Calloviano, Bathoniano e Bajociano, 161/171 milioni di anni fa) riappare in alcune zone tra i comuni di Mersault e Volnay, seppure più ricco di marne rispetto alla Cote de Nuits (la marna è anch’essa una roccia sedimentaria, ma con una percentuale maggiore del 50% di argilla rispetto al calcare puro). Il comune di Volnay è divisibile, sostanzialmente, in tre parti: la parte superiore collocata in alto sulla collina ove il suolo è leggero e gessoso, particolarmente drenante, e dove a poca profondità si trova calcare bianco del giurassico superiore; la parte mediana ove il suolo è più pietroso e rosso, dall'ottimo drenaggio, e dotato a poca profondità di calcare del giurassico medio; e la parte inferiore dove il suolo è profondo e granuloso, poco drenante e si producono solo vini a denominazione village.
Il territorio di Volnay ha una conformazione che le permette di essere protetta dai venti freddi del nord-ovest, determinando un microclima favorevole e conseguentemente una maturazione precoce dell’uva rispetto ad altre zone della Cote de Beaune.
Il 1er cru Fremiets, situato a nord del comune e al confine con Pommard ha un’estensione di circa 7,5 ettari, caratterizzati da un substrato argillo-calcareo frutto di sedimentazione marina, ciottoloso in superficie e con una pendenza lieve.
Il Domaine Voillot è uno dei più antichi del comune di Volnay, uno dei primi ad imbottigliare il vino a cavallo delle due guerre. Fino al 1994 è stato diretto da Joseph Voillot, oggi è condotto dal genero Jean Pierre Charlot. L’azienda coltiva circa 10 ettari nei comuni di Volnay, Pommard, Mersault e Beaune.
Nel caso del Les Fremiets la proprietà del Domaine è di circa 60 are con vigne di età media di 45/50 anni; media, parte dovuta ai rempianti relativamente recenti, parte a vecchie vigne che arrivano fino ad 80 anni. In vigna si effettuano potature corte e controllo dei germogli per il contenimento naturale delle rese. In cantina si effettua diraspatura totale, la fermentazione è ad opera di lieviti indigeni, si effettua la macerazione prefermentativa a freddo per 3-4 giorni, fermentazione di 12-14 giorni, affinamento di 16-18 mesi nelle classiche pieces borgogone da 228 litri, nuove per il 25% massimo, imbottigliamento per gravità senza filtrazione nel tentativo di donare maggiore rotondità ai vini.

La degustazione

1er cru Les Fremiets, Volnay, Domaine Joseph Voillot 2005: Tutto perfetto, dalla primavera fino alla vendemmia tempo ideale. Le vigne sono state in grado di contenere naturalmente le rese. Uve perfettamente sane, succose.
Questa annata è stata considerata tra le tre più grandi mai prodotte, da sempre, in Borgogna. È giusto, allo sesso tempo, affermare però che è un’annata per gli amanti del Pinot nero e delle sue caratteristiche varietali più che per gli amanti del terroir borgognone visto l’andamento climatico. È stata in ogni caso un’annata calda che ha richiesto un “Ban de Vendage” (il decreto legislativo che autorizza l’inizio della raccolta) anteriore al 10 settembre. Il vino si presenta carico nella sua veste che tende al violetto, caratterizzato come ogni vino della zona da affascinanti trasparenze. Il primo naso sbuffa immediatamente sulla classica nota di merde de poule, che si affievolisce con una leggera ossigenazione lasciando spazio a note di piccoli frutti rossi, un interessante rimando selvatico, una nota di carrubo, evidenti sentori vanigliati e un timbro balsamico. Al palato l’ingresso è denso e succoso, lungo nella persistenza e ben dotato nella componente acida. Molto giovane, ma dalle bellissime speranze.

1999: Inverno e primavera tiepidi. Estate calda. Fioritura anticipata e assenza di millerandage.E’ stato necessario intervenire con una diradazione dei grappoli per contenere le rese molto abbondanti. Alla vendemmia, 20 settembre, le uve erano abbondanti e perfettamente sane.
Si presenta alla vista dotato di un colore già più vicino al rubino. Il naso è entusiasmante per la nota minerale di natura ematica che evidenzia allo stesso tempo i sentori selvatici animali. Cangevole nel tempo, afferro un’interessante e dolce nota di cappuccino. Il palato è grasso, succoso, il sorso lungo, dominato da un tannino di pregevole fattura ma ancor giovane e da un’acidità tagliente. Lo preferisco al precedente, ancora molto giovane, avrà il tempo per dispiegarsi al naso come al palato in infiniti orizzonti.

1991: Aprile freddo, con pioggia e grandine. Maggio asciutto e tiepido.
La fioritura è stata leggermente ritardata (primi di giugno) e ha prodotto millerandage (quindi grappoli piccoli e spargoli). Dopo un lungo periodo di siccità, l’ultima settimana di agosto si verificano alcune grandinate e, successivamente, un periodo di leggera pioggia ha consentito di raggiungere una buona maturità. Vendemmie dal 28 settembre. Rendimenti e grado alcolico più contenuti rispetto al 1990. Annata che ha richiesto la giusta “interpretazione” in cantina (annata da vigneron), la scelta giusta è stata quella di limitare l’estrazione (meno pigiature e follature del solito).
Sembra quello che la platea elegge come migliore della serata. Sfortunatamente a me capita una bottiglia offuscata dal sentore di tappo. In un veloce “prestito” di altrui bicchiere ne percepisco l’eleganza, la misura e l’equilibrio tra le parti, il naso sussurra le sfumature floreali di violetta, il timbro minerale che assume il tono della grafite. Al palato rispetto agli altri campioni è quello che segue coerentemente ciò che il naso svela. Lungo e persistente.

1990: Inverno e primavera molto miti. Durante la fioritura nel mese di giugno, la temperatura fresca ha favorito il millerandage. Il forte caldo e la siccità di luglio e agosto hanno fortemente rallentato la maturazione delle uve. A fine agosto la leggera pioggia ha favorito la completa maturazione. Successivamente il bel tempo (ed in particolare ben 200 ore di luce nell’ultimo mese prima della vendemmia) dura fino alle vendemmie, iniziate il 21 settembre.
L’annata calda rispetto al campione precedente si rivela nel colore leggermente più cupo e denso nel suo tono rubino. È quello che paga maggiormente la tenuta nel tempo, morendo un paio d’ore dopo essere stato versato. L’inizio è però entusiasmante, svelando profumi di tè, di frutta in confettura se non quasi passita, di rimandi affumicati: fumo e cenere. Il palato svela in misura maggiore un elemento che ritroveremo costantemente anche nelle altre annate: tanta sapidità (in questo caso acuita da una nota minerale rocciosa). L’entrata è morbida, buona l’acidità. Leggermente scomposto l’alcol che ritorna dopo la deglutizione.

1983: L’annata è stata caratterizzata da primavera e inizio estate molto secche.
In estate, invece, molta pioggia e grandine. In particolare, le abbondanti piogge di agosto hanno prodotto marciume e botrite.
A settembre torna il bel tempo e, come spesso in Borgogna, "salva" l’annata.
Vendemmie dal 22 settembre, fondamentali una selezione drastica delle uve e una vinificazione corta e “leggera” (poche pigiature e rimontaggi).
Alcuni lo hanno molto gradito. Questione di gusto. Personalmente non mi ha entusiasmato, soprattutto per il naso monocorde e monolite, rimasto invariato nel tempo e per il palato poco stratificato. Il colore tendente al granato rivela tutta la sua età. Il naso è dominato da un sentore di sherry, da note di erbe officinali, brodo, toni terrosi di funghi, polvere di cafè, bucce d’arancia e la nota di radice, che in questo calice si fa più evidente che in altri. Il palato poco stratificato, come già detto, mostra comunque una componente acida non trascurabile.

1971: L’annata è stata caratterizzata da una fioritura tardiva e da millerandage (aborto floreale che da origine a grappoli spargoli). Grandine in agosto, settembre molto caldo.
Vendemmie dal 22 settembre.
Standing ovation. Lo avevo già sniffato ed assaggiato in fase di preparazione, rimanendo affascinato dal tono, sì decadente, ma meraviglioso. Quando mi viene servito, di decadente non ha niente. Emozionante l’aranciato diluito che ne contraddistingue il timbro cromatico. Il naso è entusiasmante e rivela sentori di pelle conciata, fiori essiccati, spezie fini, anice stellato e finocchietto selvatico, una sottile nota minerale metallica e sussurrati rimandi fumosi. Al palato è snello, verticale, lungo, non particolarmente ampio (non mi meraviglia vista l’età), ma di grande nerbo: implora il cibo ardentemente. Lacrime di gioia.


Foto 1: Jean Pierre Charlot, cartina di Volnay, terre rosse a Chambolle Musigny (autore Giampiero Pulcini)
Foto 2: In alto Fabio Cimmino e Giancarlo Marino, in basso F.C., G.M. E Franco De Luca
Foto 3: Il Gruppo servizi dell’Ais Napoli

Nota: La degustazione è stata effettuata lo scorso Venerdì 27 Febbraio presso il Romeo Hotel di Napoli, rappresentando il primo appuntamento del progetto Cantina dei Sogni. Voglio ringraziare il Maestro Giancarlo Marino per aver accettato il mio invito, per la sua disponibilità e gentilezza, per il grande spessore umano, per il materiale e le informazioni fornitemi. Altresì voglio ringraziare Jean Pierre Charlot di Domaine Voillot per la sua indispensabile disponibilità, senza la quale questa degustazione non sarebbe avvenuta.

P.S. E' possibile ingrandire le immagini (soprattutto la cartina) cliccandovi sopra.

posted by Mauro Erro @ 09:15, , links to this post






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