Comprensione del testo

Poi ci sono i vini, che è impossibile non giudicare importanti, ma che in fondo - e al di là delle distinzioni che pure ci sono e avremo modo di fare nell'articolo - sono accomunati da una sensazione di uniformità, di troppo bello, di troppo perfetto (tant'è che più di una volta mi sono chiesto: che cosa ha di particolare questo 2010 che altre annate non hanno, quale è il segno distintivo che in degustazione te lo fa riconoscere - penso al 1982 o al 1996 - ... be', proprio non saprei, mi sono risposto... forse la struttura). E mi raccomando: non tiriamo in ballo storie parkeriane già masticate sui guru che manipolano il mercato e balle varie. Piuttosto pare una deriva inconscia, o se vogliamo un'ossessione, che porta a quell'eccesso di perfezione/selezione che alla lunga finisce col togliere l'anima anche ai vini più dotati. Non la barrique, non le troppe estrazioni. Solo un eccesso di cura e di attenzioni.

Così parlò Alessandro Masnaghetti a margine del suo pirotecnico articolo sui Bordeaux 2010 sull’ultimo Enogea 36.

Quel che segue, invece, è opera di Fabio Pracchia, commenti sul sito di Slowine.it a corollario di uno scritto di Fabio Giavedoni.

Per me i vini emozionanti non sono perfetti. Non credo nemmeno esista la perfezione. Un bravo degustatore deve riuscire a cogliere anche l'anima nel vino e non solo la qualità dell'esecuzione stilistica. A volte, il contenuto di un messaggio ha una forza, un'importanza tale che la forma che lo veicola può passare in secondo piano.

Nel mio personale approccio al giudizio di un vino ho notato che sempre più mi sto spostando verso un equilibrio tra le fasi di degustazione. Se annusare il bicchiere aveva un'importanza fondamentale qualche tempo fa ora la mia bilancia si è spostata verso la fase centrale, quella gustativa, vale a dire del sapore. Nelle ultime degustazioni di Brunello, ho assaggiato vini che potevano destare qualche perplessità al naso ma che al palato si traducevano in autentica energia espressiva. Non so, materia complessa. L'impatto olfattivo è mutevole, può cambiare nel corso delle ore oppure dividere i degustatori. Il palato difficilmente tradisce se affinato a dovere. A volte vogliamo archiviare profumi desueti come difetti dalla norma, quando nel vino una vera norma non dovrebbe nemmeno esistere.


E se volete aggiungeteci i miei interrogativi tra nasisti e bocchisti di qualche post fa (vedi qui).
(ma volendo insistere si potrebbe (ri)citare il Bietti e il primo volume de I vini naturali, edizioni Estemporanee, al paragrafo Andare incontro al vino se non ricordo male).

In chiusura: mi ha sempre affascinato il parallelo che qualcuno propone tra vino e arte. Ma credo vi sia almeno una inequivocabile differenza. L’immutabilità della seconda rispetto alla prima. La Gioconda è stata, è e sarà quell’attimo rubato e impresso da Leonardo su una tela; fino a quando tra migliaia d’anni non esisterà, cancellata dall’usura e dal tempo che scorre. Un vino non è ma diviene continuamente. Certo si possono individuare caratteristiche principali, ma se ci soffermiamo al mutevole orizzonte dei profumi e alla loro piacevolezza non possiamo non fare due considerazioni.
Indurre i lettori e consumatori di pubblicazioni cartacee e del web che trattano di vino ad una maggiore serenità: in quanto mutevole il vino i giudizi sono per grado di approssimazione e, quando parliamo di piacevolezza, talvolta c’è da arrendersi alla anarchia del gusto.

Onde evitare, però, il lasciarsi andare ad un relativismo insopportabile e dilagante aggiungiamo che la soglia tra pregio e difetto, che sia volatile o brett, è la stessa che corre tra uno spassoso e ironico snob e un pedante e noioso egocentrico.
Distinguere tra l’uno e l’altro è questione d’esperienza.
Così come di Gioconda ce n’è una sola.

(e non sempre occorre prendere una posizione. Si può osservare, stupirsi, meravigliarsi e godere.)
ah

posted by Mauro Erro @ 12:51,

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