Missione Inaki Aizpitarte

foto tratta da scattidigusto.it

Ci sono due cose che non sopporto.
- La gente che mi dice che sembro un vecchio perché esco poco, rifuggo la mondanità e non amo i luoghi particolarmente affollati. Ero così già a vent'anni quando evitavo le discoteche e gli eventi di piazza, già allora mi accusavano di senilità precoce, figuratevi adesso che ho 40 anni.
- La gente che mi dice che è una cosa impossibile quando può essere solo semplicemente complicata o difficile.
Lo Chateaubriand di Inaki Aiziparte mi ha messo di fronte ad entrambe.

Luogo iperaffollato e trendy. Mangiare per soli 50 euro i piatti di un famoso chef stellato non è una cosa solita.
Aperto solo la sera, con prenotazioni praticamente all'infinito: "impossibile" improvvisare!
Devo elaborare un piano.
A pochi metri dallo Chateubriand c'è Le Dauphin, il bistrot che, invece, apre anche a pranzo. La tattica è la seguente: arrivare presto a Le Dauphin, qui la prenotazione non è d'obbligo, sedermi ad un tavolo, fare amicizia con uno (oppure una, meglio) degli addetti al servizio e farmi raccomandare per un tavolo la sera.
Sabato mattina: Parigi, Avenue Parmentier. Mi assicuro che alle 12.30 ci sia un posto apparecchiato al banco-bar de le dauphin per mangiare qualcosina, scegliere più vini al bicchiere per accompagnare le portate e, raggiungere il giusto stato d'animo.

Eccomi seduto a spulciare menu e carta dei vini. Nel frattempo si siede accanto a me una giornalista o blogger, presumo, o semplicemente un’appassionata, che non smetterà di prendere appunti per tutta l'ora seguente, durante la durata del pranzo. Carina. La lascio alle sue note ed evito di importunarla. Ogni tanto tento di sbirciare i suoi fogli, mi sembra che scriva in inglese, ma il suo aspetto è chiaramente d'impronta mediterranea. Forse americana (U.S.A.), ma di qualche origine italiana (o America latina?!), mi piace pensare che sia così...
Il menu prevede due primi e due secondi, poca cosa. Vorrebbe, forse, essere solo un’anteprima di quello che si può assaggiare allo Chateubriand? Per capire, insomma, se insistere o lasciar perdere? No, non proprio. Uno dei due primi ed uno dei due secondi sono piatti “creativi” o comunque, anche se attinti dalla tradizione, completamente rivisitati, talvolta, fino ad essere stravolti. Gli altri due sono dei piatti classici di più facile lettura ed approccio. Scegliere tra quest'ultima categoria ti farebbe quasi arrivare alla conclusione che te ne potevi rimanere comodamente a casa, scegliere tra la categoria “creativi” potrebbe lasciarti un po' troppo spiazzato. Evitate, in ogni caso, se ci capitate, di provare tutto, perché alla fine vi costa lo stesso o di più dello Chateaubriand e non ne vale assolutamente la pena.
Nel frattempo comincio a chiedere come fare per imbucarmi per la cena a Le Chateaubriand. Mi dicono che uno dei ragazzi in sala fa il doppio servizio, spostandosi di sera all'altro locale. Cerco di lavorarmelo. Ecco che scopro che c'è un secondo turno in cui non c'è bisogno di una vera e propria prenotazione. Non capisco bene, ma mi fido. Mi dice di arrivare alle 21.30 ed io, puntuale, mi presento a quell'ora.
Lo spettacolo che mi trovo davanti è devastante: i tavoli sono tutti pieni, ancora i prenotati “ufficiali” del primo turno, mentre lungo il bancone bar sono assiepate almeno una trentina di persone, che diventeranno poco a poco sempre di più, fino a raggiungere il numero massimo dei settanta coperti che può ospitare il locale. Sbevazzano e schiamazzano festosamente. Vedo il ragazzo dell'ora di pranzo servire ai tavoli, gli lancio uno sguardo e lui parla con chi si occupa di gestire il flusso del secondo turno. Devo aspettare. Non meno di 40 minuti. Ma, man mano che il tempo passa, comincio a capirci qualcosa in più. La tentazione di dileguarmi è forte. Poi mi dico: ma che sono davvero diventato un vecchio brontolone noioso, ma che ca..o ho da fare tutta la serata? Chiedo un bianco della Loira al bicchiere senza scegliere produttore o etichetta, tanto a pranzo a Le Dauphin la carta dei vini l'avevo già ampiamente testata: c'è solo roba buona. Il bianco, pur senza entusiasmare, mi conferma la sensazione positiva di una selezione intelligente ed abbastanza centrata. Comincio a guardarmi intorno. Ci sono molti giovani, l'atmosfera è allegra, belle ragazze, un clima decisamente diverso dai soliti stellati che si può essere abituati a frequentare o ad immaginare. Ormai ho deciso, rimango.
Nel frattempo si iniziano a liberare i tavoli del primo turno e cominciano a prendere posto quelli del secondo, in ordine di arrivo. Un signore di chiare origini asiatiche fa il pazzo perché non aveva capito che il secondo turno funzionasse così. Le sue proteste non servono a nulla: viene invitato a calmarsi e a bere qualcosina; i parenti e gli amici che sono con lui, lo convincono a farsene una ragione. Io cerco, invano, l'imbucata. Si libera un tavolo per quattro, ma loro sono solo in tre, "yankees". Chiedo di occupare il quarto posto libero promettendo che non darò alcun fastidio, tanto il menù è uguale per tutti ed il vino ognuno lo sceglie da sé e paga il suo. Niente da fare, mi dicono che forse li raggiungerà un amico. Prima di andar via, alla fine dei giochi, lancerò una sbirciatina al loro tavolo e, se non sarà arrivato nessuno, probabilmente sarò tentato di andargli incontro e fargli una sparata. Fortunatamente desisterò: perché rovinarsi la serata?...Stì americani...

Passa ancora una mezz'ora. Sono ormai trascorse da un po’ le 23.00, finalmente si libera un tavolo tutto per me. Mi si avvicinano con la carta dei vini e mi chiedono se ho qualche intolleranza. Capirò solo dopo. Essendo un menu fisso, se si ha qualche intolleranza, sono previste delle portate di riserva. Un consiglio: se riuscite a dare un'occhiata al menu prima di sedervi a tavola e notate che qualche portata proprio non vi piace, dite che siete intolleranti, potrebbe succedere che l'alternativa sia di vostro maggiore gradimento (lo so, sono il solito napoletano).
Scelgo il Pinot Nero di Binner, Alsazia biodinamica, si rivelerà una grande boccia sia da sola che nei successivi, ripetuti, abbinamenti ai piatti. Il servizio della bottiglia non è dei più ortodossi: travasato velocemente in un decanter, viene tappato con una mano e brutalmente centrifugato, metodo barbaro, ma efficace: la carbonica scompare, il vino si apre. Tavola spartana e servizio decisamente informale in linea con lo stile del locale. Voglio solo sottolineare che a Parigi spendere 50 euro per una cena (vini esclusi) è quasi la regola. Quindi che Le Chateaubriand sia uno stellato molto atipico, c'è da aspettarselo.
I piatti come a le dauphin si alternano tra sperimentazione, anche molto spinta, e classici molto lineari, corretti, ben eseguiti. Porzioni giustamente minimaliste. Alcune combinazioni sono sconvolgenti, accostamenti di sapori che al solo pensiero mi fanno storcere il naso, ma che una volta sulla lingua convincono per l'insospettabile armonia d'insieme, vera e propria sinfonia di sapori. I piatti più semplici, talvolta, rischiano l'anonimato, ma è la freschezza delle materie prime a fare la differenza. Penso che, in ogni caso, si tratti di una giusta alternanza per andare incontro ai gusti di tutti. Qui c'è gente nor-ma-le, tanta bella gioventù, in cerca, sì, di un'esperienza diversa ed originale, ma, anche, anzi soprattutto, di trascorre una piacevole serata.
Mettersi, quindi, a disquisire o confrontare il giudizio sui singoli piatti di Inaki mi sembra piuttosto improbabile: molti piatti vengono cambiati ed il menu aggiornato continuamente, quindi, mangiare le stesse cose diventa coincidenza rara. Il giudizio d'insieme rimane molto positivo. Sono stato bene! Questo conta.
Insomma, alla fine, 50 euro spesi più che bene, andarci almeno una volta nella vita, anche se si è solo di passaggio a Parigi, ne vale sicuramente la pena.

Fabio Cimmino
a

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posted by Mauro Erro @ 00:27,

4 Comments:

At 2 maggio 2011 15:28, Anonymous Flachi10 said...

Davvero un bel racconto, entusiasmante ! Alla fine oltre ai 50€ quanto hai sborsato per il pinot?

 
At 2 maggio 2011 16:27, Anonymous Anonimo said...

Il ricarico sui vini è decisamente altino, non ricordo di preciso ma una trentina d'euro sicuro...

 
At 2 maggio 2011 16:32, Anonymous Anonimo said...

Appena letta anche sul blog di Pignataro una non recensione su questo posto apparsa dopo la pubblicazione del post. In pratica dice che Inaki è una pippa, però non argomenta, dice solo che in altri posti si mangia meglio, bah.
Saluti, Marco.

 
At 3 maggio 2011 11:48, Anonymous Anonimo said...

Cito le parole di Mike Tommasi il cui intervento mi è sembrato decisamente tra i più equilibrati:

"Inaki non è un fighetto, è un cuoco bravo che sa creare piatti ottimi con immaginazione, che gli riescono perchè sa bilanciare i vari componenti in maniera che 1+1 fa 3. Quindi piatti impossibili da tradurre in ricette perchè la quantità sono da aggiustare ogni volta, e se si sbaglia del 5% l'equilibrio se ne va. Se sei bravo il piatto desta meraviglia, se ti sbagli di poco il piatto è banale."

Beh, penso che abbia colto prefettamente nel segno.

 

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