Oleastro

Olivastro - ulivo millenario in agro di Luras

Oleastro, olivastro, ulivo. Questa la serie, pur fra pareri botanici non sempre concordi, che ha portato all’Oleo europaea sativa, comprendente tutte le varie forme coltivate in area mediterranea fin dall’antichità. Poco lontano dal grande olivastro presso Luras, in Sardegna, ci sono due oleastri selvaggi di cui uno, chiamato il padre, ha undici metri di circonferenza. All’ombra di questi giganti sostano ancora le greggi e la loro età è stata calcolata in almeno duemila anni.
2002. Anno di speranza per l’ulivo e i suoi frutti. 10 marzo, in TV, RAI 3, l’inchiesta di Report, la trasmissione di Milena Gabanelli: “Scusi lei è vergine?” Un atto di denuncia, netto, delle leggi italiane e comunitarie che finiscono col favorire gli interessi delle aziende multinazionali che controllano oltre il 90% del mercato dell’olio in Italia.
Poi, una festa. In primavera per le strade di Camaiore sciamano olivicoltori sotto l’égida di un manifesto, quello di Veronelli. Un vento nuovo sembra soffiare in Versilia a scuotere dal torpore, dalla disillusione e dalla mancanza di prospettive.
E un libro, del Gino: L’olio e la vera buona cucina. L’introduzione ribadisce i passaggi più significativi: l’etichetta, veritiera; il censimento oleicolo regionale; gli eventuali contributi da elargire direttamente ai contadini sulla base delle piante coltivate e non sulla quantità di olio prodotto. Alla fine c’è l’elenco dei Comuni ad elevata vocazione olivicola, da Acate a Zùngoli , e quello di 368 produttori. Il cuore della pubblicazione è la raccolta di 350 ricette, esemplari della buona cucina a base di olio di oliva. Una ventina sono di Luciano Lissana, cuoco ammirato per la profonda conoscenza della coltura-cultura degli oliveti e dei loro oli. Le altre sono la rivisitazione ai fornelli, con la figlia Bedi, di quella vera e propria summa gastronomica che è La grande cucina, compilata, anni Cinquanta, per Garzanti insieme a Luigi Carnacina.
Carnacina, di cui Slow Food ha ristampato l’interessante autobiografia col titolo À la carte, è stato senza possibilità di paragoni, secondo Veronelli, il più grande cuoco del XX secolo; così come Auguste Escoffier, che a Montecarlo notò il giovane maître italiano, lo è stato per il XIX.
In quegli anni, dell’Ottocento, venditori ambulanti di olio percorrevano ancora, di mattina e nelle ore antecedenti il vespro, le vie cittadine provenienti dalla campagna. A Napoli, gli oliandoli, vestiti di grigio o di celeste scuro, erano uomini robusti e di buona salute per il gran camminare. Portavano il loro otre e, attaccati ad una fascia che gli cingeva la vita, dei recipienti di varie misure e un imbuto per versare l’olio negli stagnoli dei compratori. Nient’ altro che i frutti del loro uliveto, buoni per il pranzo , ma anche per la lucerna o per le lampade votive.
(Oggi verrebbe citato come esempio virtuoso, a bassissimo impatto ambientale.)
“L’olio come il vino. L’olivo come la vite.” È il paradigma veronelliano , seguito e anzi alimentato, discusso , partecipato da Roberto Scopo, proveniente dal mondo del vino e in seguito convertitosi all’olivo ( www.olioro.it che rimanda anche a www.oliosecondoveronelli.it ).
Il senso è chiaro. Si trattava (si tratta) di portare l’olio agli stessi traguardi raggiunti negli ultimi decenni dal vino italiano. Ma qui il discorso si fa complesso. Un’altra scia da seguire è quella tracciata dall’ esperienza di Critical Wine, giunta quest’anno alla sesta edizione. In La Terra Trema è presente una costellazione di produttori legati alla terra, e in Campania, a Carife (AV), c’è un’azienda produttrice di olio, Hirpus, che sembra aderire anche all’indicazione del prezzo sorgente (ancora un discorso, anzi due, insieme alle De.Co.). Un’altra costellazione, stavolta in particolare di oliandoli, si trova in Frutti della Terra: da Lucca all’isola di Salina nelle Eolie, passando per le colline di Serre, in provincia di Salerno, dove c’è un coltivatore estremo per impegno e capacità, convinto del fatto che ogni tipologia di olive produce oli con profumi e sapori unici, come avviene per i vini. È Antonino Mennella, di cui si è già occupato Il Viandante, col bel ritratto di Adele Chiagano.
Anno 2002, palindromo: si può leggere, infatti, in entrambi i versi. Chi volesse sentire l’eco di quelle speranze può cliccare qui. E ora?

Maurizio Arenare

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posted by Mauro Erro @ 10:57,

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