Il Magister e la via francigena (seconda parte)

La seconda parte del racconto di Giampiero Pulcini. Qui, la prima parte (m.e.)


Risvegli.
Mattino, cielo terso, si torna a casa.
Adunata ore 8 in sala colazione, croissant deglutito intero con l’imbuto e via al barracuda con la prua rivolta già a sud.
In una partita a Tetris durata tutta la notte, il Magister ne ha pianificato il carico con incastri fantasiosi ed arditi.
PUNF! Il portellone sigilla un mosaico perfetto di trolley e bottiglie.
DRIIIIIN! La sveglia frantuma un sogno impossibile di arte e logistica.
Nel sonnacchioso cortile interno dell’hotel quattro attrezzatissimi enoturisti tedeschi (scarpe da trekking, pantaloni mimetici con saccocce, k-way, cartina, binocolo, teleobiettivo, Bettane & Desseauve) sistemano con cura nel Mercedes Vito il morigerato bottino delle visite guidate. Una manciata di cartoncini da tre, a star larghi.

Qualche aiuola più in là, quattro italiani in bermuda osservano perplessi il loro carico apparecchiato intorno alla macchina. Pare un accampamento berbero, e staranno strettissimi.

“E mo’ ‘ndo le mettemo?”
Il timbro freak della spedizione ha fatalmente lasciato il segno, e ad essere venuti al pettine non sono semplici nodi ma treccioni rasta spessi come liane.
In dieci metri quadrati sono fioriti tutti i souvenir fuori programma: quelli del primo giorno, quelli delle enoteche, quelli del produttore che sì spedisce ma-i-magnum-di-quest’annata-no. Quelli che uno per uno parevano innocui, parevano.
Ci vorrebbe un aiuto dai Piani Alti o, in alternativa, un numero di illusionismo.
Il primo è inibito dalla grandinata di imprecazioni tirate a ogni tentativo di sistemazione dei colli; il secondo è stato speso la sera prima, a cena, quando in un quarto d’ora sono state fatte misteriosamente sparire un centinaio di escargots sotto lo sguardo attonito di una cameriera filiforme.
Insomma, è un gran casino. S’era capito?

La dinamo.
Nel silenzio generale, il Magister prende solennemente la parola. “E che cazzo!”
La Marlboro incenerita in tre tirate annuncia turbinose rotazioni bassosferiche, che ad attaccarci una dinamo al tramonto illuminerebbero a giorno l’intero Clos-de-Béze.
Un ulteriore carico di watt giunge via Nokia dall’Italia, dove amici e parenti raccontano della settimana più torrida dell’ultimo ventennio con picchi di temperature chirurgicamente previsti per il giorno di rimpatrio.
I 13° a bordo anelati da Giancarlo, con 40° esterni di media, presupporrebbero un climatizzatore biturbo sparato in faccia per mille chilometri in modalità overboost. Le bottiglie ne gioverebbero di certo, un po’ meno i passeggeri le cui stalattiti di lacrime e muco finirebbero per perforare i necessari passamontagna.
Non s’arriverà a tanto solo per mancanza dello sponsor tecnico, la Findus; un barracuda che trasporti bastoncini di merluzzo non s’è mai visto, d’altro canto.
Resta però, ineludibile, il problema dello spazio.
Frantumando ogni legge fisica conosciuta e ricorrendo alla tecnica del sottovuoto, al Magister riesce l’impossibile: in quattro e quattr’otto sistema armi & bagagli praticamente a cazzotti, di rabbia e d’istinto come un assolo heavy-metal di chitarra elettrica.
Alimentata dalla dinamo, ça va sans dire.

In marcia.
La brigata si mette in viaggio con rinnovato entusiasmo.
Vabbé, il caldo, il casino, la stanchezza… checcefrega, il vino non manca, per i tarallucci provvederemo al primo Autogrill.
In coda al Frejus, sovrastati da nuvole plumbee radenti il portapacchi, a finestrini chiusi ci si guarda con le famigliole franco-svizzero-belghe goffamente acchittate per la vacanza al mare.
“Ma chi glielo farà fare a questi?”. Pensiero incrociato, reciproco, motivatissimo.
Il Piemonte in un attimo.
Genova, l’autostrada s’infila tra le case per poi tendersi su un ponte bruttissimo dove mi piace passare.
Versilia, le Ferrari che sfrecciano. Firenze e il suo snodo, è quasi già notte.
L’Italia ci corre di fianco e noi chiusi in un microcosmo volante a parlare di tutto, possibilmente buttandola in vacca che la vacanza non è ancora finita.
La dinamo del Magister emette una luce ormai fioca. Il suo ronzìo in sottofondo (“No no, nun se poffà, l’anno prossimo prendo la macchina mia”) è una vuvuzela lontana che suona per noi, solo per noi, apposta per noi.
Niente, davvero niente rispetto al bagliore accecante sparato per aria alla prima area di servizio dopo La Spezia: pipì, caffè, rifornimento, una controllatina ai bagagl… no dai Giancà, i bagagli n… “NO! Russò… er Gevrè… mortacci sua ha trafilato!”
ZWOT! Un lampo. E la Luce fu.

Epilogo.
Casello di Orte, mezzanotte passata, qualcuno ha avuto il buon cuore di venire a riprendermi.
Schiena a pezzi e chiappe quadrate, recupero il trolley dal bagagliaio. I miei vini incastrati giù in fondo, buio pesto, capocciata sul portellone: dal Clos Vougeot al Clos Peugeot, insomma, il passo è breve ma in salita.
Baci e abbracci, sorridi e ti dispiace.
Hai appena toccato la contentezza di tornare e senti che già comincia a mancarti qualcosa: uno spazio franco, sgangherato e immacolato, in cui rimarrai per tanti altri giorni senza nemmeno saperlo.
Poco conta che stia a metà strada tra il remake di “Amici Miei” e una puntata de “La Corrida”, anzi è proprio questo a renderlo magico.
Le vigne, i colori, i profumi, la caciara, tutto. Tornerà tutto.

Il motore è già acceso, la voglia di stare insieme non s’è mai spenta.
L’ultima cicca per terra, la voce roca, l’occhio di chi la sa lunga.
E’ il Magister, sempre lui, a innescare l’ennesimo incendio.

“Ragazzi, quando si riparte?”

Giampiero Pulcini
a

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posted by Mauro Erro @ 14:39,

1 Comments:

At 10 novembre 2010 00:18, Blogger Davide Bonucci said...

Bravo Giampie', bellissimo!:-)

 

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