Chi vuole un po’ di mozzarella di bufala frozen? Ossia congelata?

 


La tecnologia del freddo, spiega Raimondo, è un vantaggio, non un nemico e noi non possiamo lasciare alle multinazionali la gestione di questo mercato. 

Quella che leggete è una delle dichiarazioni rilasciate a Il Mattino da Domenico Raimondo, Presidente del Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana DOP che spiega, in maniera cristallina, la nuova proposta di cambio del disciplinare e, tra le modifiche, l’inserimento della tipologia Mozzarella di Bufala Campana DOP “Frozen”, ossia congelata. 

Nella polemica che ne è scaturita Raimondo e qualche giornalista tentano di spiegare che non bisogna ripudiare la tecnologia del freddo già obbligatoria per il pesce e uscire dal medioevo. Vorrei ricordare loro che si abbatte la temperatura del pesce per salvaguardare la salute del consumatore, per non ammazzarlo con l’anisakis, non per fare concorrenza alle multinazionali. 

E’ strano che si dica che il problema già c’è, che l'offerta è insufficiente d’estate e eccessiva d’inverno, che non basta la destagionalizzazione, cioè aver cambiato forzatamente il ciclo biologico delle bufale, perché ci sono gli illeciti - latte congelato (anche in questo caso ci dovrebbero essere modifiche), latte vaccino di varia provenienza - quindi mettiamoci una pezza e facciamo un bel condono. E’ controverso leggere certe cose da chi allo stesso tempo difende posizioni contrarie, da chi parla di km 0, da chi dice di opporsi alle multinazionali e parla di artigiani del cibo o di educare il consumatore. 

Alla fine è una questione di soldi e di visione politica e strategica, di come vogliamo rapportarci con il cibo e la realtà globalizzata, e non di salute del consumatore o di qualità del prodotto. Noi accettiamo di stravolgere l’identità di un prodotto “fresco” producendo un surrogato per fare concorrenza al surrogato che già esiste: non basta difendersi dal falso d’autore, ci si vuole mettere sopra la denominazione, l’origine. 

Inserendo la vicenda nel contesto generale non c’è da meravigliarsi, in questo settore (come nel resto della contemporaneità, mal comune mezzo gaudio) il giornalismo indipendente è gravemente malato, gli chef rincorrono la celebrità per diventare testimonial di grandi marchi automobilistici e hanno sostituito la casalinga di Voghera nelle pubblicità in tv, cercando di convincerci delle qualità taumaturgiche di alcuni brodo in dado o della patatina; la casalinga di Voghera è diventata blogger e poi influencer e fa la pubblicità alla nuova linea d’abbigliamento per bambini fotografando in ogni momento della giornata la piccola figlioletta inconsapevole; i pizzaioli si definiscono artisti probabilmente perché capaci di farsi pagare dalle multinazionali della birra industriale lo spazio sui grembiuli o sulle pagine social. 

Il risultato finale è che le multinazionali, i grandi gruppi, il mercato globalizzato già determinano qualità e stile del nostro made in Italy, che si tratti di formaggi freschi, farine, vino, ristoranti o pizzerie. Mano a mano ci stanno comprando tutti, o quasi, per poi rivenderci congelati.

posted by Mauro Erro @ 10:53,

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