Il valore delle tribù



Ho appena letto l’editoriale di Cernilli che parla degli enofighetti. "Colpiti improvvisamente dal morbo della “borgognite cronica” non sopportano di bere altro che non siano i grandi rossi da uve pinot nero di alcuni comuni della Cote d’Or, qualche Riesling della Mosella (già la Rheingau è vista con sospetto), Champagne solo dei récoltànt, meglio se biodinamici e, per il mondo italico, soltanto Langhe, un po’ di Nord Piemonte, poi Valle Isarco e forse alcuni minuscoli viticoltori dell’Etna, con vigne rigorosamente sopra i mille metri, però. Più si va a sud, meno si trova eleganza, i vigneti del Nuovo Mondo andrebbero estirpati, di Bordeaux se ne può fare a meno, tutto l’universo “sangiovesista” si salva esclusivamente in pochissimi casi, ma rappresenta comunque una buona serie B, e non parliamo neanche dei vini pesanti e alcolici del Collio". 

Ho avuto come una specie di déjà vu, convinto di averlo già letto, una decina di anni fa, sulla rivista del Gambero Rosso. Parole di buon senso, per carità, ma ne manca forse qualcun'altra, aggiornata. Perché la frantumazione in tante tribù è assai variopinta - anche se non rappresenta il mondo fuori, la maggioranza dei consumatori -, dai naturalisti ai qualunquivinisti a coloro che ogni vitigno è da valorizzare perché sarà un’autentica sorpresa, spesso ignorando la storia più recente. È per questo che oggi una guida ai vini non vende quel numero di copie che furono ai tempi d’oro dei 3bicchieri. Per la frantumazione di quella massa critica in tante tribù in conflitto tra loro, con l’industria dei vini e degli alcolici spesso ad approfittare delle crepe. 

Ma è altrettanto vero che si è alzato anche il livello della qualità grazie alle tribù, alla conflittualità della dialettica portata tramite la rete che, in parte, incide anche nei macrocontesti: grazie ai mezzi tecnologici e alla curiosità, mode o non mode, oggi si bevono vini molto più diversi che un tempo, che si tratti di Rossese o Vouvray.

posted by Mauro Erro @ 11:50,

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