Apriorismo avversativo



Quante volte il pugile frustrato si sarà sentito ripetere che è forte, dai compagni, in palestra, da chi non è capace, da chi lo ammira, quante volte lo scrittore fallito s’è sentito dire ma come scrivi bene, da un insegnante, da un amico, da una fidanzata. 
“Scrive bene”, non c’è valutazione che dia più angoscia. Per non parlare dell’insopportabile, antiquata espressione che pure mi è capitato ancora di risentire, quella di “bella penna”. 
Ogni tanto facevo l’esperimento di aprire un libro e di mettermi a leggere a caso, magari anche un solo periodo o poco più, e mi sembrava che di molti si potesse dire che “scrivevano bene”, o quasi bene. 
Anche il giudizio contrario, lo “scrivere male” è pronunciato con grande facilità e leggerezza.
“Quello scrive male” che significa? 
L’invito “leggi questo periodo, non vedi che non funziona? Che c’è qualcosa che non va?” l’ho sentita un’infinita di volte, quando facevo il redattore, e devo ammettere che, andando a verificare le frasi incriminate, spesso non ci trovavo niente di strano. 
Deve esistere in molti di noi una volontà di correggere il mondo (che, poi, in ultima analisi è soltanto il desiderio più o meno conscio di uniformarlo a noi) che si arresta forse solo davanti ai valori riconosciuti. A quel punto subentra il comformismo, anche se i più riottosi non recedono neppure a quel punto, ma non per anticonformismo, spesso solo per ostinazione. Nessuno te lo sa motivare più che tanto, ma “scrive male”, detto proprio così, senza altre aggiunte, è un rilievo che si sente fare spesso. Soprattutto con gli scrittori di un certo successo si può dire “però scrive male”, una delle manifestazioni più classiche e diffuse dell’apriorismo avversativo. 

Antonio Franchini, Quando vi ucciderete, maestro? Marslio 1996

posted by Mauro Erro @ 11:04,

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