Scuola elementare

Aurelia Fabrizio

Sono andato al Madre a vedere la mostra su Mimmo Jodice, e mi godevo le foto fin quando ho tamponato in una sala un gruppo numeroso, tutto accalcato in cerchio attorno a Mimmo Jodice che spiegava un suo scatto. Già quel gruppo era qualcosa che mi dava un certo fastidio: rumoroso, abbastanza stupido nel suo insieme con gli smartphone e i tablet che fotografavano e riprendevano, invadevano l’intero spazio costringendomi ad una fila come se mi trovassi alle Poste; non bastasse tutto ciò, c’era Jodice a spiegare: che si trovasse lì era una coincidenza che trovavo inopportuna. Una foto o mi arriva o no, è inutile che stai lì a spiegarmela, e visto che fino a quel momento mi ero riempito di quelle immagini e quelle suggestioni, i commenti di Jodice non richiesti potevano solo rovinarmi le ispirazioni di quel pomeriggio. Al primo approccio con una foto, con un libro, con un vino, preferisco non essere condizionato, non avere sovrastrutture che, a dire il vero, poco mi influenzano: l’impatto deve essere strettamente estetico, edonistico e l’opera deve essere capace di dialogare, evidenziare, provocare senza il sostegno dell’autore o di un interprete. Dopo, posso anche approfondire tutto il resto. Ma solo dopo, e se mi interessa. 

Ieri sera c’era un incontro della prima classe della scuola elementare di approccio al vino, e come ogni volta avevo preparato un po’ di testi legati all’argomento di discussione da consigliare ai partecipanti. Ce ne era uno in realtà che poco aveva a che fare, in senso stretto, con quello di cui si parlava, e nonostante l’avessi premesso subito qualcuno me lo ha fatto notare: Ma che c’entra? Forse niente, ma vuoi mettere la bellezza di un titolo così: Quando vi ucciderete, maestro?* 

Ho servito un po’ di vini alla cieca e tra questi il Fiano di Avellino 2010 di Rocca del Principe: i ragazzi sono rimasti colpiti dalla complessità dei profumi, dalla bontà del sorso grasso, ricco, salato, risolto. Poco dopo ho servito, sempre a bottiglia coperta, lo stesso Fiano di Avellino di Rocca del Principe, ma dell’annata 2014. I primi commenti all’esame olfattivo erano di un vino anonimo, non male, ma che non diceva molto. Poi all’assaggio, invece, ricredendosi, ne hanno apprezzato il sapore, la pienezza, anche se un po’ irruento, agre, ha aggiunto qualcuno. Quando ho svelato loro cosa stessero bevendo, nello stupore, hanno capito senza che aggiungessi nulla che i bianchi invecchiano serenamente e perché non solo è consigliabile, ma opportuno invecchiare un Fiano di Avellino il giusto numero di anni ché si esprima al meglio. Due anni appena dalla vendemmia sono il minimo sindacale per iniziare a stapparne sapendo di rinunciare a molti dei profumi e del piacere che una buona bottiglia di Fiano di Avellino può regalare. 

Alla fin fine si tratta di saper scegliere, di individuare tra mediocri e inutili foto, parole e vini, quelli che sappiano parlare da sé, senza stare lì a dover spiegare più di tanto, se non per fare due chiacchiere salottiere. 

*Antonio Franchini, Marsilio.

posted by Mauro Erro @ 13:44,

2 Comments:

At 12 ottobre 2016 15:04, Anonymous laura said...

Prima di ieri se mi avessero servito in un ristorante un fiano del 2010 forse avrei pensato, ma questi a chi lo vogliono propinare un vino bianco non più giovane? È uno dei tanti piccoli miti sul vino che viene sfafato, e te ne ringrazio! ☺

 
At 12 ottobre 2016 15:20, Blogger Mauro Erro said...

:-) Grazie a te.

 

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