Diario degli errori

Jeff Wall, After "Invisible Man" by Ralph Ellison, 1999. V&A Museum


[1] 
I gruner di Franz. 

Lo trovate qui

[2] 
Guru.  

L’altro giorno ho scoperto che guru, in sanscrito, significa pesante. Certo uno può intenderlo come denso, corposo, profondo, ma quando sento pesante a me viene in mente quella immagine pubblicitaria in cui un tizio steso sul letto ha un cinghialotto sullo stomaco. Il guru che è in me è quel cinghialotto sullo stomaco. E non ti dico quando trovo il guru nella bottiglia di vino. 

[3] 
Roberto Bazlen, Daniele Del Giudice. 

A Roberto Bazlen ci sono arrivato tramite Daniele Del Giudice, uno scrittore delicato, disincantato e curioso: una scoperta recentissima fatta grazie ad un amico che, in una perlustrazione delle bancarelle a Port’Alba, mi ha consigliato Atlante Occidentale. Recentemente ho saputo che purtroppo Del Giudice sta male e che Einaudi ha appena pubblicato una sua raccolta di Racconti, e mettere le due cose in relazione già è stridente considerando il dispiacere che ho provato a sapere della sua malattia, io che l’ho conosciuto da così poco tempo. Su Bazlen, una leggenda del mondo letterario, Del Giudice ha scritto il suo primo libro nel ‘83: Lo stadio di Wimbledon. Circoscrivere in poche battute la figura di Bazlen è improbabile. Ha lanciato Svevo, influenzato Montale, conosciuto Olivetti con cui ha fondato le Nuove Edizioni Ivrea; con Luciano Foà, e il 21enne Roberto Calasso, ha creato l’Adelphi, e tanto altro alla perenne ricerca del suono giusto intorno a sé. Ma la cosa che subito mi ha colpito è stata la constatazione che Roberto Bazlen era uno che poteva scrivere, ma non ha voluto. Tutto ciò che è stato pubblicato, - forse troppo - appunti, lettere, un romanzo frammentario e incompiuto, è avvenuto dopo la sua morte nel 1965. In un tempo in cui troppi scrivono e non avrebbero dovuto, questo bon viveur, ulisside triestino, mi pare una galassia inesplorata. 

[4] 
Facebook: A cosa stai pensando? 

Avete presente i nostri stati sui social network? Quelli in cui rispondiamo alla domanda a cosa stai pensando? Nella vita reale, solitamente, la risposta è Niente. Se provi a chiederlo a una donna - su, riprova - la risposta Niente può sfiorare il 95% dei risultati. E anche quando mi viene chiesto, mentre con sguardo assente indugio in me, spesso rispondo Niente. Niente di importante, Niente di particolare. Non si sa bene perché se lo chiede Facebook mentre stiamo pensando a ciò che stiamo pensando, pensiamo pure che ciò che stiamo pensando è qualcosa di importante, e che a Facebook valga la pena rispondere dettagliando: a Facebook Niente non lo diciamo. Ora lasciamo perdere il merito, il contenuto di ciò che ognuno pensa in un dato momento della giornata. Quello che a me colpisce è il linguaggio. Perché il più delle volte non parliamo a Facebook come se stessimo parlando al nostro analista, stesi sul divano Le Corbusier che gli stiamo pagando. No, noi pensiamo che quello che pensiamo sia talmente importante che lo scriviamo a Facebook come se stessimo davanti a un pubblico, che sta lì, seduto, ad ascoltarci. Lasciamo stare pure i toni, ognuno ha le sue ispirazioni, chi Papa Francesco, chi Shakespeare, chi Jim Belushi, ma sarà che quando ero ragazzo io* (matita rossa: non immaginavo che un giorno avrei scritto una frase del genere) i social erano il bar, il barbiere, la piazza o la panchina, e parlare come se ci fosse un pubblico andava bene se raccontavi una storiella: potevi pure esagerare, ma finito l’aneddoto dovevi tornare in te altrimenti saresti stato presso per il culo fino a data da destinarsi.
Oggi non si capisce chi prende per il culo chi.
*Redimersi per la frase precedente da matita rossa e per il resto: “Beh, allora, ragazzi, adesso vogliamo ritornare in sé?”. Il grande Totò. 

[5] 
Chateau Musar rosso 2000

Credo di non aver scritto del rosso di Chateau Musar 2000 (Libano; cabernet sauvignon, carignan, cinsault; € 50 .ca), e che sia stato un errore l’ho capito bevendo l’altro giorno una nuova bottiglia. È qualcosa di unico. È Chateau Musar. Una accogliente, felpata, dettagliata e delicata mediterraneità che ti pervade, intrisa di sole e suggestioni arabe.
Attraverso Fabio Pracchia ho letto che due anni fa Clark Smith, enologo e professore universitario aggiunto alla California State University, Fresno e Florida International University, ha pubblicato un libro: Postmodern Winemaking. Rethinking the Modern Science of an Ancient Craft. Lo leggerò. Intanto ho pensato che da un punto di vista estetico il rosso di Chateau Musar è proprio un vino postmoderno: ha qualcosa di tradizionale pur essendo contemporaneo e globale, mette insieme alto e basso, è raffinato e allo stesso tempo pop, di semplice e immediata intellegibilità. 

[6] 
Critico. 

Esercizio abusivo come fosse una professione.

posted by Mauro Erro @ 17:31,

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