Il vino tra eleganza e fondale


È successo anche a me. Credo si trattasse del terzo o quarto giorno di degustazione. Grosso modo tra il trecento-sessantesimo e il trecento-novantatreesimo vino: stessa denominazione, non ricordo quale, ma era rosso, stessa annata. Le labbra si arricciavano da sé, scoprendo gengive raggrinzite e denti color aragosta andata a male. L’angoscia mi prese. Sembrava di essere entrato in un quadro di Escher, alla moviola si ripeteva lo stesso gesto senza sorta di continuità, tre vocabolari non bastavano per descrivere l’ennesimo vino. Non c’era via d’uscita. Fu quella una delle volte che impellente venne la voglia di sovvertire il senso comune delle cose, entrare in quel buco nero che è il non detto e che il lettore da per scontato e, paradossalmente, capovolgerlo. Aprii gli occhi e immaginai. 

Una primavera cupa seguì un luminoso e raggiante inverno. Giunsi alla vigna per puro caso, non che me ne fregasse alcunché, mi ero sempre occupato di vini, non di frutta e verdura: riconobbi Claudio, il giovane contadino che mi stava aspettando. Era vestito con il suo solito frac e in mano avea una calice di Ortrugo frizzante, e nonostante si trattasse del fondovalle, tutto in piano, aveva indossato i suoi mocassini in pelle di coccodrillo vivo, talvolta un po’ scorbutici, ma utilissimi: poteva affrontare i luoghi più paludosi e stagnanti senza che uno schizzo di fango sporcasse il frac, bastava farli mangiare di tanto in tanto. Lo vedevo sbraitare senza poter sentire ciò che diceva per il frastuono che veniva dalla fabbrica di scarpe adiacente, poi si risolse con un sorriso, guardò un tralcio di vite, con quella tipica faccia che mette una certa angoscia, che provoca quel brivido dietro la vescica: uguale uguale Topolino, con lo sguardo colmo di perfidia.
Mi vide, lanciò il calice di Champagne con dentro l’Ortrugo frizzante, e mi venne incontro. Mi salutò freddamente, non mi diede neanche la mano, callosa e con manicure alla francese come tipicamente avean i contadini, e mi guidò alla cantina. Quando arrivammo l’autocisterna era già parcheggiata nel piazzale, e Claudio ne fu entusiasta. Prima che potessi fare una domanda che non avrei fatto, con piglio disse: d’altronde, mi sono sempre occupato di vini, mica di frutta e verdura.
Si attaccò direttamente al rubinetto dell’autocisterna e io rimasi stupito di come riuscisse a tenersi la coda del frac senza farle toccare terra. Che stile.
Bevve d’un sorso, mi guardò, sorrise, ma questa volta denso di affetto come Jack Nicholson in Shining ed entrò in cantina. Ne venne fuori con una tanica da 10 litri e due boccettine. Posò la tanica, sversò le boccettine nella tanica, l’agitò con mite violenza. Poi salì sull’autocisterna e dopo aver svitato un bocchettone riversò la tanica nel vino, tutta, non solo il contenuto. Diede precise istruzioni all’autista: ma era evidente che si trattasse di un’abitudine. Già sapeva cosa fare: girare nel piazzale lungo una circonferenza dal raggio di 4 metri e 70 centimetri per 27 volte ad una velocità costante di 17 chilometri orari. Quando l’operazione finì, Claudio si attaccò di nuovo al rubinetto: bevve d’un sorso, e mentre iniziava a piovere, mentre si toglieva il frac che copriva una muta da sub, tornò alla faccia di Topolino ed esclamò sottovoce: perfetto, adesso si può vendere, una vera ciofeca. 
Senza neanche chiedermelo mi indicò il rubinetto. 
Tutto quel che avevo visto non mi era bastato? Mi fido, gli dissi. 
Avevo letto che alla fabbrica di scarpe era previsto un pic-nic in mensa con pernice in salmì per poi proseguire con la lettura dei canti degli AC/DC. Caricai l’autista che ancora barcollava in tondo e me ne andai.

posted by Mauro Erro @ 11:13,

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