Sarri, Mancini e i froci o di una giornata particolare

Una giornata particolare, 1977, un film di Ettore Scola

Ci vorrebbe l'arte visionaria di Ettore Scola per mettere insieme quel che ho letto e visto sulla querelle Sarri - Mancini, dal razzismo alle tesi complottistiche anti-Napoli. 
Peccato che Ettore Scola sia morto quella stessa sera. Un dato che forse la maggior parte delle persone si è perso, nel frattempo. 
Tanta ingenuità, opportunismo, finto perbenismo, politicamente corretto, una commedia delle parti in cui pochi si sono presi la briga di affrontare il discorso, laicamente. Parlo del linguaggio, che vuol dire pensiero, del contesto in cui le cose si dicono e delle distinzioni che vanno fatte di volta in volta perché altrimenti è tutto appiattito, vale tutto o niente, o se preferite facciamo un prontuario di parole che non si possono usare e la chiudiamo rapidamente, ci mettiamo dentro frocio, finocchio, figlio di puttana, procedete pure. 

Si può dire frocio o finocchio? 
Anzi, facciamo peggio, si può dire frocio o finocchio a un gay? 
Dipende.
Dal contesto, dalle persone e dal significato che gli attribuite. 
Tanto per dire, il mio amico Luca, gay, da al mio amico Carlo, gay anch’egli, di tanto in tanto durante qualche discussione, del frocio o della checca isterica. E Carlo la maggior parte delle volte ci ride a crepapelle. E devo dire che nessuno di noi amici eterosessuali di entrambi ha mai pensato che Luca potesse essere omofobo. 

Io, quella frase di Sarri, l’ho sentita un sacco di volte, in campo quando giocavo al calcio e fuori. L’ho sentita anche in molteplici varianti, e a me, quando ero ragazzino, mi è stata spesso ripetuta in questa versione: Non fare la femminuccia. Ed ero persino in grado di capire che voleva dire non stare a frignare, a piagnucolare. Che non si trattava di femminucciofobia, che delle volte le donne sì, frignano, che non c’è nulla di male e che ci si può fare una battuta sopra senza che caschi il mondo. 
O no? 

Si può discutere dello stile o dell’eleganza del linguaggio, del contesto, quello nel quale milioni di persone attraverso la televisione guardano quello spettacolo, non un bello spettacolo, ma non si può attribuire significati che non ci sono alle parole. Ed è questo l’errore di Sarri, l’ingenuità e la mancanza di stile, il non capire che in quel contesto non tutti hanno facoltà di discriminare come faccio io adesso, di poter capire, lasciando spazio ai fraintendimenti. Ma di omofobo non c’è proprio nulla. 
E allo stesso modo, senza alcuna dietrologia, senza considerare che le sue parole possano avere nulla di premeditato, capisco l’ingenuità di Mancini che evidentemente scosso fraintende le parole di Sarri, eccedendo, anche lui, nel linguaggio, fino ad arrivare ad accusare violentemente di razzismo - al massimo è omofobia, e in questo caso non lo è: e in quest'altro qui? - il collega, in diretta tv, innescando una becera gogna mediatica con tanto di consegna di Tapiro del giorno dopo. 

Quello che tollero meno, invece, sono quelli che con le parole ci lavorano e che sulle parole dovrebbero prendersi la briga di riflettere. I giornalisti della Rai che trasecolano, che nonostante i 40 anni di carriera trascorsi a raccontare partite si scandalizzano, d’improvviso, perché non gli par vero di avere tanta grazia per fare un po’ di ascolti. E fanno gli ingenui pure loro, le verginelle si dice (verginellofobia?). Quelli che scrivono pronti a condannare, a dare la loro solidarietà pelosa, che si ergono paladini dei gay, in un conformismo di dichiarazioni vuote, un perbenismo di facciata che non affronta le vere questioni: ma quanti calciatori gay ci sono in serie A, ad esempio? 
Pare nessuno. 

E così l’altra sera, che ero con un po’ di amici, e c’erano pure Luca e Carlo, ci siamo stufati di guardare la tv, di leggere i giornali, di parlare della querelle Sarri e Mancini. Pare che i gay, qui da noi, siano considerati una sottospecie protetta di dubbie capacità intellettive che non sa distinguere tra battuta, scherzo, ironia, insulto e omofobia, incapace quindi di farsi comprendere, di vedere i propri diritti riconosciuti, di essere difesa quando realmente attaccata. 
E cosi, per riappropriarci dei significati, che si tratti di immagini o parole, ci siamo guardati un film di Ettore Scola. 
Che nel frattempo è morto, nel caso non ve ne siate accorti.

ps. Sulla questione direi di leggere qui, Marco Ciriello.

posted by Mauro Erro @ 12:41,

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