Ma perché il bianco è vino?



Di come sia finito al 26esimo raduno dei Rossisti d’Italia lo racconterò un’altra volta. Tant’è, ora sono qui, in una sala riservata del casinò di Sanremo, desolato davanti a uno specchio con indosso uno smoking di almeno una taglia più grande. 
Non è perfetto ma stai benissimo, mi urla sorridente Riccardo che me l’ha prestato. Lui è il mio gancio, quello che mi ha portato sin qui, permettendomi questo attento studio antropologico.
Pacca sulla spalla, ci va giù pesante.
Ha una perfetta posa da rossista. La posa è una cosa fondamentale, l’ho dovuta attentamente studiare perché non fossi riconosciuto e subito bandito da questo consesso, e Riccardo è stato di grande aiuto. Un sorriso aperto anticipa il viso perfettamente rasato, il corpo è impeccabilmente eretto e steso, le gambe leggermente divaricate, i piedi ben piantati a terra. La giacca dello smoking aperta, una mano è in tasca con il pollice rigorosamente all’infuori, l’altra regge un calice di, un momento, un calice di bianco?
Glielo indico incredulo.
Champagne, ribatte prontamente, prima di una grassa risata accompagnata dal moto leggermente ondulatorio del bacino in avanti, lo spostamento del peso sulla punta dei piedi, le spalle spinte appena all’indietro.
Ah, già, Champagne. Lo Champagne non è vino. È Champagne. Un’altra cosa. Un vezzo.
Nell’altra mano regge un calice di Champagne dalla coppa. I rossisti il calice lo afferrano dalla coppa, mai dal gambo. 

La prova iniziatica per accedere a questa tre giorni, alla fine, è stata meno dura di quanto mi aspettassi. Alle 4 del mattino di venerdì scorso, degli uomini incappucciati, mi hanno prelevato dal letto portandomi in un bosco dopo un viaggio di circa un’ora cantando a squarciagola un medley preparato appositamente: il bis è stato concesso a Whisky facile di Fred Buscaglione, La vacanza di fine settimana e Io me ‘mbriaco di Franco Califano.
Giunti in una radura mi hanno fatto scendere portandomi nei pressi di un tavolaccio a ridosso di un piccolo cratere riempito di terra. Mi hanno dato una pala e intimato di scavare: un maialino di latte aveva cotto tutta la notte. Sono spuntate fuori delle bottiglie di Chateauneuf du Pape non più vecchie di un paio di anni, 14,5 gradi alcolici. Alle 5:30 era già tutto finito. Riccardo, dopo essersi palesato e aver tolto dal viso le calze della moglie, ha passato a tutti fette di limone e foglie di rosmarino per lavarsi le mani. I pochi rifiuti sono stati ben distribuiti tra i sacchetti dell’umido, indifferenziato e del vetro. Gli altri ragazzi si sono presentati e da una fiaschetta abbiamo brindato pulendoci la bocca con un distillato croato di cui non ricordo il nome, una 50ina di gradi ha riferito qualcuno. Non usavano pseudonimi, avevano nomi molto semplici, un Saverio, credo, ha proposto di andare al bar per prendere un caffè e fare colazione.
Sono tornato in albergo solo otto ore dopo. Mi sono consegnato mollemente al letto, un paio di ore di sonno tormentate sognando la frescura di un Bianchello del Metauro. Al risveglio sul comodino ho trovato una busta da lettere: Gli uomini hanno tutti cattive intenzioni. All’interno delle indicazioni stradali. 

Tintinnano i cristalli dei lampadari barocchi del casinò al vociare di un centinaio di rossisti radunati. Siamo in attesa dell’ultimo evento. Il resto della notte lo passeremo ai tavoli del black jack, dopo una cena luculliana dove ognuno consumerà i suoi due chili di carne assegnati. Poi ci sarà il whisky e le accompagnatrici attentamente selezionate. Sono le uniche donne, dalla terza in su, perfettamente inguainate in abiti dorati con generosi spacchi. Sorridono sempre, ridono, guardano un punto indefinito. Le altre si celano tra i rossisti: un piccolo gruppo di genere femminile, parlottano tra loro, organizzano una degustazione di gin.
Attorno alle accompagnatrici alcuni uomini sono riuniti nella posa del cowboy - il pollice è inserito nella tasca, la mano, sopra i pantaloni, incornicia il pacco -, altri disegnano dei baffi ad una foto che ritrae Gloria Gaynor ospite del casinò; la gran parte, soprattutto quelli che riportano fieramente sul corpo i segni della battuta di caccia al cinghiale del mattino, sono seduti sui divani in pelle e sorseggiano cannonau. Nessuno ha le gambe accavallate. I rossisti, si sa, quando si siedono non le accavallano.
Riccardo mi guarda. Il mio regno per un verdicchio vorrei urlargli. Son tre giorni che non si vede un bianco. Ciò che nel resto dell’anno questi signori concedono a fidanzate, mogli, amanti, sorelle o madri - un bianco, da aperitivo per sciacquarsi la bocca, niente di più - qui e ora è bandito. Champagne per vezzo, al massimo, mentre aspettiamo che finiscano di preparare la sala che tra qualche minuto ci accoglierà e dove si svolgerà la più ampia orizzontale dell’ultima annata di Primitivo. Di Gioia del Colle, ovviamente. Dal Primitivo 17 della Cantina sociale Litemi fino al Primitivo 35 - dedicato a John - della Cantina Schicchi, su cui si sprecano le battute cameratesche. Nella presentazione dell’evento clou di questa tre giorni viene intimato chiaramente di non accendere sigarette o sigari fino a mezz’ora dopo la degustazione e di non farlo in ogni caso nei pressi della sala dove si terrà. Alcuni commis di sala ci danno le ultime indicazioni. Ecco, si spalancano le porte. 
È ora di andare.

[Prove tecniche di rubrica: Il rigore è dubbio.]

posted by Mauro Erro @ 08:26,

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