Quando conoscevamo i fiumi

La Donna del Fiume, 1954

Ieri è saltata fuori dal mio archivio quest’immagine di una ventenne Sofia Loren che trionfante esibisce una scatoletta di anguille marinate: nasce così, 1954, la stella di Comacchio. È tratta dalla Donna del fiume, un soggetto di Ennio Flaiano e Alberto Moravia, sceneggiata da Antonio Altoviti, Giorgio Bassani, Basilio Franchina, Pier Paolo Pasolini, Florestano Vancini e Mario Soldati che curerà anche la regia, non a caso, credo, scelto dal produttore Ponti. Perché Soldati è di Torino, conosce e ama il grande fiume che nasce dal Monviso, il Po, e lo spiegherà in questo video qualche anno più tardi quando per la Rai intraprenderà, per farne un documentario, il suo Viaggio nella valle del Po.
In una delle puntate Soldati incontrerà Gianni Brera che in un articolo battezzerà la sua biografia nel Nome del fiume Po (Se Po c’è ancora): cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti. Brera che racconterà le gesta del Il re storione, provvidenza e disgrazia, o delle rane, la manna dei poveri, e di come i ranè le cogliessero di giorno e di notte, e di come le massaie le uccidessero, pulissero e ne tagliassero via manine e piedini separando i pezzi che andavano fritti da quelli che servivano per il guazzetto.

Una volta, mi dissero nei pressi del Sesia, era pieno di rane. Una volta.

E anche gli storioni è difficile ormai incontrarli nel Po, oggi trovi i pesci siluro, lo dice la cronaca ma lo scrive anche Paolo Rumiz in Morimondo, facendo un lungo elenco di specie che ormai nel grande fiume non ci sono più. Del Po mi sono trovato spesso a parlarne con Marco Ciriello, che l’ha viaggiato e ne ha scritto, che mi ha raccontato di come ad ogni incontro ci fosse sempre pronta una bottiglia di vino da stappare. Con lui quest’estate ho scoperto come un fiume possa esistere nonostante sia completamente ignorato, accompagnandolo nel viaggio lungo il Volturno, dalla foce alla fonte in Molise, che ha raccontato per Il Mattino di Caserta: basta vedere cosa è la riva destra della foce a Castevolturno, scambiandola per uno dei quartieri poveri di Beirut dopo un bombardamento, o domandare a qualcuno della Capitaneria se il fiume è navigabile e fin dove per sentirsi rispondere: bisognerebbe chiederlo.
In un paese quasi del tutto immerso in acque salate i fiumi sono spacciati. Ma è una spiegazione che ieri, dopo un paio di bottiglie di vino, non mi ha persuaso.

Non so di preciso quando abbiamo deciso che la geografia fosse irrilevante tanto da eliminarla quasi completamente dalle scuole, di quando abbiamo deciso di abolire toponimi su toponimi, cancellando o ignorando cose che hanno a che fare con la nostra stessa identità, quando abbiamo deciso che i fiumi fossero irrilevanti tanto da dimenticarli, lasciando che se ne occupassero tutt’al più le industrie per i loro rifiuti, e scoprirne l’esistenza solo quando straripano spazzando via vite come in questi giorni nel Sannio. Ma ciò che più mi ha spaventato, dopo due bottiglie di vino e non poche riflessioni, è la costante perdita di senso estetico, di discriminazione, di capacità di scoprire e godere della bellezza in questa alienata e nebbiosa strafottenza in cui siamo calati. L’incapacità di ammirare i pioppeti che sorgono sulle sponde di un fiume assaporando anguille marinate o rane fritte, sapendo bere del buon vino. E ne prendevo consapevolezza all’ultimo sorso di una bottiglia di Chablis: un appassionato di vini sa quanto possano essere imprescindibili i fiumi, pensando a cosa sarebbe Bordeaux senza la Gironda, i riesling tedeschi senza la Mosella, i Sancerre senza la Loira, il Porto senza il Douro, e ancora e ancora.
Già, Soldati amava e conosceva il buon vino, le rane fritte e il grande fiume.
Molti di voi, no.

posted by Mauro Erro @ 12:00,

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