Brunello di Montalcino riserva Poggio al Vento 1999, Col d’Orcia o dell’eterna giovinezza



Scrivere di un vino di 16 anni taglia fuori le principali ragioni di servizio e un esperto di statistiche starebbe qui a calcolare quante probabilità ci siano che nella stessa bottiglia stappata da voi stasera possa esserci qualcosa che assomigli alla mia aperta l’altro giorno. In sedici anni possono capitare un bel po’ di cose, tra cui uno o più traslochi, e basta un grado in più o in meno di temperatura durante la conservazione perché possa cambiare, anche non di poco, il risultato. Mettiamo però che la vostra cantina o quelle delle enoteche che ancora vendono questo vino - su internet con una 70ina di euro lo acquistate - abbiano condizioni simili alla mia, vi trovereste nel calice un vino semplicemente squisito, rilucente e di loquace espressività, provando a delinearne i primi confini, cosa non facile, vi assicuro. 

Lo assaggi e impressiona per la stratificazione dei sapori e l’armonia, la circolarità, il ritmo tale per cui finita la bottiglia ne desideri una seconda: è succoso, felpato nel tatto e aristocratico nella tessitura, non solo prende possesso della lingua con impressionate velocità e imprimendovi gli aromi, compatto arriva ai bordi sfumando con la stessa naturalezza con cui Valentino Rossi, in garbata derapata, approccia sorpassi in curva, ed ama le verticalizzazioni come fosse l’Ajax di Cruijff: con quell’opportuno contrasto acido/salino che lo irrora di energia e ci conduce al finale. Tralasciate le ragioni di servizio, un vino così puoi divertirti a raccontarlo come ti pare evitando di scrivere di balsami, resine, erbe aromatiche, di turgidi frutti e nuance floreali, tutte cose che non mancano, senza sdilinquirti dicendo di fragranza, scrivendo neologismi come croccantezza oppure facendolo lo stesso per poi ricominciare da capo, cercando nei chiaroscuri le ragioni della sua inaspettata luminosità. Il finale è un compendio di immediata linearità e di completezza, tanto puntuale che, nonostante mi aspettassi stupore, la meraviglia arriva comunque. La dolcezza e la sottigliezza del tannino fanno eleganti i movimenti, preludio dell’incanto in souplesse: la persistenza di sapore è misurabile in minuti. 

La riserva Poggio al Vento 1999 stappata l’altro giorno era l’ultima bottiglia che avevo in cantina e, dunque, mentre la bevevo pervaso dalla bellezza ero assalito dalla curiosità dell’avvenire, dal desiderio di procurarmene delle altre e di possederle. Per i prossimi 5 anni il vino continuerà a migliorare e se mi fermo a 5 e non arrivo a 10 è solo perché nonostante apprezzi Voltaire ricordo le mie origini scaramantiche. Ciò nonostante, ci sarà un preciso momento in cui sfiorirà e me ne dispiacerò. E ogni volta che la troverò e la stapperò cercherò quelle emozioni, quei sapori, quelle immagini, ricordando che c’è un preciso momento in cui le persone, le cose e anche i vini splendono più che mai tanto da avvolgerti pienamente e quell’attimo per questo vino probabilmente è stato l’altro giorno.

posted by Mauro Erro @ 16:23,

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