I Cacciagalli: biodinamica, anfore e profumi

Diana Iannaconne e Mario Basco, Masseria Cacciagalli, Teano

Uno dei giochi di questa estate de La Lettura del Corsera, utile alla promozione di What if di Randall Munroe in uscita in questi giorni per Bompiani, è stato chiedersi e chiedere cosa succederebbe se? Io, invece, memore del Pensatore Solitario di Ermanno Cavazzoni pubblicato quest’anno per Guanda – che si chiede dall’esordio Cosa sarebbe accaduto se Hitler fosse morto da piccolo? – ho mutato leggermente la domanda. 
Il bevitore solitario che è in me si è chiesto Cosa sarebbe accaduto a Barolo senza i famosi Boys accompagnati da Marc De Grazia? Cosa sarebbe accaduto se, prorompente, tutto il variegato mondo dei vini naturali non fosse arrivato sul mercato con le sue istanze e i suoi interrogativi?
Berremmo peggio, senza ombra di dubbio e tanti saluti ai castastrofisti che ad ogni novità, confronto, discussione, ci ricordano con rigore monacale che dobbiamo morire – mò me lo segno – e non contemplano come parte della vita l’errore, le derive, le esagerazioni e anche la capacità che si ha di rimediare, assorbire, correggere. 
Passatisti, insomma, che indugiano in polemiche sterili e ataviche, buoni al massimo a riempire le pagine di un giornale come il Foglio vergando metafore o similitudini che anche al Bar dello sport risulterebbero stridule e fuori luogo perché fuori tempo.

Anfore dell'Impruneta

Sarà che a noi italioti piacciono le infinite discussioni sulla supremazia del metodo sul merito anche quando c’entra ben poco, che alla parola contaminazione ci attanagliano paure e spuntano aspirazioni ad una purezza non meglio definita, che ogni volta che si parla di ricerca o sperimentazione sono contrapposti e non accompagnati termini come roccaforti vuote: tradizione e rigore. Rigore? Da noi? Ma neanche quando l’arbitro fischia: segue dibattito e infinito carico di polemiche. 
E no, il treno ha fischiato, anche se non ve ne siete accorti, e non starò qui a spiegarvelo: ho da un bel po’ preso atto che dopo il clavicembalo, Bach e il mandolino sono arrivati il blues e il punk, per cui indosso le cuffie e scarto ciò che è bello dall’inutile perché non tutti saranno i Television o i Velvet Underground, ma anche i Mozart e i Mahler del vino italiano sono eccezioni. 

Aorivola, Caianello, vigna di falanghina

Ecco, se dovessi dire ad esempio quale è stata l’azienda campana che più mi ha colpito nell’ultima tornata di assaggi, su cui punterei per il futuro, non avrei dubbi: I Cacciagalli a Teano, azienda biodinamica che, dopo varie sperimentazioni, ha persino scelto di usare, per affinare i vini, contenitori difficili da maneggiare come lo sono le anfore. Il risultato? Vini spontanei, ricchi di personalità, sfaccettati ma lineari nello sviluppo, comprensibilissimi ai più e ricchi di profumi, facili e belli da bere. 
Un’azienda giovane nella sua gestione, nata nel 2005 grazie a Diana Iannacone, laureata in agraria, che ha recuperato la superficie vitata della proprietà di famiglia, riconvertendo e sostituendo i vitigni di grossa diffusione come montepulciano e sangiovese, e quelli internazionali, piantati a tendone dal nonno secondo le indicazioni che si avevano negli anni ’70 e ‘80. Dopo uno studio sulle varietà che tradizionalmente erano coltivate, subentrano falanghina, piedirosso e aglianico, a cui si aggiungono pallagrello nero e fiano. Diana è affiancata nel lavoro da suo marito, Mario Basco, che conosco da anni come solido assaggiatore. Le cantine storiche si trovano nel borgo di Aorivola a Caianello, dove attualmente ha sede l’azienda e la vigna di falanghina – versante est del vulcano spento di Roccamonfina – e da cui nasce il vino che reca in etichetta il toponimo di origine. La Aorivola 2014 è il vino che più ho apprezzato, con i suoi profumi resinosi, di fiori dolci e incenso, la sua bocca succosa, viva e asciutta.

preparato 500

Il grosso del corpo aziendale – 35 ettari totali, 9 di vigna, poi noccioleto e ulivi – è a pochi passi, a Teano, nella Masseria Cacciagalli dove si stanno riattando alcuni edifici e in futuro sarà trasferita cantina e sede aziendale e dove saranno previste strutture ricettive per chi vorrà andare a trovarli. 
I primi vini sono nati nel 2009, ma è dal 2010 che inizia la commercializzazione. I primi due anni affiancati da Fortunato Sebastiano come consulente, poi Diana e Mario hanno deciso di andare avanti da soli. Si lavora in biodinamica dal 2011 e se ne apprezzano i risultati in vigna in un territorio non aggredito né dal cemento né da forme di agricoltura intensiva. In cantina, fino al 2012, si è lavorato con acciaio e legni, ma dopo prove che non hanno convinto, dopo viaggi, studi e confronti, si è deciso di passare alle anfore. Ed anche io assaggiando i vini non posso dargli torto. Anfore di nuova generazione, argilla dell’Impruneta, costruite al metodo della colombina, non rivestite o trattate al loro interno, capacità di 800 lt., chiusura stagna in acciaio. Si trovano nelle cantine storiche scavate nel tufo, non interrate. Da qui sono usciti oltre la citata Falanghina Aorivola, il Piedirosso Lucno 2013, il Pallagrello Nero Sphaeranera 2013, il Fiano Zagreo 2014 e l’Aglianico Phos 2013. Vini che, come detto, intrigano per i profumi variegati, si apprezzano per beva e che senza indugio consiglio di assaggiare.

posted by Mauro Erro @ 12:00,

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