Il Barbaresco bianco, e quello frizzante di Giovanni Arpino


Dal numero 56 della rivista di Alessandro Masnaghetti, Enogea, in distribuzione da ieri, parte una mia piccola rubrica. Caffè sospeso, titolo mutuato dalla vecchia e nobile pratica partenopea di lasciare un caffè pagato al bar per chi non può permetterselo. Perchè son storie che durano il tempo di un caffè. In omaggio per i lettori del viandante la prima di queste. 
Il costo, invece, di una copia di Enogea è 12 euro (clicca qui), l'abbonamento annuale a sei numeri costa invece 58 euro (clicca qui).


Se grazie alla fotografia pubblicata dal Masna nel precedente On the Road sappiamo che un tempo è esistito persino il Barbaresco bianco, la notizia che un dì esisteva quello frizzante io l'ho avuta da Giovanni Arpino (anche se qualcuno, sarcasticamente, mi dirà che ancora oggi non mancano bottiglie a testimoniarlo). L'incontro con Arpino è stato del tutto fortuito e causato da Gianni Mura. Quest'ultimo in un'intervista proponeva implacabilmente un raffronto mundial riguardo alla categoria cui oggi è sempre più difficile appartenere: "Nei mondiali dell'82 le partite della nazionale venivano commentate da Giovanni Arpino, Oreste del Buono, Gianni Brera e Mario Soldati. Chi aveva la Rai a quelli del 2006? Mazzocchi, la Ferrari...". 
Una débâcle fuor di ogni dubbio. 
All'epoca in cui ascoltai l'intervista non conoscevo il giornalista de La Stampa di Torino. Né, tantomeno, sapevo che le cronache calcistiche e quelle gastronomiche furono solo una piccola parte della ben più ampia opera di Arpino. Quanto al nostro campo di indagine l'esempio per eccellenza è nobilissimo: è a lui che Veronelli fa aprire il Piemonte nell'edizione del 1961 de I Vini d'Italia di Canesi. E Arpino certo non perde l'occasione per denunciare con vena polemica la difficoltà nel reperire vini di qualità, in un testo colorato di spunti e scene divertentissime: "si fa troppa fatica, oggi, a bere un buon bicchiere. Bisogna avere ostinazione da ricercatore di tartufi, il fiuto di una guida indiana, l'orecchio da mercante di un vetturino romano, lo scetticismo di un filosofo greco. Se non si possiedono queste doti, toccherà bere non Barbera, ma un barberato qualunque, non un Barolo, ma una mistura affumicata, non un Dolcetto, ma un taglio zuccheroso che al quarto bicchiere denuncia l'odore della botte nuova". 
Nato a Pola nel '27 dove il padre, ufficiale di carriera, era di guarnigione, ha passato gli anni della giovinezza a Bra, città della madre. Il resto della sua vita, sin dagli anni della formazione universitaria, lo ha trascorso a Torino. Narratore, poeta, drammaturgo, giornalista, critico, epigrammista, per Arpino la scrittura non è stata semplice mestiere: "un bisogno impellente dello spirito, una necessità di vita"; "fatica sì, ma anche felicità"; "Io so chi sono, cosa penso, cosa voglio, soltanto quando ho la macchina da scrivere davanti. Scrivere mi dà ordine, serenità, costanza, rimorsi, pentimento, fede". Tra i romanzi val la pena ricordare La suora giovane (1959), L’ombra delle colline (1964) e Il buio e il miele (1969), che molti conosceranno nella trasposizione cinematografica  - Profumo di donna -  di Dino Risi con Vittorio Gassman; nella versione americana valse l'Oscar ad Al Pacino nel 1993. 
Barbaresco, invece, è il titolo della sua seconda raccolta di poesie pubblicata, quando aveva 27 anni, dalle Edizioni della Meridiana grazie al sostegno di Elio Vittorini. Le ragioni della scelta e i titoli scartati li scopriamo nel carteggio tra Arpino e il curatore Vittorio Sereni: Calibro 9; Arpino e Torino; A Torino, un aprile. Infine si decise per Barbaresco, che, come spiega Arpino in una breve nota finale, "è un paese delle Langhe, stretto sulla cima di una collina. E’ anche un vino frizzante. Da Barbaresco i partigiani scendevano in pianura per rubare armi ai tedeschi e per azioni sulla ferrovia che porta ad Alessandria".

posted by Mauro Erro @ 09:26,

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