Non scrivete nulla. Non leggete nulla. Non dite nulla. Non stampate nulla.


Ho spesso vissuto cibo e vino come strumento e non come fine. Un modo per entrare in un territorio e guardarlo da una prospettiva diversa, imparando a conoscere il mondo dove vivo, il presente e il passato, in maniera divertente. Divertente il più delle volte, almeno. 
Talvolta non basta neanche allontanarsi tanto: un tavolo, un po’ di vino, quattro sedie. Le lingue si sciolgono, e le storie ti assalgono e ti rapiscono. 
Già che ci sono, eccone un paio che ho scritto di recente per Campaniastories. Una la trovate qui, e l’altra qua. Una buona scusa per segnalare questo spazio e i bravi colleghi che lo animano, al di là delle storie che ho raccontato. 
Ma non divaghiamo. 

C’è questa immagine che mi salta agli occhi da un’Enogea aperto sulla scrivania. Me l’ha passata, per il mio lavoro da topo di redazione, Giampaolo Gravina per un suo servizio di un annetto fa. È la copertina di una rivista letteraria che non c’è più che si chiamava L’Accalappiacani, editata da Derive e Approdi - che anche sul vino ha tirato fuori titoli molto interessanti. La dirigeva Paolo Nori, che è uno scrittore, e ha studiato Lingua e Letteratura Russa, che forse di rivista letteraria ne fa un’altra, solo che stavolta la chiama Niente
E poi c'è un minuscolo gruppo di poeti di Rostov sul Don che, negli anni venti del novecento, erano diventati famosissimi, a Rostov sul Don, grazie alla loro singolarissima poetica; si chiamavano nullisti (in russo ničevoki), e la loro opera principale era Il manifesto dei nullisti, (Manifest ot ničevokov) che recitava così: «Non scrivete nulla. Non leggete nulla. Non dite nulla. Non stampate nulla»

E lo trovo bellissimo questo manifesto. 
Innanzitutto per il suo significato letterale. Anche senza conoscere i nullisti, quella frase io (e anche voi) l’ho pensata milioni di volte. Anzi, se prendo un po’ di cinismo e la giusta dose di sarcasmo miscelandoli assieme con il minipimer, posso tranquillamente ammettere che mi basta andare su uno dei miei profili social perché mi venga in mente. Quando m’imbatto in quel profluvio, anzi, in quella cascata, ma che dico, in quello tsunami di parole che riguardano, in particolare, cibo e vino e a cui spesso vorrei rispondere: va bene, lascia stare, deponi la tastiera, sarà meglio per tutti
Oppure quando vado nelle sempre più rare librerie o sul sito di Amazon. Ancor peggio quando becco quell’amico che si è autoprodotto la raccolta di versi imperdibili, il racconto della vacanza esotica, il romanzo della vita, e a cui non so dire di no. Opere che finiscono nascoste da qualche parte per la vergogna. Neanche sullo scaffale della libreria riesco a metterle tanto sono scritte male e sono brutte le copertine. Salvo eccezioni. Come si suol dire. 
Lo so, qualcuno di voi pensa che valga pure per il sottoscritto. 
Touché. 

Ma non è solo questo, nessuno eccesso nichilista. 
C’è anche il concetto di nulla inteso come dolce far niente, di ozio: quello spazio temporale dove la mente vaga senza meta. Quel momento in cui, spesso, nascono le idee. E quindi piuttosto che produrre produrre produrre, scrivere scrivere scrivere, parlare parlare parlare, rimpiango il nulla e il silenzio. Rimpiango le idee nuove che non ho e che raramente vedo in giro. 
Ma soprattutto ho capito alla veneranda età di 36 anni che una delle mie ambizioni principali è quella di diventare nullologo. In fiera e agguerrita opposizione ai tuttologi di tutto il mondo. Quelli che hanno sempre e pervicacemente un’opinione o una risposta su tutto. Si tratti di vino, della guerra palestinese o del bucato.

posted by Mauro Erro @ 13:15,

1 Comments:

At 7 agosto 2014 alle ore 11:46, Blogger dr. Gonzo said...

In un mondo di iperattivi e iperimpegnati reclamiamo il sacrosanto diritto ad annoiarci.
Lunga vita al nulla!

 

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