Veronelli dixit

Ave Ninchi, Luigi Veronelli, A Tavola alle 7

Prima o poi, se il tema è quello del vino o della gastronomia, il nome di Luigi Veronelli spunta sempre fuori. In fondo credo sia normale. Se faccio questo lavoro, ad esempio, come tanti altri (forse pure troppi) è proprio perché fu Veronelli a riproporre la figura del gastronomo o del critico enogastronomico che dir si voglia. 

Messa così, di conseguenza, Veronelli è il papà di tutti coloro che si cimentano nel racconto del vino o del cibo (milioni di milioni come recitava una reclame), al di là dello stabilire chi siano i figli legittimi e chi quelli illegittimi (come il sottoscritto). 
Quindi non è tanto che il suo nome spunti fuori spesso, ma come, perché e quando, soprattutto se preso come modello a cui ispirarsi. Già perché oltre il tono reverenziale (come se un papà non sbagliasse mai o non avesse difetti) ci si riferisce al Veronelli filosofo allievo di Bariè, al Veronelli anarchico del Critical Wine o dell’epistole sulle pagine di Carta con Pablo Echaurren o al Veronelli che si concedeva il lusso, da persona di profonda cultura, di giocare di tanto in tanto con le parole. Oppure si parla del Veronelli capace di grandi provocazioni: lo champagne che sa di sperma o il peggior vino del contadino più buono del miglior vino industriale, per citare due evergreen.

Parlare invece del lavoro di Luigi Veronelli come giornalista e come editore è un po’ più complesso; si tratta di oltre 40 anni di carriera e di una persona che certo non ha lesinato fatiche. Ma se ci rifacciamo al Veronelli che conduce A tavola alle 7 sulla Rai o alle pietre miliari di questo nostro mestiere, quelle che non si possono non conoscere ed avere nella propria biblioteca, la prima edizione dei Vini d’Italia per Canesi (1961) e i cataloghi Bolaffi della fine degli anni ’60 (e di esempi come questi ce ne sarebbero tanti altri) emerge una figura di tutt’altro profilo e un lavoro il cui orientamento ha poco a che fare con la filosofia o l’anarchia. 

Tanto per intendersi ecco come Veronelli descrive un Barbaresco: 

Colore: rosso rubino; tende con l’invecchiamento all’aranciato; brillante. 
Profumo: bouquet etereo e composito (con prevalenza di viola appassita e violetta). 
Sapore: quieto ed asciutto, si apre subito in bocca, carezzevole, per stoffa di grande eleganza, e tuttavia, per nerbo sentito; è vino di non comune razza. 

A cui seguiva l’indicazione del tenore alcolico, dell’acidità e delle annate consigliate. 

Ovviamente non è certo questa la sede per un’esegesi completa dell’opera veronelliana non risolvibile in poche battute, ma almeno qualcosina la darei per assodata. Lo scrivo perché nell’atavica polemica circa il linguaggio del vino che si ripropone ciclicamente, prima o poi Veronelli spunta sempre fuori. Una polemica (quasi) inesistente per quel che mi riguarda: che ognuno scriva come meglio crede, sarà il lettore, se vuole, a sopportare croci e delizie. 
Ma visto che le delizie solitamente sono tutte vostre, che almeno le croci non siano colpa del povero Veronelli. Tutto qui.

posted by Mauro Erro @ 10:31,

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