Sulla critica e i punteggi ai vini

Giampaolo Gravina

Sul tema della critica del vino e dei punteggi dopo la prima parte di ieri firmata da Francesco Falcone, eccovi la risposta di Giampaolo Gravina, pubblicata su Enogea Social. (me)

Francesco carissimo 
sono due giorni che me la faccio ronzare in testa, ma a me questa equazione notizia = scrittura non mi riesce a convincere 

il tuo pezzullo ha tante anime, e il nucleo di genuina messa-in-questione dello statuto del degustare, che avevi già iniziato a esplorare in alcuni testi precedenti, resiste anche qui e anzi si intensifica di perplessità e obiezioni: 

 però, se mi è piaciuto il passaggio in cui provochi il lettore confessando che ti senti addirittura peggiorato e non vai più alle Anteprime, ho per contro trovato un po' deboli le motivazioni per cui dici di continuare a usare i punteggi: o meglio, le motivazioni sono proprio quelle che dici tu, cioè per convenzione, perchè altri più accreditati di noi li continuano a usare, etc. 

ma se considerate con la stessa radicalità che fai tua in altri passaggi del ragionamento, queste motivazioni lampeggiano ai miei occhi in tutta la loro debolezza 

la verità per me è più brutale: continuiamo a usare il punteggio per conformismo e perchè ci dà da campare! ma non c'è difesa d'ufficio che tenga, il punteggio non è mai al servizio del giudizio, è piuttosto una scorciatoia critica che contiene residui non solubili di arroganza e di paternalismo 

a tutti noi (me per primo) che non abbiamo avuto in questi anni la determinazione di distaccarcene, dovrebbe essere quanto meno chiaro che il ricorso al punteggio è teoricamente indifendibile

anzi, se considerato in sè e per sè, il punteggio è un freno allo sviluppo articolato del giudizio, e dunque è un freno a quel percorso di crescita della consapevolezza che tu (insieme ad altri colleghi e compagni di viaggio, tra cui mi piace pensarmi coinvolto) con molta onestà hai cercato di seguire in questi anni e di mettere a tema in questi tuoi ultimi scritti 

più meticoloso, più serio e autocritico si fa il lavoro in sede di assaggio (e qui tu sei davvero un esempio, amico mio) più dovrebbe rivelarsi lampante e inoppugnabile la sostanziale inadeguatezza di ogni algoritmo alfanumerico: è proprio lì, tra le pieghe di quella intimità che il vino reclama, tra gli snodi espressivi che solo uno scrupoloso supplemento di indagine può rivelare, che il lavoro della scrittura si fa indispensabile 

ma è un lavoro di analisi e di commento, quello della scrittura: non sarà mai una notizia la scrittura, non avrà mai l'autoevidenza di un titolo né l'univocità di un fatto 

la notizia impone immediatezza, distacco, neutralità: altro che empatia ... ;-) 

è solo un secondo sguardo che lascia emergere l'esigenza del lavoro critico, un'esigenza che unicamente la scrittura può esplorare, con la pazienza e la fatica che le sono necessarie e connaturate 

decisivo mi appare a questo proposito il richiamo alla forma che tu suggerisci a un certo punto del tuo testo: la scrittura è un dialogo ininterrotto con l'esigenza del dare e del prendere forma, un'esigenza insopprimibile dell'interpretare inteso come un "formare"; il punteggio per contro è de-formante, tradisce la natura di flusso, di itinerario, di processo che la scrittura critica rivendica 

le tue riflessioni mi hanno rivelato una singolare sintonia (empatia?) con alcuni temi dell'Estetica di Luigi Pareyson, un filosofo che ha lavorato a lungo all'idea di una teoria della formatività (fu anche maestro di Umberto Eco, negli anni '50), ma di cui si parla poco nel dibattito attuale (non fa più notizia) 

mi piacerebbe fartene leggere qualche pagina, se ne avrai voglia: magari su in Langa, a metà Maggio, tra un nebbiolo e l'altro (anche Pareyson era del Cuneese ...) 

un abbrazz Giampòl

posted by Mauro Erro @ 08:41,

1 Comments:

At 9 maggio 2012 12:08, Anonymous Roberto Giuliani said...

Sono quantomai perplesso. leggo opinioni interessanti di persone che stimo, ma ho come l'impressione che ci si parli un po' troppo addosso e che certe riflessioni interessino più ai presenti che a chi il vino lo compra. Questo perché dall'altra parte io sento ogni giorno persone che cercano risposte chiare e concise, perché quando comprano un vino la prima cosa che vogliono è sapere se è buono e quanto costa, il famoso rapporto qualità/prezzo.
Ora, se si dovessero attenere ai commenti che ognuno fa dei vini, molti lettori ne uscirebbero quantomeno confusi, poiché il linguaggio con cui ognuno di noi racconta di vino è molto variegato e a volte fin troppo complesso o tecnico.
Di fatto il punteggio (che io non uso in senso stretto, ma propongo un "range", come fanno alcune guide ben note) dovrebbe rappresentare un'indicazione mnemonica, i cui contenuti provengono dal racconto.
Questo perché il vino non è mai definibile in modo perentorio e definitivo, mi permetto di dire anche al di là delle anteprime.
La valutazione (nel mio caso in chiocciole da 1 a 5) fa da compendio al racconto, senza il quale sarebbe probabilmente ingiusta e riduttiva, ma che al suo fianco non fa che presentare un quadro più facile da decifrare anche per i non addetti.
Del resto il giudizio anche senza voto rimane, è tangibile, ha volte anche pesante...
Va detto anche che non tutti hanno tempo e voglia di leggere commenti, a volte lunghi o noiosi, su tutti i vini presentati.
E' un po' quello che avviene anche negli altri ambiti di critica, che si tratti di cinema, musica, arte o quant'altro.
Di fatto, quando hai a che fare con migliaia di vini ogni anno, l'unica vera traccia scritta che può rimanere a chi ci legge è la valutazione numerica (o in simboli).
Nel mio caso, comunque, non esprimo mai punteggi sui vini assaggiati in anteprima, ma solo su quelli che hanno perlomeno terminato il periodo canonico di affinamento.
Per le guide è indubbiamente diverso, ma mi sembra che i vini non vengano assaggiati mai una sola volta, bensì in più fasi, cosa che garantisce una valutazione abbastanza veritiera.
Si tratta di guide, non di comandamenti, il problema semmai è che a volte vogliono passare per tali...

 

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