Il degustatore consapevole (dei propri limiti)


Sulla pagina Facebook di Enogea la settimana scorsa c'è stato un interessante scambio di opinioni sulla critica del domani, la scrittura del vino e i punteggi tra Francesco Falcone e Giampaolo Gravina. Eccovi la prima parte firmata dal Falco. (me)

L'idea che un wine writer debba produrre “punteggi”, pur nella sua evidente bizzaria (un nome così altisonante meriterebbe certamente maggiori aspettative:-), mi sembra tutto sommato lecita, perché in fondo il punteggio del wine writer è una notizia. Ed è per questo che i giornali e le riviste si leggono: per avere notizie. Ma notizie di che cosa? I primi dubbi mi sono venuti qualche anno fa, quando degustai per la prima volta in “batteria”, i Barolo dell'annata 1999 ad Alba, in occasione della nota manifestazione Alba Wine Exhibition (oggi Nebbiolo Prima). Le notizie, in quel caso – cioè i risultati degli assaggi e le classifiche – arrivavano già allora (seppure meno di oggi) sui siti on line quasi in tempo reale o comunque a pochi giorni di distanza dalla degustazione. Mentre io, affaticato dai settanta e passa vini assaggiati al mattino (per tacere delle peregrinazioni pomeridiane per vigne, cantine e banchi d'assaggio supplementari), riuscivo sì e no raccogliere qualche idea, altro che notizie. E, una volta raccolte, quelle stesse, pochissime idee, col passare delle ore si facevano ancora meno lucide. Per quanto mi illudessi di poter migliore nel tempo, di riuscire cioè almeno in parte a sviluppare quel talento che ti consente di leggere un vino e un'annata in poche ore, debbo confidarvi che sono peggiorato. E ciò che prima mi pareva confuso oggi mi sembra illeggibile. Così, per pura inettitudine, ho risolto il problema evitando sempre di più di frequentare manifestazioni e banchi d'assaggio, spendendo invece il mio tempo a visitare i produttori e ad assaggiare con la giusta calma presso la mia sede. Quello che non ho ancora lasciato per strada è il punteggio: un po' perché il Masna lo ha sempre usato su Enogea (così come Gentili&Rizzari sulla loro Guida espressica), un po' perché se utilizzato con discernimento (ma non è detto che sia il mio caso) ti aiuta a recintare un giudizio e laddove necessario a fare chiarezza (nella testa di chi assaggia, soprattutto). Il mio punteggio (in centesimi per Enogea, in ventesimi per la Guida ai vini d'Italia de l'Espresso) è però il frutto di un lungo lavoro di assaggi e riassaggi successivi. Non mi fermo dunque all'impressione della prima olfazione e del primo sorso, ma concedo al vino – e a me stesso – più occasioni per esprimere qualcosa. Ovvero per esprimere la notizia: perché per me la notizia è dare una forma, una delle infinite forme possibili, al magma straripante dei punteggi. Quella forma, poi, altro non è che la scrittura. La notizia è la scrittura. Per tale ragione, in questi dieci anni di lavoro ho capito, anzi farei meglio a dire che “sto iniziando a capire”, che uno dei punti fondamentali per svolgere con consapevolezza il mestiere del degustatore è l'empatia. Per un vino, e parlo di un vino di qualità, quasi come per un bambino, quasi come per un figlio, è necessario essere trattato con rigore e comprensione, attenzione e complicità. Tutto questo dipende dalla capacità di empatia del degustatore. L'empatia non si limita alle risposte emotive immediate e scontate: è facile provarla per una bottiglia prestigiosa acquistata in enoteca per scelta e per conoscenza diretta, è molto più difficile metterla in campo quando una batteria di calici contiene una tipologia di vino tanto poco nota quanto imprevedibile, che fatica a concedersi e predispone al dubbio. È quindi assai più complicato quando la sua forma, il suo profilo, il suo carattere entrano in conflitto con la nostra formazione, con la nostra idea di vino, con i nostri gusti. La nostra capacità di provare empatia in una gamma di situazioni il più vasta possibile deve essere dunque coltivata saggiamente se si vuole essere degustatori consapevoli. Quando coltivo l'empatia cerco dunque di vedere le cose dal punto di vista del vino, del produttore, del vitigno, del territorio in cui nasce, della stagione che lo ha nutrito. Provo a capire che cosa possiede di speciale e di unico; tento di portare una consapevolezza empatica a ciò che accade in ogni momento della degustazione. Questo significa – sebbene non sia affatto facile – provare ad essere consapevole anche della mia sensibilità. Per entrare in contatto con il vino, è a mio avviso doveroso assaggiarlo in duplice modalità: prima alla cieca (per non esserne influenzati, imponendosi solo di registrare ciò che si percepisce), poi a etichetta scoperta per avviare le riflessioni. La prima fase ti dà un'istantanea, la seconda un'analisi approfondita. Allo stesso tempo, come ho scritto all'inizio del mio ragionamento, col tempo ho capito che non mi bastano mai pochi minuti per sentirmi attratto da un vino, e sempre di più diffido dei colpi di fulmine: per questo è ormai qualche anno che le mie sessioni di degustazione prevedono almeno tre assaggi in tre giorni successivi. E nei casi di prove straordinarie o di cocenti delusioni, ci metto il naso anche il quarto giorno. Per stretta conseguenza, ho sensibilmente ridotto il numero ideale di campioni da degustare in una sessione: oggi sono una cinquantina, non di più (ancora meno per le denominazioni/tipologie/categorie più complesse). Sono sempre più consapevole di essere un pessimo degustatore “da batteria”: per compensare questo limite devo avere la volontà di tessere e ripristinare i legami empatici con i vini che degusto: non sempre ci riesco, ma questo protocollo mi aiuta a mascherare i miei limiti, nutrendo al contempo – in modo direi involontario - la scrittura, che si arricchisce di sensazioni, di vibrazioni, di notizie. 

Francesco Falcone

posted by Mauro Erro @ 07:41,

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