Spunti di vino e fotografia

Avrò avuto dieci anni, doveva essere il giorno di Natale o del mio compleanno.
In primo piano nella foto non c’ero io, ma il sorriso che dilagava sulla mia faccia; uno di quei sorrisi persi e convinti, privi di remore e di perché, che dicono tutto bastando a se stessi.
Non so dove siano rimasti impigliati i fili invisibili tiranti agli angoli della mia bocca, quell’attimo, fatto sta che ci ho messo più di vent’anni e mille chilometri per ritrovarli.

Inizio Settembre, inizio dell’alba.
Calpestavo senza saperlo i sassi del Grands-Echezeaux, una luce chiarissima cominciava ad accarezzarne i filari accendendoli d’un verde carico di promesse.
Sulla mia destra Vosne-Romanée, pietrificata in un’operosità silenziosa e invisibile.
D’intorno un mare, letteralmente un mare di vigna: dolce nel suo impennarsi a sinistra, sconfinato allo sguardo volgendosi indietro, appena declinante fissando davanti.
“Cos’è quella cosa giù in fondo?”
“Dai, te l’avevo detto di studiare… è lo Chateau del Clos de Vougeot!”
Era la mia prima volta lì, mi parve un ritorno. Mi girai di colpo verso chi era con me, allargai le braccia coi pugni chiusi e come per liberazione mi scappò un sorriso. Quel sorriso.
Click. Fermato per sempre.

Non seppi dare un nome a quel benessere, sul momento.
L’ho capito solo riguardandolo poi, da fuori, impresso in una foto in cui ancor oggi c’è tutto: il perché di quell’andare, della passione che fece da carburante e dell’amicizia che lo fece bruciare; e il perché di questo tornare, lì o altrove, ovunque placare una fame irrequieta di libertà, di voci autentiche da ascoltare e mani dure da stringere.
Il vino conta, certo, come può contare una chiave che permetta di aprire una porta affacciata su un panorama infinitamente più vasto.

Quante cose si condensano in una foto, gocciolandone piano ogni volta che volutamente o per caso ci ricascano gli occhi.
Certe foto, come certi vini, realizzano una distillazione di senso non percepibile a occhio nudo.
Camminando in vigna a squadrarne ogni grappolo, o lungo un sentiero a inquadrarne ogni albero, non puoi sapere davvero cosa mai ne uscirà. Tra un’immagine scialba e una bellissima, tra un vino ordinario e uno fantastico il confine è talvolta più labile di quanto si pensi: stare dal lato buono è questione di tecnica, intuito e molta fortuna.
Non puoi dire di voler fare un vino o una foto memorabile, metterci tutto l’impegno e solo per questo riuscirci di colpo; quando accade, però, ciò che ne esce può gettare tanta luce al passato da schiarire il presente.

Vino e fotografia fermano l’aspetto di un luogo in un tempo, cristallizzando un profilo senza ingessare il suo movimento.
Non deve necessariamente trattarsi di una visione esplicita: i casi più interessanti, piuttosto, sono quelli che suggeriscono vuoti da riempire col proprio vissuto per farne cassa di risonanza a pensieri custoditi sottopelle chissà da quanto.
Una bottiglia sa cambiare nel tempo, una foto no; anche quest’ultima, tuttavia, può evolvere imprevedibilmente con gli anni nella misura in cui evolva la nostra capacità di focalizzare l’insieme attraverso le sue sfumature. Indispensabile a ciò quel “senso del partecipare” che la pietra della Szymborska vanamente chiede al suo interlocutore, quel protendersi intriso di silenzio che segna il discrimine tra vedere e guardare, tra sentire e ascoltare.

C’è poi il manipolare del fotografo e del vignaiolo, il loro indirizzare ciò che si è colto senza tradirne la fisionomia originaria.
Cosa dovrebbe essere una buona cantina se non un’appendice di terroir grazie alle pratiche sedimentate dall’osservazione, ai muri incrostati di lieviti, al microclima che lentamente estende il concetto di annata al di là del frenetico intervallo di una vendemmia?
E cosa potrebbe fare di buono un ritocco a un’immagine se non darle più voce alleggerendo un colore o sottolineando un contrasto?
Senza aggiungere o sottrarre alcunché, la sottigliezza del compito sta nel modulare quel che c’è già: è tra l’esecutore e l’autore che sta il delicato ruolo dell’interprete.

Credo che il vino sia una foto senza immagine, o meglio in cui l’immagine c’è ma è trasparente, ricostruibile alla vista procedendo “a ritroso” col gusto e l’olfatto.
Non è il risalire da un profumo o un sapore al profilo di una collina, ma il proiettare alla mente qualcosa di altro che ne sintetizzi d’emblée il carattere, il timbro.
La bruma autunnale suggerita dai rossi borgognoni del ’98, la solarità cupa di certi Chianti del 2003, l’algido sfavillìo di tanti Riesling tedeschi del 2007 - per citarne alcune - sono idee che oltrepassano i dati fisici o chimici pur essendone in vario modo influenzate.
Idee modellate dalla gradualità della luce, che trascendono presunte gerarchie di zone o di annate per assegnare a ciascuna un posto degno nella memoria; immagini che liberano campo alla fantasia schiudendo assonanze concise e incisive, opinabili quanto si vuole ma interessanti, irriducibili nei loculi che strutturano ogni esanime tentativo di omologare urbi et orbi un giudizio.

Si guarda una foto e via a ruota libera ricordi, aneddoti, vita vissuta.
Allo stesso modo si può parlare di un vino senza parlare di vino, quando lo sfilare via un tappo sia un modo per avvicinarsi a chi ci è di fronte.
La magia, in entrambi i casi, sta nel far emergere spontaneamente qualcosa di intimo che trafigga d’istinto la superficie piana dell’evidenza: sul lucido riflesso di una stampa o di un bicchiere, a ben guardare, in primo piano resta sempre il chiaroscuro di noi stessi.

Chianti Classico Le Trame 2002, Podere Le Boncie


ah

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posted by Mauro Erro @ 13:55,

6 Comments:

At 13 gennaio 2012 22:44, Anonymous Armando said...

C'è nei tuoi pezzi la quiete della vera letteratura. L'avrò già scritto, e qui sta il bello: ogni volta è una nuova meraviglia. Non a caso mia figlia ti nomina praticamente ogni giorno, amico mio. Pare sensibile alla sensibilità, e sarebbe fantastico se fosse veramente così.

 
At 15 gennaio 2012 08:09, Blogger Giampiero said...

Non potevi dirmi una cosa più bella.
Ma è tutto profondamente corrisposto, come sai.

 
At 2 febbraio 2012 16:26, Blogger Simo111 said...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

 
At 2 febbraio 2012 16:27, Blogger Simo111 said...

complimenti per il blog, è un piacere leggerlo, soprattutto per chi è appassionato di vini.

www.cantinevistabella.it

 
At 15 maggio 2012 09:06, Blogger Andrea Federici said...

Brividi. Questi sentivo salire lungo la schiena mentre leggevo l'articolo.
Mi vedevo riflesso nel racconto, vista la mia duplice passione per la fotografia ed il vino.

Mi tatuo nella memoria questa tua frase "Certe foto, come certi vini, realizzano una distillazione di senso non percepibile a occhio nudo".

 
At 21 maggio 2012 11:06, Anonymous Silvia Mirino said...

Che bellezza...il vino visto come foto senza immagine...come la classica "madeleine" di Proust!
Che macchina fotografica usi? Sto cercando di trovare delle belle idee per il concorso di Santa Cristina, in cui puoi vincere una Canon...però sono in difficoltà! Meglio creatività o classicità? Non so...ho trovato il tuo blog e ho pensato che avresti potuto darmi qualche consiglio! :)

 

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