La Riserva di Vittorio

Granato squillante.
Naso nitido e scuro, nervoso di sangue, terra e liquirizia; vanno e vengono profumi di cacao, tabacco e corbezzolo, resi appena meno aspri da una florealità sottile che ne intervalla la durezza. La volatile, magistrale per misura, incornicia un quadro complesso e appassionato.
In bocca schiocca, ed è tutto ciò che conta. L’acidità spinge decisa un gusto secco di visciola e sigaro toscano, da cui guizzano echi saporiti di carne; la generosità contadina che l’innerva profonde calore e tannini vividi, come gli sguardi di queste persone qui. Gente per bene, candida e fiera, di quelle che non ti stanchi mai di incontrare.

Che vino è?
Me lo sono chiesto anch’io, bevendolo: una bottiglia senza etichetta infilatami in macchina da Vittorio Mattioli al momento di salutarci, col malcelato orgoglio di farmi avere qualcosa di speciale tutta in divenire.
Una telefonata col senno di poi svela l’arcano.
Sangiovese in purezza da terre chiare e argillose, nessuna selezione particolare in vigna; semplicemente una vasca pareva più inquieta delle altre e s’è fatta sfogare un anno e mezzo in tonneau usati da 500 litri, anziché costringerla subito nello spazio angusto di una bottiglia.
Botti non per aggiungere ma per lasciar respirare, emancipandone il timbro francescano e selvatico di autentica compenetrazione territoriale.

“Sei il primo ad averla, ma voglio sapere che ne pensi…”

Ecco, quel che ne penso.
Penso di non trovare mai le parole davanti a gesti così, il cui vero dono non sta nell’oggetto ma nel dare fiducia.
Penso che ci siano vini fortunati perché nascono liberi, traendo da ciò una luce interiore che li rende bellissimi al di là del mutevole aspetto che guadagneranno col tempo.
Penso, soprattutto, a quanto riempia la testa di aria pulita sapere che esista a due passi da casa un posto riparato tra colline tonde e variegate, dove disciplina agricola e spontaneità umana restano saldamente l’una al servizio dell’altra; dove più che altrove bisognerebbe andare per capire cosa accade quando il senso del concreto fa da vela – e non da zavorra – al coraggio di sognare.


“Le Cese” 2006 Riserva, Collecapretta

www.collecapretta.it


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posted by Mauro Erro @ 07:46,

4 Comments:

At 12 dicembre 2011 09:59, Anonymous Armando Castagno said...

...e sapere che esista una testa del genere e una simile sensibilità nel mondo della critica del vino. Le ultime sei righe di questo pezzo redimono, a spanne, 18 marchette, 12 redazionali e 6 consulenze.

 
At 12 dicembre 2011 14:50, Anonymous Andrea said...

Ne sento spesso (e bene) parlare di questa cantina. Prima o poi devo assaggiarli... ;)

 
At 27 dicembre 2011 11:44, Blogger Luca said...

Sante parole, Armando. Echeccazzo. C'aggiungerei pure una o due verticali di Russò, redimono.

 
At 8 febbraio 2013 14:32, Anonymous Angelo Cantù said...

Stappata oggi una bottiglia di questo fantastico Sangiovese (647 bottiglie prodotte recita l'etichetta). Mi aspettavo un vino rustico con qualche difetto qua e lá; ho trovato un vino entusiasmante, di pieno carattere "sangiovesiano" e di inaspettata eleganza, credo anche adatto a ben piú lunghi invecchiamenti. Trovo quasi miracoloso un risultato di questo genere per una piccola azienda che lavora con filosofia "naturale". Conseguimento meritevole di lunghe ed approfondite riflessioni.

 

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