La grande notte e gli italiani a tavola


Uè, ca nun’è mai troppo, anzi nun’è mai abbastanza.
Piglia a muorz cu tutt’ ‘e rient o’ cul’chiatt’ ‘ra vita
e mangiatill' tutto tu.
Pascal in Big Night

(Uè, qua non è mai troppo, anzi non è mai abbastanza.
Piglia a morsi con tutti i denti il culo grasso della vita
e mangiatelo tutto)


Big Night è un film di Stanley Tucci del 1996, diretto con Scott Campbell (il venditore di Cadillac), che racconta la storia di due fratelli abruzzesi* emigrati nell’East Coast degli anni '50 alle prese con un ristorante italiano sull’orlo del fallimento. Da un lato Primo, l’attore Tony Shalhoub, cuoco intransigente che non vuole cucinare gli spaghetti come contorno di un risotto per i yankee e che, melanconico, coltiva il sogno di tornare in Italia non riuscendo a digerire i compromessi e il cinismo che comporta il sogno americano. Dall’altro il fratello minore, Secondo, impegnato in sala, impersonato da uno Stanley Tucci sciupafemmine, che quel sogno americano vuole cavalcarlo su una Cadillac fiammante e grondante soldi.

Il ring dove avviene lo scontro è la cucina, coacervo di storie e mondi che s’incontrano e la sala dove, nella grande notte per rilanciare il ristorante, intorno a un tavolo gli invitati intraprenderanno la loro personale pugna con il cuoco e il cibo fino a capitolare estasiati e definitivamente davanti a un timballo la cui beltà e le cui geometrie sono degne del Cupolone romano.



Una scena, questa, ricca di citazioni e rimandi ad altre centinaia di film italiani e su italoamericani emigrati, e ad infinite tavole imbandite e lunghe processioni culinarie che a me ha ricordato, soprattutto, la scena di Antonio De Curtis, in arte Totò, che in piedi sul tavolo balla, mangia e nasconde spaghetti in una giacca logora in quel capolavoro che è Miseria e nobiltà.

Perché molto del rapporto che gli italiani hanno (avevano?) con il cibo è culturale nella sua accezione sociale e antropologica: il cibo per esorcizzare la miseria, il rito pagano dell’esaltazione, attraverso il cibo, dell’abbondanza che ci regalano le nostre terre fertili e baciate dal sole. Sin dai tempi dei romani le tavole luculliane hanno sempre caratterizzato noi e la rappresentazione che si dava di noi: di quegli infiniti convivi dove si mangiava fino a sfondarsi per poi capitolare in uno stato di estasi e dolore al contempo. Come se ci guidasse uno spirito di autodifesa suggerendoci mangia oggi finché puoi ché del domani non vi è certezza.

Mi chiedevo se ancora oggi è cosi. Se 40 anni di cultura consumistica, l’arrivo (oggi l’obbligo per far quadrare i conti) delle donne nel mondo del lavoro, i tempi più sincopati, i supermercati, i prodotti fuori stagione, i sughi pronti, se e come tutto questo, insomma, abbia cambiato il rapporto con il cibo dei magnaspaghetti.

E di come siano cambiate le due Italia, quella del sud mediterraneo e ancora profondamente borbonico e quella del nord aspirante mitteleuropeo, ancora oggi a centocinquant’anni dall’unità diverse e distanti, e di quanto si siano allontanate o avvicinate tra loro in questi decenni.

Infine suggerimenti per l’abbinamento a questo film di cui consiglio la visione.
In versione aperitivo, un pomeriggio con gli amici prima di cena, per lasciarsi andare all’evidente fatto che il film fa venire fame. Allora per non scontentare nessuno (noi eterni democristiani) andiamo oltre le patrie terre (noi eterni esterofili) e scegliamo tra un buon riesling tedesco – J.J. Prum, Dr. Loosen o Von Othegraven – e una buona bollicina francese – Guy Thibaut, Francois Billion, Dominique Moreau di Marie Courtain.
Valgono gli stessi suggerimenti nel caso preferiate godervi il film nel dopocena; basta saper scegliere tra i residui zuccherini che caratterizzano la classificazione dei riesling piuttosto che scegliere tra le varie tipologie degli Champagne.

Molto dipenderà anche dalla vostra capacità di resistere alla tentazione di uno spaghetto di mezzanotte dopo il film.

* In realtà i due fratelli erano calabresi, ma in fase di doppiaggio, per evitare lo stereotipo dell’italoamericano un po’ mafiosetto, divennero abruzzesi.

Big Night, Stanley Tucci e Campbell Scott, Usa 1996.
ah

posted by Mauro Erro @ 13:02,

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