Dolceacqua, incanto sul bilico

Rocce appese alle rocce, vigne aggrappate alle tracce rapprese di gente passata, una luce accecante che scalda discese ventose e accarezza pietre di vicoli ombrosi.
Dolceacqua e il suo Rossese sono questo e molto altro, non tutto spiegabile.


Terroir?
In un’area assai vasta rispetto alla superficie rimasta vitata, una lingua di terra al confine tra Francia e Liguria si snoda perpendicolarmente al mare inseguendo i torrenti Nervia e Verbone. Ci si creda o no, queste estremità naturali contornano una zona tra le più emozionanti che un appassionato di vino possa mai visitare.
Dolceacqua, Apricale e San Biagio della Cima sono gemme di un tessuto che declina ogni variante del verde più bello, labirintici borghi in cui muri, scale, archi e terrazze s’intrecciano minuziosi come arabeschi.
I vini nascono altrove, in vigne ripide e inimmaginabili restando nei centri abitati a fotografarne gli scorci. Luoghi che non svelano d’acchito i loro veri tesori e con discrezione consigliano di sfidare il mal d’auto arrampicandosi in cima: l’essenziale, si sa, è invisibile agli occhi.

Non esiste un terroir.
La conformazione geologica frammentata, esposizioni speculari e giaciture tra le più fantasiose rendono la Doc un contenitore affollato di microzone in cui persino il vento non manca di dire la sua, portando in scia fulminei cambiamenti termici annunciati da istantanei preavvisi olfattivi: sentir cambiare i profumi e stringersi nelle spalle è questione di un attimo, qui.
La tradizionale forma di allevamento è l’alberello, radente monumento vegetale magnifico da ammirare ma scomodo da lavorare, al punto da consegnare al guyot il facile ruolo del nuovo che avanza.
Le cantine non sono i posti in cui le cose ritrovano un ordine. Acciaio, cemento, barrique, botti vecchie: il disciplinare non detta ricette e ognuno fa quel che vuole.
Per inquadrare quantitativamente il fenomeno, si noti come la produzione totale oscilli tra le 250.000 e le 300.000 bottiglie suddivise nelle categorie “base” (commercializzabile a partire dal 1° Gennaio successivo alla vendemmia) e Superiore (in vendita a partire dal 1° Novembre successivo alla vendemmia, sovente accompagnata dall’indicazione del cru).
Scomparsi i vini imprecisi dei tempi che furono, in assenza di una tradizione che abbia scolpito modelli consolidati i 31 produttori iscritti alla Doc si interrogano pragmaticamente su cosa debba essere oggi il Rossese di Dolceacqua.


Quale Rossese
I Dolceacqua rimasti nella memoria sono quelli più rispettosi della vocazione del vitigno a porgersi con leggiadria.
Hanno colore rubino trasparente e luminoso.
Sfoggiano nasi respirabili, chiari, centrati su una florealità asciutta che spazia dalla genziana al gelsomino passando per la rosa canina, i fiori di limone e la mimosa; tutt’intorno accenni di pepe bianco, erbe mediterranee e lentisco.
Il quadro è arricchito da una nitida definizione del frutto – in specie anguria, scorza d’arancio e ribes - che dà complessità senza monopolizzare lo spettro olfattivo. I migliori portano in dote avvincenti folate di iodio che dal mare arrivano e al mare riportano.
Le bocche mostrano portamento flessuoso, privo di inutili aggressività; il Rossese ha bassa carica acida e tannini accennati, affidando la sua fisicità al lavorìo combinato di alcol e sapidità.
Non un vino “dritto”, dunque, nè “tondo” vista la relativa agilità di struttura; verrebbe piuttosto da definirlo ellittico per il modo attutito di entrare, svilupparsi con generosità a centro bocca allungando verso un finale ove stringe in ritorni leggeri e amarognoli, talvolta di agrumi e rabarbaro, più spesso di erbe officinali e liquirizia.
Questo modello di Dolceacqua chiama allegramente la tavola, “pioggia tiepida di giugno sul prato del pesto” per dirla con Paolo Monelli.
Le sue qualità lo rendono duttile su elaborate preparazioni di pesce, benché gli abbinamenti più fulminanti siano stati sperimentati con due piatti locali a base di carne: ravioli di coniglio e la celebre capra con fagioli di Pigna, dalla buccia sottile proprio come il Rossese.

Ci sono poi Dolceacqua che paiono poco entusiasti della loro natura e ambiscono a essere qualcosa di altro, qualcosa di più.
Più colore, con il rubino che si fa meno limpido.
Più frutto, spostato su toni cupi di prugna e mora matura che tolgono brio al lato floreale.
Più tannino, dalle sensazioni rugose e posticce.
Più estratti, con appesantimento dello sviluppo e incapacità di trovare una sintonia spontanea col cibo.
Pur in assenza di ipertrofie caricaturali, la forzatura interpretativa di siffatto modello risulta palese nel confronto alla cieca con l'altro sopra descritto: il “di più” si traduce in un “di meno” strategicamente pesante, ossia lo smarrimento dell’unicità del binomio vitigno-territorio.
Dal tentativo di produrre un Rossese che colpisca con una fittezza che costituzionalmente non ha, insomma, scaturiscono vini assimilabili a quelli di tante altre zone, candidati a disperdersi nel variopinto anonimato delle enoteche e della grande distribuzione.
Non sorprende, peraltro, come talvolta entrambi i modelli siano rintracciabili all’interno della stessa azienda, dando luogo a uno schizofrenico cambio di stile: al “normale” un’espressività sbarazzina e croccante, al Superiore superflue cure ricostituenti che appannano il talento delle uve migliori. Un’ingenuità tipicamente italiana dura a morire, quale che sia la latitudine.

Assaggi coerenti di annate e aziende diverse fanno ipotizzare nel legno il materiale più adatto all’affinamento, purché utilizzato esclusivamente per consentire al vino di respirare senza perdere identità. Da bandire, al contrario, ogni fine cosmetico che ne sfiguri la fisionomia con sentori stucchevoli e omologanti.
Mentre il cemento rappresenta una valida alternativa in tal senso, l’acciaio - al di là di una maggiore praticità d'utilizzo - pare talvolta irrigidire la vitalità della materia consegnando un profilo pulito ma freddo, specie in bocca.

Una riflessione ulteriore.
Pressoché tutti i produttori, oggi, non vinificano più ricorrendo all’apporto dei raspi.
L'elevata età dei vigneti potrebbe tuttavia incoraggiare un graduale recupero di tale pratica, magari solo attingendo dalle piante più vecchie, per supportare in via naturale la modesta tannicità del Rossese e favorire un arieggiamento del mosto che ne contrasti la tendenza alla riduzione.
L'impiego dei raspi esige ottime vigne, mano chirurgica e periodi più lunghi per l'assestamento dei vini, in contrasto con l’urgenza commerciale che traspare dal disciplinare. Bottiglie figlie di un’epoca andata, tuttavia, sono lì a suggerire che varrebbe la pena discuterne: non furono vini nati gentili, ma la rusticità giovanile è sbocciata nel tempo in un’eterea eleganza puntellata da tessiture sode e tannini ancor vivi.
Come nacquero? Botti usate, lieviti di cantina, poco alcol e – appunto - uso dei raspi.
Senza voler dettare ricette che non esistono, viene però spontaneo pensare che la tecnica dei figli dovrebbe sempre assorbire la sapienza dei padri. Dolceacqua ha una storia silente con molte cose rimaste non dette.


Nel tempo

Sa invecchiare?
Ci si intenda sui termini.
Esistono denominazioni dotate di gittate temporali notevoli, incapaci però di sviluppare profili organolettici sostanzialmente diversi da quelli di partenza: i descrittori restano più o meno gli stessi, e il senso di eterna gioventù che li mummifica è retto da durezze autoreferenziali scemate le quali i vini repentinamente si sfaldano.
Esistono altre denominazioni la cui possibilità di viaggiare nel tempo è più limitata, ma che in quel durante sintetizzano complessità appassionanti, sviluppano suggestioni nuove, evolvono in qualcosa di altro che sfuma con graduale lentezza. Gran parte del fascino del vino passa di qui.

Il Rossese di Dolceacqua non si conserva, ma è capace di evolvere.
Non cristallizza negli anni la radiosa espressività giovanile, ma finché il suo cuore sa ancora pulsare può arricchirsi di chiaroscuri che lo rendono stregante e fiabesco.
Non c’è una regola, qui meno che altrove. Fatto sta che strabilianti vecchie bottiglie - più d’una - ci hanno trovato e toccato come in sogno, lasciandoci il dono di emozioni ancora frementi.


Adesso
La maggior parte degli assaggi ha riguardato le annate attualmente in commercio: 2009 per il Superiore e 2010 per il “normale”.
Quest’ultima è annata chiaramente felice, equilibrata e solare, dalle prospettive eccellenti.
La 2009 è invece caratterizzata da una produzione di qualità medio-bassa, al punto da indurre talune aziende a rinunciare alla produzione del Superiore; non mancano, tuttavia, rilevanti eccezioni.
Senza pretese di infallibilità, un elenco di vini che si vorrebbero avere sempre sul tavolo:

Rossese di Dolceacqua 2010, Tenuta Rondelli
Rubino chiarissimo che accende il pensiero di un pic-nic sull’erba.
Naso semplice e primaverile in cui spuntano rose, mentuccia e fragoline di bosco; l’immediatezza è un pregio che il vino mantiene anche in bocca, dove sfila succoso e spigliato. L’auspicio è che col Superiore 2010 (ancora in affinamento, non assaggiato) la mano di Roberto Tondelli resti altrettanto leggera. Nel frattempo, complimenti.

Rossese di Dolceacqua 2010, Gajaudo
La lentezza è un buon inizio, sempre. Questo non fa eccezione partendo sommesso per aprirsi ad ariosi profumi di anguria e fiore d’arancio; bocca ancora in fieri, appannata da sentori fermentativi che presto si dissolveranno. Assai apprezzabile il contenimento dell’alcol, qualità costantemente cercata in azienda per preservare la croccantezza di beva. Il Superiore 2010, non in bottiglia, promette altrettanta capacità dissetante con un tocco di articolazione olfattiva in più.

Rossese di Dolceacqua 2010, Azienda Agricola Caldi
Naso originale e severo, parte da note di lievito fino a schiudersi su un intenso tono linfatico; sta ancora cercando una forma, la bontà delle sensazioni lascia immaginare che non impiegherà molto a trovarla.
In bocca è succo di lampone in purezza, di cui oltre al sapore richiama un'acidità ficcante che aiuta gli estratti a distendersi. Cresce nel bicchiere, il che è ovviamente un buon segno.

Rossese di Dolceacqua 2010, Maccario-Dringenberg
Naso terroso e vegetale, con ritorni di pigna, rosmarino e maggiorana; non difetta di energia, che spende muovendo su accattivanti tonalità fruttate e una chiarissima florealità. In bocca è crudo e pungente, la spiccata sapidità ne traghetta lo slancio verso un finale di carattere che chiama il cibo con naturalezza.
Giovanna Maccario e Goetz Dringenberg conducono con rigore e coraggio un’azienda dalla storia encomiabile; la produzione è completata da due Rossese Superiore provenienti da cru distinti, Posaù e Luvaira, a loro volta oggetto di meticolose vinificazioni parcellari che testimoniano all’assaggio quanto ampia sia la tavolozza cui con questa terra sa colorare i suoi vini.

Rossese di Dolceacqua “Galeae” 2010, Kà Manciné
Naso ritroso e compresso, i bagliori marini e di macchia mediterranea che si affacciano a intermittenza lasciano presagire ottime cose una volta smaltito il giovanile “mal di bottiglia”.
In bocca è determinato senza forzare, compendiando mirabilmente agilità di struttura e gagliardia della materia; notevole la qualità del tannino. Vino rigoroso e di spessore, da seguire nel tempo.

Rossese di Dolceacqua 2009, Tornatore Giuseppina
La spontaneità di cui è intriso non consegna un modello di precisione, tendendo a una semplicità un po' sfuocata che stride con la correttezza formale di altri omologhi meglio acchittati.
Lasciati i clinici banchi d'assaggio, però, ribalta prodigiosamente i giudizi risvegliato dal calore del cibo, con cui salda legami di rara efficacia grazie alla tessitura di bocca fluida e dolcissima.
Non un vino in cui perdersi rincorrendo profumi leziosi, ma che a tavola un secondo bicchiere sa strapparlo con facilità; a Nuccio Tornatore, vignaiolo all'antica di occhi vispi e modi gentili, basta certamente così.

Rossese di Dolceacqua Superiore 2009, Cooperativa Riviera dei Fiori
Naso articolato e sottile in cui si distinguono granatina, menta piperita, ribes e lime; bocca pulita e aggraziata, di ammirevoli proporzioni, in cui riecheggia con precisione la freschezza olfattiva.
Un modello di understatement, con gestione esemplare di un’annata difficile.

Rossese di Dolceacqua Superiore 2009, Du Nemu
Naso serio e compatto da cui trapelano resina, salamoia e pietra focaia stese su un tappeto di erba.
Bocca stringente e corrispondente, non disperde materia in morbidezze ammiccanti puntando deciso al cuore della lingua rinfrancandola con uno sviluppo essenziale e diretto.

Rossese di Dolceacqua “Bricco Arcagna” 2009, Terre Bianche
Il più “borgognone” dei Dolceacqua, almeno in gioventù.
Il 2009 ha naso netto di rosa canina, melograno, visciola e menta.
In bocca la tensione della materia duella con un legno ancora da digerire che ne asciuga in parte lo sviluppo, specie aromaticamente; se ne sta in souplesse ad attendere che il tempo lo emancipi, cosa che puntualmente avverrà nel giro di qualche anno in bottiglia e – una volta aperto - di qualche minuto nel bicchiere. Al 2007 ne sono serviti venti per scrollarsi di dosso come un foulard una dolcezza che sentiva stretta, aprendosi poi a una complessità martellante.
Il 2010, ancora in barrique, mostra oggi una sensualità irresistibile: l'annata favorevole lo ha cesellato splendidamente dandogli tutto per inserirsi nel novero delle migliori versioni passate. Non potrebbe immaginarsi complimento più grande.
Filippo Rondelli è persona dotata di un'ampia visione delle cose, non solo perché affacciandosi dalle sue vigne pare di volare: egli ha cultura, sensibilità e apertura mentale per assumere responsabilità che travalichino gli orizzonti aziendali e guardino alla denominazione nel suo complesso.
Con l'aiuto di molti, nell'interesse di tutti, sarebbe auspicabile che andasse così.

Rossese di Dolceacqua 2009, Mauro Antonio Zino
Naso variopinto, imperniato su note di erbe mediterranee affiancate da fiori e pepe; esce di traverso uno sbuffo combusto che ne scurisce i contorni arricchendolo di profondità.
In bocca ha slancio da vendere, grazie all'energica scia minerale che sfuma in un finale succoso di timo e corbezzolo. Molto bello e altrettanto buono.

Rossese di Dolceacqua Superiore “Poggio Pini” 2009, Tenuta Anfosso
Naso sottile, ancora in sé, freschissimo di fiori e di sale, improntato a una compostezza pudica nello svelare qualcosa che si sta ancora formando.
Bocca sul frutto, più espressa benché ancora indietro, la cui spinta è innervata da una “rocciosità” che imprime lunghezza a una chiusura saporita e vibrante.
Dolceacqua di sicura autorevolezza, che richiede solo pazienza per sciogliere la sua riservata eleganza; il 2007 ha cominciato a farlo da poco ed è davvero un bel bere.

Rossese di Dolceacqua “Arcagna” 2009, Testalonga
Un colpo al cuore.
Naso lindo e boschivo di resina, eucalipto e pinoli, schiarito da finissimi ritorni di zenzero, anguria e legno di cedro; non smette di cambiare, come animato da una placida urgenza di racconto.
In bocca libera agilmente la sua carica sibilando note crude e misurate di pesca, ginseng e basilico. Stacca da ogni altro per il modo unico di toccare la lingua, da cui pare sollevarsi in assenza di materia seminando tracce durevoli di impalpabile emotività.
La gioventù non è una condizione da cui affrancarsi, né un disarmonico pegno da pagare alla vitalità: c’è qui un fondamentale equilibrio costitutivo che dota subito il vino di testa e gambe per andare lontano, per cambiare nel tempo rimanendo se stesso. La scintillante energia del 2010 o la bellezza ascendente del 2007 non sono allora che punti distinti di una medesima retta narrativa.
Ben più di cosa sa, a rendere speciale questo vino è ciò che è.
E’ Rossese, certo.
E’ Arcagna, e non è poco.
E’ Antonio Perrino, soprattutto.
E’ la sigla della persona apposta in calce al timbro del luogo, qualcosa che va oltre uno stile interpretativo sostanziandosi in una carica umana che, lungi dal sovrascrivere il dato territoriale, lo arricchisce di un quid carismatico grazie al quale un vino astrattamente identificabile diventa inconfondibile.
“E’ lui!”.
E’ la grafìa in sé a trasmettere con l’armonia di un tratto non necessariamente perfetto significati pregnanti quanto quelli delle parole scritte, senza per questo tradirne il senso.
Un gentiluomo che ascoltando la terra ha imparato a parlare a chiunque; bersi un bicchiere del vino che fa e sentire il calore di una conversazione mai chiusa.
Non voglio chiedere a questa passione nient’altro di più.




foto e testi di

Giampiero Pulcini
ah

Etichette:

posted by Mauro Erro @ 07:36,

12 Comments:

At 7 giugno 2011 09:33, Anonymous andrea said...

E bravo "ciccio"!!! Bellissima descrizione dei luoghi, dei vini. Integriamo parlando della gente, dei produttori e dei viticultori, poi un po' di storia e troviamo un quadro splendido di un luogo splendido ed un vino splendido!
A la prochaine!!!

 
At 7 giugno 2011 09:54, Anonymous Armando Castagno said...

Si rimane senza parole davanti a un pezzo del genere.

 
At 7 giugno 2011 11:02, Anonymous Giancarlo said...

Ti ricordi, Armando, quello che ti dicevo pochi giorni fa a proposito dello scrivere di Giampiero? Avrei voluto spiegare meglio il senso del mio pensiero, ma non c'era tempo. Ora non è più necessario, basta rileggere questo articolo ed è chiarissimo quello che avrei voluto dirti.

 
At 7 giugno 2011 12:54, Anonymous Marco said...

Uno degli scritti sul vino più belli degli ultimi anni. Un pezzo da mostrare a chi chiede come si deve scrivere di vino. C'è tutto quello che serve per dare dignità a questo amore: cultura, sensibilità, preparazione, visione, dettaglio.
Bello, un pezzo che invecchierà bene, magari meglio dei vini che descrive. Un pezzo da conservare (aspettandone altri). E la conferma che, oltre ad aver incontrato un grande degustatore, siamo di fronte anche ad un scrittore di vino dal talento cristallino e dal timbro, finalmente, originale. Incantato, monsieur

 
At 7 giugno 2011 13:07, Anonymous Francesco Amodeo said...

Un pezzo incantevole, davvero. Sia per abilità narrativa che per competetenza e talento degustativo. Questo E' il modo con cui desidero venga trattato il vino. Questo E' il modo di fare informazione.

Complimenti.

 
At 7 giugno 2011 17:03, Blogger Luca Risso said...

Accidenti, sciapò!
Luk

 
At 8 giugno 2011 11:00, Anonymous Diego said...

Complimennti! Mi hai fatto emozionare...

 
At 8 giugno 2011 17:04, Blogger Luca said...

Dopo averlo fatto in privato, mi par giusto rendere omaggio pure qui, ad uno scritto fervido, lindo, rugiadoso. Che il Nostro abbia il talento di quelli grandi, era cognito.
Mi piace che questo grande pezzo rifletta, una volta di più, l'instancabile, sempreviva, inesausta capacità di meravigliarsi di Giampiero, si parli di Rossese, di Sancerre, di Romanée St.Vivant o dell'umillimo vino di caduta di un produttore del suo cuore. In faccia a chi ha fatto dello scrivere di vino, o del parlarne, un sovranamente stupido strumento di potere o sopraffazione, e non di aggrandità civiltà.

 
At 8 giugno 2011 20:09, Anonymous Giancarlo said...

Tutto ste parole quando potevi cavartela alla Verdone, con tre parole tre: un sacco bbbello.
Comunque concordo, in particolare sulla capacità di Giampiero di meravigliarsi: è la dote dei migliori.

 
At 9 giugno 2011 07:59, Anonymous Alessandro Marra said...

C'è la penna e c'è il cuore. E i contenuti, of course. ;)
Un post bellissimo.

 
At 9 giugno 2011 08:33, Anonymous Anonimo said...

Letto, riletto e riletto. Proprio bello. Uno quei rari pezzi che ti lasciano la voglia di continuare ad imparare.
Lello DF

 
At 9 giugno 2011 22:24, Blogger Giampiero said...

Sentite, non so che dire.
Grazie, veramente.

In realtà il pezzo s'è scritto da solo, era tanto che non vivevo istanti di magia così palpabile: sicchè ho dovuto soltanto lavorare di lima, e in certi passaggi di machete.
Ci penserà qualcun altro a finire il lavoro, a tempo debito, e non sto nella pelle al pensiero di cosa potrà essere il SUO articolo.
Non ne è stata scritta ancora nemmeno una parola, ma già so che sarà un incanto.
Per il bilico vedremo di organizzarci.

Infine, un ringraziamento particolare ad Aldo per avermi voluto lì; per il suo modo ruvido e autentico di voler bene ai luoghi e alle persone.

Giampiero

 

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