Minerale effervescenza

Se leggete l’interessante post di ieri di Fabio Rizzari (dato che con le tecniche moderne si può imitare tutto, perfino il totem tanto idolatrato oggi della mineralità) e vi aggiungete le considerazioni qui espresse da Fabien Cimmin qualche giorno fa sulla degustazione, capirete che mi sto inoltrando in un sentiero minato a meno che non lasciate da parte elucubrazioni intellettualistiche lasciandovi al piacere edonistico della bevuta che, quando c’è una buona bollicina di mezzo, si fa “compulsiva”.
Quindi ciancino le bande di mineralitè ché nel frattempo noi si beve.

Metodo Classico Nerello Mascalese Brut 2007, Murgo (15 € .ca)
Certo non è l’Etna e il nerello mascalese le prime cose che si pensano bevendo un buon metodo classico. Allora provatelo per ricredervi. Una ventina di mesi sui lieviti per un prodotto di ottima fattura dal naso fragrante, giovane, aromaticamente sfaccettato nelle nuance di erbe aromatiche, di bianca mineralità. Non ancora e del tutto disteso al palato (per cui potreste anche dimenticarlo un po’ in cantina) s’allunga nel finale grazie ad una luminosità salina.

Champagne Blanc de Blancs Brut Nature, Laherthe Freres (35 € .ca)
È probabile che a guardare la bottiglia uno pensi di trovarsi davanti ad una delle etichette più brutte che si siano mai potute concepire. Però quei sassi ritratti rendono bene l’idea. I fratelli Laherthe sono dei maniaci fanatici del terroir e della vinificazione parcellare (10 ettari divisi in appena 75 parcelle!!!).
Anche qui un bianco candore minerale fa da sfondo ad un naso di bella intensità e variegata aromaticità, ma è la bocca a trascinare con una bella densità di succo che solo i buoni Champagne sanno avere. Coniuga larghezza a grande ritmo e tensione. Chiude lungo, asciutto ed invoglia a continuare senza sosta. 24 mesi sui lieviti.

Asprinio di Aversa, metodo classico, Extra Brut, Grotta del Sole (20 € .ca)
Anche in Campania si possono fare ed assaggiare ottime bollicine. Ne è la riprova questa cuvée dei millesimi 2004 e 2005, 56 mesi sui lieviti, sboccato nel 2010, da Asprinio, per cui aveva una fissazione il buon Gennaro Martusciello che sin dagli anni ’80 si divertiva a produrlo e che l’azienda Grotta del Sole continua a proporre in 3.000 unità.
Dal bianco candore dei sassi delle precedenti bolle al giallo di una solarità accogliente con profumi di nocciola tostata e fiori. Palato che sa coniugare grasso e tensione acida fino al finale asciutto e composto. Fosse un pizzichino più lungo sarebbe perfetto.
a

posted by Mauro Erro @ 09:03,

11 Comments:

At 24 maggio 2011 10:10, Anonymous Anonimo said...

Mi ricollego al post di Rizzari, al mio dell'altro giorno ed alcuni commenti pervenuti per dire che:

Continuo a pensare a Fabio Rizzari come uno dei migliori degustatori italiani.

In grado benisssimo riconoscere il grande vino da una sua imitazione.

Allora perchè insiste su vini come Montevetrano (meno ma anche su Terra di Lavoro) ?

Non mi dite che la domanda dovrei farla a lui perchè già in passato ho ricevuto risposte stizzite.

La spiegazione è semplice, secondo me, e duplice:

1)l'amicizia col produttore (una amicizia sana e trasparente sia ben inteso nessuna allusione o sospetto)

2)il classico meccanismo del bravo alunno che campa di rendita (vi assicuro che l'ho provato sulla mia pelle, presentati ad un esame con un libretto con quasi tutti 30 e 30 lode e ti assicuro che le tue prestazioni verranno sistematicamente sopravvalutate). Mi spiego. Le prime annate del Montevetrano (come di Terra di Lavoro) erano veramente interessanti oggi la sbiadita copia di se stessi ma per una forma di, non saprei, improbabile coerenza c'è chi continua a premiarli.

Così i degustatori rischiano di perdere la propria credibilità. Sia ben chiaro vale anche per il sottoscritto quando esagera con valutazioni e punteggi su vini cui sono particolarmente legato...

fabien cimmin

 
At 24 maggio 2011 13:12, Anonymous Rizzo Fabiari said...

Trovato il link al mio post di ieri, del che ringrazio, leggo questo primo commento e rispondo volentieri; senza stizza alcuna, aggiungo. È legittimo e comprensibile pensare che un vino ripetutamente premiato in diverse edizioni di una guida possa aver staccato una sorta di abbonamento, qualunque sia la sua qualità reale.

Nel nostro caso - intendo dire di Ernesto, mio e della nostra squadra - non so come scegliere le parole giuste per dare forza a un concetto centrale/decisivo/irrinunciabile/ossessivo: massima correttezza e massima aderenza al risultato degli assaggi, senza alcun aggiustamento successivo. Un elemento sul quale, forse con presunzione, ci sentiamo davvero inattaccabili. Soprattutto in un contesto giornalistico dove questo rigore non è merce comune. Potrei portare un numero di esempi a undici cifre, ma penso che il nostro lavoro parli da solo. Abbiamo mille limiti, potremmo migliorare su molti fronti, facciamo errori come tutti; ma sul piano della deontologia professionale pochi, pochissimi sono maniacali quanto noi. Insomma, far lampeggiare che su certe nostre valutazioni non ci sia totale trasparenza è come sostenere che il latte è nero o che Borghezio è uno statista di alto profilo internazionale.

La verità è molto più semplice, e disarmante nella sua ovvietà: pur riconoscendo che stilisticamente siano vini meno nelle nostre corde rispetto al passato, diverse annate di Montevetrano e di Terra di Lavoro continuano a piacerci.

Quando non ci garbano al punto di premiarle (cito il caso del 2006 del rosso di Silvia o del 2008 e 2004 di Galardi) non le premiamo. Tutto qui. Se poi sono vini che non convincono altri colleghi o appassionati, pazienza, ci sta.

Un’ultima nota sui legami con i produttori. Se nel sistema solare c’è un giornalista che frequenta meno di me i singoli vignaioli, vorrei conoscerlo. Diversi miei colleghi sono veri presenzialisti, e legittimamente, ci mancherebbe; non mancano nemmeno alla degustazione annessa alla Sagra della Salsiccia di Tunisi; io sono e mi considero e sono considerato – ahimé - un vero assenzialista. Conoscere pochi produttori di persona è oltretutto un limite professionale: puoi capire bene che ricevere osservazioni proprio su questo punto risulta surreale. Buona giornata e buon lavoro

 
At 24 maggio 2011 13:40, Anonymous Anonimo said...

Ci tengo solo a precisare che avevo già chiarito onde evitare malintesi e soprattutto offendere il Vs. lavoro (che anche come guida stimo) trattarsi di: "una amicizia sana e trasparente sia ben inteso nessuna allusione o sospetto".

 
At 24 maggio 2011 13:49, Anonymous Mauro Erro said...

Oltre la giusta precisazione quasi quasi approfitto della gentilezza nell'intervenire di Fabiari per porre un quesito:

ma è veramente un peccato mortale frequentare anche assiduamente i produttori senza che si metta in dubbio l'onestà del degustatore?

(come dire: fossi stato critico d'arte e contemporaneo di Picasso, certo che lo avrei frequentato, e molto pure, per capire meglio e apprezzare di più il suo lavoro, oltre che godere della compagnia)

 
At 24 maggio 2011 13:57, Anonymous Rizzo Fabiari said...

"Omnia munda mundis", dicevano un tempo a Bari: niente di male a frequentare produttori, e anche ad avere legami di amicizia con essiloro.
Ovviamente, maggiore è la confidenza, maggiore dovrà essere il rigore deontologico nel formulare un giudizio non condizionato. Il che richiede una serietà e una capacità di astrazione non scontate.

 
At 24 maggio 2011 16:29, Anonymous Mauro Erro said...

Ovviamente.

Così come credo che un maggiore dialogo tra le parti pacifico, sereno e serio (cosa non affatto semplice: ricevere complimenti è molto facile confrontarsi con le critiche meno) sia necessario al miglioramento del reciproco lavoro.

nel rispetto dei ruoli.

 
At 24 maggio 2011 17:32, Anonymous Fernando Pardini said...

Conosco Fabio (Cimmino) da tanti anni. So del talento e della buona fede. Non nascondo l'antica, sì antica, amicizia che ci lega. So anche della proverbiale sua visceralità, di stampo prettamente partenopeo. Guai se non ci fosse. Non sarebbe più Cimmino!
Ammetto però che sottintendere, Fabio, che nel lavoro espressico possano esistere dei lati oscuri, come quelli chessò che portano ad incensare un Montevetrano o un Terra di Lavoro ( ma a questo punto tanto varrebbe estendere a tutto il parco vini recensito) aldilà del valore intrinseco del bicchiere, un po' ferisce anche me, dal momento in cui si mette in dubbio non tanto la credibilità di un lavoro quanto delle persone che lo fanno.
Perché, ne abbiamo parlato insieme tante volte ( mi ricordo un Merano....), ciò che mi spinge a continuare quella collaborazione e a frequentare quello sparuto gruppo di lavoro ( ché siamo alla fine della fiera in 6-7 persone) da circa 9 anni, è l'assoluta libertà di potersi esprimere per quel si pensa, senza costrizioni, veti o interdizioni da parte di alcunché, editore o chicchessia. E' la consapevolezza di vivere un piccolo miracolo che fa sì che questo immenso lavoro di "analisi e fanteria" chiamato Guida possa considerarsi per davvero un lavoro condiviso, a più voci, partecipato, con la volontà di concedere spazio a ciascuna voce critica, senza prevaricazioni e senza forzature. Un porto franco della critica enologica: chi l'avrebbe mai detto?
Il numero esiguo degli attori in gioco e le modalità particolari assunte per svolgere questo lavoro fanno sì che ogni scelta, vieppiù la fatidica Eccellenza, sia il frutto di una condivisione. Se il Montevetrano di turno è approdato qualche volta all'eccellenza, significa aver passato dalle forche caudine di assaggi incrociati di 6 degustatori diversi ( quindi pressappocco l'intera squadra espressica).

Trovare anacronistico pensare alla serietà e alla preparazione degli autori ( come tu stesso ammetti) rispetto al giudizio, a tuo parere inspiegabile, su di un vino, al punto da sottintendere che ci sia dell'altro, potrebbe fare il paio fra le parole bellissime che hai speso su diversi alfieri espressici in un recente post apparso questo blog ( e devo dire che quelle parole mi hanno imbarazzato, e anche emozionato per l'indebito raffronto veronelliano), ivi compresi Giampaolo Gravina e gli stessi curatori ( ma Ernesto Gentili è tutto men che altezzoso credimi, e Fabio Rizzari è dotato di una autoironia talmente imbarazzante da tenerlo ben distante dai palcoscenici e dai piedistalli!) e quello che qui sopra dici.
Non di anacronismi inspiegabili si tratta, chiamali semplicemente giudizi diversi dai tuoi, che magari non ti convincono, quello che vuoi; ma credimi quando diciamo che tutto parte e si ferma al bicchiere".

Con stima immutata

Ciao Fabio, ciao Mauro

 
At 24 maggio 2011 17:57, Anonymous Anonimo said...

Hai ragione Ferdinando e vi chiedo scusa. Lasciamo perdere il punto uno e concentriamoci sul punto due. In realtà tutto partiva dall'assunto iniziale del saper distinguere il grande vino da una sua imitazione.

Beh, per me, il Montevetrano ed il Terra di Lavoro hanno nel loro dna l'essere un imitazione del grande vino.

Del resto Montevetrano nasce proprio con questa precisa intenzione. Non potendo contare di certo su tradizione, storia o territorio ma semplicemente sul desiderio di una donna di provare a produrre un "grande" bordeux sui Picentini.

All'inizio ripeto, secondo me, e confermo con risultati davvero interessanti e sorprendenti.

Annata dopo annata rivelandosi, invece, sempre più monotono e ripetitivo. Esercizio di stile legato alla tecnica ed un modo di sentire che definirei tecno(eno)logico".

Beh alla fine mi aspetto che un grande degustatore o almeno che ritengo tale si accorga di questo processo imitativo e sia in grado di distinguerlo dal grande vino...

 
At 24 maggio 2011 18:38, Anonymous Oibaf Irazzir said...

Mi scuso per la trascrizione del nome ma sto rispondendo dal computer di alcuni miei conoscenti algerini. Non c’è dubbio sul fatto che il Terra di Lavoro, e a maggior ragione il Montevetrano, siano centrati su elementi stilistici cosiddetti “internazionali”, dalla ricerca dell’espressione più matura del frutto all’estrazione di tannini levigati e all’uso di legni piccoli, con conseguente corredo di note speziate e dolci.

E fin qui siamo alla scoperta dell’acqua calda: spero che il nostro severo interlocutore non ci consideri così sprovveduti da non intravvedere questi ovvi caratteri.

Ma da questo a rubricarli come “imitazioni” del grande vino, ce ne corre. Per imitazione, almeno nel mio post, intendo lo scimmiottamento della qualità: scarsa qualità del frutto contrabbandata come alta, scarsa qualità dei tannini contrabbandata come alta, scarsa qualità dei legni contrabbandata come alta, eccetera.
E su questo piano, a noi questi due rossi campani non paiono vini basati su una materia prima di scarsa qualità; anzi.

Quanto alla modesta originalità di questo modello produttivo, la abbiamo fatta balenare più volte nei nostri testi, per consentire ai lettori di farsi un'idea delle strategie produttive delle due aziende. Possiamo sbagliarci, ovviamente. E di nuovo: legittimo pensarla diversamente.

 
At 24 maggio 2011 20:26, Anonymous Forse Erro... said...

...ma al di là dei fraintendimenti, spero chiariti, e delle giuste precisazioni, ingenuamente affermerei che questo confronto e supplemento di giudizio - puntuto, ironico, ma sereno - da lettore, non mi dispiace affatto.

 
At 25 maggio 2011 08:45, Anonymous Anonimo said...

Rileggendo il post di Fernando mi preme ribadire, per l'ultima volta (promesso), che proprio perchè stimo tantissimo il lavoro dell'Espresso (che continuo a considerare la miglior guida italiana di settore con la migliore squadra di degustatori in assoluto) che noto e faccio notare quella che mi pare un incongruenza campana che non ritrovo nelle altre regioni.
Tutto qui e rinnovo le mie scuse se ho urtato la sensibilità di qualcuno perchè non era mia intenzione.
Sono io il primo a trovarmi in difficoltà talvolta a giudicare/valutare certi motivi proprio per il motivo esattamente opposto cioè di essere prevenuto.
ma vi posso assicurare che assaggio e compro bottiglie sia di Montevetrano che TdL tutti gli anni ma ormai mi risulta davvero impossibile individuare in essi, neanche alla lontana, le caratteristiche dei grandi vini o di quelli che almeno io reputo tali.
saluti a tutti
fabio

 

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