La Doc Roma e i vini di Damiano Ciolli

DOC Savage, l'uomo di bronzo

Era l’indomani dell’ultimo Vinitaly quando scrissi di una percezione che si faceva largo: che il mondo della produzione, quello della critica e quello degli “utilizzatori finali” fossero ben distanti tra loro, intenti all’introspezione cercando di risolvere i propri problemi di autodeterminazione.
Avevo dimenticato il mondo dei burocrati e dei politici che subito si fecero notare.
Qualche giorno dopo il commissario straordinario Arsial, Erder Mazzocchi, annunciava la immaginifica DOC Roma.
E subito un coro di giubilo (più o meno).

Risparmio ogni commento rimandandovi a questo post di Franco Ziliani.
Tanto ormai Doc e Docg spuntano in ogni dove indipendentemente, non tanto dalla qualità dei prodotti, dal fatto che ci sia una qualche pianta riconducibile alla vite.
Senza dimenticare la Doc Venezia. (???)

Ma torniamo a Roma e al comprensorio laziale.
Devo confessare la mia ignoranza, la scarsa conoscenza dei vini di questa regione, oltre pochi Frascati e assaggi random non sono mai andato. Anzi, per dirla tutta, per me i vini laziali erano tre vini del passato, vestigia di una qualità che non riesco (riuscivo?) a ritrovare ai nostri giorni: da taglio bordolese, il Torre Ercolana, il Fiorano e i vecchi vigna del Vassallo della famiglia Di Mauro.

Ma per fortuna esistono i supereroi che in questa occasione prendono le sembianze di Mauro Mattei, ottimo degustatore e sommelier del Duomo di Alba, già collaboratore di Intravino, e quell’altro scavezzacollo – sempre Intravino – di Alessandro Morichetti che in dono mi mandarono i Cesanese di Olevano Romano di Damiano Ciolli a dimostrazione che anche in questa regione, al di là degli stereotipi che sempre un fondo di verità hanno, si respira una nuova attenzione verso le varietà autoctone e la qualità. C’è un barlume di speranza.

Damiano Ciolli, da Olevano Romano, ha rilevato i 4 ettari di azienda dal padre Costantino nel 2001, proseguendo un’attività che dura da 4 generazioni con l’aiuto di Guido Busatto per le opere agronomiche e di cantina.

Vecchie vigne di Cesanese (quelle del Cirsium piantate negli anni ’50 ed allevate ad alberello modificato) da cui si producono due vini per un totale di 15.000 bottiglie scarse: il Cirsium e il più semplice Silene vinificato e affinato in acciaio.

Cirsium, Cesanese di Olevano Romano, 2005 @@@@
Rosso rubino di belle trasparenze, si presenta al naso con una trama floreale e fruttata scura, una folata d’alcol e qualche iniziale impuntatura, screziatura terroso-legnosa. Vira poi su più serene note di glicine e di tabacco, cuoio, un pizzico di cola. Con la sosta all’aria prende una connotazione austera con note di fave di cacao e polvere di caffè, roccia, agrumi, humus e tabacco da sigaro. Una nota minerale ferrosa che ritroveremo in chiusura di sorso. Bocca scorrevole e senza intoppi, tannino appena polveroso. Finale leggermente segnato dall’alcol, si evidenziano note di salvia e un ritorno appena metallico. In beva.

Cirsium 2006 @@@@
Qui la trama floreale si fa più evidente, note di lavanda in primis, lampone succoso ed erbe aromatiche. Cannella, poi biscotto al rum e fiori d’arancio. Palato più largo, centro bocca raggiante: finale che si ispessisce, trattenuto appena dagli aromi del legno d’affinamento, chiude leggermente amaro. Da attendere.

Silene 2008 @@@
Frutta e fiori, un po’ di terra, spezie: il profilo olfattivo s’intreccia ad un sottofondo arboreo. Bocca semplice e scorrevole. Buon succo, sapido, tannino ruspante. Buon ritorno degli aromi.
a

posted by Mauro Erro @ 08:49,

2 Comments:

At 14 maggio 2011 13:55, Blogger Roman Tales said...

Bravo, Damiano.
Continua così!
Gianni

 
At 15 maggio 2011 14:46, Anonymous antonio said...

interessante

 

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