L’Illuminismo del vino


Ho interrogato la mia ragione; le ho domandato che cosa essa sia: questa domanda l'ha sempre confusa.

Voltaire, Il filosofo ignorante, 1766


C’è stato, è indubbio, un periodo nel settore del vino che potremmo definire illuministico. È coinciso con l’esplosione della ricerca, dello studio e dell’industria enologica e delle biotecnologie. Sviluppo, è bene precisarlo, che corrisponde ad un’evoluzione della società contemporanea nelle sue mille sfumature certo non riassumibili adesso su questo spazio.
Un insieme di conoscenze di ampia portata, che continua a nutrirsi ancora oggi, che ha modificato una certa parte delle campagne della terra – in alcune zone, larga parte. Ha dato risposte a interrogativi, ha semplificato e velocizzato il lavoro rendendolo così più produttivo, ha, allo stesso tempo, disperso in alcune zone una moltitudine di informazioni e conoscenze basate sull’esperienza di anni, sostituendosi ad esse.
Tralasciando l’aspetto mercantile e agricolo della questione, da un punto di vista culturale e comunicativo questa moltitudine di dati, anche contradditori, ha investito anche gli operatori dell’informazione – che ne hanno a ben vedere goduto – modificando temi e linguaggio.
Se pensiamo alle tematiche veronelliane che in sé avevano forza e irruenza oceaniche, oggi sono rivoli le cui tracce, spesso trattate in maniera leggera e superficiale, si trovano sparse sul web o in poche pubblicazioni.
Quanto al linguaggio, c’è poco da dire: Monelli, Soldati, lo stesso Veronelli un tempo, Parker oggi; al racconto di viaggio si è in gran parte sostituito la guida, la scala centesimale, il tannino ellagico.
Guardando con equilibrio e spirito storiografico, cercando una semplice ricostruzione con fare laico, non possiamo non evidenziare questo percorso con animo positivo come forma di arricchimento nell’affrontare le tematiche dell’oggi. D’altronde questo periodo ha significato anche la diversificazione della platea, del consumatore, dei modi di bere, dei registri con cui l’informazione sceglie di comunicare cosa e a chi. E credo si possano apprezzare allo stesso tempo la poetica di Pardini, i racconti di viaggio di Armando Castagno, la penna talentuosa del giovane Giampiero Pulcini, così come lo stile asciutto e lievemente ironico, la scrittura densa di dati, punteggi e mappe di un giornalista come Alessandro Masnaghetti. E di esempi così se ne possono fare tanti altri.

È solo così, mettendo continuamente in discussione noi stessi e il nostro percorso, che potremo affrontare, non con spirito reazionario e conservatore ma con apertura e curiosità, questo neo romanticismo di oggi che s’incarna nel cosiddetto fenomeno dei “vini naturali”, con i suoi risvolti finanche filosofici – vedi biodinamici e biotici –.
Fenomeno più culturale che agricolo.
Certi produttori, così come aspetti culturali, non nascono oggi: si è amplificata solo l’attenzione da parte dei consumatori e di parte dell’informazione. In Francia, quella dei vini naturali, è cultura più ramificata e più antica perché più forte quell’industriale rispetto alla realtà italiana.
Spesso invece, dalle nostre parti, si procede attraverso fazioni e contrapposizioni, si guarda con cinismo, superficialità e immobilismo incolto (leggi egogatronomico); incapaci di guardare indietro con equilibrio e avanti con curiosità, andando, usando le parole di Giovanni Bietti, incontro al vino.
Certo, si rischia, avventurandosi in luoghi ancora oscuri, proprio con i vini naturali, di esporre il proprio lato ridicolo.
Ma bisognerebbe ricordarsi che ad esporre il nostro lato ridicolo siamo capacissimi da soli, senza aver bevuto neanche un goccio di vino.
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posted by Mauro Erro @ 12:40,

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