Grands Echezeaux Grand Cru 2001, Domaine Renè Engel

Avvicino al naso il calice con un certo timore.
Che io non lo capisca abbastanza. Abbastanza per farmi rapire il cuore.
Come rapito fu il cuore di chi me l’offre che mi guarda con occhi innamorati: li gira verso la sua bella, la bottiglia lì sul tavolo, e mi riguarda.
Mi capisci?
Lo capirò? Mi chiedo.

Renè Engel, Grands Echezeaux 2001.
Vino prezioso questo. Raro, perché dalla scomparsa di Philippe Engel il piccolo Domaine non esiste più. Un amore destinato a morire – eros e thanatos nel loro continuo intreccio – e che vivrà di soli ricordi quindi, stavolta come non mai.

Lo annuso.
È di suadente dolcezza; ti pervade un caldo tepore cordiale, come il maglione della nonna, imperfetto in qualche punto qua e là*, t’abbraccia ospitale come nessun altro. È di evidente nitore tanto da togliere il fiato; lo attraversa una solarità manifesta che sa di lavanda a pennellate, tratti di immediata suggestione visiva, di cromaticità abbacinante, di sfavillante brillio e movimento: uno squarcio di Provenza impressionista illuminata dal sole; distese di lavanda, il glicine, tocchi balsamici di respiro mediteranno e ancora fiori, più o meno freschi, i cui profumi ti investono come se stessi attraversando di corsa, con ardore, quell’orizzonte ritratto.
Lampone maturo. Un tocco dolce e gentile di legno di sandalo.

Lo guardo, il mio amico, tra la folla.
Grazie. Grazie assaje gli sto dicendo.
Dovremmo essere soli. Così denso e intenso questo racconto da meritare maggiore pudore, maggiore intimità e parole sussurrate.
È una narrazione che corre e si snoda per ore e tale l’intensità di ogni battuta, che se ne ricava un’immagine che si rinnova e splende ogni volta per cristallina chiarezza: sa di terra e di humus, di muschio, è picchiettato di melograno, di biscotto dolce e fragrante.
Adesso ti capisco, gli dico di nuovo con gli occhi.

Lo assaggio.

Sarà capitato a tutti voi una cosa del genere. Qualcosa di simile, quantomeno.
Sta arrivando la metropolitana. Si ferma. Si aprono le porte e le persone scendono, ricevete qualche spallata, mentre aspettate di poter salire. Alzate la testa e bam. Di colpo.
Non importa cosa avete visto, ma l’immagine è così immediata e di tale forza e intensità da rimanere bloccati, immobili, da non riuscire a muoversi; di tal pienezza da occupare tutto il vostro campo visivo, prendersi tutta la vostra attenzione.
Poi suona un campanello, si chiudono le porte, e la metropolitana corre via veloce.

Rimanete lì un attimo, avete ancora l’immagine impressa nella vostra mente.
Poi vi abbandonate, il sangue riprende a scorrere nelle vene, continua la vostra vita.
È finita troppo presto. Troppo, troppo presto, pensate.

Vi sedete e aspettate la prossima sperando che arrivi il prima possibile.

* copyright dell’amico.
a

posted by Mauro Erro @ 02:37,

6 Comments:

At 21 febbraio 2011 23:36, Blogger andrea said...

Mauro, davvero: non ho mai letto una recensione così bella di un vino, così poetica, così emozionante.
Lo penso di molti post, di molti pezzi, da Porthos, ad altri blog: ma questa volta meriti davvero questi miei complimenti sinceri: è una descrizione splendida. Spero di trovarne una bottiglia, un giorno, e potermi commuovere ritrovando queste parole.

 
At 22 febbraio 2011 08:53, Blogger Mauro Erro said...

Grazie. Troppo buono (come il vino) :-)

 
At 22 febbraio 2011 11:03, Anonymous Armando said...

Uno scritto di qualità, ritmo e tensione rarissimi, almeno nel settore; molti complimenti.

 
At 23 febbraio 2011 10:36, Blogger Mauro Erro said...

;-O
Grazie esimio ;-)

 
At 2 marzo 2011 18:56, Anonymous Luca Santini said...

Mi accodo ad Armando ed Andrea.

Rarissimo, e memorabile, lo scritto. Dunque, anche il vino.

 
At 2 marzo 2011 19:03, Blogger Mauro Erro said...

e l'amico.
Grazie tante, Luca.

 

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