Gli incazzati del vino

Appassionati sull’orlo di una crisi di nervi. Potrei sintetizzare con questo titolo l’atmosfera che si è respirata nell’ultimo (l’ultimo?) mese in questo mondo del vino. Complici alcuni cambiamenti nel ambito della comunicazione – vedi l’entrata sul mercato della nuova Guida Slowine di Slow food, Daniele Cernilli che lascia il Gambero Rosso, ecc. ecc. – l’aria si è fatta pesante, gli animi incattiviti. Dai principali siti e network fino alla gazzetta di Roccacannuccia sono partiti strali, attacchi, minacce incrociate e messaggi sibillini, accuse impensabili vomitate contro chiunque (Armando non ragioniam di lor, ma guarda e passa). La pervicace ricerca della polemica, petto in fuori come un qualsiasi pavone, è il leitmotiv: innumerevoli fazioni contrapposte. Ah, qualche volta ci sarò caduto pure io nell’errore (il lettore non lo sa, ma mi sto battendo il petto). Però, c’è persino uno che ha usato la parola “criminale” riferendosi allo scritto di un altro wine writer – e vi giuro che né il wine writer è Enzo Biagi, né l’altro Berlusconi.

Non credo sia un modo valido per avvicinare il consumatore al vino.


a) Ricordarsi che ci occupiamo di vino (birre, distillati, cocktail) e cibo. Bello no? Soprattutto perché il mondo non è tutto rose e fiori.


b) Avete presente ciò che accade in Egitto? L’affaire Ruby? Ci sono cose più serie per incazzarsi. Ecco, appunto, siamo seri. :-)


Per questo ripropongo questo vecchio articolo di un anonimo con cui mi piace iniziare i corsi di approccio al vino che tengo per i “consumatori” e appassionati che si avvicinano per la prima volta a questa cultura per apprezzare le virtù di Bacco.
Molto divertente e istruttivo. (m.e.)


La malattia mentale addentra l'individuo che ne viene colpito in due percorsi antitetici. Da una parte lo può avviare verso la depressione; in alternativa, lo può addentrare in un percorso segnato da una sorta di euforia, più o meno eclatante.
A suo modo, il vino può essere considerato come un portatore di malattie mentali. Da una parte è generatore di depressione, e questo accade quando il consumo del vino non esiste, ovvero quando l'individuo è, o diventa, astemio. Dall'altra, invece, cala chi ne fa oggetto di consumo costante in una sorta di mondo euforico il cui livello di intensità un tempo era direttamente proporzionale alla quantità di alcool ingerito e che oggi, invece, è direttamente proporzionale alla quantità di conoscenza acquisita del vino.
A che pro ci lanciamo in questa perentoria affermazione? Vogliamo rilevare che, purtroppo, con sempre maggiore frequenza, più l'individuo ne sa di vino e più i suoi comportamenti risultano segnati da un complesso di alterazioni che non riescono ad essere descritte efficacemente utilizzando le parole inserite nei dizionari di medicina. Insomma sta accadendo che più è grande la conoscenza del vino e più il detentore di questa conoscenza diventa "stronzo".
Sembra una boutade ma è un discorso molto serio ed attiene ad un curioso aspetto dell'animo umano: quando un uomo è interessato a qualcosa tende, giustamente, ad approfondirne la conoscenza per godere di più della cosa che suscita il suo interesse. Ma, inevitabilmente, questa maggiore conoscenza spesso provoca una incapacità di godere al meglio della cosa stessa. Tornando al vino, l'alterazione che più spesso caratterizza chi comincia a conoscerne i rudimenti è quella di non sopportare quanto di sbagliato può accompagnare il vino stesso. Ora, se conoscere di più il vino vuole dire non goderne più perché la temperatura è più alta o più bassa di qualche grado, perché il bicchiere non è quello dalla forma perfetta, perché l'abbinamento con il cibo non è quello giusto, allora l'aver acquisito maggiore conoscenza ha portato inevitabilmente ad un abbassamento del livello di felicità che il vino stesso può potenzialmente dare a chi lo beve Se il crescente esercito degli "amanti del vino" deve trasformarsi in un esercito di "incazzati del vino", sicuramente è meglio rimanere in una beata ignoranza e riviste e guide sarebbe bene chiudessero baracca e burattini. Ma siamo ottimisti e ci piace sognare che non sia sempre e inevitabilmente così. Per cui, vogliamo rivolgere un invito ai sani lettori di pubblicazioni dedicate al vino a farne buon uso. A non utilizzare le conoscenze acquisite tramite articoli e recensioni per pavoneggiarsi con gli amici, per "umiliare" il cameriere del ristorantino che frequentano, per guardare dall'alto in basso il loro vecchio vinaio. A non etichettarsi con quella parola che non esiste (ancora) nei dizionari medici, usando il proprio sapere per deprimere gli altri. Conoscere il vino serve solo a ricavare un piacere maggiore, dai grandi vini come da quelli di consumo quotidiano. E magari ad evitare i dispiaceri che molti vini-trappola ci servono spesso in calici scintillanti.
Un vecchio proverbio siciliano recita "cummannari è megghiu di futtiri". Sarà vero, ma è certo che quello che l'ha scritto non ha mai saputo quanto è bello "futtiri" e quanta felicità può dare a sè e a gli altri.
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posted by Mauro Erro @ 11:51,

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