Il Determinismo palatale


di Margherita Allegri

Ecco il problema di chi beve, pensai, versandomi da bere. Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa.
[Charles Bukowski]


Ieri sera m’incuneavo per l’ennesima volta tra i cartelli stradali e i cantieri della Salerno-Reggio Calabria e constatavo sotto la pioggia il terzomondismo delle vie di comunicazione, come ha scritto Francesco Falcone, del mezzogiorno d’Italia.

Ho pensato immediatamente a come il contesto influisca sugli eventi o sulle persone che in quel contesto vivono e sulla percezione che si ha di essi, per cui, rimanendo a noi, a come alcuni vignaioli assumano tratti lirici o epici talvolta, siano essi custodi di una vigna sul Vesuvio minacciata dalla monnezza o scalatori che s’inerpicano sui terrazzamenti in Valtellina.
I loro vini, di conseguenza, t’appaiono sempre più buoni.

Ovviamente non è un dato scientifico e né vuole esserlo, ma se vale il paragone che si legge e che spesso si fa tra vino e arte, tanto è importante il contesto in cui matura la Divina Commedìa di Dante per poterla leggere e capire, tanto vale il contesto in cui un vino viene partorito.

Se sposto la mia attenzione poi al semplice atto del bere e valutare un vino, ricordo un’intuizione di Soldati – uno che d’intuizioni ne aveva tante, basti pensare alla teoria degli scalini quando si versa un vino al palato – che diceva, più o meno, che un vino assume un sapore diverso a seconda di chi lo beve, di quando lo beve e con chi, senza mai dimenticare che un vino bevuto nel suo luogo di origine avrà un sapore diverso e più buono.

Eppure la critica è andata in un verso ben diverso. Dalla sua effettiva nascita ad oggi, la critica ha formulato i suoi parametri, il suo linguaggio, il suo codice e i suoi protocolli di degustazione – difformi, ma sostanzialmente e in larga misura simili – sotto l’ansia da prestazione e aggiornandola così come si aggiornavano le pratiche enologiche nelle cantine, per non essere gabbati dai cosiddetti vini trappola, assaggiandoli e riassaggiandoli alla cieca, il giorno dopo, facendo attenzione ad ogni minimo particolare: in sintesi, tutto deve essere asettico per tendere all'oggettività.
Una critica che inconsapevolmente si legava a doppio filo con il mondo della produzione sfilacciando il suo rapporto appena nato con il lettore, quel consumatore che, beva come beva, beve sicuramente in modo diverso.

Una volta un collega, durante una degustazione, stanco delle numerose disquisizioni tecniche su di un vino, si gira e mi dice: ma un vino lo si valuta a tavola.
Non so, ho pensato, quali saranno le abitudini, i modi e le quantità di consumo del vino in Italia da oggi a 40 anni?D’altronde, come ha scritto Bukowski, ognuno ha un suo motivo per bere. Probabilmente si penseranno progetti editoriali che consiglieranno i vini per fascia di età.

Però ieri ho stappato ad una cena con amici (alcuni stranieri, che di vino non sanno niente) un Barbacarlo, l’Oltrepò Pavese di Lino Maga, annata 1990. Un vino intellettuale e contadino si suol dire, con i suoi zuccheri residui, le acidità mordenti e le sue spume. Di fianco un sangiovese che sapeva di sangiovese. Di concezione moderna, “barricato”, più concentrato, annata 2001.

Il primo è finito troppo velocemente e il "consumatore" mi ha nuovamente stupito.
a

posted by Mauro Erro @ 14:27,

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