Votare o non votare, questo è il problema?

Periodo di guide e, come tutti gli anni, riprende vigore la diatriba sulla utilità o meno della valutazione dei vini in punteggi/bicchieri/grappoli/chiocciole….
Confesso che la questione non mi ha mai appassionato più di tanto, ma forse qualche riflessione può essere utile.
Le guide rispondono innanzitutto alle leggi del mercato: devono essere vendute e, quindi, devono offrire al lettore quello che il lettore si augura di leggere. Lo spazio è tiranno e non è pensabile descrivere i vini recensiti con una apposita scheda di degustazione: è inevitabile, quindi, che i produttori vengano presentati con una scheda piuttosto sintetica e i relativi vini valutati attraverso l’uso di punteggi/bicchieri/grappoli/chiocciole…
Personalmente, a una guida chiedo di darmi quello che altrimenti non potrei mai avere: un panorama completo di tutte le zone vinicole, dei produttori e dei loro vini. Non potendo assaggiare tutto di tutti, utilizzo la guida per la prima “scrematura”, riservandomi di approfondire bicchiere in mano quelle cose che hanno attirato di più la mia curiosità.
Utilizzare la guida solo come elenco di graduatorie è usanza che sinceramente capisco poco, anche se temo sia ancora oggi piuttosto comune.
Uscendo dallo specifico delle guide e pensando a tutte le altre possibili espressioni (riviste di settore, siti web, blog, forum…) la questione è più complessa.
Non è mia intenzione abbandonarmi a elucubrazioni su oggettività e soggettività, mi limito quindi ad osservare che il punteggio non può che essere frutto della personale visione del degustatore, semplice appassionato o critico di professione che sia. Il punteggio è una “lingua” come un’altra, ognuno parla la sua e se non si stabilisce di usarne una comune oppure se non si conosce quella dell’interlocutore, inevitabilmente non ci si capisce. Confesso che anche io ne faccio uso, ma a tre condizioni: non prendermi troppo sul serio, farne uso solo tra persone di cui conosco perfettamente il linguaggio, accompagnare il punteggio con una descrizione analitica del vino.
Anche in questo caso, ognuno ha il suo “stile” e una differente capacità descrittiva/evocativa.
Ma, quando mi trovo a leggere o ascoltare “qualcuno bravo”, non sento affatto il bisogno di conoscere anche il punteggio attribuito a quel vino.

Qui di seguito riporto due schede sullo stesso vino, il Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo 2008 di Valentini, redatte da due persone diverse.

1)
Rubino acceso, residuo di carbonica. Naso difficile e stimolante, fa immaginare molto concedendosi poco; sotto gli sbuffi iniziali di grasso di prosciutto dolce e sudore premono profumi crudi di terra, cedro e fragole selvatiche nervosamente aggrovigliati tra loro. Bocca austera e vigorosa, di rigore radicale, percorsa da un'aspra energia sotterranea ancora intenta a darsi una forma. Risoluto senza essere sbrigativo, viaggia spedito sulla lingua saturandone il finale con note dure di sale, ginepro, ribes ed erbe aromatiche. Vino stimolante e intransigente, generoso senza darlo a vedere, saprà dare il meglio di sé quando gli anni di bottiglia ne avranno disciplinato – senza spegnerla – un’irriverenza tesa e silenziosa, quanto mai promettente.

2)
Cerasuolo brillante con riflessi buccia di cipolla e naso che in mezz’ora inizia a vorticare come una dinamo. Ha una varietà che incute timore: a toni terrosi e fungini si sovrappongono note di grasso di prosciutto e netta castagna, indi una componente fruttata di ciliegia e bacche di sottobosco, poi liquirizia, geranio e foglia di vite, si disvela infine una limpida mineralità. In bocca apre il suo vasto respiro boschivo, la sua corposità, il suo cenno tannico, l’acidità infiltrante; sorretto da una spietata sapidità, digrada verso un epilogo che, per la contadina schiettezza dei ritorni di corteccia e fiori, e per l’inaudita estensione, lascia di sasso. Vinificazione in bianco di uve dai cru Colle Cavaliere, esposto a Nord, e Castelluccio, in botti di quercia da 35 hl, dove il vino matura per otto mesi. Interpretazione ostica e nobile quant’altre mai del Cerasuolo d’Abruzzo, che trasuda rispetto verso l’uva e il terroir di partenza, e finanche verso la tradizione contadina delle sue aspre terre. Citando Valerio Magrelli, sta agli altri rosati come la poesia scritta alla televisione: non scorre davanti ai nostri occhi immobili, ma al contrario chiede che gli occhi (e con loro la mente, la curiosità, la voglia di capire) li si muova noi. Anche in questo millesimo volubile, e dopo un paio d’anni di ulteriore affinamento in cantina, li muoveremo. Verso la meraviglia del rosato più complesso del mondo.


Sentivate il bisogno di leggere anche il punteggio attribuito dell’autore della scheda? Io no, perché mi è sembrato di riuscire a cogliere l’essenza del vino e a farmi una idea sufficientemente precisa di quello che troverò nel bicchiere il giorno che deciderò di provarlo.
Se poi c’è la possibilità di sapere qualcosa dell’autore, della sua sensibilità e del suo senso estetico, sarà possibile cogliere e apprezzare anche le piccole sfumature del suo racconto.
Per la cronaca, gli autori delle due schede (saranno loro, se lo vorranno, a svelarsi) sono a mio avviso due delle più belle “penne di vino” in circolazione. Leggerli è per me un piacere.

Giancarlo Marino
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posted by Mauro Erro @ 11:52,

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