Classica tradizione

Franco Biondi Santi

È da un po’ che ci penso, da quando con insistenza guardo questa bottiglia sul tavolo davanti a me. Brunello di Montalcino Riserva 2004, Biondi Santi.
Tra un po’ me lo levo sto sfizio.
Si è lei, la bottiglia che secondo Cernilli, direttore del Gambero Rosso, è, almeno così pare, 100/100.

No, non è semplice questione di punteggio, di misurino, questione tra l’altro affatto semplice.
Credo lo sapesse benissimo, Parker, quando s’inventò il sistema centesimale. Altri prima di lui. La forza prorompente del simbolo.
Michelangelo che affidatagli la Cappella Sistina dipinge, in un importante luogo del cattolicesimo cristiano, le sibille dei riti pagani accanto ai profeti. I cardinali s’incazzarono talmente tanto che volevano buttare giù tutto e così sarebbe andata se non fosse intervenuto il cardinal Borromeo, se ben ricordo.
Basterebbe pensare a Picasso per essere più vicini a noi.

No, stavolta c’è altro. Accanto a ciò c’è l’aura della perfezione.
Lo ying e lo yang o le mani che si disegnano di Escher se amiamo i paradossi.

Ci penso da quando ho chiesto, ad un po’ di persone che lo hanno bevuto, la loro opinione in merito. Meraviglioso, ha detto la gran parte.
Qualcuno, come nota a margine, ha aggiunto che non è come quelli di una volta.
Gli highlander.

Questo mi ha ricordato uno dei miei ultimi assaggi, il Taurasi Riserva Radici di Mastroberardino 2004. Bel vino, davvero.
Un naso classico, terroso, ma di ampio respiro, dettagliato nel tratto balsamico, nel frutto. Al palato mostrava una leggera discrasia rispetto al naso, ben più espansivo di quanto m’aspettassi; era più duro, non ancora del tutto armonico.
Chissà, forse l’affinità nasceva dalla stessa annata o forse c’è un disegno, un progetto di vino comune.

Le cose cambiano molto velocemente e noi cerchiamo di adeguarci, ragionando su concetti d’identità, tradizione e classico.
Io penso sempre alla storiella dello spaghetto con il pomodorino fresco che mi riporta alle mie radici più della pizza divenuta marchio globale, e agli arabi che con la pasta lunga e gli americani che con il pomodorino me l’hanno lasciato in dote.

E allora forse in quella perfezione, in quel 100/100, c’è un nuovo equilibrio raggiunto tra l’identità da un lato e, dall'altro, l’esigenza del mercato di vini pronti e bevibili.
Forse dovremo ricalibrare il nostro concetto di longevità per un vino e cambieremo, come abbiamo già fatto, il nostro modo di berlo.
Forse.
A

posted by Mauro Erro @ 15:19,

1 Comments:

At 3 ottobre 2010 alle ore 16:34, Anonymous Anonimo said...

complimenti Mauro, gran bel post. in poche righe un centinaio di spunti su cui ragionare.
ne isolo uno su cui in mi ritrovo spesso in minoranza negli ultimi mesi: il mantra del "ottimo ma non è più come una volta". A volte è vero, a volte forse è solo un effetto ottico, come una sorta di miopia temporale. Anche perché in molti casi chi si sbilancia in questo modo non le ha assaggiate all'uscita le "vecchie annate" usate come totem.
Ma, a ben vedere, la chiave alla fine non è decidere se è vero oppure no ma ragionare più ad ampio raggio, come dici tu, su concetti come identità, tradizione, classico.
Vogliamo il vino come cosa viva su tutto quello che è elemento bucolico e "filosofico", ma storciamo il naso quando questa vitalità si intreccia con la società, il tempo, il gusto e, oddio lo sto dicendo, il mercato.
Sarà il fermento stesso dell'emozione a cambiare o, forse, ad essere rimpianto come le maglie da uno a undici e le partite tutte insieme la domenica pomeriggio. Non lo so, e mentre cerchiamo di capirlo stappiamo.
Paolo De Cristofaro

 

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