Barbaresco

Per un degustatore potersi occupare di Langhe ed avere il privilegio di raccontarle è un piacere più unico che raro. Tale è il materiale a disposizione che il racconto non si esaurisce mai, ma soprattutto, gli spunti portano il discorso a veleggiare tra aspetti culturali più che tecnici, potendo abbracciare l’argomento da un punto di vista storico, sociale, antropologico e via così. Uno di quei luoghi di tradizione per la vitivinicoltura italiana, con tutti i pro ed i contro, che ti permette di affrontare questioni risolte con il valore assoluto dell’esperienza da cui imparare. Come la questione della tradizione, un concetto che deve affermarsi come identità condivisa da un luogo e nucleo di persone – che si riverberi nei vini, ovviamente – e non come semplice conservazione reazionaria. Non credo, analizzando la storia langarola, che basti l’utilizzo di una botte grande – i Barolo dei primi anni ’60 fatti in cemento non sono tradizione? – per autodefinirsi tradizionalista – e quelli che la usano e hanno il famigerato rotomaceratore in cantina? –.
Così come i discorsi circa il biologico o il biodinamico che qui si fanno spinosi considerata l’estrema parcellizzazione della Langa vitivinicola come in Borgogna. Un produttore può fare biodinamico, ma nella vigna di fianco può trovare un collega che fa 15 sistemici in un anno.
In una doppia sessione abbiamo degustato alcuni tra i principali cru di Barbaresco e Neive e 5 annate in verticale del Rio Sordo dell’azienda Cascina delle Rose. Di seguito le note.

Barbaresco Docg Moccagatta, Cantina dei Produttori del Barbaresco 2005
La collina del Moccagatta non ha esposizioni esemplari – nord ovest in prevalenza – , ma ottima conformazione dei terreni che condivide con il Rabajà e la Martinenga. Le altimetrie vanno dai 270 metri ai 310, e le vigne dei Produttori guardano verso Neive. Il risultato per il Moccagatta è quello di un’immediatezza diversa rispetto ad altri cru più importanti anche se in un quadro che può definirsi bonariamente rustico. Netti i profumi floreali, la viola soprattutto, la bocca è di una semplicità disarmante, snella. Tannino ruvido come era facile aspettarsi vista l’annata.

Barbaresco Docg Asili, Cantina dei produttori del Barbaresco 2005
Asili vuol dire finezza ed eleganza. Una collina esposta a 360 gradi, di cui le zone più interessanti sono quelle rivolte a sud, sud ovest. I produttori del Barbaresco la resero celebre iniziando l’imbottigliamento nel 1971. Sono coloro che dispongono, anche, del maggior numero di ettari di questo cru.
Naso floreale, con tracce di agrumi, erbe officinali e spezie, di bella stratificazione. Palato coerente, solido, largo, carnoso e lungo. Tannino di bellissima espressione: presente, fitto e di ottima trama.

Barbaresco Docg Rabajà, Giuseppe Cortese 2004
Il Rabajà è uno dei cru più estesi, ed il più alto (315 metri d’altitudine) del comune di Barbaresco. Non sempre apprezzato perché più “maschio e potente” dell’Asili che affianca e del Martinenga che sovrasta. Devo dire che questa esecuzione di Giuseppe Cortese mi è piaciuta particolarmente per la pulizia del naso, sì più intenso, ma molto elegante e con un frutto croccante, ma soprattutto per la leggiadria della bocca, di grande serenità nel suo sviluppo e nel finale minerale da applausi.

Bararesco Docg Santo Stefano Riserva, Castello di Neive 2004
Il Santo Stefano, nel comune di Neive, è parte integrante della collina degli Albesani anche se lo si tratta da cru solitario per le magistrali interpretazioni di Bruno Giacosa. Non tutti sanno che Giacosa non possiede vigna qui, ma che il Santo Stefano è da considerarsi un monopole di proprietà della famiglia Stupino. Si colloca tra i 200 e i 230 metri d’altitudine ed è interamente esposta a sud.
La riserva degli Stupino ha naso solido, terroso, impreziosito da sentori di tartufo come gli è consuetudine: compresso svilupperà e rilascerà poco a poco i suoi aromi. Palato compatto, di ottima tensione. Tannino saporito.

Barbaresco Docg Gallina Riserva Ugo Lequio 2001
È, con il Santo Stefano, il più celebre cru di Neive. Gode di un’esposizione privilegiata. Si è soliti affermare dei vini del Gallina che abbiano la finezza dell’Asili del comune di Barbaresco con una maggiore rotondità e minore capacità evolutiva. Questa versione di Ugo Lequio (che acquista le uve) è molto elegante, anche se presenta una naso sì sfaccettato, ma un pizzico troppo evoluto. La bocca è fresca, leggiadra, innervata d’energia.

L’azienda Cascina delle Rose di Giovanna Rizzolio è una piccola realtà che produce 15.000 bottiglie in tutto e solo 3.000 di questa magnifica espressione del Rio Sordo – l’altro Barbaresco prodotto nell’annata 2007 per la prima volta e di cui già si dice un gran bene è il Tre Stelle - in gran parte venduto e consumato direttamente in loco, politica di vendita da sempre adottata dall’azienda che possiede anche un agriturismo. Le vigne si trovano nella parte alta, vicino cascina Bruciata, con ottima esposizione. I vini – a metà tra L’Asili e Il Rabajà come giustamente affermato dal Masnaghetti – hanno un’impronta minerale evidente.

Barbaresco Docg Rio Sordo 1999
Meravigliosa espressione, leggiadra, elegante e sfaccettata. Soprattutto il palato impressiona: sottile, giocato sulle durezza, con un finale minerale graffiante. Di bevibilità manifesta e “libera”.

Barbaresco Docg Rio Sordo 2001
Il Rio Sordo. Ricalca le caratteristiche del precedente ma ha più materia, più succo. Ottima espressione del tannino: fermo, fitto, elegante. Da conservare gelosamente.

Barbaresco Docg Rio Sordo 2002
Buona riuscita considerando l’annata estremamente difficile. Naso composto, semplice, incentrato su un buon frutto. Palato snello, facile da bere, scodata alcolica nel finale.

Barbaresco Docg Rio Sordo 2004
Altro vino di elevato lignaggio, parente stretto del 2001, anche se si mostra più pronto e godibile. Ottima materia, è di quei vini che accontenta tutti: chi vuol ciccia e chi acidità.

Barbaresco Docg Rio Sordo 2005
È quello che ci ha convinto meno. Ovviamente si parla di sfumature, ed assaggiarlo con tre grandi vini come il ’99, il ’01 e il ’04 lo penalizza. Ma è come se mancasse la quadratura del cerchio. Giovanna ama molto questa annata difficile. Lo assaggeremo nuovamente più in là sperando di darle ragione.

posted by Mauro Erro @ 08:21,

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