I clivi: verticale del Colli Orientali Friuli Galea

Alla fine del suo percorso lavorativo, Ferdinado Zanusso di Odderzo, in provincia di Treviso, di ritorno dalla Africa acquista una proprietà con annessa vigna, la Brazan, in quel di Cormons, paesino natio della moglie. È, e da parecchio, un appassionato bevitore ed il lavoro condiviso con i francesi, i suoi frequenti viaggi a Parigi, hanno abituato il suo palato al gusto dei Borgogna bianchi e degli chenin blanc della Loira. Per lui il vino bianco si beve nel tempo e se ne sorseggia la profondità delle sensazioni per assaporare il gusto del territorio.
Due anni più tardi, nel 1996, il divertissement di un bevitore con l’arrivo del figlio Mario, neolaureato in Economia, si trasformerà, con l’acquisto della vigna Galea, già da tempo adocchiata, in qualcosa di professionale. È una scelta mutuata dall’amore per una vigna di 8 ettari, di piante vecchie tra i 50 e i 70 anni d’età, che nel tempo ha visto abbassarsi il suo prezzo e il suo valore economico, non certo il valore organolettico dei suoi vini, perché poco produttiva – oggi siamo intorno i 25 – 30 q.li per ettaro – che spinge a questa scelta e all’acquisto di essa.
Noi, piccola minoranza romantica, del valore economico poco c’interessiamo, preferendo abbandonarci al sapore gradito dell’orgoglio contadino, del rispetto del tempo, del racconto del territorio abituati al piacere edonistico di vini di qualità, non di quantità.

Il Territorio

Nell’eocenico (35-55 milioni di anni or sono) la pianura friulana era invasa dal mare e le coste si trovavano quasi a ridosso delle attuali Prealpi Giulie. Sul fondo di questa arcaica laguna, nel corso dei millenni, si realizzò un lento processo di sedimentazione che diede origine a imponenti formazioni le quali, con il ritiro del mare, emersero dalle acque. Questi depositi si presentano oggi come un'alternanza di strati di marne (Rocce sedimentarie argille calcaree), arenarie (sabbie calcificate) e flysch dall’aspetto molto tipico. Si tratta di rilievi di altitudine compresa tra i 100 e i 350 metri s.l.m., il cui profilo dei pendii è stato modellato con il lavoro di generazioni di viticoltori in gradoni e terrazze vitate.

La vigna Galea

Posta a 200 mt. s.l.m., la vigna Galea, in Corno di Rosazzo, gode di un clima più caldo con meno escursione termica tra il giorno e la notte. Ciò è dovuto alla posizione più interna al di là del torrente Jundrio rispetto alla vigna Brazan, su cui, la Bora proveniente dalla costa, spazza i filari di vite. La sua esposizione è a sud, sud est.
I terreni sono di natura argillo/calcarea e flysch; le viti, come già detto, vecchie tra i 50 e i 70 anni d’età. Sono allevate a doppio capovolto, ben distanti tra loro, con una densità d’impianto per ettaro di 2500 ceppi circa. Sono poste su piccoli terrazzamenti, vista la pendenza che raggiunge in alcune zone il 40%, cosa che proibisce, quasi del tutto, l’utilizzo di una qualsiasi macchina che faciliti il lavoro. Non si hanno notizie vista l’età delle piante, sui portainnesti. I trattamenti sono molto limitati, vengono esclusi concimi ed irrigazioni. La vendemmia fatta con numerosi passaggi successivi, in maniera differenziata. Le rese bassissime: 25, 30 quintali per ettaro.
Si tratta di una vigna dove trovano spazio in percentuale minore anche altre varietà a bacca bianca, presenti, come da disciplinare che prevede l’utilizzo fino all’85% del tocai e, in percentuale diversa nel vino a seconda dell’annata. Verduzzo, Malvasia, da poco Ribolla Gialla. Il Galea ,difatti, vuol essere vino da vigneto, di terroir come direbbero i francesi e non da vitigno, prodotto in un numero variabile tra le 12 e le 16.000 bottiglie dall’omonima vigna, di 8 ettari, di proprietà della famiglia Zanusso.


Il vitigno Tocai

Vitigno a bacca bianca, di origini ancora nebulose: le ultime ricerche lo identificherebbero con il Sauvignonasse, vitigno ormai scomparso in Francia, ma presente in notevole quantità in Cile. Viene ancora erroneamente confuso con il Tokay, che è il nome di un vino Ungherese.
Ha foglia medio-grande, orbicolare o pentagonale, trilobata; grappolo medio, tronco-piramidale, piuttosto compatto, provvisto di due ali, di cui una talvolta molto pronunciata; acino medio, sferoidale con buccia giallo-verde ricoperta di pruina. E' un vitigno molto produttivo e costante, soffre l'umidità, è sensibile al marciume del grappolo, al mal dell'esca, a peronospora e oidio. Viene coltivato prevalentemente a Guyot, Casarsa e Cordone speronato.
Il problema principale, nel suo rapporto con l’ambiente pedoclimatico della vigna Galea, è la buona capacità di produrre alcol attraverso l’alta concentrazione di zuccheri durante la fase della vendemmia. Di contro, acidità non sempre altissime.

In cantina

Il vino ha bisogno di tempo. Anche in cantina, così come in vigna, l’attività è governata dai ritmi lenti dei processi naturali e dai tempi lunghi del lavoro manuale. Le uve sono sottoposte a cernita prima della lavorazione, la pressatura delle uve bianche è fatta in mini-presse che impediscono lo sfregamento delle bucce, le fermentazioni a bassa temperatura durano a lungo in acciaio inossidabile, rigorosamente in bianco, attivate e condotte solamente dai lieviti indigeni delle uve, compresa fermentazione malolattica spontanea – fermentazione lenta fino a gennaio/febbraio e nessuna macerazione pellicolare. Il vino viene lasciato sui propri fondi per almeno due anni ai fini della stabilizzazione – nell’autunno seguente può fermentare nuovamente per bruciare uno o due grammi di zucchero residuo – e della chiarificazione per sedimentazione; sono evitate le filtrature. Le bottiglie sono riempite per gravità evitando l’uso di macchine riempitrici a pressione, anche la tappatura è fatta a mano. È evitata la rapidità, propria delle macchine e della produzione industriale, che ha bisogno di grandi quantità e di operazioni meccanicamente ripetitive. Una volta imbottigliato è messo a maturare in bottiglie coricate per alcuni mesi per poi essere posto in vendita dopo un minimo di tre anni dalla vendemmia.
Non viene fatto uso di legni


Note di degustazione

Prendo in prestito le parole di Maurizio Taglioni, da Lavinium, per alcune considerazioni: “saper distinguere l’anonimo vino industriale o anche quello di grosso quantitativo, dal peculiare e caratteristico vino del singolo vignaiolo, proveniente dal singolo territorio è compito piacevole al degustatore attento. I vini de I Clivi appartengono senza dubbio a questa seconda categoria: vini da vecchi ceppi, tutta natura, orgoglio contadino, impegno, che sembrano comunicare al berli, l’attenzione e l’amore loro riservato in vigna ed in cantina…”.
I vini, dalla vigna Galea, de I Clivi hanno mostrato un carattere austero, di grande impronta territoriale, di profumi cangevoli, di profili olfattivi dinamici, di mineralità declinata in mille sfumature a seconda dagli andamenti climatici di ogni annata. Al palato così, si bilanciava l’ardore alcolico al cui tocai piace esibire, con una verve, soprattutto, sapido/minerale, piuttosto che ad una freschezza che ha variato, nei sei campioni, dai 4,7 della 2000 ai 5 g/l della 2004, regalando al sorso oltre una finezza ed una profondità di sensazioni di natura edonistica, le tracce e i ricordi che valgono un viaggio tra le vigne.
Si tratta di vini che ho avuto modo di saggiare, tranne la 2003 e la 2002 a cui mi presentavo al primo appuntamento, più volte negli ultimi due anni e a cui mi piace tornare per visitare, almeno nell’immaginazione, quei territori. Questi campioni, sono stati assaggiati nuovamente a 12 e 24 ore dalla stappatura delle bottiglie, mostrandosi ancor più buoni e disponibili nell’esprimersi.
Riporto le note seguendo l’ordine di servizio, preferendo io, partire dal più vecchio al più giovane dei vini e ringraziando, prima di lasciarvi ad esse, Mario Zannusso per tutte le informazioni fornitemi.


Colli Orientali Friuli Galea 1997: è il fuoriclasse della serata senza dubbio alcuno. Profilo olfattivo che sa essere intenso, ampio e complesso, ma soprattutto dinamico nella sua cangevolezza nel tempo e con l’aumentare della temperatura, tanto da invogliare il naso a immergersi nel calice continuamente per afferrarne gli umori. Un netto sentore di pietra focaia apre il sipario sulla scena su cui si alterneranno note resinose, balsamiche di eucalipto, floreali di ginestra, pan di spagna al rum, liquirizia e anice. Al palato l’ingresso dal grip sapido segna l’inarrestabile marcia wagneriana del vino che chiude saporito, prima che il ritorno aromatico di ciliegia sotto spirito lasci il segno indelebile di una bottiglia da ricordare a lungo. Terza bottiglia bevuta negli ultimi due anni per un vino che non finisce mai di sorprendere.

Colli Orientali Friuli Galea 1999: profilo olfattivo più sottile, segnato da leggerissime note lattose e terrose, di mandorla dolce e salvia e confetto sullo sfondo. Al palato è meno cattivo e acido del fratello maggiore, ma con un corpo più pieno: ingresso sontuoso, centro bocca in cui si alternano sensazioni muschiate e di liquirizia, poi origano. Chiusura meno persistente e sapida del precedente.
Rispetto ad una precedente bottiglia stappata all’incirca sei mesi fa, il vino, nel profilo olfattivo, vive una fase di timidezza.

Colli Orientali Friuli Galea 2000: naso dall’incipit particolare di pomodori secchi e capperi. Con l’ossigenazione si apre su note rupestri e muschiate, balsamiche di menta e leggerissime spezie. Al palato è, rispetto ai precedenti, quello con maggiore eleganza nell’equilibrio raggiunto tra componenti morbide e dure, grazie al buon andamento climatico dell’annata contrariamente a gran parte dell’Italia e, soprattutto e stranamente, rispetto all’annata precedente estremamente calda per la vigna Galea. L’alcol fermo a 13,53 gradi, meno dei campioni precedenti, l’acidità, la sapidità, il corpo del vino, al sorso si rivelano seta in grado di gratificare il palato in maniera sensuale soprattutto nell’ingresso di calda e avvolgente accoglienza. Avesse un pizzico di personalità in più e maggiore profondità al naso, lotterebbe con la ’97 per la palma di bottiglia più emozionante della degustazione.

Colli Orientali Friuli Galea 2002: ecco un’annata difficile da analizzare e raccontare. Piovosa, piovosissima, col tocai, il cui grappolo compatto ne complica l’aerazione interna, attaccato dalle muffe, con conseguente scesa vertiginosa delle rese. Ciò porta, di contro, a valori nella norma, in alcuni casi inaspettati, di acidità in linea se non superiore alle altre annate, di alcol fermo all’asticella dei 13,43% e di un estratto superiore ad annate come la ’97 e la 2000. Naso rupestre, pungente e balsamico, aromatico di salvia e un tocco di liquirizia. I fiori gialli, l’anice stellato fanno da corredo. Palato di strano incedere, l’attacco sapido prevale sul corpo che appare leggermente smagrito, corpo che, invece, trova poi slancio nel centro bocca aprendosi, ispessendosi, per poi chiudersi in una media persistenza finale nascosto da un’ombra alcolica che lotta con una discreta freschezza per rubare l’attenzione.

Colli Orientali Friuli Galea 2003: Annata “funesta” in Italia che regala, come spesso mi è capitato, particolare fascino alla bevuta: l’intrigo che si prova per i caratteri difficili. Toni ferrosi e di naftalina, evidenti di felce ed erbacei, di dolci e calde impressioni. Al palato entra con piglio deciso, pieno, denso. Esuberante il sorso, nel mezzo del cammin di sua vita, di pesca e toni erbacei che ne allargano il sapore, prima che nel finale ritorni la liquirizia e una sensazione pseudocalorica importante.

Colli Orientali Friuli Galea 2004: annata il cui andamento climatico, per la vigna Galea, ricorda la 2002. Per fortuna, ricorda. Ma i problemi sono stati molto simili quanto a muffe con il conseguente abbassamento della resa. Estratto, ad esclusione del vino che lo ha preceduto, più alto della serata, idem l’alcol che arriva ai 14% gradi. I fiori e un nota selvatica i primi a partire. Cloro, metano, frutta secca, coriandolo e frutta (da vino macerato sulle bucce) matura a seguire. Ingresso al palato di buon tono consistente, ma la progressione s’arresta lasciando un ricordo di frutta rossa in un finale di deciso, forse troppo, tono caldo che rende il sorso evanescente.

posted by Mauro Erro @ 08:52,

3 Comments:

At 7 luglio 2009 09:42, Blogger RoVino said...

Complimenti Mauro, stai facendo una sequenza di esperienze dal profondo sud all'estremo nord di invidiabile soddisfazione.
Inutile, quindi, consigliarti il vino in bustina :-)

 
At 7 luglio 2009 10:39, Blogger Mauro Erro said...

:-D...

 
At 7 luglio 2009 21:58, Anonymous Alessandro Franceschini said...

Bravo Mauro, pezzo veramente ben scritto ed altrettanto interessante

 

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