Gli incazzati del vino

Tempo fa un amico mi mandò questo scritto di Guelfo Magrini, "Il Dottore Guelfo Magrini, non accontentandosi delle funzionalità che un blog offre e dei commenti che ha avuto modo di scrivere, smentendo di essere l'autore dello scritto come erroneamente da me riportato, mi ha chiesto, in una missiva indirizzata a me ed il suo avvocato Guido Lazzi di cancellare il pezzo volendo intendere, almeno lo spero, la sua firma. Visto il profondo senso di onestà e verità che ho nei confronti dei pochi lettori che questo blog ha, non posso farlo, ammettendo la mia leggerezza, già prontamente corretta dallo stesso Magrini, posso solo smentire "ufficialmente" e dire che questo bellissimo pezzo è di ignoto, non del Dottore Guelfo Magrini, che dopo la missiva inviatami, ha dimostrato, senza alcun dubbio o incertezza d'errore, di non esserne l'autore. (Mauro Erro, 12/12/2008)" giornalista toscano, che trovai estremamente intelligente e divertente. Ve lo ripropongo.


La malattia mentale addentra l'individuo che ne viene colpito in due percorsi antitetici. Da una parte lo può avviare verso la depressione; in alternativa, lo può addentrare in un percorso segnato da una sorta di euforia, più o meno eclatante.
A suo modo, il vino può essere considerato come un portatore di malattie mentali. Da una parte è generatore di depressione, e questo accade quando il consumo del vino non esiste, ovvero quando l'individuo è, o diventa, astemio. Dall'altra, invece, cala chi ne fa oggetto di consumo costante in una sorta di mondo euforico il cui livello di intensità un tempo era direttamente proporzionale alla quantità di alcool ingerito e che oggi, invece, è direttamente proporzionale alla quantità di conoscenza acquisita del vino.
A che pro ci lanciamo in questa perentoria affermazione? Vogliamo rilevare che, purtroppo, con sempre maggiore frequenza, più l'individuo ne sa di vino e più i suoi comportamenti risultano segnati da un complesso di alterazioni che non riescono ad essere descritte efficacemente utilizzando le parole inserite nei dizionari di medicina. Insomma sta accadendo che più è grande la conoscenza del vino e più il detentore di questa conoscenza diventa "stronzo".
Sembra una boutade ma è un discorso molto serio ed attiene ad un curioso aspetto dell'animo umano: quando un uomo è interessato a qualcosa tende, giustamente, ad approfondirne la conoscenza per godere di più della cosa che suscita il suo interesse. Ma, inevitabilmente, questa maggiore conoscenza spesso provoca una incapacità di godere al meglio della cosa stessa. Tornando al vino, l'alterazione che più spesso caratterizza chi comincia a conoscerne i rudimenti è quella di non sopportare quanto di sbagliato può accompagnare il vino stesso. Ora, se conoscere di più il vino vuole dire non goderne più perché la temperatura è più alta o più bassa di qualche grado, perché il bicchiere non è quello dalla forma perfetta, perché l'abbinamento con il cibo non è quello giusto, allora l'aver acquisito maggiore conoscenza ha portato inevitabilmente ad un abbassamento del livello di felicità che il vino stesso può potenzialmente dare a chi lo beve Se il crescente esercito degli "amanti del vino" deve trasformarsi in un esercito di "incazzati del vino", sicuramente è meglio rimanere in una beata ignoranza e riviste e guide sarebbe bene chiudessero baracca e burattini. Ma siamo ottimisti e ci piace sognare che non sia sempre e inevitabilmente così. Per cui, vogliamo rivolgere un invito ai sani lettori di pubblicazioni dedicate al vino a farne buon uso. A non utilizzare le conoscenze acquisite tramite articoli e recensioni per pavoneggiarsi con gli amici, per "umiliare" il cameriere del ristorantino che frequentano, per guardare dall'alto in basso il loro vecchio vinaio. A non etichettarsi con quella parola che non esiste (ancora) nei dizionari medici, usando il proprio sapere per deprimere gli altri. Conoscere il vino serve solo a ricavare un piacere maggiore, dai grandi vini come da quelli di consumo quotidiano. E magari ad evitare i dispiaceri che molti vini-trappola ci servono spesso in calici scintillanti.
Un vecchio proverbio siciliano recita "cummannari è megghiu di futtiri". Sarà vero, ma è certo che quello che l'ha scritto non ha mai saputo quanto è bello "futtiri" e quanta felicità può dare a sè e a gli altri.


Bob Marley, one love

posted by Mauro Erro @ 09:14,

10 Comments:

At 24 ottobre 2008 15:37, Anonymous Anonimo said...

Vero in parte. E' come dire: "on mi interesso di quello che accade nella società e nella gestione di essa, perché altrimenti vivrei male e sarei un incazzato". Però, attenzione, meglio saperle le cose e fare in modo che i difetti siano migliorabili tramite anche il nostro giudizio...

voc

 
At 24 ottobre 2008 16:49, Blogger Mauro Erro said...

No, se vuoi dargli una lettura "politica" è come dire: "riscrivamo le regole, perchè queste non sevono più, se mai sono servite".

 
At 26 ottobre 2008 14:51, Blogger claudioT said...

Condivido le riflessioni di Guelfo Magrini che hai fatto tue, ma ritengo che l'abuso della conoscenza come mezzo di affermazione personale è semplicemente un riflesso del proprio carattere.
Pertanto se già nel quotidiano si ha un atteggiamento spocchioso e altezzoso verso gli altri, l'acquisizioni di conoscenze ed esperienze superiori alla media in un campo si manifesterà in maniera deleteria al contrario se il circolo virtuoso è conoscenza-condivisione-arricchimento non si farà altro che riempirsi la mente e l'anima di gioia.

 
At 27 ottobre 2008 00:35, Blogger LNF said...

Parole sante.. purtroppo cadere nell'errore della spocchia è molto, troppo facile... difficile è trovare il limes tra passione, umiltà e presunzione fine a se stessa...

 
At 5 novembre 2008 10:05, Anonymous Anonimo said...

Ehm, ringrazio tutti voi per l'apprezzamento ma devo confessare che io non ho mai scritto queste cose. Se volete confrontare il mio stile con quello dell'articolo indicato potete farlo attraverso gli scritti presenti sul blog del benvenutobrunello. Non so chi abbia firmato quel pezzo con il mio nome, e anche se il pezzo fosse bello e condivisibile, sono cose che non si fanno.
Grazie
Saluti
Guelfo Magrini

 
At 5 novembre 2008 11:48, Blogger Mauro Erro said...

Giusta precisazione. Grazie, deve essere stato un semplice qui pro quo...Saluti.

 
At 5 novembre 2008 12:15, Anonymous Anonimo said...

Io ricordo di aver letto questo pezzo sul sito di un'associazione di cui adesso mi sfugge il nome e che c'era sicuro di mezzo anche il nome di Guelfo Magrini. Forse l'aveva scritto qualche membro di quell'associazione lasciando equivocare che l'avesse scritto Magrini.

Che fatti strani.

 
At 26 novembre 2008 10:26, Anonymous Anonimo said...

Fatti strani, sono d'accordo. Posso solo dire che non era l'associazione alla quale appartengo, NettaridiBacco AC. in quanto sono io stesso che redigo i materiali da pubblicare. Dev'essersi trattato di qualche altra associazione. Secpondo me l'autore è un collega giornalista scorretto, che utilizzaterminologie invise al mondo del vino per danneggiare la mia immagine. Che volete fare, di "stronzi" al mondo ce n'è davvero tanti.
Saluti
Guelfo Magrini

 
At 26 novembre 2008 11:04, Anonymous Anonimo said...

In effetti mancherebbe anche un altro bellissimo pezzo all'appello: "Memoria storica della degustazione" che ricordo benissimo fosse anche questo on-line su Nettari di Bacco. Almeno fino a qualche tempo fa. Ma forse continuo io a fare confusione.

 
At 12 dicembre 2008 13:43, Anonymous Anonimo said...

Grazie. Questo è un pezzo mio pubblicato su NdBNews Estate 2004, oggi off line per motivi tecnici:

Memoria storica della degustazione

Se la degustazione è un'arte, come indicato dalla necessità di dotarsi di una sensibiltà particolare che è sempre una dote artistica riconosciuta, è anche una forma di memoria che consente di rintracciare quelle sensazioni antiche provate nell'accostarsi a vini e sapori del nostro passato. Nelle visite estive nelle campagne della condivisa adolescenza italica, spesso capitava di intrufolarsi in trebbiature e vendemmie e godere dello spirito conviviale che allora si respirava, quando il contado, assieme ai proprietari e agli avventizi, si riuniva attorno a tavole imbandite e servite di bottiglioni di rosso allegro o mordace, a seconda del territorio di riferimento. Oppure il ricordo vivo di vini bianchi dalla morbidezza stupefacente che odorosi montanari della costa ligure vendevano in bocce di vaga forma borgognotta per l'assoluto godimento delle nostre papille gustative. E ancora aromi zuccherosi di Aleatici densi come marmellate e scovati in anfratti isolani selvatici. Erano gli antenati degli attuali Sangiovesi, Vermentini o Pigati, Cortesi o Barbere, Primitivi o Ansonaci. In quelle bottiglie c'era il vino "vivo", come oggi molti ricercatori chiamano le rare produzioni che hanno conservato un gusto fondamentalista. Oggi l'evoluzione del vino ha raggiunto alte vette di omogeneità organolettica, dovuta al fatto che il consumo orienta soluzioni di piacevolezza standardizzate, oppure si può dire determinate, parallele ad una ricerca teorica e sottilmente opposta di aderenza ai territori di produzione. Di fatto, nei vini tratti dalle nuove uve delle vigne che hanno sostituito i vecchi impianti erosi dal mal dell'esca, possiamo ancora trovare nicchie di sentori che ci ricollegano a quella zona, a quell'azienda, alle origini del prodotto che stiamo assaporando. E' importante tutto ciò nella valutazione organolettica del vino?
Allora, se lo è, mi chiedo come un qualsiasi Parker privo di memoria storica territoriale possa giudicare i nostri vini e determinarne il successo commerciale o il limbo delle surgiacenze; e mi chiedo chi sono i produttori che hanno eliminato questa memoria dalla loro attività per offrirsi al giudizio di ignoranti prezzolati, nel senso che ignorano le origini del vino che si permettono di giudicare, privando l'arte della degustazione di un tassello fondamentale. Oggi, dopo varie domande senza risposte, comincio a capire perché io non sono capace di degustare i vini alla maniera di Parker o di Maroni o dei tanti osannati estensori delle guide: perché li degusto cercando di ricordare come erano gli stessi vini nel nostro passato, ed il presente, se non in casi rari e completamente snobbati dalla critica senza memoria, non mi da soddisfazioni.
Guelfo Magrini

 

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